Vandea Trincea della Tradizione

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Con il termine di guerre di Vandea s’intende una serie di rivolte di stampo cattolico realista, scoppiate nella regione della Vandea dopo la rivoluzione francese (1789) nel periodo storico che va dal 1793 al 1796.
Le cause primarie delle rivolte sono da ricercarsi nelle politiche anticlericali tra cui la nazionalizzazione dei terreni del clero del 2 novembre 1789 che privò la Chiesa cattolica francese dei suoi mezzi finanziari. A questo seguì lo scioglimento di tutti gli ordini ecclesiastici all’infuori di quelli dediti all’insegnamento e all’assistenza dei poveri.
A questi provvedimenti seguì l’approvazione della Costituzione civile del clero che sottopose l’attività sacerdotale a un rigido controllo statale. Quando fu stabilito che gli ecclesiastici, in quanto dipendenti statali, giurassero fedeltà allo stato si verificò una frattura tra i cosiddetti refrattari, ovvero coloro che si rifiutarono di giurare fedeltà allo stato e alla costituzione civile del clero e quelli che invece giurarono.
L’arresto dei reali (12/13 agosto) e la proclamazione della repubblica (21 settembre) nel 1792 causarono forti malcontenti nella Vandea senza tuttavia giungere all’insurrezione armata.
Le scintille che fecero scoppiare l’incendio in Vandea furono la decapitazione di Luigi XVI (21 gennaio 1793) e lo scoppio della prima coalizione (1793) che portò la Convenzione Nazionale a emettere una legge che prevedeva la leva obbligatoria per 300 mila cittadini attorno alla fine di febbraio. Questo scatenò le guerre di Vandea.
All’inizio delle guerre i rivoltosi si trovarono quasi sempre in vantaggio ma nonostante alcune vittorie e il ricorso a tattiche di guerriglia, i vandeani furono duramente sconfitti dagli eserciti inviati dalla Convenzione. La repressione fu spietata, nel 1794 il generale Louis Marie Turreau ideò le cosiddette “colonne infernali” create con il compito di mettere a ferro e fuoco la Vandea. Gli storici parlano di un numero di morti tra i 170 mila e i 250 mila.
Le rivolte ebbero origine in ambienti rurali dove l’attaccamento ai valori cattolico-monarchici era, nonostante la rivoluzione, ancora molto forte ed ebbero come principali protagonisti le masse contadine, il clero (fortemente attaccato dal governo rivoluzionario e in generale dal processo di scristianizzazione) e i nobili che erano riusciti a scampare alle persecuzioni anti-monarchiche (bisogna tener presente che ci furono diversi nobili vandeani a difendere il palazzo delle Tuielieries durante l’assalto che si concluse con l’arresto dei reali).
Per comprendere meglio la mentalità dei ribelli della Vandea riportiamo un testo tratto da un “Discorso ai Francesi”, vergato dall’Abate Bernier, per illustrare il punto di vista dei ribelli del Nord-Ovest della Francia e incitare le altre regioni della Francia a seguire l’esempio vandeano.
“Il Cielo si è dichiarato a favore della più sante e giusta delle cause. (Il nostro) è il sacro segno della croce di Gesù Cristo. Conosciamo il vero desiderio della Francia, perché è anche il nostro: è il desiderio di riscattare e preservare per sempre la nostra santa religione cattolica, apostolica e romana [….] È il desiderio di avere un Re che ci faccia da padre all’interno e da protettore all’esterno……..
Patrioti, nemici nostri, voi ci accusate di sovvertire la nostra patria con la ribellione ma siete stati voi, sovvertendo tutti i principi dell’ordine religioso e politico, i primi a proclamare che l’insurrezione è il più sacro dei doveri. Avete introdotto l’ateismo al posto della religione, l’anarchia al posto delle leggi, avete messo uomini che sono tiranni al posto del Re che per noi era come un padre. Ci rimproverate il nostro fanatismo religioso voi che dalle vostre pretese di libertà siete stati trascinati alle posizioni estreme.”
Questo discorso riletto nell’Italia odierna dovrebbe far assai riflettere;
Se guardiamo a ciò che è ridotta la Tradizione, ovvero quella memoria delle nostre origini che ci viene tramandata di generazione in generazione e che è, in un certo senso, l’ossatura dello spirito del nostro popolo, è uno spettacolo veramente avvilente .
Lo Stato Italiano ha la cultura e la sua diffusione della stessa tra le sue ultime priorità.
Al contrario, è facile notare da tutte le parti media in primis l’istigazione a un cosmopolitismo che diventa annientamento delle proprie origini tramite i miti del cittadino del mondo, della globalizzazione (che è in realtà un fenomeno derivante da un adattamento sociale del capitalismo, ovvero il cercare di concentrare i consumatori in poche ma grandissime categorie dai bisogni facilmente soddisfabili) e dal progressivo imbarbarimento dei costumi. Nella massa del popolo italiano questo decadimento morale si riscontra assai facilmente nella scarsa volontà della gente di prendere cognizione delle proprie origini e della propria storia a favore invece della cultura dello sballo e dello stordimento, dell’abbandono dei libri a favore della televisione, della ricchezza come scopo della vita, dell’egoismo legge sovrana, dell’esibizionismo come modo per emergere, dell’edonismo imperante. Coloro che invece sono consci e fieri delle proprie origini, coloro che le difendono vengono spesso visti come disadattati, stupidi o in certi casi addirittura pericolosi.
Ma l’esempio che il valore vandeano ci dà è quello di lottare in nome della propria identità ad ogni costo, di tenerla viva, di svegliare chi dorme.
La vera forza di Roma non stava dentro le legioni ma in quella virtù civica che spingeva i singoli individui a dare il meglio di se per e in nome della comunità. Si narrano episodi di consoli che si spinsero a giustiziare i loro figli quando questi mettevano in pericolo la comunità.
Molto importante è educare l’individuo fin da giovane in modo che impari il concetto di comunità e quindi renderlo conscio del sua identità, di esserne parte, di insegnargli a essere ambizioso affinché possa coltivare il desiderio di dare il meglio di sé per la comunità e in questo modo anche per sé stesso ma anche allo stesso tempo di essere pronto al sacrificio in nome della comunità e del bene comune. La comunità deve esaltare i modelli di virtù affinché essi costituiscano l’esempio per i suoi membri. Allo stesso tempo essa deve saper riconoscere e ricompensare gli sforzi di coloro che s’impegnano per essa. La meritocrazia deve essere la via maestra.
Sangue
Suolo
Spirito

Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi
I Ghibellini
Confederatio

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