L’AGONIA DI UNA SPECIE Di Claudio Modola

battaglia

 

Isola di Manda

Arcipelago di Lamu, Africa Orientale.

Confederatio

Avremmo potuto comprendere  la fine delle ideologie , ma immaginare la morte delle idee , e’ stato un processo che ci ha lasciato quasi spezzati sul terreno di una battaglia intergenerazionale che durava da oltre mezzo secolo e nella quale , gli uomini del mio tempo , nati troppo presto per il 68 e fatalmente tardi per lo scontro mortale per l’Europa.

Si tratto’ forse  di una intuizione quasi subliminale allo spettacolo terrorizzante di un pianeta entrato a corpo morto in una nuova quanto squallida era , la quale , non avrebbe fattocome abbiamo malauguratamente constatato prigionieri.

I “Padroni del mondo” hanno avuto tempo e generosi  mezzi per  pianificare una conquista che prima che Economica doveva raggiungere il livello piu’ profondo di una precisa categoria d’ uomini, nati geneticamente liberi e ribelli per scelta . Era necessario smantellare la sacralita’ della memoria , i codici comportamentali , l’architettura di convinzioni tramandate per venti secoli e quel senso caldo e prezioso di appartenenza. Lo stesso che aveva consentito la conquista , la difesa , il sogno , il sacrificio e la trasmissione.

Ora , la paura dei superstiti  pensanti e’ quella che gli ultimi barlumi di quello che eravamo , si spenga con noi , che le passioni ideali , le visioni superiori entrino malamente se non del tutto nella memoria di una intelligenza artificiale come dato storico marginale , fabbricato con la materia gelida deelle date , delle ore , delle cronache veloci  che spiegano fatti ma non ne rammentano il senso intimo , cioe’ l’unico che veramente conta. e che per esistere , ha bisogno di carne, sangue, fuoco, memoria e commozione. Nel macero potrebbero  finire aspetti essenziali , cioe’ la cultura di una determinata tipologia di essere umano.

In fondo  si tratta di una scrittura in ordine di tempo , dedicata ad un secolo bruciato in velocita’ dall’era dell’iper tecnologia , nella quale , i rapporti basilari , il sistema di comunicazione interpersonale , i parametri produttivi e di consumo , gli equilibri geostrategici , sono stati chirurgicamente sconvolti da una Velocita/Mito , da una diffusione pazza dell’accesso all’informazione che ovunque raggiunge e ovunque viene appena sfiorata senza piu’ la profondita’ necessaria per realmente comprenderlae a con finalita’ che sfuggono ad una umanita’ ancora legata al 900.

Siamo stati strappati da teritorialita’ precise , da appartenenze antiche , travolti iiin tempi recenti da un’onda umana miserabile e inevitabilmente invasiva spinta da bisogno primitivi , da strategie inimmaginabili e coadiuvati forzosamente da una innaturale interpretazione del bene e del male e della loro applicazione come “pensiero unico” in una realta’ malsana che nutre una furia non innovatrice ma distruttrice , fino a diventare abuso e crudelta’ conclamata

Un senso di colpa diffuso , storicamente inspiegabile, falso, genera assurdamente la convinzione convenientemente “Riparatrice” di una supremazia morale e logica dell’Ordine Democratico Globale. Convinzione imposta capillarmente e supportata dalla potenza di fuoco di titani economici che prima hanno digitalizzato l’esistenza del mondo e ora pianificano un conflitto Cybernetico per garantirsi un potere assoluto.

E’ cosi’ anche i conflitti “venduti” come scontri a movente religioso , possono essere interpretati quali legittime resistenze di Popolo contro la colonizzazione planetaria del Nuovo Ordine. Resistenze incapaci di comprendere che l’elemento razziale non puo’ amalgamare altri oppressi al profilo dell’oppressore e che lo scontro, per avere qualche forse remota  chance di successo deve trasformarsi in qualcosa di assai piu selettivo , intelligente , tattico e che possa individuare un dato vitale : ” Non si tratta di minare e auspicabilmente abbattere il Moloch Statunitense come neo oppressore ma contrastare ormai altre potenze mosse dall’identica spinta di conquista della materia e delle anime.”

Speranza? E’ un termine impegnativo , sopratutto quando si fronteggia nemici realmente spietati e di tremenda potenza  i quali ormai vivono , respirano , si nutrono  nella mente stessa  di miliardi .

