La destra e queste elezioni regionali a vent’anni dalla svolta di Fiuggi

italia

di Federico Pulcinelli

In queste elezioni regionali 2015 non è mancata la presenza dei rappresentanti della destra che fu. In lungo ed il largo in tutte le regioni chiamate al voto, si sono alternati vecchi e “nuovi” esponenti del tragitto che la destra ha compiuto in questi ultimi venti anni. Un tragitto fatto di vari momenti e, nell’ultima parte, del alternarsi di varie sigle. Dall’iniziale Movimento Sociale Italiano ad Alleanza Nazionale e al Movimento Sociale – Fiamma Tricolore, per arrivare agli ultimi La Destra, Prima l’Italia, Fratelli d’Italia. Tutti affratellati nel sostenere i candidati di “marchio destro”, per una nuova rinascita della destra italiana e, nella maggior parte, per il ritorno ad Alleanza Nazionale.

Lo scorso 27 gennaio si celebrava il ventennale anniversario di quella che è passata alla storia come “La svolta di Fiuggi”.

Venti anni sono trascorsi da allora. Ma che cosa ne è rimasto di ciò che nacque quel giorno?

“Fiuggi” partorisce dalle menti di politici e uomini di cultura, tra i più noti “Pinuccio” Tatarella e Domenico Fisichella, e sull’onda del capovolgimento epocale che tutto l’apparato sociale e politico italiano stava subendo in quei anni. Erano gli anni della famigerata “Tangentopoli”, delle manette che scattavano con una velocità fulminea, della magistratura che saltava prepotentemente sulla scena. Erano gli anni della morte della “Prima Repubblica”.

Tutto si andava rimescolando, tutto stava cambiando. Le ideologie rimanevano schiacciate sotto il pesante crollo del muro di Berlino e i partiti ideologici “cambiavano muta” per potere sopravvivere al presente. Scompare il P.C.I., scompare la D.C., si “ammanetta” il P.S.I.. Ciò che fino ad allora era sembrato immutabile e sempiterno, veniva cancellato come una macchia che viene pulita su un vestito.

Sorsero nuovi partiti; i vecchi comunisti si fecero chiamare “Partito Democratico della Sinistra”. All’orizzonte si assistete all’arrivo di un uomo che “bucava lo schermo”, e che degli “schermi” ne era il padrone, Silvio Berlusconi. Era un imprenditore, ispirava fiducia. Aveva un’espressione ed un modo di porsi accattivante, possedeva la nomea di adulatore e sapeva come ingraziarsi il favore degli italiani. Dimostrò la sua esperienza nel mondo del marketing e la sua acuta maestria fin dalla scelta del nome del suo partito: “Forza Italia”, un nome che sembrava un coro d’incitamento.

La politica divenne più veloce, il leitmotiv diventò “essere al passo con i tempi”. Di questo “maremoto” non ne rimase salva nemmeno la destra italiana. Gli anni erano passati, ed essa riuscii a sopravvivere alle estromissioni, ai “ghetti”, alle “pallottole” degli anni di piombo. Il Movimento Sociale Italiano si trovò difronte ad un bivio: “Cavalcare la tigre” contingente o rimanere al palo. Scelse la prima e per la prima volta, almeno seriamente, dalla fine della “guerra” la destra sali alla ribalta. Il vecchio pregiudizio sulla sua natura fascista si dileguò a contrasto con le accuse di corruzione che venivano lanciate contro la politica dell’ “arco costituzionale”. Gianfranco Fini, segretario del M.S.I. – D.N., divenne quasi sindaco a Roma, lo stesso accade con Alessandra Mussolini a Napoli. Un vento favorevole soffiava forte sulla vela della destra.

A questa mutata percezione della società sulla destra politica non poté che strizzare l’occhio un sapiente raccoglitore di opportunità come Berlusconi. Tanto che insieme convolarono a nozze nel “Polo della Libertà” nel 1994, che sancì la nascita in Italia del bipolarismo politico, che diede il primo governo di centro – destra e che fece toccare la quota percentuale più alta mai registrata dal Movimento Sociale: il 13%. In quell’occasione i “missini” già si presentarono con una nuova addizione al loro partito, messa a riposo la “Destra Nazionale” per far scendere in campo “Alleanza Nazionale”. Si decise di aprire una novella stagione per l’ambiente politico ed umano che dall’ 46 aveva trovato casa nel M.S.I., perciò si inaugurò una nuova “alleanza” con la destra extra-missina in cerca di dimora e soprattutto con la società civile pellegrina verso diversi orientamenti concepiti fin quel momento.

