IL FASCISMO E LA MAFIA

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di Maurizio Barozzi

«Inquadriamo la vicenda storica del Fascismo e della Mafia, in cui ci sono tante cose da precisare e correggere e tante leggende da sfatare.

La Storia non si legge, né tanto meno si scrive, con gli occhi dei fans o con quelli dei denigratori»

 

 

Su le vicende della Mafia e del Fascismo, si leggono spesso note e articoli di carattere pseudo storico, ove l’autore, a seconda della sua appartenenza ideologica, esalta ed enfatizza certi aspetti o ne denigra e misconosce altri.

Quindi si passa dal Fascismo che debella la Mafia estirpandola dalla Sicilia, al Fascismo che invece si fa complice della Mafia o la Mafia stessa che si nasconde dietro il fascismo.

Sono dei modi faziosi di scrivere la storia, piegando le vicende storiche ai propri ideali. Ma la verità storica, prescinde dalle preferenze ideali di chi la interpreta e va  invece descritta come esattamente si è svolta, nei limiti ovviamente della ricerca storica e delle sue  complicazioni interpretative.

Se da una parte ingenui neofascisti hanno enfatizzato al massimo l’opera di Mori in Sicilia, affermando tout court che il fascismo aveva debellato la Mafia e questo invece è vero solo entro certi limiti, gli antifascisti hanno fatto di peggio, disegnando addirittura un Fascismo complice della Mafia.

Si prendano, per esempio, certe vicende che si ebbero tra il fascismo e il mafioso Vito Genovese, citate spesso per dimostrare  inesistenti connivenze.

Ancora una volta è il contesto storico che ci  consente di leggere queste situazioni. Mussolini, nei primi anni ’30,  stroncate le attività mafiose in Sicilia e riportata l’Isola sotto la piena giurisdizione e autorità dello Stato, pur nei limiti che più avanti spiegheremo,  se ne poteva fregare di meno della Mafia americana, dei suoi traffici in un una immensa nazione dove, dalla politica alla finanza, alla economia, alle Power Èlites, tutto era svolto sotto un egida gangsterica di forma legale o illegale.

Si dà il caso, però, che a Mussolini premeva unicamente lo sviluppo delle industrie italiane e determinati commerci con gli Stati uniti dove vivevano molti italiani.

Egli sapeva benissimo che certi traffici economici, passavano anche dalle mani di mafiosi come Genovese, anzi non potevano prescindere da queste.

Era uno Stato, lo Stato italiano che faceva i suoi interessi. Accusare Mussolini di collusioni mafiose è da mentecatti, sarebbe come accusare Stalin di collusioni con Hitler, avendo egli concluso con Hitler un importante accordo, il famoso Ribentropp – Molotov con molte implicazioni internazionali (compreso l’invito nel 1940  ai partiti comunisti europei  di appoggiare la guerra tedesca, tanto che in Francia, per queste disposizioni, diversi comunisti subirono pene elevatissime per aver sabotato, di fatto a vantaggio della Germania, l’industria bellica francese).

Qualcuno che vuol scrivere storia, dovrebbe capire che ci sono anche le esigenze nazionali e la ragion di Stato, quando parliamo di Nazioni e di popoli.

Che la Mafia e lo stesso Genovese, quantunque in Italia si spacciava per sostenitore de fascismo, restassero fondamentalmente dei nemici del fascismo e dei manutengoli della plutocrazia americana è dimostrato dal fatto che nel luglio 1943 gli americani  utilizzarono proprio la Mafia per l’occupazione del nostro paese, e una volta sbarcati in Sicilia la reinstallarono in tutte le sue attribuzioni e funzioni che un tempo aveva avuto e che il fascismo gli aveva tolto.

Lo stesso Vito Genovese fu l’interprete ufficiale del comandante  degli affari civili dell’AMGOT (l’amministrazione militare americana) in Sicilia e a Napoli, il famigerato colonnello statunitense Charles Poletti che gli assegnò compiti particolari, per gli interessi strategici statunitensi e  vari traffici mafiosi.

Per venire al nostro argomento, quello di come il Fascismo affrontò il problema mafioso, e comprendere adeguatamente la situazione del tempo, occorre partire dalle parole di  Giovanni Gentile, che indicò  una “Sicilia sequestrata”, auspicandone la fine dall’isolamento e la confluenza della cultura regionale, pur viva e interessante,  nel grande crogiolo della cultura nazionale italiana.

