La Salvezza verrà dall’ Oriente

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di Lorenzo Maria Pacini

Un breve sguardo sull’ Ortodossia

“Conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi!” – Giovanni 8,32

Quello scritto nel titolo di questo articolo è una specie di leit motiv che percorre la storia tutta della cristianità. L’ attribuzione concorde ad un grande Padre della Chiesa, trova eco nel ripetersi di tale profezia escatologica lungo i secoli per bocca di numerosi santi e personaggi di alto spessore spirituale.
È interessante, quindi, domandarsi che cosa ha questo Oriente di tanto speciale da essere costantemente riproposto; possiamo forse individuare come parola chiave la seguente: ortodossia.
Il termina è senza dubbio molto ampio e non possiamo diluirne il significato in poche righe, né tanto meno strumentalizzarlo incoscientemente vista la sua importanza, pertanto ci limiteremo ad una breve analisi etimologica per passare poi alla sua concreta esplicazione.
La parola in sé deriva dal greco όρθος, “retto”, “corretto” e δόξα, “opinione”, “dottrina”, è l’accettazione piena e coerente dei principi di una dottrina. La troviamo spesso affiancata ad altri termini per indicarne la piena coerenza, spesso in riferimento a sistemi di pensieri, ideologie, e professioni religiose. Proprio in queste ultime istanza noi vogliamo posare lo sguardo.
L’ ortodossia è per la Chiesa tutta un elemento di fondamentale importanza, perché garanzia di discernimento e veridicità fra ciò che è giusto e ciò che invece è sbagliato.
Nella fattispecie, quando una cosa non è ortodossa è il contrario, cioè eterodossa, o più comunemente detta eresia, una verità non completa. Già da qui si può facilmente intuire l’ importanza dello “stare nella ortodossia” per permanere nella verità intera e autentica. Tale principio non vuole certo rimanere in potenza, bensì necessita di una azione concreta e perseverante. Genericamente, infatti, i primissimi sintomi di mancanza di ortodossia sono l’ ambiguità, la confusione, l’eclettismo sregolato, l’ incostanza e incoerenza fra dottrina e prassi.
E qui trova terreno fertile l’ analisi che vogliamo muovere in questa sede circa l’ importanza della ortodossia all’ interno della Cristianità, nella fattispecie della divisione fra Oriente e Occidente, ma anche necessariamente fra confessioni cristiane.
Per i cristiani di tutti i tempi, il luogo prediletto dove discutere di verità e temi attigui sono sempre stati i concili, riunioni dei vescovi, quali successori degli apostoli, nelle quali vengono trattati i temi più essenziali sia in materia dogmatica che in esigenza pastorale. Ovviamente, ogni concilio si è dovuto confrontare con la permanenza nella ortodossia della Verità di Cristo, in continuità con la Tradizione, nella forza del Magistero ecclesiastico. Quando così non è stato, qualcosa si è “rotto”.
Fu così che nel luglio del 1054, dopo già due secoli di dispute e piccole divisioni acerbe, Papa Leone IX mandò a Costantinopoli dal Patriarca Michele Cerulario una delegazione, e qui vi fu il primo grande scisma della Chiesa, quello fra oriente e occidente. Cardini di questa divisione, che dopo quasi mille anni rimane, furono dei temi già affrontati nei precedenti concili di Calcedonia (451), Costantinopoli (869), ovvero: la introduzione del “filioque”, piccola aggiunta al Credo apostolico effettuata senza approvazione sinodale plenaria e che modifica profondamente la posizione dello Spirito Santo nella Trinità; la giurisdizione prediletta del patriarca di Roma, fino ad allora riconosciuto come legittimo successore di Pietro e quindi primate, ma solo dal punto di vista onorifico e non anche politico; la diffusione dell’ Islam e il seguente “abbandono” dei patriarcati Copti, Armeni, Siriaci e Antiocheni; le innovazioni liturgiche occidentali, non contigue alla tradizione del primo millennio. La separazione, aspramente voluta da entrambi le parti, raggiunse il culmine con le reciproche scomuniche dello stesso anno, ufficialmente in vigore fino al 1965, anno della formale riconciliazione politica fra i due blocchi.
Sorge spontanea la domanda: quale delle due “fazioni”, allora, è rimasta nella ortodossia della verità?
Un quesito di grande fascino, non facilmente risolvibile in poche righe, visto che da entrambi le parti si afferma di avere ragione e nei secoli sia occidentali che orientali hanno proseguito su strade strettamente parallele ma con tappe disgiunte in modo significativo.
Eppure, si è registrata una rientranza di molti patriarcati orientali, nel XV secolo, presso la Chiesa di Roma, sottomettendosi al Romano Pontefice pure mantenendo viva la propria tradizione, struttura e liturgia (molti chiamano questi cristiani “uniati”, termine ritenuto dagli stessi cattolici di rito orientale come inadatto e talvolta offensivo, perché la discendenza apostolica è sempre rimasta anche durante il periodo di avversione, che era puramente di questione dogmatica, non ecclesiologicamente essenziale), segno di un bisogno di ritrovare quella unità che la Chiesa Occidentale ambisce da sempre e anche, secondo i più, il riconoscimento di un reale primato sulla verità che solo la Cattolica detiene.
