Rimpiangere la Guerra Fredda?

russiaamerica
di Daniele Bernava

Per 46 lunghi anni il mondo ha sperimentato la contrapposizione di due superpotenze a capo di due blocchi di alleanze, rette da sistemi economici e politici opposti, la cosiddetta “Guerra Fredda”.

Un periodo fatto di tensione, distensione e confronto, attraverso fasi da guerra “guerreggiata” (Corea 1950-1953, Vietnam 1960 -1975 e Afghanistan 1979 -1988), crisi gravissime (blocco di Berlino 1948, missili a Cuba 1962 ed esercitazione Able Archer 1983) in cui si sfiorò anche la guerra nucleare.

Decenni segnati da criticità acutissime, ma che non hanno mai condotto ad un vero e proprio scontro diretto tra le due superpotenze egemoni dell’epoca, USA ed URSS. Non si è arrivati a ciò, nonostante ci si è andati vicinissimi, per una serie di motivi, primo fra tutti l’equilibrio.

Trattando quel periodo, ritorna in mente una celeberrima definizione, ovvero “equilibrio del terrore”, sintesi estrema ed esaustiva della situazione in cui il mondo si ritrovò per diversi anni, ad un passo dall’abisso, ma in realtà trattenuto da una solidissima catena, di fatti mai spezzata, costituita dalla consapevolezza dei contendenti di non poter prevalere sull’avversario. La “mutua distruzione assicurata” non fu mai messa in discussione e lo schieramento militare era ottimizzato in tal senso.

Nonostante lo scenario da incubo, coloro che controllavano gli interessi economici trovarono il modo imporre la distensione e la “coesistenza pacifica”. La collaborazione in campo economico fu la base per appianare le divergenze. Si trovò un modo per superare gli ostacoli dovuti ai differenti sistemi economici, operato dai potentati finanziari e dalle multinazionali, che approfittarono delle falle del sistema statalizzato vigente ad Est, bisognoso di valuta straniera pregiata e tecnologia.

Lo stesso Breznev affermò nel 1972:

“Noi comunisti dobbiamo collaborare insieme con i capitalisti per un po’. Abbiamo bisogno di loro crediti, della loro agricoltura e tecnologia.”

Esempi lampanti furono gli accordi per il grano (a causa della crisi cerealicola in URSS a metà degli anni 70) e la coproduzione, in cui i regimi dell’Est prestavano manodopera, suolo e strutture, mentre le multinazionali contribuivano con macchinari, tecnologia e brevetti. Una parte della produzione veniva smerciata in vari Paesi del Comecon (1), mentre le multinazionali rivendevano parte di essa in Occidente, incassando notevoli guadagni, dovuti al minor costo della manodopera, più basso fino a dieci volte. In sostanza la medesima strategia attuale, dove le aziende abbandonano i Paesi più progrediti per dislocare verso Paesi in via di sviluppo, con minori costi di produzione. senza gravose tutele sindacali ed ovviamente senza incorre a scioperi da parte delle maestranze. Anche le imprese miste o “joint-venture” furono emblema della convergenza capitalisti e burocrati dell’Est, in cui tramite sotterfugi normativi si consentiva l’ingresso nella proprietà delle imprese dei capitalisti, in percentuali variabili.

Tale politica ha permesso alla Pepsi di produrre in URSS a Novorossiysk (1974), tanto per fare un esempio, ma la lista sarebbe lunga, per non parlare del comparto elettronico in cui l’apporto della IBM fu determinante. Anche l’Italia (Montedison, Fiat ecc…), fu introdotta in questo sistema simbiotico.
Le multinazionali hanno da decenni un potere immenso, quando Salvador Allende accusò indirettamente la ITT (2) di contribuire al tentativo di voler rovesciare il suo governo all’assemblea delle Nazioni Unite (3), egli parlava da microfoni prodotti da essa ed i suoi ascoltatori , in un modo o nell’altro, si servivano di prodotti e mezzi della ITT. Gli stessi dirigenti sovietici, solidali sulla carta con Allende, poco prima avevano concluso un accordo commerciale decennale con l’ITT, che operava in URSS già dal 1968 e riforniva addirittura dal 1955 gli aeroporti sovietici di apparecchiature, essenzialmente a Mosca avevano le mani legate e per Allende il destino fu segnato.
Egli accusò l’onnipotenza delle multinazionali che sono al di sopra di ogni autorità statale, discorso vano, visto come andarono poi a finire le cose. Il coinvolgimento della ITT nel golpe cileno sembra essere stato determinante, visto che la politica di Allende poteva intaccare gli interessi di essa e di altre multinazionali, timorose delle nazionalizzazioni e non a caso poi una volta che si insediò Pinochet affermò:

“Il vero nazionalismo non consiste nel rifiutare il capitale straniero”.