La Trinacria,  ancor nei primi anni del ‘900,  soggetta ad un pervicace  sistema di cosche e latifondisti, chiusa a venti ideologici e culturali nuovi, siano essi l’illuminismo, il romanticismo, il liberalismo e altrettanto sarà per il fascismo. Arretratezza e immobilismo si perpetuavano di generazione in generazione.

Saltiamo a piè pari i periodi precedenti e portiamoci al  termine della Prima Guerra Mondiale, dove si può constatare  che la Mafia spadroneggiava in Sicilia.

Come scrive “In Storia” una rivista on line non di certo di tendenza fascista:

«Il mafioso, attraverso un’articolata rete gerarchica di personaggi che andavano dall’amministratore al gabellotto e al campiere, difendeva il proprietario dalle rivendicazioni contadine e gli assicurava il lavoro di braccianti male remunerati e il tranquillo godimento delle rendite del feudo».

La mafia, inoltre,  era efficace  per il mantenimento dell’ordine e dell’equilibrio sociale e alle autorità Istituzionali, al tempo formate in parte con il sistema partitocratico, questo andazzo stava bene, cosicché si veniva sempre a formare  un connubio tra potere mafioso e uomini politici del luogo.

Come sempre, con il passare del tempo e il succedersi dei periodi storici, qualunque fossero i fermenti rinnovativi e culturali o i cambiamenti politici che si determinavano nel paese, con riflessi nell’Isola, puntuale si riproduceva quel “gattopardesco” cambiare per non cambiare, che in definitiva lasciava le cose sostanzialmente come stavano.

Imperava quindi l’illegalità: l’abigeato, o il traffico del bestiame rubato, l’appalto dei feudi, la gabella sui poderi e la tassa che i contadini dovevano pagare per avere farina in cambio del grano appena raccolto se volevano portare in salvo il raccolto fino al mulino (la “ciancia”).

Negli anni ’20, con l’esplosione del movimento fascista, seppur frenato in certi luoghi dai suoi rapporti spuri con il mondo agrario, certi fermenti nuovi  arrivarono anche in Sicilia.

Si distinsero i circoli culturali dietro il Professore di Diritto Internazionale a Catania, Edoardo Cimbali, inoltre giovani intellettuali pervasi dal futurismo e desiderosi di rompere il conformismo siciliano. Tra questi  lo storico Francesco Ercole, Alfredo Cucco e Biagio Pace, del periodico “La Fiamma Nazionale”, e moltissimi giovani sebbene di alcuni poi si vennero ad adombrare collusioni con la Mafia.

Nel frattempo nell’isola, dietro queste ventate di rinnovamento, prenderanno vita anche manifestazioni popolari conto l’illegalità, di fatto contro la Mafia.

Tuttavia nel 1921 i fascisti non riusciranno a presentare una loro lista elettorale, mentre poi lo faranno con il famoso “listone” una colazione di partiti eterogenei sostanzialmente di centro o conservatori, sostenuto da varie correnti combattentistiche e applicando la tattica elettorale del “blocco nazionale”. Vinceranno ampiamente le elezioni del 1924 e le amministrative del 1925.

Ma anche con l’avvento del Fascismo (marcia su Roma), nell’isola, le cose non erano cambiate di molto.

I ceti dominanti, infatti, cercherono di concupire il fascismo tramite la tradizionale logica  “gattopardesca” e del resto il fascismo, in quella sua prima fase non si spingeva a colpire il latifondo, vera base di potere della Mafia stessa e non era  raro il caso che alcuni suoi esponenti fossero dei latifondisti o legati ai latifondisti..

Non potevano infine  mancare le infiltrazioni di personaggi legati alla Mafia nelle fila stesse del fascismo, che si aggiungono ai vari capi bastone, che fiutato il cambiamento generale, pensarono bene di indossare la camicia nera.

La stessa straripante vittoria elettorale del “listone” nel 1924 non poteva non aver avuto l’ “aiutino” trasversale della mafia (tra gli altri il neodeputato Alfredo Cucco, del 1893, luminare in oculistica, leader del fascismo siciliano e vessillifero “antimafia” era sospettato di essere colluso con la mafia).

Se la tesi  di Gramsci e Gobetti di un fascismo cooptato dalle vecchie consorterie siciliane è esagerata e non coglie tutti i cambiamenti in atto portatati dalla nuova ventata rinnovativa del fascismo (che questi intellettuali non percepiscono) è però anche vero che non è del tutto campata in aria.

