Child 44, film da Guerra Fredda

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di Daniele Bernava
I mezzi di comunicazione sono da sempre mezzi usati per influenzare le persone, utilizzati per far passare determinati messaggi. La propaganda può anche sfruttare una tempistica oculata, scegliendo un determinato periodo in cui far  pubblicare un libro o proiettare  un film. Negli anni della  Guerra Fredda ciò  era consueto.
Il caso del film Child 44 sembrerebbe usare sottilmente tale tattica, visto l’evidente antisovietismo della pellicola, uscita poco prima della celebrazione del 70° anniversario della vittoria dell’URSS sulla Germania hitleriana (fiore all’occhiello del periodo stalinista e apogeo del patriottismo russo).
Una sottile arma di influenza in un contesto storico, come quello attuale, in cui le frizioni tra Russia ed Occidente ci hanno riportato ai tempi della Guerra Fredda, che evidentemente è stata percepita a Mosca, tanto che il distributore russo Central Partnership (avallato dal ministero della cultura russo) non ha fatto e non farà proiettare il film, facendo uscire un comunicato in cui “i membri del Ministero e del distributore hanno convenuto che l’uscita del film prima del 70 ° anniversario del Giorno della Vittoria non è ammissibile”(1).
La decisione del distributore russo ha avuto conseguenze anche per quelli in Bielorussia, Kazakistan e persino Ucraina, dove non verrà proiettato nonostante il governo di Kiev “ha dato il permesso di mostrare il film senza riserve” (2) e suscitando al reazione del giornale britannico The Guardian che, pur riconoscendo a Putin di non essere un apologeta di Stalin , definisce controproducente per la Russia tale decisione (3).
In Child 44, uscito il 17 Aprile 2015, si è cercato di fondere la rappresentazione storica e la trama dello spionaggio, sempre avvincente per il grande schermo. E’ un giallo ambientato nell’Unione Sovietica di Stalin degli anni 50, in cui l’ eroe di guerra Leo Demidov, agente dell’MGB  (polizia segreta), si ritrova ad indagare su una serie di omicidi di bambini, ma viene ostacolato dal sistema sovietico e dalla repressione che colpirà lui e la moglie Rajsa, che finirà accusata di tradimento.  Il film, si apre con una digressione sui fatti dell’Holodomor, l’immane carestia che colpi’ l’Ucraina negli anni 30, causando milioni di vittime, risultato di politiche scellerate ma anche di circostanze sfortunate, estese anche in altre zone dell’URSS.
Nell’opera cinematografica viene traslata la vicenda reale del tristemente noto “Mostro di Rostov” Andrej Romanovič Čikatilo, omicida e seviziatore di donne e bambini (53 vittime) che imperversò tra il 1978 e il 1990 in URSS. Egli impegnò la polizia sovietica in un’estenuante indagine (conclusasi con l’arresto nel 1990 e la pena capitale nel 1994), nonostante il sistema sovietico ufficialmente non ammettesse l’esistenza di crimini aberranti come quelli sui bimbi, cannibalismi, sevizie e stupri seriali, in quanto ritenuti crimini tipici delle società “edonistiche capitaliste”, concetto espresso nel film con la frase “non possono esserci omicidi in Paradiso”.
Nei Paesi socialisti fortemente ideologizzati certe derive oscurantiste erano possibili, nella Germania dell’Est la comparsa della sottocultura skinhead dopo il 1980 portò alla comparsa persino degli Skinhead 88 (volgarmente definiti naziskin), fenomeno ignorato dal regime che non riconosceva come possibile la loro esistenza in un Paese “denazificato” in cui erano state rimosse le cause, fin quando dovette ammettere che i germi occidentali avevano penetrato il Muro (non vi era altra spiegazione per esso), dato che nel 1988 furono schedati ben 800 estremisti “reazionari”.
Risulta alquanto originale la scelta di ispirarsi al Mostro di Rostov cambiandone contesto temporale, inflazionandone l’atmosfera da incubo ed effettivamente chi ha visto il film ha percepito la volontà di descrivere la società sovietica come disumana e senza un minimo di speranza, una descrizione che risulta troppo pesante per i russi. Uno spaccato della vita nell’URSS dopo il superamento del trauma della guerra contro Hitler , ma che ha fatto i conti con lo stato stalinista, massima espressione del totalitarismo in versione comunista.
Il regista, Daniel Espinosa, ha voluto usare i fatti storici più oscuri della storia sovietica per contestualizzare il film, passando dall’ Holodomor alla presa di Berlino, fino agli ultimi tempi del regime di Stalin, giustificando in parte tale scelta con la motivazione dell’emigrazione dei genitori in Svezia per sfuggire al regime di Pinochet, dai quali ha ascoltato le storie sulla dittatura. Viene descritta in maniera esasperata l’essenza della società sovietica del tempo, senza risparmiare la crudezza nelle scene del film, che resta apprezzabile dal punto di vista scenografico e della trama. Ottima anche l’interpretazione dei due attori principali, perfettamente immedesimati nei loro ruoli.  La tempistica dell’uscita film, ha fatto storcere il naso a molti, le polemiche su esso erano abbastanza intuibili agli addetti ai lavori e per chi si occupa di politica internazionale e geopolitica.
La decisione di non farlo proiettare in Russia potrebbe essere una mossa per far comprendere all’Occidente di evitare simili mosse in funzione propagandistica, dando magari il via libera alla proiezione una volta che l’atmosfera si sarà raffreddata.. Putin per il resto si è espresso chiaramente sul Comunismo ed è lontano dall’essere definibile apologeta di esso.
Per gli amanti del genere è un film consigliato, ma ad un occhio attento non sfuggirà la sottile volontà propagandistica che, seppur conforme con la realtà stalinista repressiva, risulta tendenziosa per i motivi summenzionati.
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