Il Vietnam può essere catalogato come un lucroso incidente di percorso, che poi fu chiuso in maniera discutibile da parte degli USA, dopo anni di combattimenti che hanno riempito le tasche delle industrie di armamenti, abbandonando il governo fantoccio di Saigon al suo destino, una volta diventato insostenibile dal punto di vista finanziario (ogni aereo perso significava assegni di svariati milioni di dollari per la Lockeed). Per dovere di cronaca si riporta il fatto che Ho Chi Minh, una volta vinto, mantenne e pretese il mantenimento degli accordi stipulati da Saigon in precedenza con colossi del settore per lo sfruttamento di giacimenti petroliferi. Le multinazionali non perdono mai e nonostante restrizioni di facciata ostacolate dalle grandi industrie (emendamento Jackson-Vanik del 1974) le relazioni commerciali tra i blocchi non si fermarono mai.

Tutto ciò sta a dimostrare che gli interessi economici dei colossi finanziari e industriali dominano la politica da anni e non il contrario, avendo il potere di imporre guerre o distensioni a seconda delle circostanze. Le relazioni economiche tra i due blocchi, quindi tra i magnati occidentali e i burocrati comunisti, iniziarono ben prima della Ostpolitik di Willy Brandt e degli accordi tra Nixon e Breznev (1971), che furono una loro conseguenza.

Gli stati dell’Est dal canto loro operavano in Occidente attraverso imprese controllate da essi, in Italia ad esempio Sovitalmare, Sovitpesca, Ruslegno, Stan , tutte aziende sovietiche (4).

La “comunistizzazione” dell’economia di mercato, auspicio della retorica marxista proclamata a Mosca del capitalismo terminale, non si realizzò e non ci furono “teste di ponte” socialiste in Occidente, ma solo un capitalismo di proprietà comunista, che non bastò a tenere in piedi il sistema sovietico.

In estrema sintesi, se la guerra fredda non si trasformò in un olocausto nucleare è anche perché essa non intaccò i profitti delle élites capitaliste, che trovarono modo di fare lucrosi affari tra i due litiganti (Est-Ovest), avendo quindi l’interesse a non guastare lo status quo il più a lungo possibile.

La traumatica esperienza della Seconda Guerra Mondiale fece in modo che i politici dell’immediato dopoguerra affinassero la loro abilità diplomatica onde evitare ad ogni costo un conflitto armato e non a caso di guerre in Europa non ne abbiamo visto, malgrado l’altissima tensione. Come già detto in precedenza i potentati economici avevano trovato il modo di guadagnarci e tutto è filato liscio, mentre la superpotenza americana, al massimo della sua forza, reggeva tranquillamente la competizione con l’URSS, dandole la spallata finale negli anni 80 con la politica aggressiva di Ronald Reagan. L’egemonia americana non era messa in discussione e il Dollaro restava la moneta “mondiale”, ciò ha garantito la pace. Il sistema “Vodka-Cola” ha fatto superare brillantemente le crisi peggiori.

Ben diverso è lo scenario odierno, che qualcuno frettolosamente definisce una nuova guerra fredda. Le condizioni di oggi sono ben diverse rispetto a quelle antecedenti il crollo del Muro di Berlino.

Nel 2015 ci ritroviamo con l’unica superpotenza superstite in decadenza, falcidiata dalla crisi economica e politica, che ha operato scelte discutibili e si è impantanata in conflitti logoranti sia attraverso l’intervento diretto (Afghanistan, Iraq) sia indiretto (Siria), i quali si sono rivelati un boomerang.

L’emergere della Russia di Putin a nuova antagonista geopolitica, a cui vanno aggiunti i sornioni colossi cinese e indiano, non fa dormire tranquilli a Washington. La politica putiniana sta mettendo in discussione il primato dei potentati economici nella gestione dei settori strategici (ricordiamo l’affare Yukos…), sottomettendo questi ultimi agli interessi nazionali, una inversione di tendenza che sta mettendo in allarme Wall Street e la City di Londra, veri ispiratori della politica di Barack Obama. A Mosca non si guarda solo alla Borsa, ma anche all’interesse della nazione e del popolo.
Putin sta crescendo in popolarità ed è ricevuto da Paesi di mezzo mondo come interlocutore credibile, mentre una sterile propaganda occidentale lo dipinge falsamente come isolato.

