Filorussi si, ma sovrani in un mondo multipolare.

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di Daniele Bernava
La caduta del Muro nel 1989 ha stravolto gli equilibri che per oltre 40 anni hanno inquadrato ideologie e schieramenti di nazioni, divisi tendenzialmente tra Primo Mondo (USA-Canada-Europa Occidentale-Giappone, Israele, Australia, Nuova Zelanda), Secondo Mondo (URSS, Europa-Orientale e altri Paesi ad economia pianificata socialista) e Terzo Mondo (Paesi non allineati socialisti/capitalisti o in sottosviluppo).
La logica dei blocchi rispondeva alle esigenze di alleanze necessarie per reggere alle sfide di un mondo, seppur egemonizzato da due “superpotenze” (USA-URSS), che presentava il bisogno di aggregare nazioni e governi con visioni affini, per aumentare la loro sfera di influenza e per non finire fagocitati dall’avversario geopolitico. Non a caso entrambe la superpotenze facevano a gara per accaparrarsi accordi e alleanze in giro per il mondo, per il semplice motivo che da soli (in un mondo che tende a eliminare distanze ed a globalizzarsi) non si va da nessuna parte, neanche quando si ha a disposizione una forza smisurata. Il modello dei blocchi espressi nella Guerra Fredda era un modello che limitava (in alcuni casi azzerava) la sovranità delle nazioni incluse , tranne che per le nazioni guida (USA-Primo Mondo, URSS-Secondo Mondo, il Terzo Mondo presentava peculiarità che andrebbero approfondite a parte).
Il mondo odierno stimola la massima interdipendenza tra i Paesi che lo compongono, sia per motivi economici sia per motivi politici, ma non può essere tralasciato il lato culturale-religioso, d’altronde anche in precedenza alla Guerra Fredda non mancarono blocchi ed alleanze, la storia è piena di esempi.
Gli USA sono gli unici a mantenere il rango di superpotenza (conservando la sua egemonia sui Paesi satelliti occidentali) , promotrice dell’unipolarismo in ottica mondialista, ciò ha instillato il bisogno negli stati  non allineati il bisogno di coalizzarsi e fare quadrato, consci di non poter farcela da soli a resistere al rullo compressore anglo-americano. Se colossi come Russia, Cina ed India, forti di popolazioni numerose e territori immensi, hanno deciso di allearsi e di cooperare fattivamente, un motivo ci sarà.
Per quanto concerne l’Europa risulta evidente che sia la Russia il nucleo principale della resistenza, perché è bene capire che il mondo si è diviso in mondialisti e antimondialisti, tra chi vuole dissolvere le nazioni e chi invece vuole mantenere una propria sovranità nazionale, il resto sono solo sfumature ideologiche che lasciano il tempo che trovano sullo scacchiere mondiale attuale.
Le differenze naturali tra popoli e culture non possono ostacolare la vitale e necessaria alleanza per vincere la guerra decisiva in cui siamo stati condotti, perché è una vera propria guerra dichiarata dai poteri forti a popoli e nazioni, se questi ultimi si trincereranno in sterili nazionalismi isolazionisti non riusciranno mai a resistere. L’alleanza non deve essere solo militare, ma anche economica e culturale (dove ci sono i presupposti), economica perché i potentati mondialisti, detenendo le redini dell’economia mondiale o quasi, sono in grado di affamare e di far fallire a piacimento gli stati o di ricattarli (vedasi Grecia), culturale perché il mondialismo agisce anche su quel piano, imponendo un modello unico e sovversivo verso la famiglia naturale e tradizionale  (uomo, donna e prole), che è il nucleo fondante di ogni Paese, oltre ad essere trincea difensiva del singolo rispetto ad una società atomizzata che sta distruggendo tutti i corpi intermedi.
La reazione russa (il cui perno sono la Patria e la Tradizione) a questo disegno, impersonificata da Putin e dai suoi consiglieri, ha dato speranza a coloro che in Occidente intendono difendere la nazione e la famiglia (i bersagli della guerra in atto) e non è per nulla una riproposizione opposta agli USA (mondialismo), non risulta che si vogliano sostituire le basi americane in Italia ( un centinaio tra operative e non) con quelle russe, passare dalla padella alla brace non comporta cambiamento di risultato, ovvero la minaccia alla sovranità nazionale.
E’ bene ricordare che, nonostante la propaganda, la Russia putiniana non minaccia la sovranità altrui. L’Ucraina, nota dolente attuale, ha avuto piena autonomia dal 1991, persino sotto Yanucovich. Egli è stato erroneamente definito come succube di Mosca visto che “ha cercato sempre di tenere il piede in due scarpe, professando la vocazione europea del Paese senza cedere, però, sull’eroina della rivoluzione arancione e resistendo alle avances di Vladimir Putin” (1). Yanucovich successivamente, percependo la portata e la minaccia costituita dai dettami del FMI, si rivolse a Mosca per ottenere sostegno finanziario, ma solo perché costretto e non di certo perché imposto da Putin. Sappiamo bene poi cosa successe.
Il disordine odierno è frutto del colpo di stato di natura russofoba (giustamente contestato dalla Russia) che minaccia l’esistenza stessa dei russi in Ucraina (il 2 Maggio 2014 ad Odessa se ne è avuto un assaggio), costretti alla legittima difesa. Prima di esso non ci furono mai ribellioni né richieste separatiste nel Donbass, nonostante il Paese non fosse propriamente “filorusso”.
Non è nell’interesse di Mosca avere vassalli (sempre a rischio ribellione, basti pensare alle rivolte in Est Europa che costrinsero l’URSS a reprimerle nel sangue), si vuole avere interlocutori non ostili che non danneggino i propri interessi vitali (sacrosanto diritto), oltretutto non avrebbe neanche i mezzi per operare in tal senso, non essendo a capo di alleanze militari comparabili alla NATO. La Russia attuale non ha l’impostazione a vocazione egemonica che caratterizzava l’URSS, non essendo spinta da un’ideologia virulenta che faceva di essa la propria base. La proposta russa è quella multipolare, che per definizione prevede diversi poli di potere, con a capo gli stati sovrani.
Il trauma e l’impostazione della Guerra Fredda devono essere superati, “terze posizioni” ad oggi non hanno motivo di esistere, non si tratta più di rifiutare l’egemonia ideologica-politica-economica americana o russa, ma di opporsi al disegno descritto poc’anzi.
I carri russi sparsi per l’Europa non li vuole nessuno, ma prendere esempio da chi si sta mostrando vincente nel combattere la dissoluzione è essere realisti, lungimiranti e intelligenti, ciò vuol dire cooperare attivamente per unire le forze per i rispettivi interessi. Il “non abbiamo bisogno” è sinonimo di ottusità.
Un concetto che dovrebbe essere percepito da alcune aree politiche, a cominciare da certi nazionalisti, che non comprendono l’importanza e l’essenza della ricerca dell’amicizia con la Russia, figli  e “nostalgici” di un’autarchia ideologica che poggia su una retorica improponibile di fronte a cotanto potentissimo nemico.

Riferimenti:

1) Ucraina, la conferma di Yanucovich

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