Identité, Inegualitè Communauté – La “rivoluzione conservatrice” e postmoderna della Nouvelle droite

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di Matteo Luca Andriola

Non è semplice dare una definizione corretta al fenomeno culturale della Nouvelle Droite, o Nuova Destra. Non è riferito senz’altro alla New Right anglosassone, responsabile, purtroppo, della rivoluzione neoliberista degli anni ’80 né all’universo skinhead. È, invece, un fenomeno culturale nato in Francia nel 1968-1969 attorno al Grece (Groupement de recherches et d’études pour la civilisation européenne), un pensatoio parigino il cui leader indiscusso è tutt’oggi il filosofo normanno Alain de Benoist.

Il Grece nacque con l’intento iniziale di innovare totalmente la cultura della destra radicale. Il gruppo venne fondato da ex militanti neofascisti provenienti dalla Fédération des étudiants nationalistes (Fen), dalla redazione della rivista Europa-Action e dall’insuccesso elettorale del Rassemblement européen de la liberté (Rel), coalizione nazional-europeista promossa dal Mouvement nationaliste du progrès (Mnp), tutti ambienti nati dal movimento eversivo Oas e vicini a Ordine nuovo e al neonazismo europeo,[1] articolatasi attorno a tre pubblicazioni, Nouvelle École, Éléments e Krisis.

La ND ha diramazioni in tutta Europa, specie in Italia, attorno alle riviste dirette e fondate dal prof. Marco Tarchi Diorama letterario e Trasgressioni, e in Germania (la Neue Rechte), dividendosi fra i gruppuscoli comunitaristi, antiborghesi e nazionalrivoluzionari animati dal sociologo Henning Eichberg (Junges Forum e l’ecologista Wir Selbst) e i gruppi neoconservatori vicini all’ormai defunto Armin Mohler, che gravitano attorno ad associazioni come il Thule-Seminar, il Deutsch-Europäiche Studien Gesellschaft, la Deutsche Akademie, la Gesellschaft für Freie Publizistik, l’Institut für Staatspolitik e a riviste di matrice schmittiana come Criticòn, Etappe, il tabloid Junge Freiheit e il trimestrale razzialista Neue Anthropologie. Vi sono inoltre i circoli fiamminghi attorno a TeKoS di Luc Pauwels, le spagnole Hespérides e Punto y coma, populiste, e peroniste, la rivista romena Maiastra, la britannica The Scorpion, diretta dall’ex membro del National Front Michael Walker, e i neoconservatori austriaci della rivista Zur Zeit, il cui caporedattore, Jürgen Hatzenbichler, è l’ex pupillo di Andreas Mölzer, l’ideologo ed europarlamentare del Fpö del defunto Jörg Haider e ora di quello di Hans-Christian Strache, e intellettuale neodestrista.

Cosa rende “nuova” tale destra? Il suo intento di innovare, almeno agli inizi, i referenti culturali della destra radicale, e di investire sulla strategia culturale, la cosiddetta strategia metapolitica, o gramscismo di destra.

I – Le principali idee del Grece di Alain de Benoist

La ND, partendo da elaborazioni provenienti nel tradizionalismo (J. Evola e R. Guénon), nella Rivoluzione conservatrice tedesca, da Nietzsche e addirittura da intellettuali della sinistra antiliberale e altermondista, rinnega il nazionalismo patriottico basato su culto dello Stato-nazione, dato che il moderno modo di concepire l’appartenenza, la nazione, è figlio della modernità e della Rivoluzione francese. La ND basa l’appartenenza del singolo alla piccola comunità, al suo comune, alla sua regione d’appartenenza, definite “patrie carnali” premoderne. Questo neo-nazionalismo etnico si basa su concetti culturali. Secondo de Benoist infatti, «La Nazione determina talvolta un’etnia, ma non si confonde obbligatoriamente da essa. Essa è un dipartimento della razza. L’etnia è un’unità razziale di cultura». Ciò implica che tali piccole comunità europee vanno concepite come piccoli universi separati a tenuta stagna, dove la comunicazione, i commerci, gli spostamenti, ecc., sono ridotti al minimo per evitare sconvolgimenti etnico-culturali, il meticciato e l’«inquinamento» portato dall’elemento allogeno.

All’interno della comunità andranno ripristinati i vecchi vincoli comunitari repressi dalla modernità, cioè le autonomie comunali, quelle corporative e il cosiddetto comunitarismo solidarista. Vi sarà inoltre un forte rispetto per l’ambiente che leghi misticamente l’uomo alla terra, cioè il mito völkisch di origine romantica e rivoluzionario-conservatrice nato in Germania nel XIX secolo.