Fatto sta che il fascismo, seppur frenato, impastoiato e concupito era un vero fenomeno di rinnovamento nazionale, mai visto in Italia, e l’operato di Mussolini era quello di modificare e migliorare la Nazione, procedendo gradualmente, anche attraverso accordi e mediazioni con il mondo conservatore.

Del resto il suo potere era limitato dalla presenza dinastica di Casa Savoia, dalla cultura borghese e cattolica del paese, dalla presenza della Chiesa in ogni sperduto angolo,  e da quello della Massoneria, quale retaggio storico  del Risorgimento, tutte forze con le quali il fascismo era giunto a compromessi. Solo con la massoneria il compromesso non fu possibile e questa lobby di potere  venne in qualche modo ridimensionata fortemente e costretta ad andare in “sonno”, ma anche qui non completamente debellata.

Mussolini, oltretutto, puntava alla crescita della Nazione onde elevarla al rango, almeno di media potenza, in Europa e soprattutto nel Mediterraneo; questo il suo obiettivo e progetto primario, di fronte al quale tutto passava in secondo piano.

A questo fine abbisognava del massimo della legalità e a non avere nel paese delle forze o poteri che si ponevano a lato, se non fuori, dello Stato.

Mussolini, qualsiasi percezione avesse della Mafia, intuiva la situazione siciliana come “separatismo”, il che contraddiceva il suo  “unitarismo”.

Avvenne quindi che il Duce fece visita  in Sicilia, a Palermo, il 6 maggio 1924.

Arrivò in auto, a Piana degli Albanesi, con il sindaco Francesco Cuccia, detto Don Ciccio, che portava al petto la Croce di Cavaliere del Regno, anche se aveva avuto otto processi  per omicidio a cui se la era sempre cavata per “insufficienza di prove”.

Don Ciccio, constatato che il suo ospite era seguito da agenti di polizia, ammiccando gli disse: «Perché vi portate dietro gli sbirri? Vossia è con me. Nulla deve temere!».
Mussolini non rispose, poco dopo fece fermare la macchina e chiese di ritornare a Palermo.

Di botto, anche epidermicamente, aveva realizzato in pieno la situazione di un “potere” fuori dello Stato.

Il giorno dopo ad Agrigento parlò ai siciliani:

«Voi avete dei bisogni di ordine materiale che conosco: si è parlato di strade, di bonifica, si è detto che biso­gna garantire la proprietà e l’incolumità dei cittadini che lavo­rano. Ebbene vi dichiaro che prenderò tutte le misure necessarie per tutelare i galantuomini dai delitti dei criminali. Non deve es­sere più oltre tollerato che poche centinaia di malviventi soverchino, immiseriscano, danneggino una popolazione magnifica co­me la vostra».

Come giustamente sottolineò lo storico Filippo Giannini, che ha ricordato l’episodio di “don Ciccio”, del resto noto, era quella una vera dichiarazione di guerra, seguita poi nei fatti,  di uno statista italiano contro la Mafia.

Tornato a Roma  il 13 maggio con­vocò i ministri De Bono e Federzoni e il capo della polizia Moncada e pretese da loro il nome di un uomo in grado di stroncare  quell’andazzo in Sicilia.

Venne proposto  Cesare Mori del 1871, che già era stato in Sicilia un paio di volte.

L’uomo, come Prefetto di Bologna, tra il 1921 e 1922, non aveva guardato in faccia nessuno: nè socialcomunisti, nè fascisti, facendo applicare la legge dello Stato.

Inviso a vari capi squadristi fascisti,  con l’avvento del fascismo si era ritirato a Firenze con la moglie.

Mus­solini lo fece convocare  immediatamente e gli conferì l’incarico di stroncare la mafia e l’illegalità in Sicilia, dicendogli espressamente: «Spero che sarete duro con i mafiosi come lo siete stato con i miei squadristi!».

Ancora una volta Mussolini dimostrò come il suo progetto di realizzare una grande Italia, era imprescindibile: pur sapendo che probabilmente il fascismo in Sicilia doveva la sua affermazione anche all’influenza della Mafia che aveva ritenuto più utile  appoggiarlo che contrastarlo, ritenne opportuno procedere allo smantellamento del suo potere.

Mori venne nominato prefetto di Palermo con ampi poteri (23 ottobre 1925) che utilizzo a pieno: retate militari, metodi spicci e violenti, interrogatori da “terzo grado”, coartando i mafiosi a collaborare e rompendo l’omertà, il vincolo di unione dell’onorata società.

