La Russia sul Mediterraneo: appunti sulla base navale russa sulle coste Siriane

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di Lorenzo Centini

Riflessioni strategiche sull’apertura di una base navale russa in Siria.

(La notizia di un apertura di una base navale russa in Siria è di Hispan Tv – http://www.hispantv.com/newsdetail/Siria/53881/Rusia-construira-una-nueva-base-militar-en-Siria – la fonte è il governo siriano di Damasco)

Che la Russia aiutasse la Siria anche per coronare l’austero e mitico sogno degli Zar di arrivare ai mari caldi (Stalin ce la fece per pochi mesi vedendo sorgere il governo di Tito a Belgrado, prima della pernacchia intrasocialista del Maresciallo) non è una novità.
Addirittura alcuni analisti, con una buona dose di disinvoltura ideologica, nei primi mesi di guerra civile preconizzava uno stato confessionale alauita, “Assadistan”, situato sulle coste mediterranee della Siria (Tartous-Baniyas-Tartous). Uno staterello di chiara matrice: un protettorato russo-iraniano.
Ovviamente solo un intuizione giocosa, ma rivelatrice sulla dimensione “paternalistica” di Mosca su Damasco.

L’apertura di una base navale russa di una certa importanza nel Mediterraneo (dopo il “golpe geografico” della Crimea che ha restituito a Mosca il Mar Nero) apre tre questioni:

1) Una questione turca. La Turchia finora non si è molto preoccupata dell’ascesa militare russa, e a dispetto della posizione assunta sull’affare Crimea (supporto alla minoranza Tatara in funzione antirussa) la Turchia continua a sentirsi al riparo da rappresaglie moscovite. La cosa cambierebbe se la Turchia si sentisse minacciata dalla marina Russa, la qual cosa la spingerebbe o al salto di qualità militare (sganciamento della marina dai comandi NATO) oppure ad un potenziamento della marina turca all’interno delle logiche americane. In entrambi i casi la Turchia tornerebbe a tuonare nel Meditteraneo molto più di adesso, con danno e preoccupazione della Grecia (con la quale la tensione salirà per la questione di migranti), dell’Egitto (col quale l’alleanza è fragile) e di Israele (che nonostante le convergenze sulla quaestio siriana rimane un partner problematico per Ankara)

2) Una questione Israeliana. Anche se la marina israeliana è minoritaria, la sua funzione (riparare lo spazio marino davanti Gaza dalle ingerenze dei paesi arabi, come dimostrano i casi della Freedom Flottilla, difesa da Erdogan) è strettamente connessa con la posizione russa. Se infatti la Russia continuerà nella sua equidistanza, sulla questione palestinese, Israele sarà costretta a tenere di conto la possibilità di un intervento russo in un domani di guerra contro Gaza (o altro paese arabo), magari con un blocco navale improvvisato. Probabile che Israele si periti nel chiedere un chiarimento strategico a Mosca, puntando sui canali sionisti in Russia, Liebermann e qualche decano di Russia Unita. In cambio Mosca potrebbe chiedere di smettere l’attacco alla Siria da parte di Tel Aviv: assicurazioni sulla base navale in cambio del ritiro di Israele dalla Siria in guerra.

3)  Una questione Americana.Ovviamente la realizzazione del peggior incubo degli anni ’60 americani, l’approdo di Mosca sui mari mediterranei, non lascia indifferenti i vertici del Pentagono. Una base navale russa non solo velocizza i processi di polarizzazione filorussa di certi establishment militari (come Egitto o Libano) ma rende molto più difficoltoso per gli Stati Uniti, un domani, procedere alla destabilizzazione di paesi come Algeria o Marocco. Per affrontare la nuova minaccia gli Stati Uniti, probabilmente:

  •  Rafforzeranno il legame militare con Israele, che tuttavia sta vivendo momenti altalenanti. Tuttavia, essendo causa comune “sionizzare” il Mediterraneo (evitare cioè che potenze non integralmente sioniste, come appunto la Russia, abbiano profondità militare in questo quadrante) è possibile che la cricca militare israeliana sfrutti questo bisogno (delegare nuovamente ad Israele la difesa degli interessi americani, esattamente il contrario della normale amministrazione) per pungolare il Congresso sui dialoghi con gli iraniani.
  •  Rafforzeranno il legame con la Turchia. Per l’eterogenesi dei fini, la gestione del ritorno russo sul Mediterraneo dai tempi dell’URSS potrebbe costituire il test finale per capire se Ankara può essere il gendarme che gli Stati Uniti cercano da una decade. Se la Turchia dovesse accollarsi con successo questo peso, Erdogan potrebbe chiedere in cambio una maggiore libertà di manovra con i Curdi e con l’instabilità mediorientale.
  •   Rafforzeranno il legame con l’Unione Europea. Il peggiore scenario per gli States è un’ Europa che dialoga con la Russia, e invece di prestare la propria manovalanza navale comincia a pensare che la Rusia in Siria sia un fattore di stabilità. Per fare questo gli Stati Uniti probabilmente lanceranno una nuova collaborazione con l’UE sulle questioni militari (forse una nuova esercitazione NATO) e premeranno per un coinvolgimento più stretto di paesi come Francia e Inghilterra nella guerra per procura contro la Russia in Ucraina, al fine di scongiurare qualsiasi pacificazione.

Vi è poi una piccola postilla strategica: l’apertura di una base russa nel Mediterraneo porterà anche una collaborazione mediterranea con la Cina e l’Iran? Questo rimescolerebbe le carte in un mare che da molto tempo era ormai un lago americano.

Ovviamente queste riflessioni subiranno la revisione della realtà, soprattutto nella misura in cui la base sarà operativa, in che tempi, con che profondità (base di rifornimento o base “totale”?) e con che limitazioni da parte del governo di Damasco. Rimane il fatto che una Mosca sul Mediterraneo costringe l’algidità di certi governi a venir meno.
syrian_naval_base_at_tartus-hr
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