Altra caratteristica della ND è il rifiuto totale del razzismo biologico in nome del differenzialismo culturale: non esistono, secondo costoro, basi scientifiche per determinare la superiorità di un’etnia su un’altra, ma non credendo al cosiddetto “mito egualitario”, tutte le etnie sono diverse l’una dalle altre, e tali differenze vanno preservate evitando il meticciato. Si è membri di una comunità etnica, religiosa o sociale indipendentemente dal fatto che se ne voglia far parte o meno, e tale scelta non può esser volontaria, ma la si acquisisce, al contrario, per nascita assieme ai vari “diritti e doveri” comunitari. Questa posizione ha una evidente connotazione razziale: se i diritti sono nativi, ovvero di appartenenza, da questi stessi diritti ne sono esclusi automaticamente tutti coloro che non fanno parte della comunità stessa. Questo concetto sta anche alla base di una certa idea di multiculturalismo sociale vista come coesistenza di comunità separate all’interno di uno stesso territorio, che è poi il modello dell’apartheid interno, contraltare politico al progetto assimilazionista statolatrico e neo-illuminista dei governi integrazionisti.

Anche altri studiosi, come Pierre-André Taguieff e Francesco Germinario ad esempio,[2] vedono in tale sviluppo etnico separato, una forma soft di apartheid, in cui due etnie distinte arrivano a vivere in un determinato territorio, ma separatamente: «Organizzare, con i differenti gruppi razziali del mondo, una politica di coesistenza pacifica e liberale che permetta a ciascuno di esprimere […] le sue attitudini e i suoi doni. Sopprimere, in proporzione, ogni contatto mirante alla fusione, all’inversione o allo sconvolgimento dei dati etnici, o alla coabitazione forzata di comunità differenti». Questo approccio è definito etnopluralista. Le naturali differenze presenti nel mondo, che l’ideologia egualitaria, che si manifesta attraverso idee come il pensiero giudeo-cristiano, il liberalismo, l’economicismo, il socialismo, ecc., vuole cancellare in nome dell’«omologazione», sono concepite come “realtà” da contrapporre all’astrazione positivista. L’idea base è che l’uguaglianza non è libertà, ma omologazione. Ciò significa che è sbagliato, per la ND, interagire in nome degli universalistici “diritti umani”, che per de Benoist non esistono e che sono stati creati ad arte dai liberali per egemonizzare il globo, dato che ogni popolo ha una sua scala di valori morali. Perciò, non solo il Grece condanna l’”interventismo umanitario” militare degli USA, utilizzato per esportare l’American Way of Life, ma anche tutte quelle politiche per cercare di superare naturali forme di arretratezza o barbarie ai danni delle donne e verso le minoranze: guai, per la ND, non permettere l’uso del velo islamico, guai impedire l’infibulazione, guai cancellare quello che permette all’immigrato di manifestare la sua “differenza”. Ciò distruggerebbe le radici culturali di un’etnia e la naturale tradizione.

Inoltre, nel discorso neodestrista debenoistiano il centro dell’elaborazione politico-culturale è l’Europa, e non l’Occidente atlantista. E l’Europa, a seguito dell’applicazione dei citati principi regionalisti e comunitaristi, dovrà strutturarsi come un’immensa federazione di patrie comunitarie e regionali autonome, aggregate in un Impero modellato su quello carolingio o ottoniano attorno ad un mito che è la comune identità indoeuropea. Tale “Impero delle differenze e delle regioni”, libero dal giogo statunitense, potrà, secondo de Benoist, esprimersi al meglio delle sue potenzialità, permettendo così all’Europa di contare di più a livello geopolitico.[3]

La ND, ripescando da suggestioni reazionarie sviluppatesi in seno all’idea geopolitica del Imperialismo nazionalsocialista e alla concezione dell’Europa-nazione del movimento nazionaleuropeista Jeune Europe di Jean Thiriart, un mito che affonda le sue radici in quello delle Waffen-SS, com’è riconosciuto da intellettuali estranei al neodestrismo ma fondamentali per la genesi dell’odierna destra radicale,[4] innova tali suggestioni imperiali innestandovi l’idea federale a quella delle piccole patrie etnicamente e culturalmente organiche dove si vive la politica in senso comunitario, secondo il principio postliberale della democrazia diretta plebiscitaria.[5]