Sull’onda della storica vittoria la dirigenza missina decise il 27 gennaio del 1995 a Fiuggi di far entrare ciò che rimaneva del suo partito nel nuovo contenitore di “Alleanza Nazionale”. Ma il passaggio non fu certo indolore.

A.N. entrò nel “nuovo secolo” con una totale revisione e ripensamento di ciò che fu lo scorso, e da cui il partito “padre” aveva preso le mosse. Nel Pantheon culturale di questa nuova destra entrava Macchiavelli, Gioberti, Mazzini e persino Gramsci. Ciò per fare del nuovo partito non più il contenitore di un’ideologia, ma per essere il centro di tutta la cultura nazionale, e con lo stesso spirito di non nostalgia ma di affermazione, si asserii che “La destra politica non è figlia del Fascismo. I valori della destra preesistono al Fascismo, lo attraversano e a esso sono sopravvissuti”. Una premessa egregia, che si andò rovinando subito dopo: “….si riconosce il valore dell’antifascismo, come momento storicamente essenziale per il ritorno ai voli democratici che il Fascismo aveva conculcato”. Ma non solo, la destra che si andava a costruire a Fiuggi affermò di immettersi nel solco della “destra storica” con punte come “Salandra e Sonnino”, quel tipo di destra che un ormai amaramente sconfitto Pino Rauti, nel suo ultimo intervento da dirigente missino prima di abbandonare il congresso, ne disse: “Per quello che mi riguarda una destra che sarebbe stato meglio mettere in manette perché negli anni di quella destra l’Italia diventava terzo mondo”. I ripensamenti geopolitici: dall’antiamericanismo, appartenente in particolar modo all’ambiente giovanile del “Fronte della Gioventù”, alla vicinanza culturale e politica con l’Occidente; da un sodalizio, se mai ce ne fosse stato in casa M.S.I., con il mondo arabo e le lotta di indipendenza della Palestina, ad una “dichiarazione di amore” verso Israele. Ritornando al concetto dell’ “ideologie”, A.N. condannò con forza tutte quelle partorite dal novecento, ma si spinse più in là (se non de facto, inconsciamente), e asserendo di non essere più un partito ideologico, stigmatizzò proprio il termine “ideologia” in se, e ammise di preferire essere “un partito moderno, fondato su un programma e non su un’ideologia”. Addio alla storica posizione almirantiana dell’ “alternativa al sistema” per divenire l’agone di destra del nuovo sistema che stava sorgendo, il tormentone dell’epoca diventa il motto coniato da Tatarella: “Destra di governo”.

Oltre le sterili posizioni duropuriste tout court, oltre i facili anatemi di tradimento, Alleanza Nazionale aveva un “brodo primordiale” buono. La premessa di voler essere il coacervo di tutta la cultura italiana, dell’essere italiano, dell’Italia!, mettendo Evola e Gramsci nello stesso riferimento ideale di citazioni, voler guardare alla vita che si vive e non soffrire di un cronico torcicollo che costringe al volgersi al passato. Essere strumento di cambiamento del presente per esserlo di progettazione del futuro. Tagliare i ponti con la vuota nostalgia per vivere l’idea nell’oggi, non nel senso di mera modernità, ma per saper vivere nel proprio tempo. Non sentirsi imbrigliati ad un’epoca temporale di soli 20 anni e di quell’ideologia che di quel momento storico n’è figlia, ma prendersi come “storia” tutta la storia nazionale, fino agli antichi fasti di Roma. Ed in questo senso giusta era l’asserzione suddetta “La destra politica non è figlia del Fascismo. I valori della destra preesistono al Fascismo, lo attraversano e a esso sono sopravvissuti”. Se s’intende con “destra” un mondo di idee come la definì il sempre caro Adriano Romualdi: “Esser di Destra significa”…..”concepire lo Stato come una totalità organica dove i valori politici predominano sulle strutture economiche e dove il detto «a ciascuno il suo» non significa uguaglianza, ma equa disuguaglianza qualitativa. Infine, esser di Destra significa accettare come propria quella spiritualità aristocratica, religiosa e guerriera che ha improntato di sé la civiltà europea, e — in nome di questa spiritualità e dei suoi valori — accettare la lotta contro la decadenza dell’Europa.” Ovvero sintesi tra Tradizione e identità, allora ciò era giusto. Il mondo ideale a cui si rifaceva anche il Fascismo, non è nato con esso, ad esso preesisteva, si può dire che con esso, nell’epoca della modernità, quel mondo abbia avuto la sua più acuta rappresentazione. Ma il Fascismo, dal punto di vista ideale (al meno per la maggior parte) non di forme, non si inventa nulla di nuovo. L’organicità, l’elitarismo, il senso comunitario, Roma!, esistevano prima ancora di esso.

