Mistica dell’azione

Bhagavad-Gita

Dal momento che la dottrina dell’azione è stata in più riprese vituperata, fraintesa più o meno in mala fede e storpiata, penso che possa essere utile una breve spiegazione teorica e pratica di quello che potrebbe essere il suo aspetto fondamentale, senza per questo nulla togliere alle altre possibili interpretazioni e funzioni valide. Ogni dottrina pratica infatti si modella su colui che la applica e, se svolta correttamente, fornisce ciò di cui l’individuo particolare ha bisogno.
Prima di tutto è necessaria una premessa: se l’uomo antico viveva in un sogno, l’uomo moderno vive in uno stato di coma profondo e per di più a differenza dell’antico non ne ha consapevolezza. Le fasi che possiamo schematizzare della sua caduta sono queste. Un tempo l’uomo visse un’età mitica in cui ogni azione aveva senso in sé per uno scopo più alto. Col tempo, in parte sempre più larga perse lo scopo di questa azione che avrebbe dovuto elevarlo. Egli si limitò a svolgerla per le sue funzioni materiali, ma rimase in seme la possibilità che queste sue fatiche fossero finalizzate al supremo. Con le ultime epoche storiche questa possibilità si perse, e ogni azione dell’uomo divenne finalizzata a scopi prettamente terreni, evidenziando così due punti: il primo che l’uomo non è più in condizione di elevarsi facendo semplicemente ciò che ci si aspetta da lui; il secondo che, essendo l’azione finalizzata solo a un prodotto (fisico o meno non ha importanza), questa stessa azione può essere tranquillamente sostituita con qualsiasi altra azione che produca lo stesso effetto, purché non provochi danno materiale. Rimane forse un barlume di morale ad arrestare questo processo, al termine del quale vedremmo per esempio che rubare – se si può evitare la pena – non è assolutamente migliore o peggiore di lavorare per ottenere dei beni nel sistema capitalista. Vi fu del resto chi disse che “la proprietà privata è un furto”. Non gli si può dare completamente torto viste le condizioni contemporanee.
Quella esposta chiaramente non è una storia fedele alla scienza accademica. Un motivo è che sarebbe troppo lungo e complesso sintetizzare qui la storia umana fin’ora, anche sotto solo questo punto di vista. Il secondo motivo è che questa versione, per quanto possa essere distorta o generica, non vuole essere cronaca ma simbolo. La si usi, se si crede, per interpretare gli eventi che il lettore preferisce. Vi si troverà certamente una certa aderenza.
Dice un detto taoista che “quando si perde la Via c’è la giustizia; quando si perde la Giustizia c’è la legge; quando si perde la Legge c’è la morale; quando si perde la Morale c’è l’etica; quando si perde l’Etica c’è il costume, e così ha inizio la Caduta.” (Si noti che si è scelto di usare il termine etica come inferiore alla morale perché la morale implica una presa di coscienza individuale, mentre l’etica, intesa con la semantica moderna, è imposta.)
Questo è il motivo, in sintesi, per cui in alcuni casi può essere utile difendere la società attuale, sperando che serva da gradino per una forma più elevata. Ma al di là della società può, e secondo lo scrivente dovrebbe, essere aspirazione di tutti coloro che possono elevarsi ulteriormente. In questo ambito si inserisce la mistica dell’azione.
Come si è detto l’uomo moderno vive uno stato di coma. Forse anche più dell’operaio ottocentesco egli compie la vita secondo gesti tecnici e raramente si interroga su cosa sta facendo. Anche se pensa di farlo, spesso non vive nel presente, ma nel passato o nel futuro: quando lavora programma ciò che farà dopo o vorrebbe fare, o ripensa a ciò che gli è capitato. Mentre ascolta qualcuno già nella sua mente pensa alla risposta. Persino quando bacia una donna (o un uomo, a discrezione del lettore) si può supporre che pensi a cosa farà dopo o come è arrivato fin lì. Il primo passo della via del risveglio, invece, è mettersi in condizione di essere: e noi siamo solo nel presente. Il passato e il futuro sono fantasmi. Dobbiamo certo fare i conti con questi fantasmi a volte: ma vivere il più possibile, invece che pensare di vivere, ci sembra migliore. Allora sforzarsi, ogni volta che si può, a pensare: io sono qui. Io sto facendo questo. Il resto non esiste: eccomi. IO SONO.
Questo è lo scopo più elevato della mistica dell’azione: purificare l’azione dal lavorio mentale che la popola di ombre e portarci a vivere se non altro il sogno che stiamo vivendo. Questo è uno dei motivi per cui nel Bhagavad Gita è scritto che “solo l’azione compiuta senza pensare ai suoi frutti è pura”. Non è una deriva servile di rassegnazione passiva: pura significa LIBERA.
Questo modo di agire ci metterà più avanti in condizione di conoscere noi stessi, come il motto inciso sull’antico oracolo delfico. Quando riusciremo a essere qui e ora potremo dire anche: ecco, ci sono io e c’è l’azione. L’azione non è me. La passione non è me. Io sono.
Si vede bene quindi che qualsiasi deriva di impulsivismo, di vitalismo becero e di servilismo anti-culturale (se si intende la cultura nel suo senso alto) è fuori luogo e serve al massimo per preparare il terreno a un passo successivo.

Tommaso Somigli

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