Ma il contesto in cui tali piccole comunità regionali si muovono è quello di un forte stato Europeo, armato, imperiale (gerarchico) ed essenzialmente chiuso. La seconda rottura è attraverso l’uso della strategia metapolitica, che ha portato de Benoist a rileggere da destra Antonio Gramsci – un Gramsci ovviamente demarxistizzato – vedendo in lui il teorico dell’“egemonia culturale”,[6] il «gramscismo di destra».[7] Nel 1977 de Benoist scrive che «Il GRECE ha impostato un’azione metapolitica sulla società. Un’azione consistente nel rispondere al “potere culturale” [della sinistra. Ndr] sul suo terreno: con un contropotere culturale»,[8] capace di far riscoprire all’Europa le proprie radici indoeuropee. Ma cos’è la metapolitica? Per Jean-Claude Valla, esponente di spicco della corrente, essa è «quell’insieme di valori che non rientrano campo della politica nel senso tradizionale del termine, ma che hanno un’incidenza diretta sulla stabilità del consenso sociale gestito dalla politica».[9] Tale egemonia la si ottiene, quindi, penetrando gli ambienti politici, culturali, mediatici, universitari, rielaborando da destra concezioni nate a sinistra, dialogando con quelli che un tempo erano gli “avversari”, accomunati da un minimo comun denominatore: l’antiliberalismo. «L’economicismo liberale comincia allora ad essere fermamente denunciato quanto l’economicismo marxista, e l’americanismo”, forma moderna dominante dell’egualitarismo e del cosmopolitismo “giudeo-cristiano”, diventa la figura del nemico principale». Rinnegando il concetto di uguaglianza in nome dell’idea nominalista («non c’è l’uomo nel mondo, ma gli uomini»), del «diritto alla differenza», appoggiandosi a postulati derivati dal darwinismo sociale e dall’etologia di Karl Lorenz, la ND intende creare un’antropologia culturale diversa da quella positivista per confermare tali tesi. Secondo la ND l’egualitarismo non nasce con l’Illuminismo o la Riforma, ma con l’avvento del giudeo-cristianesimo, che ha cancellato le precedenti forme di spiritualità tradizionale che innalzavano le naturali differenze e le gerarchie comunitarie. Secondo il libertario Pietro Stara «il pensiero giudaico-cristiano […] pone tutti gli esseri umani in un sistema di eguaglianza di fronte a Dio. Questo modello culturale, traslato in un contesto laico, traspone quell’equivalenza sul terreno propriamente umano, del quale i rappresentati escatologici sarebbero le nuove religioni egualitarie, ovvero il liberalismo, il socialismo, il comunismo e l’anarchismo».[10] Da questo concetto, la ND ha puntato tutto sulla riscoperta del paganesimo, dove vi erano tanti déi, ergo, tante morali, tanti modi di congiungersi col sacro, ergo tante differenze. Era una spiritualità che, a differenza del giudeo-cristianesimo che predicava l’umiltà e la soppressione dell’uguaglianza fra umano e divino, predicava la prometea volontà di innalzarsi verso gli dei, imitandoli e, addirittura, superandoli. Storpiando le tesi dello storico Georges Dumézil sulla «tripartizione sociofunzionale» delle antiche società indoeuropee, de Benoist parla di una «cultura indoeuropea» che trascende dai moderni Stati-nazione, biologicamente determinata e «conforme alle leggi generali del vivente».[11]

Il neopaganesimo debenoistiano, che ricorda quello portato avanti da numerosi intellettuali di estrema destra come Evola, Rosemberg, ecc., è prettamente culturale e filosofico, e non consiste nel «recitare i druidi d’operetta e le valchirie d’occasione», ma qualcosa di diverso. «Noi non cerchiamo di ritornare indietro ma di riprendere le fila di una cultura che trovava in se stessa le sue ragioni sufficienti. Ciò che cerchiamo dietro è il volto degli dei e degli eroi sono i valori e le norme».[12] È il rinnegare alla radice l’idea stessa di uguaglianza, innalzando la tradizionale differenza. Rendendo Dio un unico essere distinto dal creato e dall’uomo, le religioni monoteiste hanno introdotto nel mondo il germe dell’intolleranza e del totalitarismo. In tal modo, il Grece riesce così a smarcarsi dall’accusa di neofascismo, dato che così condanna anche i totalitarismi di destra. Il citato Impero delle differenze, infatti, più che strutturarsi come un totalitarismo continentale, innalzerà e sacralizzerà le radici indoeuropee e si baserà su una federazione di piccoli comuni e regioni diseguali, ognuna col suo credo, ognuna con la sua morale tradizionale e premoderna.

