Federico II Stupor Mundi

640px-Palazzo_Reale_di_Napoli_-_Federico_II
Il 26 dicembre 1194 nasceva l’uomo che in massima parte rappresentò agli occhi delle generazioni immediatamente precedenti alla nostra la più elevata incarnazione dello spirito europeo durante il basso medioevo.
Ben prima di essere conosciuto come stupor mundi Costantino Federico Ruggero della casa di Hohenstaufen fu conosciuto come puer apuliae, il bimbo di Puglia. Fu partorito a Jesi e fin dalla nascita le coincidenze simboliche (il solstizio d’inverno, l’affinità del nome con Jerusalemme) lo videro al centro di grandi attenzioni. Per chi segue le dottrine dello spirito non è estranea l’idea che la Natio, nel senso più profondo il luogo di nascita, sia di fondamentale di fondamentale importanza non meno della Patria, la terra dei padri. Per gli altri basterà l’esempio manifesto del suo lungo regno, in cui all’espressione diretta del potere imperiale come capo dell’alta aristocrazia (nonché dei regni minori, quali Inghilterra e Francia) si unirà quella di autocrate del Regnum, l’Italia meridionale in seguito nota come Due Sicilie (all’epoca, invece, il regno di Sicilia, comprendente l’isola omonima, finiva appena sotto il Lazio).
Ripercorrere gli eventi della sua vita è un’impresa che merita ben più di un articolo e che è stata, più o meno egregiamente, svolta nel corso dei secoli. Ci limiteremo qui a gettare uno sguardo sulla figura dell’Imperatore.
Gli storici tendono a metterlo a confronto con due figure in particolare: Luigi IX re dei Franchi, passato alla storia come San Luigi, e il papa Gregorio IX. Tutta l’esistenza di Federico II infatti è riassumibile in una frase: potere sulla Terra e pace con la Chiesa.
Questa interpretazione si discosta alquanto dalla figura classica dell’anticristo, amico di ebrei e islamici e nemico giurato del vaticano. La realtà fu che Federico fu un sovrano alquanto ordinario nelle aspirazioni: a renderlo straordinario fu solo l’estensione del regno e il potere personale che inevitabilmente doveva creare non poche paure alla massima autorità spirituale, preoccupata di vedere il suo primato ideale distrutto. Fino alla morte del suo antico protettore Onorio III (diventato tutore dopo la morte di Innocenzo III, che aveva preso la protezione del bambino per intercessione della madre Costanza) il rapporto col papato fu infatti tranquillo, improntato da reciproca collaborazione seppure non esente da qualche dissapore. Solo Gregorio IX e il suo successore ideale Innocenzo IV si preoccuperanno della lotta per la supremazia, arrivando a indire una vera e propria crociata contro Federico prima che infine questi morisse.
Erede da un lato dell’assolutismo normanno–siciliano e dall’altro della tradizione di principe dei nobili tedeschi il grande Imperatore durante la sua esistenza si preoccupò di assoggettare i comuni del centro–nord Italia (impresa che alla fine vedrà un parziale fallimento, con il riconoscimento di una ideale ma fiscalmente e politicamente dubbia supremazia imperiale) e di recuperare Gerusalemme alla cristianità, obiettivo tra l’altro quasi scontato per un imperatore che governava gratia Dei portando il titolo di Costantino. La politica interna fu al pari conservatrice, con una ripresa e riorganizzazione dei territori del meridione peninsulare e insulare secondo lo schema normanno di centralismo, mentre in Germania di delega al nobili e fedeltà personale dei principi. In questo senso va vista la diversissima fisionomia del Regnum rispetto alla Germania: nulla lascia ad intendere che il modello burocratico dovesse essere esportato oltralpe.
La politica dinastica del resto fu un passo obbligato: la stessa opposizione papale all’unione di Regnum e Impero lo spostò verso la necessità di una continuazione dinastica unitaria, che alla fine non poté realizzarsi (Manfredi, figlio illegittimo, doveva essere infatti reggente di Sicilia per conto del fratellastro, ma finì per esserne l’unico vero Re).
