Anniversario di Sigonella. Bettino Craxi il garofano tricolore

craxi

(ASI) A 30 anni di distanza dai fatti di Sigonella che si scandirono nei giorni che vanno dal 7 al 12 del mese di ottobre, è doveroso ricordare l’opera, anche nelle sue parti meno conosciute, dell’uomo che disse “no” agli Stati Uniti d’America.

L’Italia di Bettino Craxi era l’Italia che sentiva l’impellente esigenza di guardare all’avvenire. Erano gli anni ’80 del secolo passato, gli anni della crescita economica, del consumismo sfrenato, del senso e della ricerca del “moderno” in qualsiasi campo.

“Crescere, crescere, costruire, costruire” erano i verbi che con il ritmo di rullo dei tamburi si ripetevano nelle strade del alacre “signora Italia”.

Come detto, “la modernità” era l’esigenza più manifesta e di essa se ne poteva ritrovare tracce in ogni aspetto della società, da i più disparati ai più agli antipodi. Moderna era la voglia di crescita economica, moderna era l’irrompere delle nuove attrattive sociali e dei nuovi standard di vita, moderna era la ricerca di una storia nuova, da scrivere, non più con la pesante presenza della “storia”, del passato che come l’ombra del dinosauro perdurava nel voler oscurare i germogli del futuro. Quindi il “nuovo”, volere il “nuovo”.

Nei tempi che sanno di nuovo, originale, inedito, è importante la presenza di “figure nuove”, che sappiano interpretare lo spirito dei tempi. Indipendentemente dai giudizi, dalle contrapposizioni politiche (più maniacali che ideologiche), se c’è stata una figura che ha saputo rappresentare nel campo politico ed istituzionale “l’Italia del nuovo” degli anni ’80, costui è stato Craxi.

Era il lontano agosto del 1983 il Pentapartito sostiene un socialista come Capo del governo; per la prima volta nella storia d’Italia il Partito Socialista Italiano ebbe la Presidenza del consiglio. A ottenere “l’investitura” di Primo Ministro fu un segretario di partito tra i più giovani in Italia. Veniva da Milano, la Milano che tante volte è stata la terra del fermento italiano, nella cultura, nell’arte, nella moda, nella politica e che presto sarebbe divenuta la famigerata “Milano da bere”. Si chiamava Benedetto Craxi, ma il suo nome di battaglia era “Bettino”.

All’alba della sua elezione a segretario del P.S.I., nemmeno il suo partito sembrava dargli molta fiducia. “E’ un segretario di transizione” si dirà di lui; una transizione tanto cercata nella casa socialista ormai in preda a crisi d’identità, divisa tra essere subalterna al P.C.I. e un appoggio della D.C. in funzione erosiva dei comunisti. Venne scelto da una trattativa di accordo fra le varie anime del Partito. Di queste “diverse anime” Craxi era la punta, dopo Pietro Nenni (finche non morì), dell’ “Autonomista” quelli che venivano considerati i “riformisti”. Ma fin da subito diede la prova di essere tutt’altro che un semplice “segretario di transizione” (temporaneo e buono per le crisi) e si fece promotore di un nuovo corso nella gestione del partito e nell’anima stessa del partito. Nominò suoi collaboratori personalità nuove e giovani tanto da dare inizio a quella che sarà chiamata la “rivoluzione dei quarantenni”. Smarcò il P.S.I. dalla tradizione marxista per rivendicare una propria identità e diversità nei confronti del concorrente Partito Comunista Italiano. Mise in soffitta Karl Marx e rispolverò il vecchio Pierre-Joseph Proudhon, all’origine del pensiero socialista, e contemporaneamente buttò la falce e il martello e scelse il garofano come simbolo di questo Partito Socialista rinnovato. Ma fece anche di più in questa revisione e repulisti. Ricercò, grazie anche ad una sua personale passione sull’argomento, i vecchi padri tutti italiani del socialismo. Ritrovando figure quali Mazzini, Garibaldi e il tanto dimenticato Carlo Pisacane, il socialista più nazionalista del Risorgimento, che descrivendo nella sua opera “Rivoluzione” lo stato futuro, spese molte pagine sull’importanza dell’efficienza militare per l’avvenire dell’Italia socialista. E Carlo de Cristoforis, Carlo Bianco conte di Saint Joriz e tanti altri tra quelli che vennero chiamati da Giano Accame, nel suo libro “Socialismo tricolore”, i “protosocialisti militari”. Un tentativo di ricollegamento tra “Patria” e “socialismo” che destò molto interesse anche nella destra di allora,  Giano Accame ne è un caso emblematico. E che fece parlare di un cambiamento cromatico del garofano, da rosso a tricolore.