II – Verso la modernità o la postmodernità? Per un’Europa dei popoli etnocratica

La ND non è un fenomeno immutabile. I rapporti intrattenuti nei primi anni ’70 con l’universo neofascista si sono affievoliti notevolmente, data la refrattarietà di certi ambienti a idee come il comunitarismo regionale e la critica totale al capitalismo. Alain de Benoist e il discepolo Charles Champetier (ex militante del gruppo “terzaposizionista” Troisiéme voie) pubblicarono nel 1999 un “manifesto” intitolato La Nouvelle Droite de l’an 2000.[13] Un esame attento del testo fa porre al lettore una domanda: la ND è neofascista? Le origini del Grece lo confermerebbero, ma i dirigenti della ND affermavano, a cavallo fra gli anni ’70 e ’80, di non esserlo più, di detestare il totalitarismo nazifascista, alla pari di quelli “rossi”. Sostenevano di esser “antirazzisti”, accusando gli altri, cioè gli americani che diffondono la loro sottocultura nel mondo, gli europei che allineano i popoli colonizzati al modello metropolitano o i francesi che impongono all’immigrato di integrarsi e di non praticare pratiche barbariche come l’infibulazione, di esserlo. Ma la ND, sia per volontà diretta di Alain de Benoist che in maniera indipendente, ha condizionato le idee delle formazioni di destra. Fondando le loro tesi su dati scientifici incontestabili, gli ideologi della ND hanno riabilitato in maniera soft forme di darwinismo sociale e di antiegualitarismo. Alcune formazioni dichiaratamente neofasciste e populiste come il Front national, specie sotto la direzione di Marine Le Pen, pur in disaccordo col Grece in quanto nazionalisti, hanno “ammorbidito” il loro razzismo biologico con tesi etno-differenzialiste. Ovviamente il neopaganesimo è un “prodotto” che i populisti scartano, ma che può esser “riciclato” col culto delle radici cattoliche o cristiane europee da preservare dall’“invasione mussulmana”.

Interessante però, la duplice strategia che la ND, partendo dal citato manifesto pubblicato nel 1999, ha portato avanti fino ad oggi. Da una parte, di fronte alla crisi della società contemporanea, de Benoist e Champetier profetizzano la «fine della modernità», trovando nel liberalismo, e non più nel comunismo ormai morto, il nemico principale, che incarna «l’ideologia dominante della modernità, la prima ad apparire e anche l’ultima a sparire».[14] Il liberalismo è «un sistema mondiale di produzione di riproduzione degli uomini e delle merci, appesantito dall’ipermoralismo dei diritti dell’uomo». Il liberalismo mondialista, il sistema statunitense, «rappresenta il blocco centrale delle idee di una modernità giunta al termine. Dunque è l’avversario principale di tutti coloro che operano per il suo superamento».[15] Elogiando la democrazia, che deve essere però diretta, plebiscitaria e organica (cioè esercitata dentro una comunità di persone culturalmente ed etnicamente affini), e la piccola comunità locale in nome di una radicale critica al «giacobinismo» centralista, la ND contesta la modernità “flirtando” con certi intellettuali progressisti che vedono in de Benoist non più l’alfiere del rinnovamento della cultura reazionaria ma il nuovo guru di un pensiero critico verso la globalizzazione, in nome del ritorno al locale, del ripristino di un’«ecologia integrale» che rompa senza equivoci con l’ideologia del progresso e con ogni concezione unilaterale della storia. Ciò ha portato de Benoist a dialogare col Mauss (Movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali) di Alain Caillé e Serge Latouche, ideatori dell’idea della decrescita, con Danilo Zolo e col defunto intellettuale marxiano Costanzo Preve, e le ND italiana e tedesca, quella vicina al politologo fiorentino Marco Tarchi e al sociologo tedesco Henning Eichberg, a cercare di aprire le loro riviste comunitariste a intellettuali vicini all’ambientalismo verde o all’universo noglobal, come successo col Firenze Social Forum nel novembre del 2002 (con Tarchi, Franco Cardini e l’editore ecologista antimoderno Eduardo Zarelli che cercano di intervenire a quell’evento), o in Germania sulle pagine di Wir Selbst e di Die Grüne, rivista ambientalista “assaltata” dai nazionalrivoluzionari di destra.

