Multipolarismo e dialettica storicista

Leont'ev

di Lorenzo Centini

La più grande audacia che può dimostrare un agente culturale è tentare di tracciare linee all’interno dello sviluppo della Storia, di indovinare elementi di ritorno in successive manifestazioni del Weltgeist. Parimenti ci vuole asprezza mentale e coraggio culturale per erigere dighe di contenimento di spazi temporali ben definiti, obbedendo alla radice greca del verbo “temno” (tagliare).

Queste due contrapposte osservazioni possono essere sovrapposte ad alcune suggestioni geografiche, poiché la Civiltà e la sua forma sono date dagli strumenti che l’uomo forgia per viver-si nel Tempo e nello Spazio.

Tali indirizzi culturali sono quelli che macroindividuano le visioni della Storia accettate e accettabili in questo nostro mondo Occidentale: Storicismo e Antistoricismo. I primi percepiscono lo Spazio del Tempo come un vastissimo bacino carsico, pullulante di polle autonome, mentre i secondi delimitano rigidi bacini idro-storici, indovinando una Storia Immissaria e una storia emissaria.

Questo ragionamento si può applicare al pensiero strategico. La differenza passa dal vedere una Geografia come sasso che devia il fiume o come una cartina che ci aiuta solo a decriptare la scritta del Tempo.

La nozione di Ciclo storico e di “eccezione storica” spingono lo Storicista nel braccio della morte del particolarismo strategico. L’estremismo ideologico di quanti dividono il mondo in sub-aree e non concepiscono forze sufficientemente primordiali per smuovere il mondo in sé è spesso mitigata da grandi narrazioni, o grandi concetti. Così Leont’ev, antistoricista e nemico giurato di ogni modernità, si lasciava sedurre dalla santa e strana alleanza col mondo Turco, per catechizzare gli Slavi e ridare fiato all’Europa fiaccata dal vigore Illuminista.

Se è vero, ed è vero, che la sapienzialità umana ha come obbiettivo sacro (qualche disgraziato direbbe Mission, avvalorando la tesi in via di dimostrazione) quello di riunire l’esperienza del molteplice nel Vangelo dell’Uno, non si capisce come l’Antistoricismo strategico regga al colpo del tempo. Esso, sotto questa luce, pare un rimasuglio medievale, un patetico quanto eroico tentativo di opporsi al filosofare stesso. Il Mujaheddin che predica la distruzione dell’Occidente su Facebook. Un reazionario che accettando i termini dello scontro ha già perso la sua guerra millenaria contro la “sovversione”.

Tuttavia, come il matrimonio tra Vittoria totale e Occidente vacilla, così barcolla quello tra Occidente e Storicismo. Ubriacati da 300 anni di autoconvincimento sulla assoluta evidenza dell’esistenza di un progresso che unisce il mondo (leggi: uniforma l’Eurasia alla Talassocrazia), forgiato da barbuti uomini europei chiusi in corti regali, poi ripreso da missionari in giacca e cravatta, ci siamo accorti solo oggi che la Geografia e la criptocultura non sono solo Accidenti sulla via dell’uniformità strategica. Il nostro problema di Occidentali volteriani non è veder sfumare il primato Americano: lo accettiamo di buon grado. Abbiamo visto Imperi sorgere e tramontare, passarsi il testimone e diventare colonia, e questo non sarà diverso. Ne’ ci spaventa la mancanza di un pretendente comune: nella Storia si è vissuti anche servendo (e tradendo) più padroni insieme.

Il problema annoso è che non c’è nessuno che vuole salire sul trono. Né in gruppo né, orgogliosamente, da solo. Nessuno che voglia perseguire quella grande Storia del Mondo fatta di proiezione di potenza, espansionismo, cultura comune, collaborazione competitiva tra le culture geografiche.

La più grande paura di noi uomini Occidentali è che il futuro neghi il sussulto di Colombo, che nel 1492 sbarcando ad Hispaniola mette fine alle Geopolitiche e apre la Geopolitica. Una e molteplice, come un Dio che abbraccia tutti, dispensando carezze e pugnalate.

Strelkov in Novorussia non combatte per il socialismo, né per un proto-fascismo neo-zarista. In Donbass Strelkov combatte per la più temibile delle idee: il ritorno al passato. La lotta in Donbass è reazionaria, perché, per la prima volta, tenta di riportare indietro le lancette di un Progresso che aveva posto lo Sviluppo sopra la Geografia, la “Direzione che ha preso il mondo, ormai” (Hillary Clinton) sopra le teste della gente.

