La Stoà: fermezza, distacco e apoteosi

Sono passati più di 2300 anni da quando Zenone insegnava nel portico dipinto di Atene a dominare sé stessi e le passioni per ottenere integrità e realizzazione individuale. Da allora sono successe molte cose che hanno in vario modo ripreso l’antica saggezza ellenica, ora in un verso, ora nell’altro, dimostrando come pure nel campo dell’intelletto si verifichi un riflesso dell’eterno ritorno. Nei due secoli passati l’occidente è andato in armi in Oriente e ne ha portato indietro oppio, seta e saggezza. Attraverso questa via sono giunti fino a noi da fonti differenti quegli stessi concetti che nel mondo antico espressero l’idea di libertà assoluta.
Della dottrina stoica è difficile dire qualcosa di nuovo perché non subì mai la censura cristiana. Fece parte di quel corpus culturale che la chiesa dell’Impero ritenne di fare proprio e perciò sopravvisse ai secoli. Dell’accostamento tra stoicismo e cristianesimo si è detto fin troppo e spesso senza vere motivazioni. Se è vero che l’uno e l’altro possono convivere, è vero anche che non è necessario, e questo dovrebbe bastare. Quello che è importante recuperare allora non è tanto l’insegnamento filosofico ma l’atteggiamento personale, che supera per portata istituzioni contingenti e soggette – come ogni opera più o meno meritevole dell’uomo – a sfaldarsi nell’oblio e scomparire per sempre nelle possibilità realizzate della storia fisica, al crepuscolo del suo ciclo.
Come dottrina del distacco, l’essenza dello stoicismo riprende i grandi paradigmi tradizionali della volontà pura, dell’azione incondizionata. Se recenti scuole sociali e psicologiche insistono sul fatto che nulla avviene di davvero incondizionato è perché si trovano nella comprensibile situazione di difendere il loro lavoro. È evidente che permangono in ogni caso spinte troppo nascoste e troppo oblique perché un uomo vivente possa liberarsene – almeno quelli di noi che non sono santi né Dei, per tener conto degli insegnamenti di Eraclito.
Lo stesso ricercare una purezza, nel senso di liberazione, è sotto un certo modo di vedere le cose una forma di condizionamento. Poiché è stabilito con il rasoio di Ockham questo punto possiamo procedere senza troppi problemi verso ciò che è pragmaticamente interessante, cioè la riduzione progressiva del condizionamento. Trattandosi in primo luogo di una realizzazione personale, del percorso figurativo che sotto il simbolo del cappello frigio porta dalla condizione di schiavitù a quella di dominatore, si stabilisce che per primo questo dominio deve realizzarsi su sé stessi come condizione necessaria a un dominio sugli altri.
È così che nel discorso sul dominio personale e quello sociale acquista grande valore esemplificativo la figura dell’imperatore romano Marco Aurelio. Storicamente la figura del dominatore di sé e quella dell’imperatore non sono collegate: ma proprio per questo carattere di eccezionalità questa unione fornisce un punto saldo nella costruzione di una metafisica organica del potere, che proceda per irraggiamento dall’alto verso il basso. La condizione storica determina le contingenze, mentre la condizione metafisica esplora l’essenza.
La metafisica presenta affinità con il punto seguente, che tratta del ruolo del dominatore nel mondo. Si effettua quindi un passaggio da un piano superiore, che è quello individuale, a uno inferiore, che è quello sociale ovvero metastorico. La visione della storia come la reificazione di differenti possibilità che rientrano nel più vasto e complessivo Kosmos, Ordine, permette di indentificare quella che verso l’esterno è la massima attribuzione di colui che detiene il dominio (si noti di sfuggita che dominio o potere in latino sono per l’appunto Imperium). Questa attribuzione è quella di Reggente, Re, Rex, colui cioè che incarna la caratteristica centrale. Di questa funzione ci hanno parlato filosofi e studiosi della tradizione anche in relazione al culto imperiale del Sol Invictus e quindi alla figura di Giuliano.
È utile però dire che la funzione di centro può essere ricoperta appunto solo a condizione di possedere la fermezza – la capacità di rimanere immobili, su un piano che naturalmente non è quello fisico se non per qualche prova estetica di scarso valore. È così che le due virtù, vale a dire il distacco e la fermezza, si coniugano veramente nel dominio su ogni livello: quello individuale e quello sacro, da cui poi discende il piano sociale/materiale.
C’è da evidenziare qui che non si può stabilire un rapporto di causa-effetto meccanico sul piano fisico. Questa sua reificazione, la condizione di sovrano temporale, è comunque condizionata da un atto volontario e materiale: atto non sufficiente in sé per conferire la dignità suprema, ma necessario, perché una consacrazione effettiva possa essere riconosciuta dalla vittoria anche fisica. Proprio nel suo carattere di possibilità infatti si riconosce la legge universale garante dell’Ordine, ovvero che questo si verifichi sempre in condizione di imperfezione e in conformità con le meccaniche del divenire, risultando nella perfezione unitaria solo da una prospettiva esterna, fuori dal Tempo e dallo Spazio (come diceva il Guenòn, l’Ordine è in fondo la somma di disordini contrapposti). È d’altra parte segno di una capacità d’azione reale quella che porta all’imposizione, interpretabile come una prova della libertà e della potenza effettivamente acquisite.
Per concludere si parlerà brevemente di ciò che riguarda i Dominatori e gli Dèi, rifacendoci ad altre tradizioni, quella faraonica e quella persiana. Sarebbe facile citare anche le terre dell’America, del Giappone, della Cina e dell’India, ma sono esempi che chi è interessato può ritrovare facilmente e che adesso appesantirebbero inutilmente l’esposizione.
Il massimo titolo dell’impero persiano fu quello di Shaninsha, Re dei Re, le cui virtù iconografiche erano quelle dell’autocontrollo, della giustizia e dell’eroismo. Parimenti i faraoni vennero annoverati fra i figli del Dio del Sole Immobile, o primordiale, esternando caratteristiche equivalenti. Lo stesso Shaninsha era considerato in Egitto un faraone, nell’epoca in cui il suo dominio si estendeva fin lì. Ciò che li accomuna è anche la caratteristica di divinità, caratteristica che si ritrova in ogni vero impero della storia per il suo vertice, compreso quello romano. Perfino la tradizione bizantina salvò qualcosa di questa visione facendo santi i suoi imperatori.
Esistono molti modi per considerare la questione, alcuni dei quali sono effettivamente validi. Qui però ci interessa vedere solo uno di questi aspetti, ovvero la natura divina degli imperatori. Ci interessa affermare che non era superstizione o semplice propaganda perché questi erano, per pura evidenza degli attributi descritti, e ben oltre la separazione cristiana tra il sacro e il sensibile, Dei.

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