Un’altra strategia, che si ispira alle analisi di Alain de Benoist, consiste nel condizionamento dei cosiddetti movimenti etnoregionalisti, partiti populisti che predicano la crisi dello Stato-nazione centralistico, in nome della totale autonomia delle regioni, tutte concepite come “patrie carnali” da innalzare a Volksgemeinschaft da difendere dall’immigrazione clandestina. È il caso della Lega Nord in Italia, che ha intrattenuto e intrattiene tutt’ora rapporti col filosofo francese tramite gruppi come i varesotti di Terra Insubre e persone come Mario Borghezio,[16] del Fpö del defunto Jörg Haider e di quella di Hans-Christian Strache, del Vlaams Belang e del Mouvement Nation in Belgio, dell’Unione di centro in Svizzera, dei settori più conservatori della Csu bavarese (modello per la Lega 2.0 di Maroni, a differenza i quella di Salvini, che punta più a destra, verso il Front national),[17] e di un nuovissimo partito francese, che si differenzia da quello dei Le Pen (padre e figlia) perché non è affatto nazionalista e non si rifà direttamente né al fascismo né al nazionalsocialismo, ma è regionalista, federalista ed europeista: sto parlando del Bloc Identitaire, partito che federa i più importanti movimenti regionalisti reazionari della Francia. Tutti sono collegati l’uno all’altro; tutti si distaccano dal vecchio neofascismo in crisi (ad eccezione della Grecia), sottraendogli voti; tutti sono regionalisti, comunitaristi e localisti; tutti criticano la modernità e le disfunzioni create dalla crisi economica innalzando il «diritto alla differenza», la preferenza nazionale, la cessazione dei flussi migratori, interessandosi, non casualmente, all’idea di decrescita e di localismo; tutti, e la cosa colpisce molto, intrattengono rapporti più o meno organici con la Nuovelle Droite francese o con le rispettive Nuove Destre locali, avendo degli intellettuali neodestri al loro servizio.

Senza dilungarci – per ora – sul Bloc Identitaire, la cui genesi, che pochi conoscono, corre parallelamente all’evoluzione della Nouvelle Droite de l’an 2000, è interessante la strategia del Front national di Marine Le Pen, che sintetizza i due approcci che il Grece perseguirebbe separatamente. Mentre il padre – nonostante la presenza di intellettuali formatisi nel Grece – abbia sempre criticato Alain de Benoist per il suo dialogo con gli altermondisti del Mauss dandogli del «comunista» (e venendo ricambiato dal filosofo, che gli dava del «reazionario»), il suo partito ha preso certe idee politiche proprio da lì.[18] Ma la figlia è andata oltre: il Front di Marine, che coniuga nazionalismo e “socialità”, un’attenzione alle problematiche sociali e del lavoro (in chiave ovviamente interclassista), e una critica al mondialismo, che genera squilibri come l’odierna crisi e l’immigrazione, ha iniziato a puntare tutto, come la ND, su un nuovo approccio alla definizione di se stessi con slogan «Ni droite, ni gauche, Français!», complementare a quello del Grece – in nome dello sviluppo di “nuove sintesi” fra valori di destra e di sinistra per animare una “terza via” per l’Europa – del «e destra, e sinistra», cioè l’approccio et-et, la sintesi. Il Front, da quando è stata eletta Marine, ha apportato dei cambiamenti d’immagine non indifferenti, mandando in soffitta i vecchi reazionari neofascisti, impresentabili, e aprendosi ad intellettuali “non conformi” utili a questo restyling. Uno di questi è Laurent Ozon. Questi, amico e collaboratore di Charles Champetier, il giovane presidente del Grece e pupilo di Alain de Benoist, è il leader della corrente antiliberale ed eco-localista della “Nouvelle Écologie”, che cerca di coniugare la difesa dell’ambiente (la bioregione) con quella delle identità regionali etnico-culturali. Collabora simultaneamente alla stampa neodestrista, a quella ecologista e a quella populista, compresa quella italiana (da Diorama letterario a La Padania). È il leader di Maison Commune, un gruppo francese eco-localista. Agli inizi, dopo aver animato varie liste localiste per le amministrative, si avvicina al Bloc Identitaire, collaborando alle Convention Identitaire. Li abbandona, e dopo aver cercato inutilmente, nel 2010, di avvicinarsi all’ecologismo di sinistra, partecipando alla convention inaugurale della lista Europe Ecologiste–Les Verts, lista ambientalista animata dal leader dei Verdi Daniel Cohn-Bendit e da José Bové, leader della Confédération paysanne, il sindacato dell’estrema sinistra noglobal dei contadini francesi favorevoli alla decrescita, nel 2011, dato che fa suo l’assunto «Ni droite, ni gauche», viene cooptato direttamente ai vertici del Front national nel ruolo strategico di consigliere politico personale di Marine Le Pen, occupandosi di ecologia, di comunità e di identità locali, tutte tematiche fino a quel momento snobbate dal Front national, partito in ascesa e desideroso di “sfondare a sinistra”. Si noti che la Le Pen ha ricevuto anche le lodi di Alain de Benoist, un tempo molto critico verso Jean-Marie Le Pen, il quale ha sostenuto che «[…] va riconosciuto a Marine Le Pen il merito di aver  ‘dediabolizzato’ il partito, per mezzo di una vasta ‘operazione di pulizia’ che sta innegabilmente avendo i suoi frutti. Ci sono categorie che il Front national, prima della svolta ‘marinista’, non riusciva a sedurre», dice de Benoist. «Oggi, quelle stesse categorie sono le prime a sostenerlo: le donne, i giovani nella fascia compresa tra i 18 e i 24 anni, e soprattutto gli insegnanti. La nascita del Collectif Racine – associazione di insegnanti nazionalisti nata con l’intento di combattere, accanto al Rassemblement Blue Marine, per il redressement della scuola francese, ndr – ne è la prova tangibile».[19] Un semplice caso? O una strategia per diffondere meglio le proprie idee? Quello de filosofo sembrerebbe solo un “sostegno critico”, ma non è stato lo stesso filosofo ad aver dialogato il 2 dicembre 2013 con l’allora candidato alle primarie della Lega Nord, Matteo Salvini, alla presenza di economista anti-euro Marco Della Luna (autore di libri editi dall’Arianna Editrice di Eduardo Zarelli – anch’egli vicino a Ozon –, casa editrice bolognese vicina alla ND italiana, che si occupa di localismo, di decrescita, di bioregionalismo, di “ecologismo profondo”, di critica all’economia finanziaria, di signoraggio bancario e di antimodernità), un dibattito – intitolato La fine della sovranità. La dittatura del denaro che toglie il potere ai popoli – patrocinato dal circolo culturale milanese “Il Talebano”, diretto dal moderatore Vincenzo Sofo, consigliere nella zona 6–Milano per la Lega Nord con un passato nell’estrema destra, dal gruppo europarlamentare della Lega Nord e dalle autorità locali (Provincia e Regione)?[20] E Salvini – incoronato segretario del Carroccio – non è forse alleato alla Le Pen (e al Fpö e al Vlaams Belang, tanto per cambiare) in queste tornate elettorali? Forse, rivedendo le idee espresse dal filosofo francese de Benoist e l’applicazione pratica della sua strategia, il «gramscismo di destra», vedremmo queste elezioni europee con occhi molto diversi.