In politica fu un decisionista, gestì il partito in modo autorevole e queste caratteristiche si ripercuoteranno anche nelle proposte e nei progetti di governo e riforma dell’Italia. Era un riformista ma con un significato nuovo, non più perenne moderato e conservatore attento a che nulla sfoci in deviazioni estremiste, ma riformista nel senso di efficienza. Desiderava l’efficienza per l’Italia proiettata verso il 2000. Ambì ad un maggiore potere per la presidenza del consiglio, che stesse al passo con i tempi e non più schiava dell’eterna pluralità dei poteri sorta contro i tentativi di autorità ed aggravata da un suo uso scempio da parte della partitocrazia. Si, era un uomo che proveniva dalla partitocrazia ma la voleva riformare, pensava al Presidenzialismo per guardare al vecchio sogno di un de Gaulle italiano.

Aprì una stagione nuova per l’Italia e voleva che il Partito Socialista fosse l’alfiere moderno di questa ventata di nuovo. Sentiva che era necessaria una profonda riconciliazione di tutto il tessuto nazionale nella storia e nella società. Farla finita con le infinite contrapposizioni ideologiche che finirono per sfociare in contrapposizione armata e in stragi. Guardare il passato con un occhio più sereno, concludere l’insensato odio e risentimento che voleva ad ogni costo smembrare la storia nazionale, contrapponendo una storia “buona” ad una “cattiva”. Odio che celava paura! Paura della riscoperta, della ricucitura di tutta la Nazione, perché se ne temevano gli esiti.

Storia, quella dell’Italia, che in molti casi collimava con la storia del socialismo italiano stesso. Socialisti erano i rappresentanti più fervidi e idealisti del Risorgimento. Socialista fu il capo del Fascismo. L’Italia “Stato” e il socialismo, hanno più in comune di quanto invece non ve ne sia.

Al primo insediamento del suo governo, Craxi dette prova di questa intenzione di andare oltre. Convocò il Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale ed il suo leader Giorgio Almirante, nel giro di consultazioni per la formazione del governo, rompendo e sancendo la fine della tradizione dell’”Arco Costituzionale”, che voleva i partiti rifacentisi idealmente all’esperienza del Ventennio fuori da qualsivoglia “rituale istituzionale”. Volle fortemente la “Mostra anni trenta” a Milano, vicenda questa che è stata una vera e propria analisi della cultura e della società di quei anni, aperta a tutti i cittadini. Nel 1984 firma il nuovo concordato con la Chiesa Cattolica. Rapporti quelli tra lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica, fino ad allora regolati solo dai Patti Lateranensi.

Già si sarà potuto capire che Bettino Craxi, nel sua esperienza politica e di governo, compie realmente un’opera che ha toni “rivoluzionari”, di totale rivolgimento. Come accennato sopra, smosse le vecchie istituzioni statali, accennò alla “Grande Riforma”, voleva il Presidenzialismo. E con questa forma di governo, rivoluzionò anche le tendenze socialiste fin lì esistite, che scorgevano nella “Repubblica presidenziale” solo un governo troppo autorevole con il rischio di divenire autoritario. Ma non solo, nella casa del P.S.I. si arrivò, sempre come detto sopra, alla riscoperta delle radici nazionali, tanto bistrattate nel nome di un vacuo internazionalismo. Ridiede importanza alla dimensione religiosa, lì in quel Partito che fu la culla, in epoche ancora precedenti, del più forte ateismo culturale e militante. Riscoperta del sentimento patrio, valori religiosi, efficienza delle istituzioni dello Stato, concetti che andarono a classificare l’azione di Craxi con il nome di “Socialismo tricolore”.