Mori applicò una energica azione di carattere militare e psicologica con il fine di restituire la Sicilia allo Stato e i mafiosi, da sempre usi a praticare la più vile e bieca violenza, questa volta dovettero constatarla su sè stessi.

All’uopo non si fece scrupolo di utilizzare operazioni militari in grande stile.

Resterà famosa quella di Gangi, storica roccaforte mafiosa, messa sotto assedio, chiudendo persino le condotte dell’acqua. Poliziotti e militari rastrelleranno casa per casa e finiranno per arrestare tutti  i mafiosi ridotti allo stremo e oramai isolati.

Vennero quindi distrutte le cosche delle Madonie, di Bagheria, di Termini Imerese, di Mistretta e di Partinico e altre ancora.

Mori liberò le campagne, con i proprietari terrieri e i contadini, dall’oppressione mafiosa, stroncando  tutte quelle attività da cui la mafia traeva i suoi guadagni.

E che l’azione del fascismo fosse stata tanto più incisiva e aveva spezzato l’antico connubio tra la  mafia e la politica liberale, basta ricordare il lamento di Vittorio Emanuele Orlando, questa cariatide che pur aveva appoggiato  il fascismo e il “blocco nazionale”, ma che nel 1925 tuona con tutta la sua insolenza, accennando ad una “cultura mafiosa”  violentata e quale difesa della garanzie liberali minacciate dal fascismo:

«Or io dico signori, che se per mafia si intende il senso dell’onore portato fino alla esagerazione, l’insofferenza contro ogni prepotenza e sopraffazione portata fino al parossismo, la generosità che fronteggia il forte ma indulge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte, se per mafia si intendono tutti questi sentimenti, e questi atteggiamenti, sia pure con i loro eccessi, allora in tale senso si tratta di contrassegni individuali dell’anima siciliana e mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo».

E ovvio che così facendo, Mori  colpì più che altro la media e bassa mafia (scrisse nelle sue memorie  di aver stroncato semplici esecutori di ordini che potevano essere briganti, gabellotti e campieri).

Ma  egli mirava anche all’alta mafia che allignava nelle città, nei centri di potere e svolgeva, apparentemente, attività legali. Mori indirizzò le sue indagini anche sul deputato fascista Alfredo Cucco essendo convinto che Cucco aveva ottenuto dalla mafia voti e favori e i fondi con cui editare il giornale Sicilia Nuova, “vessillo” dell’antimafia.

Mussolini non guardà in faccia nessuno e con le prove  raccolte da Mori, Cucco venne espulso dal PNF e il Fascio di Palermo venne sciolto. Per la prima volta l’alta mafia e il nobilitato siciliano si spaventarono sul serio e con l’appoggio di qualche gerarca infingardo e interessato iniziarono  una campagna subdola: lettere anonime inviate al Duce, per screditare il Prefetto e i suoi collaboratori e i suoi modi troppo violenti.

I camerata Cucco così diventò un pretesto per condannare l’opera di Mori.

A questa  opera non furono estranei anche alcuni gerarchi o ras come i  Grandi, Farinacci e Balbo che avevano in astio il Prefetto Mori dai fatti di Bologna del 1921.

Mori quindi divenne un personaggio scomodo che, dopo essere stato nominato senatore del regno (22 dicembre 1928), venne sollevato dal suo incarico (16 giugno 1929) con un decreto regio che sanciva che i prefetti e i questori che avessero raggiunto il trentacinquesimo anno di servizio cessavano la loro attività, qualunque fosse la loro età anagrafica.

Più di tanto Mussolini non potette fare, conscio come era che, soprattutto dopo il delitto Matteotti, aveva dovuto abbandonare molti suoi propositi di riforma, coinvolgendo anche i socialisti e i Confederali, che la Dittatura aveva portato al potere molti approfittatori in camicia nera (li ritroveremo tutti, gerarchi e gerarchetti, nel loro vero volto, il 25 luglio 1943) e ora non era possibile sbaraccarli tuti.