[1] In un’intervista Pino Rauti sostenne: «Stringevamo [i dirigenti di Ordine Nuovo. Ndr] contatti con l’Oas e aiutavamo Soustelle nascosto in Alto Adige. Incontravamo Alain de Benoist clandestino perché condannato per un attentato dinamitardo». C. Valentini, Una volta che mi stavano fucilando, in L’Espresso, 10 febbraio 1995, cit. in U. M. Tassinari, Fascisteria. Storia, mitografia e personaggi della destra radicale in Italia, Milano, Sperling & Kupfer, 2008, p. 53. Inoltre, uno dei primi referenti italiani di Alain de Benoist è stato il catanese Antonio Lombardo, responsabile per la Sicilia di Ordine Nuovo. Lombardo – che abbandonerà poi l’ambiente neofascista per diventare consigliere politico del leader democristiano Amintore Fanfani, collaborando poi a Il Settimanale, emanazione editoriale della P2 – è corrispondente in Italia per il mensile regionalista Europe-Action, da cui si sviluppa il Grece, e collabora a Défence de l’Occident del fascista Maurice Bardèche. Lombardo è a Parigi il 30 aprile e il 1º maggio 1966 in occasione del congresso costitutivo del Mouvement nationaliste du progress (Mnp), lista “nazionaleuropeista” nata dalle ceneri del Ressemblement européenne de la liberté (Rel), da cui in seguito nasce il gruppo neodestrista parigino. Assieme al romano Giorgio Locchi (legato agli ambienti ordinovisti degli anni ’50-’60), l’ordinovista Lombardo è l’unico italiano presente nel gruppo fondatore del Grece. Cfr. Nouvelle École, n. 4, agosto-settembre 1968; P.-A. Taguieff, Sulla Nuova Destra. Itinerario di un intellettuale atipico, Firenze, Vallecchi, 2004, p. 172, nt. 100 e U. M. Tassinari, Fascisteria, cit., p. 587, nt. 69.

