Mille Anni di Gloria

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di Tommaso Somigli

Il Silmarillion è un’opera iniziatica. Questa opinione è ampiamente diffusa, allargata anche a tutte le altre opere di Tolkien, nell’ambiente tradizionalista italiano. Che il motivo sia intenzionale, dovuto a un’ispirazione o a un procedimento di passaggio delle forti influenze della tradizione norrena e cattolica nelle opere poco importa. Il valore di quanto ci aiuta ad elevarci rimane immutato quali che siano le circostanze della sua creazione.
L’opera del maestro inglese rimane insuperata, per lo stile e per la diffusione. Eppure vale la pena osservare anche fenomeni più recenti dove un significato profondo e anagogico si sposa a uno stile, a una narrazione e un linguaggio metaforico di grande valore. Lo scrittore toscano Vanni Santoni ha dato alle stampe una saga di due libri, “Terra Ignota”, in cui i riferimenti ai sistemi tradizionali sono così fitti e ben delineati che non poteva passare inosservata. Lo scrittore, che si era già distinto in passato, conferma una prosa di ottimo livello; questi due ultimi romanzi sono stati creati prendendo ampio spunto, tra l’altro, “da Guenon e della Saga del Graal”, come si può leggere nelle ultime pagine.
Il Fuoco Sacro è l’elemento cardine del Silmarillion e della storia di Arda in generale. Da prima discende nei maggiori tra le Potenze, che sono chiamati Valar e, tramite loro, crea il mondo che si sviluppa dal canto. Qui di nuovo la Fiamma viene accesa nelle Lampade e poi nei due Alberi Sacri.
La Luce ha come massimo avversario Melkor-Morgot, che assume su di sé varie funzioni: in primo luogo il sovvertitore e l’agente di contro-iniziazione.
L’azione si sviluppa nello scontro tra Est e Ovest, l’Occidente Immortale che rappresenta probabilmente la vecchia iperborea. Chi ha qualche conoscenza dei miti più avanti troverà anche Avalon (Avallone) e Atlantide (Numenor) che corrispondono a altrettanti stadi di decadenza. Vi sono quattro computi di anni (dei Valar, delle Lampade, degli Alberi e del Sole) l’ultimo dei quali si divide a sua volta in quattro Ere.
È nel momento in cui la Fiamma diventa in qualche modo occulta che gli eventi iniziano a susseguirsi rapidi. Ciò che rimane dell’antico Fuoco illumina il mondo con il Sole e la Luna, ma sono irraggiungibili per uomini e elfi, lontani sebbene presenti. Nemmeno Morgot tenta di spegnerli.
Di qui la narrazione si incentra sui Silmarill, le gemme create dall’elfo Feanor con la Luce degli Alberi. La Luce, l’antico Fuoco ancora disponibile ai mortali è quindi rinchiuso, celato: “i Silmarill erano per la Fiamma ciò che i corpi materiali erano per le Potenze Valar”.
Feanor compie due grandi peccati che lo dannano: rifiutare ai Valar le gemme per riaccendere gli Alberi e fuggire da Valinor, commettendo fratricidio. La fuga è causata da Morgot che, durante il consiglio dei Valar, aveva sottratto dalla casa di Feanor i Silmarill.
Nonostante la condanna, Manwe, re dei Valar, riconosce il valore di Feanor e della sua stirpe. Traccia in questo modo la Via Eroica, il modo affermativo per recuperare l’Immortalità fuori dalle Terre Imperiture – che sono a un tempo oggetto, in ogni narrazione del genere, termine di geografia sacra e momento temporale e metafisico.
Di questa lotta tra stirpe di Feanor (i Noldor) e Morgot e i suoi servi si racconta fino alla fine della Seconda Era. Da quel momento in poi il tema tornerà a trattare del codice – della via formale, il cui cardine è il regno di Numenor. Qui si traccia un altro tipo di percorso, che non è più quello dei Semidei-Eroi ma quello dei Mortali organizzati secondo giustizia (alcuni potrebbero riconoscere il tema dello Ius come Pax Deorum Hominunsque).