Sarebbe a questo punto poco rispettoso non rammentare, comunque, che si trattò di un sovrano interessato sia alla scienza spirituale che a quella naturale, studioso in ugual misura dei classici greci e della natura che aveva sotto gli occhi. Non fu l’unico del suo tempo – i sovrano iberici coltivavano uguali passioni, e non erano mai venuti meno alla massiccia presenza di musulmani ed ebrei nelle loro corti. Ciò non ostante la sua naturale predisposizione allo studio fu mutilata dalla lotta costante che ebbe a combattere durante tutto il suo lungo regno, portandolo da un capo all’altro della penisola, in Germania e verso il Levante. Questa corte itinerante non avrebbe potuto comunque equivalere quella del nonno Ruggero. Un appunto evocativo sono le sue grandi passioni: oltre alla ben nota falconeria (“i falconi sono stati per la casa di Hohenstaufen quello che i cavalli sono per quella di Windsor” si ebbe a dire), tutti gli animali esotici furono oggetto di interesse. Colora senza dubbio di tinte romantiche l’idea del sovrano dell’Impero andare a caccia non con una muta di cani, ma con ghepardi ammaestrati – o l’utilizzo di un elefante durante le controversie contro i Comuni. Anche i giardini arabeggianti del meridione e la guarda “pretoriana” di saraceni contribuisce senza dubbio a creare un’immagine mentale di un sovrano senza dubbio fuori dall’ordinario, sebbene questi tratti non debbano farci perdere di vista il reale apporto di Federico alla politica italiana e europea.
Vera novità assoluta del suo regno fu probabilmente l’approccio alla guerra santa, che l’Hohenstaufen condusse con armi diplomatiche più che militari, giungendo a ottenere Gerusalemme senza combattere alcuna battaglia significativa. Per tutta la vita del reste ebbe come vassalli principi islamici, e nei confronti dello stesso islam sembrò nutrire più che altro tiepida considerazione, in netta opposizione alla missione fanatica di San Luigi. Non fu comunque, come lo si vorrebbe dipingere, amico dei mussulmani in senso stretto e pur conoscendone la visione del mondo non evitò quanto meno il sarcasmo. Domandò chiosando chi fossero i politeisti cacciati dalla Città Santa all’indomani della conquista, circa una scritta incisa su pietra, ben sapendo che gli arabi consideravano i cristiani come adoratori di tre divinità.
Sembra fin qui il ritratto di un sovrano del suo tempo, e ci si potrebbe chiedere per quale motivo sulla sua figura si fissi tanta attenzione.
Innanzi tutto c’è da precisare una cosa: le cause contingenti e storiche delle sue decisioni sovrane non mutano affatto la portata ideale che ebbero. Indipendentemente dai motivi, Federico secondo FU campione di un’idea di nobiltà spirituale e guerriera in diretta opposizione all’autorità spirituale del Vicario di Cristo: in questo senso, un vero anti–Cristo, ma in senso positivo: un contro–vicariato si andava delineando al di là delle sue aspirazioni personali, un Imperatore–Pontefice tale per volere supremo senza intercessione. Il controllo sulla Sicilia (e, per inciso, sulla sua Chiesa, sulla quale esercitava un potere legatizio pur senza l’autorizzazione papale), la decisa collaborazione con l’alta aristocrazia germanica (fatta eccezione per coloro che, sostenendo candidati illegittimi, erano venuti meno alla Fides e quindi al loro rango) e il forte impulso dato alla creazione di una classe intellettuale che fosse in grado di sfidare e vincere gli intellettuali del Vaticano hanno valore assoluto. Si aggiunga a ciò la città–enclave di Lucera, dove furono concentrati gli Islamici italiani, e la dichiarazione degli ebrei come servitori della corona (e in quanto tale, protetti da essa) e i non meno importanti titoli di Re dei Romani e Re di Gerusalemme (ovvero, di unione personale dell’autorità spirituale con il potere temporale).
Quello che resta di Federico travalica dunque la sua persona per assurgere a vette più alte: Federico II diventa un principio, un’idea incarnata storicamente di ciò che tradizionalmente è stata l’Europa. Il rinnovamento della schiatta Eroica e della sua era esiodea, dove l’atto fisico diventa ascesi guerriera e dove viene ripristinata la primordiale unità dei poteri di questo mondo.
Inoltre, un esempio pratico: il simbolo di un governo unitario di popoli diversi, chiamati a contribuire (Ebrei, Mussulmani e Cristiani infatti allora erano ben più che comuni professioni di fede) secondo la loro natura e la loro inclinazione a un unico corpo statale, senza meschini avvilimenti e appiattimenti della natura specifica – in aperto contrasto con l’ideologia moderna, che vede come unica possibilità di convivenza la distruzione delle caratteristiche che rendono i popoli tali.
Non sorprende che dopo la sua morte in tanti ne profetizzarono (o quanto meno ne desiderarono) un ritorno, non tanto dell’uomo, quanto del principio. A dimostrazione di ciò la sua figura si fuse con l’altro Federico di Svevia, il Barbarossa: passando così nella leggenda con la figura simbolica del Re Dormiente, mai morto, che in un castello sul Kyffhauser dorme e attende il momento per tornare e finalmente rendere all’Europa il suo antico splendore.

Tommaso Somigli

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...