[2] Cfr. P.-A. Taguieff, Sulla Nuova Destra. Itinerario di un intellettuale atipico, Firenze, Vallecchi, 2004 e F. Germinario, La destra degli dei. Alain de Benoist e la cultura politica della Nouvelle droite, Boringhieri, Torino 2002.

[3] Cfr. A. de Benoist, L’Impero interiore. Mito, autorità, potere nell’Europa moderna e contemporanea, a cura di M. Tarchi, Firenze, Ponte delle Grazie, 1996 (ed. orig. L’empire intérieur, Montpellier, Fata Morgana, 1995).

[4] Lo sostiene Gabriele Adinolfi, fascista nazional-rivoluzionario e intellettuale di spicco della destra radicale italiana, fondatore alla fine degli anni ’70 di Terza posizione, rifugiatosi in Francia dopo il blitz del 28 agosto 1980 a seguito dell’accusa di coinvolgimento nella strage di Bologna del 2 agosto dello stesso anno, collaboratore e redattore capo alla rivista antimondialista di destra Orion dal 2000 al 2008 (fondata nel 1984 da Maurizio Murelli), responsabile culturale di Sinergie europee, «un’aggregazione di natura culturale che ha visto la confluenza di esponenti del radicalismo di destra e quelli della Nouvelle Droite, fra i quali lo studioso fiammingo Robert Steukers», organizzando «annualmente le Università estive per i simpatizzanti», divenendo un riferimento ideale per CasaPound e per la destra giovanile «non conforme». F. Germinario, Estranei alla democrazia. Negazionismo e antisemitismo nella destra radicale italiana, Pisa, BFS edizioni, 2001, p. 104.  Secondo Adinolfi, «se il federalismo si fonda su una logica comunque consolidata e sentita di comunità nazionale (come in Germania) va bene, altrimenti no. […] In quanto ai contributi ideali e programmatici essi vengono tutti dalla cartina dell’Europa disegnata dalle SS. Ma in questo caso, appunto, c’era sullo sfondo una logica imperiale. Il neofascismo, la Nuova destra, ecc., hanno tutti mutato da lì. […] Ora il regionalismo, etnoregionalismo o völkisch che dir si voglia, ha senso in un’ottica imperiale che supera il concetto di nazione in alto, in ottica ultranazionale. Altrimenti diventa una sorta di individualismo locale, campanilistico, folkloristico, in un panorama atomizzato. […] C’è una differenza fra un regionalismo epico/imperiale e un regionalismo/atomizzato. La stessa che intercorre fra il pensiero forte e pensiero debole». G. Adinolfi, dichiarazione rilasciata all’Autore, 30 ottobre 2013. Nei primissimi di ottobre del 2013 Adinolfi ha rappresentato l’Italia (presentato come l’ideologo di CasaPound) a un incontro della Neue Rechte a Berlino, dove erano presenti diverse personalità del Npd e dell’Identitäre Bewegung. Cfr. S. Höhn, Die Neue Rechte vernetzen sich, in Berliner Zeitung, 7 ottobre 2013. La rivista Orion, cui ha collaborato Gabriele Adinolfi, è stata la palestra “colta” della destra radicale italiana, caratterizzata da una linea nazional-rivoluzionaria e poi «nazionalcomunista», nei primi anni ’80 era «vicina alle posizioni tradizionaliste-rivoluzionarie di Franco “Giorgio” Freda», autore de La disintegrazione del sistema. Cfr. P.-A. Taguieff, Sulla Nuova Destra, cit., pp. 65, 66.

[5] Cfr. A. de Benoist, Democrazia: il problema, Firenze, Arnaud, 1985 (ed. orig. Démocratie: le problème, Paris, Le Labyrinthe, 1985).

[6] Cfr. A. de Benoist, Vue de droite, Paris, Édition Copernic, 1977, p. 456; trad. it. Visto da destra: antologia critica delle idee contemporanee, Napoli, Akropolis, 1980.   

[7] Cfr. AA. VV., Pour un gramscisme de droite (XVI convegno nazionale del Grece, Versailles, 29 novembre 1981), Paris, Grece/Le Labyrinthe, aprile 1982, 80 pp.

[8] R. De Herte [A. de Benoist], La révolution conservatrice, in Éléments, n. 20, febbraio-aprile 1977, p. 3, cit. in P.-A. Taguieff, Sulla Nuova Destra, cit., pp. 52-53.

