Il Coraggio di Essere Semplici

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di Alessandro Guidi

« Frustra fit per plura quod fieri potest per pauciora. »
« Si fa inutilmente con molte cose ciò che si può fare con poche. »

[Guglielmo di Ockham, Scritti Filosofici]

Uno dei più grandi leitmotiv della ricerca tecnologica moderna è il voler semplificare la nostra vita di tutti i giorni, ridurre i passaggi che effettuiamo per poter processare gli elementi della nostra vita, è necessariamente un bene?

Mi spiego meglio. Varie ricerche attestano come l’utilizzo continuo (e soprattutto in giovanissima età) di computer/tablet etc. sia lesivo per la creatività dell’individuo.
Puff. Stare fissi al computer, in giovane età, uccide la creatività, l’immaginazione, ci rende meno in grado di processare problematiche nuove, ma facilitando il processo d’apprendimento di problematiche artificiali e già poste.
Non voglio sicuramente prefigurare scenari orwelliani dove un Grande Fratello arriva a controllare le nostre vite, però, con tutto l’amore, la pazienza e il #JeSuisCharlie del mondo, mi permetto di mostrare un minimo di preoccupazione.

Cosa significa questo? Che probabilmente è diventato più facile poter controllare le masse, seguendo il famoso racconto della Caverna di Platone: le varie generazioni di ragazzi vengono piantate davanti ad uno schermo, ed educate a un certo ordine e sistema di cose tale da arrivare a sviluppare un certo tipo di ragionamento.
Anche crescere un bambino rischia di diventare prevedibile, facendo un’iperbole potremmo quasi dire che siamo riusciti a creare gli androidi bypassando i robot.
Se da un lato è più semplice eseguire operazioni predefinite, il controllo che abbiamo sulla nostra vita, sui nostri polpastrelli, quello che stringiamo tra le mani, sta via via sfuggendo di mano.

«Servono per risparmiare tempo, pensa che si risparmiano cinquantatre minuti alla settimana.
Sai cosa farei con i cinquantatre minuti – ribatté il Piccolo Principe – camminerei lentamente verso una fontana.»

[Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe]

Ecco dove volevo arrivare. Siamo così ossessionati dal risparmiare tempo, dal semplificare, che in realtà non stiamo che complicando la nostra esistenza.
Perché crearsi affanni continui, con l’ansia dei quindici secondi in più o meno per fare qualcosa, quando potremmo prendere la vita con più leggerezza?
È davvero preferibile prendere delle pillole per non avere sete piuttosto che cercare una fontana? Vogliamo davvero far morire di sete la nostra creatività?

Perché non dedicare un giorno, due, quanti vogliamo, a settimana a noi stessi? Alla nostra testa? Dimenticarci di Facebook, dello smartphone, di tutto, stenderci su un divano a fissare il soffitto e leggere un bel libro, andare a spasso senza una meta, dormire su un prato, scrivere qualsiasi cosa, disegnare; piaceri semplici, non digitalizzati, senza fili, nel senso che sono liberi dalle catene di quest’ansia tutta social che ci sta contagiando come una piaga.

Purtroppo viviamo in digitale (e non è necessariamente un male, anche se occorrerebbe il giusto autocontrollo), ogni cosa che ci succede dobbiamo necessariamente condividerla ovunque, in così tanti modi che arriviamo a snaturarla, a pubblicare etichette di esperienze che, nel mentre che le descriviamo, sono già svanite dal nostro cervello, ormai intossicato dai social network e dall’ansia di vivere tra coloro che in questa società liquida sono i più veloci.

In Italia 6 persone su 10 non hanno letto un libro in tutto il 2014.
Questo dato è disgustosamente preoccupante. Pur di essere digitali, veloci e competitivi, stiamo snaturando noi stessi, quella semplicità così umana che ci contraddistingue, il vedere una C ed immaginare che sogni di diventare una O, il poter leggere la parola collimare e vedere sia i mari che i monti, la voglia di oziare, nel senso proprio del termine, del dedicare con del sano egoismo del tempo a sé stessi, tutto buttato all’aria.
Smettiamo di leggere, ci fissiamo solo sui display che ci vengono posti davanti, noi da questa caverna, a quanto pare, non ci vogliamo proprio uscire.

Ormai cosa siamo? Nel tentativo di essere più semplici, abbiamo realizzato una cosa complicatissima, rendere persino il tempo libero un affanno.
Dobbiamo recuperare i libri, la carta, questa secolare tradizione che ci aiuta a non perdere di vista la nostra immaginazione.
Tic, tac. Viviamo secondo le lancette di un orologio invisibile, ma ben chiaro, ben presente nelle nostre orecchie: e queste lancette, come un metronomo, si prendono la briga di scandire i nostri ritmi in vece nostra, pena il venire lasciati indietro da chi va velocemente avanti.

A tutti coloro che si sentono inadeguati perché non hanno l’ultimo modello di qualsiasi cosa, a chi ha paura di restare indietro, ma anche a chi si sente ricco solo perché ha un portafoglio pieno, ma un cuore vuotodico, con spirito taoista: abbiate il coraggio di essere semplici.

«σπεῦδε βραδέως (spéude bradéos).»
«Festina lente.»
«Affrettati piano

[Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto]

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