Ma nel consolidamento del progetto “A.N.” non vi era di certo ne Romualdi, ne Roma, ma la “destra storica” e Sonnino.

Le premesse dunque buone, lo svolgimento e le fattualità pessime e germe di implosione. Perché come si può affermare di mettere a riposo tutto il novecento per poi “togliersi il cappello” difronte ad un prodotto di quel secolo come l’antifascismo? Come si può elargire che si vuole essere interpreti di tutta la storia nazionale e di riconoscere che i valori della destra preesistono al Fascismo, per poi fermarsi alla destra storica, quasi al 1861, invece di guardare ad un passato ben più ancestrale e ben più glorioso? Per essere interpreti della storia in senso nazionale, qualcuno potrebbe sostenere, che bisogna riconoscere anche l’antifascismo. Essere gli alfiere dell’intero vissuto storico italiano, non vuol dire certo “sbracarsi” e a Fiuggi in molti, in troppi, si sono “calati le brache”. Vuol dire carpire e innalzare i momenti più floridi, le menti più fini, la migliore forma delle qualità popolari italiane. Ricordare e riconoscere tappe sanguinose e di guerra civile come lo è stato l’antifascismo, nel bene e nel male, non si può definire come necessario ed utile ad un fine così grande. E questo insieme al ripartire dalla “destra storica”, fa tutt’altro che una nuova forma, forse una nuova forma del vecchio, ma pur sempre vecchio rimane, anche se gli dai un tono più accattivante.

Licenziare con così faciloneria l’ “ideologia” come forma su cui costruire un partito è aberrante e pericoloso per il partito che lo compie. Vuol dire il porre la mutevolezza del contingente prima delle idee, di cui l’ideologia ne è la base ed il coacervo. Vuol dire essere in continuo cambiamento, a seconda dei momenti, di “come tira il vento”, “essere buoni per ogni stagione”. Vuol dire vedere il presente come unica forma su cui basare la propria strategia e coscienza politica, mettendo da parte l’eternità del proprio carattere di fondo dato dalle idee. In ciò si compie anche dell’ipocrisia, perché non avere più un’ideologia, una visone del mondo, una weltanschauung, altro non si traduce che nell’accettare quella esistente nel presente. Si, nel breve può funzionare. Ed ha funzionato: Alleanza Nazionale è arrivata ad avere fino al 16% e per poco non superò la sua alleata Forza Italia. Ma nel lungo periodo crea disastri irreparabili.

Vuol dire perdere di vista la lungimiranza, e prima di questo se stessi!

Di fatto che ne è rimasto oggi di A.N.? Che cosa ne è rimasto dei suoi famigerati “programmi”, del suo voler rappresentare la società nella sua totalità, del suo essere forza riformatrice e costruttiva, del suo calcare il presente? Nulla! Paradossalmente è divenuta la cosa che da Fiuggi in poi non voleva mai più essere: storia! E sinceramente neanche tanto sentita, ne tanto ricordata.

Le elezioni e i voti divennero l’unico motivo di esistenza per l’aggregato aennino. Tanto che per questo binomio sono stati commessi i volta faccia e le incoerenze più grandi, contro i programmi che si voleva portare a compimento e contro la base militantistica che nonostante tutto aveva sempre seguito il partito guida.

I “destri”, volevano essere lo spirito del cambiamento, ma alla fine sono talmente cambianti loro che il cambiamento in se è divenuta la maledizione più grande. Non avendo più “freni” alla fine sono andati a mescolarsi con il vecchio alleato “Forza Italia”, per divenire “Popolo della Libertà”. Ma come diceva Andreotti “il potere logora chi non ce l’ha”, lo stesso loro struggendosi per un sempre maggiore “potere” alla fine hanno fatto esplodere il P.d.L. e gli ultimi transfughi di quella storia di destra oggi sono i “residuali” sul proscenio.