[9] J.- C. Valla, Une communauté de travail et de pensée, in P. Vial (dir.), Pour une renaissance culturelle. Le GRECE prend la parole, Paris, Copernic, 1979, p. 36.  

[10] Cfr. P. Stara, La “Nuova Destra” di Alain de Benoist, in http://www.zetapoint.org/doc/approfondimenti/ap06.htm

[11] A. de Benoist, Comment peut-on être païen?, Paris, Albin Michel, 1981, p. 251 e R. de Herte [A. de Benoist], editoriale, in Éléments, n. 27, inverno 1978.

[12] Ibidem.

[13] A. de Benoist – Ch. Champetier, La Nouvelle Droite de l’an 2000, in Éléments, n. 94, febbraio 1999; ed. it. La Nuova Destra del 2000, in Diorama letterario, ottobre-novembre 1999, nn. 229-230, pp. 13-31 (in Internet, al sito http://diorama.it/nd2000.htm).

[14] A. de Benoist – Ch. Champetier, La Nouvelle Droite de l’an 2000, cit., p. 13.

[15] Ibidem.

[16] L’associazione etno-identitaria filoleghista Terra Insubre, gemellata ai francesi di Terre et Peuple (gruppo neodestrista scissosi dal Front vicino al Bloc Identitaire, a cui collabora anche Adinolfi) è animata dall’ex rautiano Andrea Mascetti, ora nella Lega Nord di Varese, «ex frequentatore dell’agriturismo Corte dei brut di Voltorre di Gavirate, aperto da Rainaldo Graziani, figlio di Lello, fondatore di Ordine nuovo», luogo in cui si svolgevano le Università d’estate di Sinergie europee, nella cui edizione del 2000 si posero le basi per CasaPound e dove venivano «selezionate le «guardie d’onore» della tomba di Benito Mussolini a Predappio». F. De Ambrosis – M. Portauova, Sangue, onore e Padania. I teorici della razza. Le case editrici di estrema destra. Le foto di Hitler. Il volto nero della Lega, in Il Diario, 24 giugno 2005.

[17] Nel 2012 l’allora neosegretario leghista Roberto Maroni, in corsa per la conquista della Regione Lombardia, scriveva che «il nostro obiettivo è quello di diventare il primo partito in tutte le regioni del Nord, sul modello della CSU bavarese, condizione indispensabile per costruire una forte Euroregione, costituzionalmente autodeterminata. Si tratta di un progetto rivoluzionario perché il Nord potrebbe anche diventare il primo tassello di quell’Europa che abbiamo in mente: l’Europa delle Regioni e dei Popoli. […] Questo assunto ci colloca a grandissima distanza dai partiti e dai movimenti neonazionalisti. Insomma, è ora di finirla con i soliti stereotipi: noi non siamo i nipotini di Le Pen». R. Maroni, Il mio Nord. Il sogno dei nuovi barbari, con C. Brambilla, Milano, Sperling & Kupfer, 2012, pp. 3, 4. Cfr. inoltre B. Luverà, I confini dell’odio. Il nazionalismo etnico e la nuova destra europea, Roma, Editori Riuniti, 1999, pp. 94-95 e M. L. Andriola, La nuova destra austrotedesca: la Baviera della CSU, l’Intereg, la FUEV e il federalismo etnico, in Paginauno, a. VII, n. 33, giugno-settembre 2013, pp. 58-68.

[18] Lo studioso Jean-Yves Camus sostiene che «La Nouvelle droite ha avuto […] due influenze maggiori sul Fn. Dapprima ha riabilitato tra gli anni Settanta e Ottanta temi che erano stati completamente abbandonati dalla destra classica, vale a dire soprattutto le tesi sull’“ineguaglianza degli individui” e sull’importanza da assegnare alle “radici identitarie”, sia francesi che europee. Poi ha proposto un’idea della politica non più ancorata all’asse destra/sinistra, aprendo la strada ad un movimento come quello di Le Pen che oggi [1997. Ndr] ha come slogan, ve lo ricordo, “né destra, né sinistra, solo francesi”. Questo malgrado sia evidente che il Front national si situa a destra della destra tradizionale nello scacchiere politico». J.-Y. Camus, intervista rilasciata a G. Caldiron, in Il manifesto, 17 ottobre 1997.

[20] Cfr. M. L. Andriola, Alain de Benoist e Matteo Salvini: una Lega Nord “al di là della destra e della sinistra”, in Paginauno, n. VIII, n. 36, febbraio-marzo 2014, pp. 45-55.

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