Ma il ritrovato “sentimento nazionale” nel Partito Socialista Italiano, merita un approfondimento ulteriore. Perché ciò creò un appassionato dibattito nella destra italiana di allora, e non poche furono le “convergenza”, per lo meno su piano culturale, che si registrarono tra essa e il mondo socialista. Il già citato Giano Accame, giovane aderente alla R.S.I., ex dirigente missino e giornalista di destra dalla penna rinomata, fu il primo ad accorgersi della linea che il P.S.I. aveva preso con Craxi. Il lavoro di Accame storiografico, culturale e politico, tese a far riscoprire le “radici nazionali” del socialismo italiano ai socialisti e a portare una ventata di aria nuova per svecchiare i vetusti e rigidi schemi della destra di allora. Gli fa eco l’opera che Beppe Niccolai, geniale dirigente missino nella rossa Toscana, compie da dentro l’M.S.I.. Uomo della sinistra missina, Niccolai nei congressi, nelle riviste di partito e vicine ad esso, parlò profusamente e in guisa indefessa dell’importanza dell’uscita del Movimento Sociale dal “ghetto” politico nel quale era stato confinato e che a forza di rimanervici rischiava ora lui di non intravedere le vie d’uscita che si stavano creando. La politica restante parlava di Presidenzialismo, di salvaguardia dell’interesse nazionale, battaglie tutte portate avanti da una pluridecennale azione del M.S.I. dai banchi dell’opposizione, perché non accettare l’invito di partecipazione che verso la destra viene teso, domandava l’esponente missino. Il politico toscano cercava di far comprendere che non bisogna avere paura della perdita d’identità, perché se si è forti dei propri credi, ciò non accadrà; l’M.S.I. è nato per l’Italia e deve mettere a disposizione le sue energie e le sue idee per il bene di essa, non rimanere mera testimonianza. Nello storico intervento che Beppe Niccolai ebbe a tenere nel congresso del Movimento Sociale Italiano del 1987, quello in cui verrà poi eletto Gianfranco Fini nuovo segretario, asserì concetti come: “Mettersi alla prova”, “Facciamoci del male, per discutere e capire dove si è diretti alle soglie del 2000”, “Il colloquio con gli altri”, “Capire come ridare senso oggi a quella “trasgressione nazionale del socialismo” che portò i sindacalisti rivoluzionari ad uscire dal P.S.I. nel 1914”. Per essere poi stato totalmente chiaro sulla proposta di dialogo con i socialisti affermando: << Nel congresso nazionale del PSI dell’aprile 1987 Craxi ha iniziato il suo intervento con queste parole: <<Sapeva bene Carlo Rosselli che l’errore più grande del PSI per quanto nato dai moti e dai fermenti risorgimentali, era stato proprio quello di non aver saputo fare i conti né con il Risorgimento, né con la Nazione. Invece di farsi popolo i socialisti si restrinsero sempre più nella classe, rinunciando al patrimonio risorgimentale in cui affondavano le proprie ragioni dimenticando le parole e gli insegnamenti degli Eroi che avrebbero dovuto essere loro>>. Se Craxi afferma che il più grande errore del socialismo fu quello di dimenticare la Nazione, di farsi classe e non popolo, dobbiamo fare finta di nulla?…>>. Di un’attenzione della destra verso il Socialismo tricolore del P.S.I., ne parlò anche Marcello Veneziani. E a conferma di questo reciproco scambio di “attenzioni” tra una certa parte della destra e il mondo socialista, arrivano anche le dichiarazioni, tenute nella commemorazione di Pino Rauti alla Camera dei Deputati il 20 novembre 2012, di un “vecchio” esponente del Partito Socialista negli anni ’80 come Giancarlo Lehner: <<Anche avendo una storia politica completamente opposta a quella di Rauti, sono qui a rendergli omaggio perché abbiamo avuto un momento di incontro allorquando all’interno del PSI nacque quell’idea affascinante e pur utopica che, visto che comunismo e fascismo erano ormai stati bocciati definitivamente dalla storia, forse c’era un modo di far rientrare dentro il PSI tutti coloro che via via ne erano usciti, per rifondare un grande partito socialista al livello dei grandi partiti socialisti europei.