Per non parlare della “cultura”: Alleanza Nazionale in venti anni di esistenza non ha lasciato nulla di culturale. Non ha formato quadri dirigenti che sapessero un qualcosa di principi da importare nelle istituzioni, ha formato solo amministratori, “calcolatrici viventi”, buoni solo per fare i ragionieri. Per quanto fosse “marginale” l’M.S.I. intorno a lui vi era un “vivace” e zelante mondo di cultura, fatto di testi, giornali, dibattiti di altissimo spessore, tanto che il loro eco si riverbera anche oggi per tutti coloro che nella “destra generalmente intesa” non vogliono morire senza cultura. A.N. invece di tutto ciò non ha lasciato nulla. Il Movimento Sociale Italiano, nonostante tutto, degli uomini li ha formati, Alleanza Nazionale ha formato solo dei “portaborse”.

A.N. è morta per la sua cupidigia, per la sua boriosità incarnata da uomini che avevano l’ardire di essere “colonnelli”. E’ morta perché ha posto il puro elemento elettorale, le percentuali, prima di qualsiasi freno morale, etico ed ideale. Le “colonne d’Ercole”, che un tempo Giorgio Almirante ammoni se stesso e tutto il partito di non voler mai superare, non solo vennero oltrepassate dai figli del “padre”, ma credendo di poter navigare sicuri per mari liberi senza più il peso di “vecchie” forme e canoni di partito, caddero in un abisso profondo, dove l’oscurità prima li omologò al “nero” spettrale di un ambiente politico e sociale senza più grandi idee e motivazioni irreducibili, e poi li fece sparire dalla scena della vita politica come un “nulla di fatto”. Morì per una totale mancanza del senso politico nel suo profondo, un senso che se ci fosse stato e che se fosse stato usato bene, avrebbe probabilmente fermato anche l’ascesa di Silvio Berlusconi per consegnare la rappresentanza della destra, anche quella che non aveva mai votato M.S.I., e della società civile attratta dalle nuove prospettive, tutta ad Alleanza Nazionale.

E a due decenni di distanza, dove da quel lontano 27 gennaio 1995 a Fiuggi si creò A.N., è risibile che oggi vi siano dei taluni che rimettono in campo lo spirito aennino per riunire la “destra sparsa”. Tenendo conto che è stato proprio grazie a quello “spirito” e a quei “taluni” che oggi la destra italiana è divisa in mille rivoli.

No signori! Bisogna ripartire dal basso. Oggi il mondo è cambiato, le vecchie distinzioni, gli antichi discrimini non sono più quelli di un tempo. E fa specie sentire dire proprio da chi a Fiuggi accusò di passatismo i nostalgici refrattari al cambiamento, che in un mondo in pieno sommovimento come quello odierno, vadano a riproporre un progetto concluso, esaurito e fallito! Come Alleanza Nazionale.

Chi oggi sostiene la rinascita di una “Nuova A.N.” è un anacronista! Significa che non sa vivere il tempo che lo circonda. Significa che non comprende che tutta la politica che il partito aennino ha rappresentato – le alleanze, il bipolarismo, la politica fatta nelle stanze dei botti che oggi non contano più nulla concretamente – è finita.

E allora come ripartire?

Questa nuova epoca che si sta prospettando sta già ponendo nuove posizioni ed identificazioni. Da una parte ci sono i liberal e da l’altra i comunitari, per dirla come “Veneziani”. Da una parte i mondialisti e dall’altra gli identitari. Ed è qui il nuovo discrimine.

Chi nel passato si è definito, anche con una certa ristrettezza, “di destra”, deve oggi capire che con l’imporsi sempre più incessante di forze che ledono e livellano qualsiasi carattere distintivo delle nazioni, dei popoli: insomma di forze anti-identitarie. L’identità può e deve diventare “l’idea forza”, la nuova ideologia, tramite cui esso si può riproporre. Partendo dall’identità “del campanile”, per arrivare all’identità della “Grande Europa”. Senza disdegnare alcune “riletture federalistiche”. Riaffermando tutto il grande bagaglio di cultura, di storia, la “Tradizione” italiana, che parte da Roma e attraversa anche il Fascismo, ma che ad esso non è subordinata. Questo sarebbe dovuto essere anche il compito di A.N., di cui non se ne dimostrò degna.

Vent’anni dopo è dunque l’ora di ripartire. Facciamolo dal basso, da noi stessi, dall’identità!

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