E in effetti, da una analisi storica della crescita spirituale fra oriente e occidente, basterebbe guardare come la Chiesa Cattolica ha avuto una crescita esponenziale fra il numero dei santi, dei mistici e asceti (che sono obiettivamente riconosciuti come segni tangibili di una certa grazia divina per l’ intera comunità, tanto che gli orientali li considerano come “perpetuazione nel divenire storico dello Spirito Santo che guida i cristiani”) e dei documenti prodotti in massiccia quantità; dal canto suo, la Chiesa Ortodossa ha visto numerose divisioni interne in relative autocefalie, pochissimi santi e una esiguissima produzione. Se le divisioni nella Chiesa Cattolica sono state operate da parte di minoranze eretiche, vedi luterani, calvinisti, anglicani e altri, che hanno poi preso le loro strade con una netta separazione, facendo sì che la Una e Santa rimanesse tale nonostante tutto, la Chiesa Ortodossa, non avendo un centro di potere formalmente condiviso da tutti, ha subito smembramenti ulteriori senza di fatto trovare la condivisione comunionale.
Tutto questo, da un punto di vista ecclesiologico, di struttura. Sul piano dottrinale e dogmatico, che è quello più delicato e fondamentale, i dissensi c’erano e ci sono con una marcata evidenza. Pur rimanendo la effettiva successione apostolica, che permette da entrambi le parti di definirsi Chiesa di Cristo e garantisce la continuità del sacerdozio regale e supremo di Gesù nel tempo e nella storia autenticamente, le differenze nei punti focali dell’ organigramma della Professione sono i medesimi del 1054 e rimangono. Ecco perché gli ortodossi non muovono una apertura “ecumenica” alle posizioni cattoliche, rimanendo ancorati alla tradizione trasmessa dagli Apostoli e dai Padri dei primi secoli, per non inquinare con l’ empietà e l’ eresia il deposito dell’ ortodossia. È infatti possibile per un fedele cattolico assistere ad una liturgia ortodossa e comunicarsi sacramentalmente, ma non viceversa.
Proprio circa la Liturgia si apre un ampio capitolo, che brevemente cercheremo di riassumere. Il rito della celebrazione eucaristica, fonte e culmine della Chiesa e della Fede cristiana in generale, trova le sue origini dai Vangeli e dagli Atti degli Apostoli, ed è stato tramandato senza alcuna discontinuità temporale, di generazione in generazione, ovunque si diffondessero i cristiani. La culla medio-orientale dove i fedeli del Cristo Gesù di Nazareth hanno stabilito le prime rubriche per ordinare il sacro culto, gode di una certa purezza di rito che da sempre gli viene riconosciuta. I primi secoli della Chiesa, almeno fino al XI secolo, hanno visto l’ applicazione di un comune rituale, quello della cosiddetta Divina Liturgia, i cui testi ancestrali di matrice aramaica e greca furono riordinati dai teofori Giovanni Crisostomo e Basilio il Grande, diffusi canonicamente e vissuti con spirito di profonda comunione fra le Chiese di tutti i patriarcati. Evento inarrestabile fu, però, l’ inculturazione del rito, che determinò alcune modifiche pressoché irrilevanti sul piano teologico ma significative su quello pratico, distinguendo mano a mano le rispettive tradizioni liturgiche. Con le innovazioni introdotte dalla Chiesa romana, a seguito della discussione teologica degli incaricati, queste dissonanze indignarono gli orientali, che rivendicavano invece la fedeltà all’ originale. Dopo il grande scisma, il sottile filo che teneva collegati i culti non ebbe più motivo di esistere, perciò la Cattolica prese il via, nei secoli, con modifiche ingenti, le quali, passando per il Concilio di Firenze del 1439, fino ad arrivare al Concilio di Trento concluso nel 1563, portarono alla definitiva stesura del Rituale Romano. Gli orientali, mantennero con vigore la Divina Liturgia, lottando contro ogni tentativo di spregiudicata riforma, fino ad oggi.
Sempre in ambito liturgico, il limite di massimo spregio è stato raggiunto con il Concilio Vaticano II. Per volontà di Papa Paolo VI, notoriamente massone, e con la benedizione del Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Atenagora I, anch’ egli massone del 33° grado, col quale si era formalmente riconciliato sul piano politico-ecclesiastico, venne redatto da zero un nuovo rito per la celebrazione della Santa Messa. Ospiti speciali, alcuni pastori protestanti di varie denominazioni, qualche laico pseudo-guru e un paio di cardinali compagni di loggia, i quali tutti assieme partorirono dopo pochi mesi di lavoro la più grande delle aberrazioni del culto divino: il Novus Ordo Missae. Fu allora, o subito dopo, che gli Ortodossi, e persino i Cattolici Orientali, rifiutarono violentemente questa nuova forma e denunciarono la immondezza e sacrileghità di una nuova forma di culto che pochissimo ha in comune con la millenaria tradizione liturgica. Da allora, le evoluzioni dottrinali del Cattolicesimo Romano hanno spinto oltre ogni limite la profanazione del sacro, del bello, del giusto, riempiendo manuali di eresie, sfregi e orrori infernali da ogni dove.
È proprio in questo clima di ambiguità, confusione, sincretismo (…vedi sopra quanto citato) che l’ ortodossia rispolvera il proprio valore vivificante e sanificante. Solo fra tanta bigiotteria si riesce a distinguere bene l’ oro vero, senza confondersi fra una moltitudine di cianfrusaglie qualunquiste. Perché la Verità pretende persone vere, e vuole essere gridata sui tetti.
Sarà per questo che molti giovani di oggi rimangono affascinati dalla eleganza, dalla fastosità, dalla solennità del rito orientale, espressione e lode di quella Bellezza che è Dio stesso? È da ritrovare qui il motivo di una necessità di verità radicale e autenticamente vissuta, senza compromessi inquinanti, senza sfumature mediocri, ma solo e soltanto nella purezza di ciò che ontologicamente è?
Alla fine dei conti, il cuore dell’ uomo sa dove guardare. Proprio da quell’ Oriente della divisione, della chiusura implosiva, anche delle grandi lotte intestine, pare che stia sfolgorando la luce dell’ Est, bagliore della Salvezza del nuovo Sole che sorge.

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