La storiografia di parte neofascista nega che si volle arrestare l’opera di Mori per non arrivare agli alti nomi della Mafia. Scrive a questo proposito Giuseppe Tricoli professore e storico siciliano, nel suo “Il fascismo e la lotta contro la mafia”:

«La missione di Mori fu, perciò, ritenuta compiuta da Mussolini, dopo ben cinque anni di permanenza in Sicilia, non perché il “prefetto di ferro” mirasse a colpire sempre più in alto, come affermato da certa storiografia antifascista (che nei frangenti più difficili il capo del governo non aveva mancato anche per vicende discutibili, di essere vicino e solidale con Mori con forza e convinzione) ma perché l’operazione, fin dall’inizio, era stata giustamente considerata straordinaria, onde pervenire ad una normalizzazione del quadro dell’ordine pubblico, anche nella accezione più vasta di risanamento morale e di bonifica sociale, dai fenomeni più inquinanti e devianti nella società siciliana.

Questa normalizzazione, grazie all’opera di Mori, era stata raggiunta con la clamorosa azione di polizia e con la definitiva sanzione giudiziaria data dagli organi della magistratura: adesso, come d’altronde affermava lo stesso Mori, bisognava provvedere “allo sviluppo delle sane e poderose energie donde l’isola è ricca”».

Come sempre la verità sta nel mezzo: giusti i rilievi di Tricoli, ma altrettanto vero che conseguita oramai la dissoluzione della Mafia sul territorio, Mussolini reputò non necessario scompaginare tutta l’Isola arrivando a incriminare molti pezzi grossi che tra l’altro, quelli più esposti e quelli che compresero che non si sarebbe più potuto trafficare e guadagnare come prima, stavano emigrando in America.

Questo “compromesso” però determinò anche che parte della Mafia, si era nuovamente istituzionalizzata. Se tanti briganti e piccoli delinquenti erano stati rinchiusi nelle carceri o mandati al confino, gli esponenti dell’alta mafia, se non emigrarono in America, aderirono al fascismo, sicuri di poter proseguire nei loro affari e nei loro traffici, magari senza una manifesta illegalità, soprattutto una volta che la Sicilia fosse stata liberata dall’incubo Mori.

Non a caso si cercò di fermare l’azione dello Stato in diversi modi.

Una petizione era stata inviata al Duce, firmata da 400 fascisti trapanesi, con la quale si chiedeva di allontanare «l’antipatriotti­co prefetto di Bologna amico dei bolscevichi» (il solito alibi dell’ “anticomunsimo”, sempre utile per ogni occasione).

Ma Mussolini reagì immediatamente: espulsione dal partito dei fir­matari della petizione! A febbraio 1927, come accennato, ven­ne sciolto d’autorità il fascio di Palermo, rinviando a giudizio, il segretario, On. Alfredo Cucco, che però fu poi processato e pienamente assolto.

Un ufficiale della Milizia, sotto accusa di collusione con  la criminalità, dovette scontare dieci anni di reclusione.

Sempre nel 1927 venne sciolto anche il fascio di Catania.

Venne inoltre a formarsi  una nuova normativa amministrativa in grado di combattere la criminalità nelle sue varie forme. Normativa che rimasta in vigore anche nel dopoguerra nella Repubblica democratica antifascista, ma ora priva di un vero sostegno da parte dello Stato, divenne del tutto inefficace.

Molti Prefetti e funzionari ritenuti collusi con la Mafia vennero rimossi.

Furono sottoposte a controllo prefettizio l’attività dei portieri, dei custodi di case private e alberghi, dei garagisti e dei tassisti, precedentemente gestite da mafiosi. Successivamente questi controlli vennero estesi  alle attività di curatelo, guardiano, vetturale, campiere, imponendo l’obbligo di domicilio nei luoghi dove tali attività venivano svolte.

L’abigeato e la gabella, punti di forza  di “mediazione” tra mafia e lavoratori, sono stroncate dalla legislazione fascista. La figura del gabellotto viene eliminata nello stesso 1927.

Scrive Tricoli,: «nel giro di pochi mesi, nella sola provincia di Palermo potevano essere liberati dai gabellati mafiosi ben 320 fondi, per una superficie complessiva di 280.000 ettari. La mafia veniva così vulnerata gravemente nel suo braccio armato economico più consistente».

Inoltre le famiglie dei latitanti sono obbligate a dimostrare la liceità del possesso del denaro, degli oggetti e dei beni di cui godono, pena l’immediata confisca.

La Mafia per non soccombere del tutto  dovette emigrare oltre Atlantico e si risvegliò in Sicilia soltanto nel 1943 con lo sbarco angloameri­cano e l’importazione di alcuni suoi capi. L’attendeva la pacchia della nuova era democratica.