La fine della lotta per il possesso dei Silmarill li vede dispersi nel mondo, irraggiungibili a tutti. Del resto, la speranza non scompare completamente, perché anche dopo la caduta di Numenor e la rimozione dell’Occidente Immortale dal mondo fisico “una via diritta per giungere a Valinor continua pur sempre ad esistere, per coloro che sanno trovarla”.
In seguito qualcosa di ciò che rimane della loro potenza vivrà per vie traverse, negli Anelli, ma soprattutto nelle stirpi regali e nelle razze alte degli elfi e degli uomini.
In “Terra Ignota” il corpo di simbologia tradizionale, anche se più esuberante nelle pagine, è più essenziale. Lo stile dell’opera infatti è una classica narrazione romanzesca invece della cronaca tolkeniana.
Ciò che nell’universo di Arda è la Fiamma Imperitura qui è la Magia, che è il protagonista nascosto. La Magia è ovunque, ma soprattutto è detenuta dal Cerchio d’Acciaio (un ordine monastico cavalleresco corrotto) e dalle Figlie del Rito, semidee destinate a unirsi per incarnare l’Unica Divinità. Ed è nella Coppa e nella Spada (che, come detto nel libro, “l’una è la Rosa, l’altra la Croce”) che risiede la Magia, in analogia con i Silmarill.
Chiaramente qui è usata una simbologia gnostico-ermetica piuttosto che cattolico-norrena, ma il punto in comune è identico. La lotta dell’iniziazione contro la contro-iniziazione, che infine si annulla nella catarsi. La storia segue le vicende della ragazza che incarna la Terra, uno dei cinque elementi (con evidenti rimandi, nel numero, anche alla tradizione pitagorica) contro il Cerchio d’Acciaio e una sua sorella corrotta.
Tutta la situazione che potremmo riferire al percorso delle ere è differente. Santoni ci parla di un tempo in cui possiamo vedere tutti i segni dell’ultima e più oscura età. Il mondo è governato dai resti degli ordini tradizionali, venuti però meno ai loro giuramenti. A loro volta sono destinati, nel racconto, ad essere scalzati da una forza ancora più empia, che metterà fina a qualsiasi possibile restaurazione. La Magia diventa uno strumento di dominio e man mano il suo utilizzo pratico diventa sempre più lontano dall’elevazione spirituale.
Se la Luce, Fiamma o Magia, sono simbolicamente simili nelle due opere quella che cambia è la situazione di fondo. Laddove in Tolkien sembra sussistere la possibilità di ripristinare i resti dell’Ordine, secondo quanto anche Evola afferma sul ritorno degli Eroi in “Rivolta contro il mondo moderno”, in Santoni la decadenza è arrivata a uno stadio troppo avanzato. Non rimane che la distruzione totale.
Questi sono due aspetti di come debba essere considerata l’azione politica di coloro che fissano il loro riferimento nella Tradizione (escludendo forse le frange del cattolicesimo ossificate dal dogmatismo spicciolo).
Il cardine dell’insegnamento che possiamo trarre dal confronto delle opere è il ruolo che gioca la fiamma spirituale nei confronti della società e dell’individuo.
Esisteva, nel 1600, un’eresia cristiana chiamata quietismo. Si esortavano i fedeli ad abbandonarsi del tutto agli eventi del mondo, come prova e come mezzo per raggiungere Dio. Questo atteggiamento é l’esatto opposto di ciò che noi siamo chiamati a rappresentare.
Per quanto buia si faccia l’ora e per quanto lontana possa apparire la fine della notte, qualunque strada si intraprenda, sarà rischiarata dalla luce della nostra volontà pura e del nostro spirito.
Finché non arriverà il momento dei nostri mille anni di gloria.

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