La Russia odierna, come l’URSS e l’Impero Russo in passato, è custode di quel “cuore del mondo” che il celeberrimo studioso geopolitico Mackinder collocò nel centro del continente asiatico e nella Siberia. Un’immensa distesa di foreste e steppe ricchissima di risorse naturali, ancora oggi poco sfruttata. Secondo Mackinder chi controlla quella parte del mondo controlla tutto il resto.

Gli USA, in crisi, hanno bisogno per reggere alle sfide future delle risorse dell’Asia centrale, mettendovi mano attraverso le onnipotenti multinazionali che reggono la loro economia, le quali non vedono l’ora di sfruttare la Siberia per ricavare profitti inimmaginabili per decenni.
Gli Stati Uniti attuali non sono più garanti di equilibrio, perché sono sull’orlo del collasso, il Dollaro è messo in discussione nel suo ruolo primario nelle transazioni internazionali.

Un atteggiamento aggressivo si evince non solo di fronte ai nemici “tradizionali” (Iran, Siria, Corea del Nord) , ma anche con gli alleati. La UE (Germania) e l’Euro, seppur inseriti nel contesto economico occidentale dominato dagli USA, vengono in qualche misura percepiti come minaccia.

Lo storico e sociologo francese Emmanuel Todd (5) è arrivato a formulare la tesi secondo la quale la guerra in Ucraina in realtà sia fatta in funzione antitedesca. Berlino controlla l’Europa e in Ucraina vi è uno scontro tra interessi teutonici e russi. In buona sostanza la crisi ucraina serve a mettere i bastoni tra le ruote alla UE (Germania) e a riprendere il controllo degli “alleati” diventati un po’ troppo indipendenti e potenti. La creazione del focolaio in Ucraina serve per erigere un’altra “cortina di ferro”, necessaria per compattare l’Europa agli ordini di Washington. In effetti la cancelliera Merkel è l’interlocutore principale di Putin, sembra abbastanza chiara la posizione di comparsa del presidente francese Hollande (arrivato a ripetere a pappagallo l’opzione bellica cara ai falchi americani), mentre l’apparato ufficiale della UE (Mogherini e Tusk) rilascia perlopiù dichiarazioni a mezzo stampa, il suo peso specifico è palesemente limitato.

A Washington si preme per la guerra, mentre la Merkel ha dichiarato la sua contrarietà all’invio di armi a Kiev (6). Una divergenza di vedute che sottolinea il nervosismo della Casa Bianca.
La finanza internazionale (leggasi anche multinazionali) attraverso l’azione di George Soros evidenzia una scelta bellicosa, non in grado di placare la sua sete attualmente, quindi invece di imporre la distensione, come ai tempi della guerra fredda, farà l’esatto opposto.

Questo scenario si presenta decisamente più pericoloso rispetto a quello della Guerra Fredda, perché molto più instabile. La superpotenza di oggi non è quella di prima, la sua classe dirigente è decisamente di livello inferiore rispetto a quella del confronto con l’URSS, la sua economia boccheggia e gli alleati Europei attraverso la UE e l’Euro potrebbero sganciarsi dalla tutela americana, non più necessaria essendo crollato il Muro.

Il declino e l’eventuale implosione degli USA potrebbero non avvenire pacificamente come avvenne con l’Unione Sovietica. I segnali che arrivano sono preoccupanti e non resta che confidare nelle abilità strategiche e diplomatiche di Putin e nell’autorità e nella lungimiranza di Angela Merkel.

Immaginate se si presentasse una crisi spaventosa come quella dei missili di Cuba del 1962 oggi, con gli USA in crisi di nervi e con l’acqua alla gola, diretti da Barack Obama e con uno stuolo di “diplomatici” come John McCain, aggiungete i magnati come Soros e il quadro diventa ben peggiore di quello di 50 anni fa. Roba da far rimpiangere i tempi di Kennedy, Kissinger e Nixon.

Adesso è il tempo dello “squilibrio del terrore”, forse è meglio non pensarci.

Riferimenti:

1) L’organizzazione di cooperazione economica operante dal 1949 al 1991 in Europa Orientale. Aggregava anche alcuni Paesi socialisti extraeuropei.

2) ITT Corporation Wikipedia

3) Discorso di Salvador Allende all’ONU 1972

4) La connection con il Cremlino

5) Storico e antropologo francese, nel 1976 profetizzò il crollo dell’URSS, nel 2003 pubblicò il libro “Dopo l’Impero, la dissoluzione del sistema americano”, in cui preconizza, in base a vari studi di diverse discipline, l’implosione degli USA.

6) Discrimine tra Obama e Merkel

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