Si potrà rispondere che non è la prima volta che grandi processi Storici vengono negati dai particolarismi, e che linee di avanzamento date per certissime vengono rovesciate dalla reazione fisico-chimica di eventi singoli. Ancora agli inizi del 1900 William Hay, decano della pluripotenza americana, sosteneva che il Colonialismo fosse un dato di fatto della Storia, e che il prossimo livello sarebbe stato assoggettare alle invenzioni Euro-americane anche la Cina.

Qui sta la differenza abissale tra geo-storicisti e loro avversari. L’arma più bieca e brillante nelle mani degli antistoricisti è che la Storia è un flusso dotato di massa, quindi sottoposto alla seconda legge di Newton.

L’Antistoricismo è tornato a far presa sul pensare umano non soltanto per un supposto fallimento dello Storicismo (il quale tuttavia è indimostrabile) ma perché è un’utile arma ideologica contro lo Strapotere del Capitalismo-ideologia. L’umanità, dopo la fine del Comunismo, non ha saputo ridare un senso alla propria Storia. Non esiste un fine verso cui tende la Storia: né la Città di Dio di Campanella, che aveva mosso, idealmente, i conquistadores, né il White Man’s Burden di Kipling. Il rischio è che all’idea di progresso che si riversa coerentemente nelle scelte strategiche si sostituisca una miriade di narrazioni diverse, di grandi marce, dando patente di realtà storica ai noveri di civiltà del già citato Leont’ev come di Toynbee.

I sommovimenti odierni si spiegano mediante molti prismi, ma è chiaro che se manteniamo alta l’asticella dell’opportunismo filosofico non si va oltre il nozionismo paramilitare. Perché, nonostante tutto, Obama non collabora con l’Iran accondiscendente di Rohani per sedare l’epifenomeno del trapassato Al-Baghdadi? E perché, pur governato dal gattopardesco Rohani, l’Iran resiste nel suo personale approccio al Medio Oriente? Perché entrambi stanno sotterrando il principio di flusso di Storia. Lo stesso che portò Putin ai confini della NATO nel 2005, ma che trovò la porta chiusa da un altrettanto storicistico rifiuto americano, improntato alla vendetta per l’esperienza sovietica.

La vera sfida filosofica della Strategia internazionale sarà non buttare via il bambino con l’acqua sporca. Il mondo multipolare (che sarà integrale e sicuro dopo il rilancio strategico a perdere di Obama) avrà ancora bisogno di un grande sogno universale, che non può chiaramente essere solo il generico progresso dell’Umanità. Né i BRICS sembrano essere il laboratorio adatto a forgiare questo architrave: una compagine messa insieme dall’avversità contro il comune nemico non può parlare una lingua vigorosa.

Come nel 1915 l’allora ministro della guerra inglese rispondeva a chi sosteneva che un altro capo di governo in Germania avrebbe evitato la guerra (“La guerra è un evento inevitabile. La Germania è portata a potenziare la sua flotta per sostenere la sua ascesa industriale. Per cui chiunque governi la Germania con giudizio deve operare queste scelte, le stesse che ha fatto il Kaiser”), così adesso c’è chi si lascia sedurre da una facile teoria che lega il Capitalismo transnazionale al ruolo americano e che dovrebbe condurre per forza alla lotta contro la Russia. Tutto vero e tutto giusto, ma c’è di più, a mio avviso.

Sulla linea di scontro storicismo-antistoricismo si misura la riuscita del progetto unipolare americano e la reazione eurasiatica. Se alla diffidenza tra mediopotenze subentrerà la pacifica realizzazione che il Mondo ha una direzione e che non ci si può opporre, l’Eurasia rinascerà sullo SCO e arriverà un giorno a stringere patti di amicizia con gli Stati Uniti. Come Cartagine che prima sconfitta da Roma dopo ne diventa una perla.

Se, invece, ad un grande respiro, ad un ragionare vellutato e continuo si contrapporrà un’anarchia sostenibile e si rifiuterà un grande progetto comune, Cina, Russia, India e gli altri paria delle terre non riusciranno a trovare il bandolo della matassa.

Karl Radek diceva, già negli anni ’10 del ‘900, che il Capitalismo negli stati in cui è stato imposto in senso coloniale e banditesco deve essere sostituito e non semplicemente negato. In Kemal il rossobruno Radek vedeva la contronarrazione perfetta: il nazionalismo Mediorientale contro la frammentazione religiosa e teologica vetero-ottomana.

E’ necessario quindi che si trovi un modello generico, un sussulto teorico che traghetti l’opposizione all’impero dalle ombre dell’Antistoricismo strategico alle luci di un diverso processo storico, di una consapevolezza Storicistica. Solo chi ritiene di interpretare il Progresso (e non solamente il migliore dei mondi possibili) ha la vittoria in tasca.

tratto da Millennium Partito Comunitarista Europeo

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