Giulia Innocenzi, l’Iran non ha bisogno delle tue lezioni

innocenzi

di Alessandro Catto  Criticatto Blog

Nemmeno il tempo di terminare una vacanza in Iran che la santorina Giulia Innocenzi delizia la platea di Facebook con lamentele inerenti molestie, sessuali e non, subite da lei e da una sua compagna di viaggio in terra persiana. Un reportage contenente foto e racconti al cardiopalma su di una esperienza negativa, in una terra in cui, secondo la campionessa di simpatia di La 7, vige un regime spietato, in cui il Ruolo della Donna (maiuscole inastate d’obbligo, sia mai) viene continuamente svilito e calpestato da una società maschilista, retrograda e non al passo con l’Occidente Democratico, quello dei selfie, dei profili arcobalenati e delle Leopolde.

Viene così spontaneo chiedersi quale sia l’ideale di civiltà che farebbe da contraltare a cotanta barbarie, quale sia l’Eden terreno che la povera piccola Innocenzi ha in mente, in cosa consista il suo piccolo angolo di paradiso per la donna o per la società tutta, a fronte di un Iran tanto becero e retrogrado. Qualcosa ci viene in mente, in particolare viene spontaneo pensare a quella tremenda serata in cui la nostra ebbe l’ardire di ospitare nel suo studio una delegazione di femen, nel novembre dell’anno scorso. Le stesse femen che, in occasioni diverse e un pochino meno spensierate, manifestarono con canti di gioia e giubilo davanti alla sede del sindacato di Odessa, in cui morirono trentotto persone tra arsi vivi, soffocati dal fumo e linciati dalla folla filo-occidentale che, in quelle stesse settimane, supportava l’azione del governo auto-proclamato di Kiev, lo stesso responsabile di numerosi episodi di violenza ingiustificata nelle regioni filo-russe dell’Ucraina. Ci viene in mente pure la solita solfa dei diritti umani a cadenza variabile, sbandierati verso quei regimi e quegli stati rei di non piegarsi ai diktat della politica estera occidentale, così come succede puntualmente con la questione degli omosessuali in Russia, o come succedeva per la richiesta di Democrazia durante le primavere arabe, una richiesta talmente forte che, naufragata la possibilità di vederne sbocciare una qualche forma nei territori d’origine, oggi migliaia di disperati africani e mediorientali si trovano nella condizione di venire ad elemosinarla qui, beccando sempre la Innocenzi (o il Pif) di turno a sciorinare sermoni pietisti, ma mai a farsi un esame di coscienza per capire se i canoni occidentali, o quel che resta dell’identità europea, siano validi e siano soprattutto esportabili altrove. In Iran, piuttosto che in Siria, in Libia, in Egitto e pure in Tunisia, mete tanto care al turismo sorridente di chi, in maniera pure arrogante, pretende di esportare la propria idea di progresso e civiltà in ogni parte del globo in cui mette piede. Mete care pure ai bombardamenti democratici dei Sarkozy, degli Obama, delle Clinton, che prima di far partire i caccia hanno sempre trovato un Bernard Henry Levy, un leopoldiano o un innocenzino di turno a confezionare puntuali reportage, filippiche o condanne più o meno preconfezionate della situazione lì vissuta, situazione però sempre e puntualmente migliore di quella che ci troviamo oggi, ad export di Libertà e Diritti avvenuto.

Sarebbe stato bello, e pure lodevole, se la nostra Giulia fosse tornata dall’Iran raccontando di come il regime sciita aiuti la Siria di Assad e i combattenti Hezbollah a lottare contro la barbarie dell’ISIS. Sarebbe stato bello sentire qualcosa sugli effetti dell’accordo sul nucleare, o sulle immense bellezze artistiche del paese asiatico, invece ci troviamo per le mani il solito, mediocre piagnisteo sul sessismo e il maschilismo, in pieno stile boldriniano. Sarà per la prossima volta? Lecito dubitarne.

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