Ebbene, in questo inseguire tale idea, anche in modo utopico ma entusiasmante, Rauti rispose in maniera positiva e io, attraverso Giano Accame, ho lavorato proprio per questa idea del grande rientro, in attesa che anche i comunisti italiani, ormai in crisi di identità, rientrassero anche loro.

E pensate – qui vorrei dare una notizia forse inedita, ma alle volte le estreme hanno una sensibilità superiore a coloro che sono al centro – che come Rauti a destra accettò, quanto meno il dialogo, verso questo percorso utopico, ma insisto entusiasmante, a sinistra vi fu un’altra persona che accettò il confronto e il dialogo verso quel percorso, e fu Armando Cossutta. Pensate, Armando Cossutta rispose a Craxi dicendogli di essere favorevole ad entrare in un grande partito socialista, occidentale, naturalmente, ovviamente creando una corrente di sinistra interna al partito. E così Rauti che, più o meno, rispose la stessa cosa…>>

“Riconciliazione dell’Italia scissa” come diceva Niccolai, il ritorno di tutte le eresie nella casa madre per la costituzione di un “Grande Partito Socialista Italiano”. Queste furono, in parte, le linee direttrici del nuovo percorso intrapreso da Craxi.

E ancora, l’interesse nazionale e la difesa della sovranità dell’Italia, che Craxi seppe difendere in questi stessi giorni di 30 anni fa. Continuatore, come Mattei, dell’amicizia con i Paesi arabi – anche e soprattutto per dare all’Italia un peso sempre maggiore nella geopolitica del Mediterraneo e nel contesto internazionale – si trovò ad assistere ad un fatto spiacevole messo in scena da un gruppo di palestinesi su una nave italiana. Il 7 ottobre del 1985, quattro miliziani palestinesi del Fronte per la Liberazione della Palestina, al largo di Port Said, in Egitto, presero sotto sequestro la nave da crociera Achille Lauro con più di 400 passeggeri a bordo. Il gruppo armato pretendeva la liberazione di 52 prigionieri palestinesi. Craxi prese subito i contatti con Yasser Arafat, capo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, il quale inviò due mediatori, tra cui è presente Abu Abbas, uno dei massimi rappresentati del F.L.P.. La situazione sembrava procedere per il meglio. Il giorno del 9 ottobre i sequestratori si consegnano alle autorità dell’Egitto; si ebbe la sensazione che la crisi stesse per finire, ma il peggio doveva ancora arrivare. Poco dopo si venne a sapere che durante i momenti del sequestro della nave, i ribelli palestinesi si erano macchiati dell’omicidio un cittadino americano paraplegico di religione ebraica, Leon Klinghoffer. Saputo il terribile fatto, gli U.S.A. inviarono dei loro aerei militari per imporre all’aereo egiziano – che, secondo quanto era stato comunemente stabilito, stava trasportando in Tunisia i miliziani e i due mediatori – l’atterraggio, nella notte che va tra il 10 e l’11 ottobre, nella base N.A.T.O. di Sigonella. Gli Stati Uniti pretendevano la consegna sia del gruppo armato che dei mediatori. Craxi disse no! Una volta atterrato l’aero nella base di Sigonella, i militari italiani della V.A.M. (Vigilanza Aeronautica Militare) circondarono il velivolo egiziano, e a loro volta furono circondati dagli uomini della Delta Force americana. Dopo l’arrogante pretesa di prendere in consegna i palestinesi, che ripeté il generale della Delta Force, il comandante della base si vide costretto a far girare gli uomini della V.A.M., armi in pugno, dall’aereo verso i soldati americani. Poco dopo, a dare manforte ai soldati italiani, giunsero diverse unità di carabinieri, e questi circondarono i militari americani. La situazione era caldissima, sarebbe bastato un nonnulla per far accadere chi sa quale disastro. L’allora Presidente degli U.S.A., Ronald Reagan, telefonò a Craxi affinché autorizzasse i soldati italiani a lasciar prendere in consegna i palestinesi dai militari americani. Ma Bettino Craxi rimase fermo sulle proprie ragioni e disse al Presidente americano che quegli uomini avevano dirottato una nave italiana in acque internazionali, ergo dovevano finire sotto il giudizio di un tribunale della giustizia italiana. Alla fine gli americani furono costretti a cedere. E gli uomini della Delta Force fecero rientro nei propri aerei per andarsene da Sigonella. I 4 miliziani sconteranno la pena in Italia e Abu Abbas, scoperto il suo coinvolgimento nella vicenda, sarà processato in contumacia e condannato come mandante di quell’azione.