Tirando le somme anche se si può rilevare che alcuni alti mafiosi si riciclarono nelle nuove Istituzioni fasciste, resta comunque vero che il loro retroterra, i gangli vitali, le procedure illegali che gli consentivano di spadroneggiare, erano state decisamente recise.

Se dobbiamo quindi constatare che una parte della Mafia di alto bordo, rimase  immune dalla repressione e si riciclò nello steso fascismo o a suo latere, in realtà vi era una altra prospettiva a cui tener conto e che  con il tempo avrebbe finito per distruggere completamente ogni manifestazione mafiosa.

Questa prospettiva era la conformazione dello Stato fascista, uno stato etico, nazional popolare che nel 1932  pose nella Dottrina stessa del fascismo, queste importanti capisaldi:

«PER IL FASCISMO TUTTO È NELLO STATO, E NULLA DI UMANO O SPIRITUALE ESISTE, E TANTO MENO HA VALORE, FUORI DELLO STATO».

Era la campana a morto per ogni potere al di fuori dello Stato.

Se non ci fosse stata la guerra e la sconfitta, nessuna Mafia, nessuna Massoneria, per quanto in “sonno”, avrebbero potuto sopravvivere in uno Stato fascista.

Questo fu il vero mezzo, più di quello di Mori, con cui il Fascismo stroncò la Mafia, e se la guerra fosse andata diversamente e la Repubblica Sociale Italiana avesse potuto portare avanti le sue riforme che oltre alla socializzazione, effettivamente varata nel 1944, prevedevano anche una totale riforma agraria e del latifondo, di Mafia non avremmo  mai più sentito parlare.

Come sappiamo, invece, nel dopoguerra, la Mafia, oramai completamente reinstallatasi nell’isola e non solo, tenne sotto scacco e terrore,  tutta la Trinacria.

Il regime democristiano, con la complicità della Chiesa, con il connubio delle cosche mafiose, ci fece diversi inciuci e traffici di ogni genere, stabilendo un modus vivendi a tutti utile.  Del resto la democrazia è il brodo di cultura del potere mafioso.

Ne fecero le spese valenti servitori dello stato, alcuni magistrati, integerrimi e come noto Falcone e Borsellino, tutti vilmente assassinati.

Anzi , quando il generale Dalla Chiesa, divenuto oltremodo scomodo per tutta una serie di segreti che custodiva, “chi di dovere”  decise di farlo fuori, si pensò bene di mandarlo a fare il prefetto a Palermo, dandogli solo un effimero, ma non sostanziale, supporto da parte dello Stato. Tutti sapevano che in quelle condizioni veniva mandato a morire.

E tutti i partiti parteciparono allo scempio di una Sicilia sotto scacco mafioso, sia pure con responsabilità  diversificate (ed ovviamente con “profitti” proporzionati alla loro consistenza).

Anche il PCI, dopo che molti comunisti e sindacalisti, tra la fine della guerra e i primi anni ’50, avevano pagato un alto prezzo di vite umane per aver ostacolato il potere mafioso,  trovò il modo per convivere con la Mafia,  tramite un tacito patto per cui, si sarebbe occupato solo di sterili manifestazioni, qualche comizio e volantino, tutto fumo negli occhi, ma guardandosi bene dal toccare veramente i centri di potere mafioso.

I neofascisti, del pari, a cominciare dai vecchi fascisti del ventennio riciclatesi nel MSI, nulla fecero politicamente contro la Mafia, se non delle retoriche discussioni ed edulcorate rievocazioni storiche, o al parlamento che lasciano il tempo che trovano, anzi, sarà per la similitudine nella adorazione gerarchica, nella simpatia verso chi detiene un potere, sia pure criminale,  ma il mondo neofascista in Sicilia non fu di certo dalla parte del popolo angheriato, tartassato e ammazzato, ma sempre e comunque, sia pure con discrezione, dalla parte dei capi bastone. Con buona pace di Mussolini.

Il cosiddetto golpe Borghese portò alla luce diverse convivenze con cosche mafiose e logge massoniche, e del resto ancora dobbiamo sapere bene come interpretare un documento dell’OSS americano di J. J. Angleton del 1946  in cui si indica che alcune migliaia di ex (ma veramente “ex”, aggiungiamo noi!) uomini della Decima Mas, sarebbero stati riaddestrati dagli americani  e inviati in Sicilia. A fare cosa? Preferiamo non pensarci.

 

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