Nei giorni successivi, il dibattito politico in Italia sui fatti di Sigonella sarà altrettanto caldo. Financo ad arrivare ad una possibile rottura di governo. Infatti su quei accadimenti si erano venute a formare le tendenze filo-americane e quelle filo-palestinesi. Craxi riuscì comunque a far rientrare la crisi di governo e a riavere la fiducia il 6 novembre. E per ritornare alla destra, in quell’occasione Beppe Niccolai fece approvare un ordine del giorno al comitato centrale del Movimento Sociale Italiano, nel quale si condannava l’atteggiamento americano e si dava sostegno a Bettino Craxi nel nome dello scatto di orgoglio nazionale. Salvo poi vedere, purtroppo, durante proprio i dibattiti in parlamento per la riconferma della fiducia al governo, diversi deputati dagli scranni del M.S.I., tra cui un furibondo Mirco Tremaglia, contestare le parole di sostegno alla causa palestinese che Craxi pronunciò.

Tutto questo non è una decantazione eccessiva della figura politica di Bettino Craxi. Figura che andrà poi a finire i suoi giorni terreni in esilio ad Hammamet, in Tunisia, dopo l’aggravarsi delle dinamiche di un’altra vicenda passata alla storia: Tangentopoli. Quest’ultima, a poco più di venti anni di distanza, avvolta in una trama oscura e dai contorni forse più politici e geopolitici che giudiziari.

Questo non vuole essere un feticismo su una figura, comunque, carismatica della così detta “Prima Repubblica”.

Ciò è semplicemente una presa di coscienza di un periodo della nostra Nazione. Un periodo, che nonostante tutte le giuste critiche che gli possono essere riservate, seppe comunque avere coscienza della sovranità della Patria, ricordandosene nel momento in cui essa rischiava di essere prevaricata. Sembra poco? Invece significa molto. In particolare modo se messo a confronto, con la sconfortante subalternità che subisce sul piano politico, internazionale e geopolitico, l’Italia di oggi.

Forse vuole esser anche un ricordo nostalgico per un tempo in cui la speranza sociale di crescita e miglioramento del proprio Stato era sentita e ricercata. Dove l’orgoglio per la propria Nazione non era meramente economico, ma squisitamente politico. Di far avanzare in “importanza” l’Italia non ricercando una semplice “benedizione” sui mercati, ma investendo per una sua maggiore forza politica sul proscenio internazionale. Nobile obbiettivo, allora perpetrato indipendentemente dallo schema ideologico.

Un ricordo ed anche un sentito ringraziamento da porgere alla figura di Bettino Craxi, che volle scommettere sull’Italia e ne fece rispettare l’inviolabilità del territorio difronte al temibile gigante U.S.A., che riuscì a tenere fermo il concetto di “alleati si, ma servi no!”. Non un pericoloso “fascista antiamericano”, m anzi un antifascista, figlio di antifascisti, che mantenne alto il rispetto per l’Italia, come non era mai accaduto dal 1945. Che in sostanza fece semplicemente quello che qualunque leader di una nazione dovrebbe fare, anche se oggigiorno non è più tanto scontato.

Allora, andando in quel di Hammamet sopra la tomba di Bettino, tra tanto rosso floreale, forse, si potrà scorgere idealmente un garofano tricolore, a monito del rispetto della Patria prima di tutto.

Federico Pulcinelli –  Agenzia Stampa Italia

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