Miliardi che pare siano ipnoticamente e irrimediabilmente convinti  che questa esistenza da pollame di batteria e che pare accettino con bovina rassegnazione, uno stato di costante infelicita’ quale condizione ineluttabile da risolvere farmacologicamente o in un centro Commerciale, sia l’unica possibile.

Eppure  , in modo ciclico , apparentemente insignificanti fenomeni di pensiero e azione  hanno rappresentato l’iinnesco di incontrollabili incendi tra l’erba secca della storia . L’emulazione e’ arma potente e il senso della giustizia , del diritto inalienabile , potrebbero ancora scavare nellaormai patologica  indifferenza di massa , sopratutto qualora l’ingordigia del sistema supera quella soglia esilissima oltre la quale , , il perdente , il marginale , il diseredato , il fedele a se stesso si trasforma in giudice e boia , equipaggiato di un diritto terribile che supera il piano delle leggi di Dio e degli Uomini.

Ecco , l’opzione del sangue sfortunatamente si materializza in una visione possibile di rivolta che sarebbe in gran parte animalesca e per altra  parte , civilmente giustificabile.

Esisterebbe poi un margine elitario di coscienza che a mio parere dovrebbe pilotare la reazione a catena della “Guerra” (E altro non si puo’ chiamarla) , contro i Signori del Mondo.

Se quella esilissima aristocrazia umana dovesse nel processo soccombere , si tratterebbe della fase fatale di una agonia della civilta’ non solo occidentale e dell’UOMO al quale ci riferiamo e che certamente in molti si auspicano , come parte di un misterioso istinto suicidario di massa o di genetica inclinazione alla resa.

Si tratta di un “Trend” permanente ? No di certo. E’ probabile infatti che in un futuro per noi lontano  il genere umano riscopra ‘Codici” sepolti da secoli eppure geneticamente radicati nella pulviscolare sostanza intima del proprio essere, oppure , molto piu’ semplicemente , perche’ le dinamiche del nostro essere animali sociali , non puo’ che condurre ad una rivolta fisiologica legata alla labile traccia di una cultura del fuoco  che non vuole morire.

A chiunque viva angosciosamente questo tempo, nonostante la morte degli ideali ai quali si accennava di sopra , spetterebbe il compito di proteggere una minuscola fiamma al centro di una tempesta, se non altro perche’ sogno e volonta’ non appartengo mai e da sempre agli indifferenti.

 

 

Noi e l’Islam: meno Fallaci, più Filippani Ronconi

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Roma, 19 nov – Nel caotico ribollire di sentimenti suscitati dall’attentato di Parigi a qualcuno forse tornerà in mente il nome di Pio Filippani-Ronconi.

Lo ricordo a un convegno a Napoli, a palazzo Cellammare, mentre spaziava tra i simboli spirituali dell’India e dell’Europa. A un certo punto dovette dire una frase che suonò sgradevole all’orecchio – sensibilissimo – di un giovane guénoniano presente in sala. L’adepto della Tradizione Primordiale si alzò al momento del dibattito e disse: “Professore, ma come può negare quello che Guénon ci ha insegnato, e che cioè l’Islam è una grande Tradizione Regolare?”.

Filippani placò l’interlocutore con una lunga citazione in arabo. Era la

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islamcitazione di qualche Sura del Corano oppure un bellissimo insulto in lingua desertica? Non lo sapremo mai, ma fu molto chiaro quel che disse dopo: “Figliolo, io non ho detto che l’Islam non è una Tradizione Regolare, ho detto che l’Islam non può essere la via spirituale per il tipo umano europeo”.

La soluzione del problema è tutta qui: consapevolezza che l’Islam esiste, ha la sua specificità, i suoi valori, rivendica i suoi diritti storici e ha tutta la determinazione per voler ribaltare i torti storici che nello scorso secolo ha subito; ma nello stesso tempo orgoglio nel ribadire che esiste una tradizione europea che si snoda attraverso la civiltà greca e romana, passa attraverso il Medio Evo germanico, gotico e il suo sviluppo faustiano, si proietta adesso verso un’aurora di civiltà ad Oriente con l’emergere di un nuovo popolo, quello russo, ben saldo nella propria anima e riluttante nella “sottomissione” a qualsiasi punto cardinale.

Insomma esiste in Europa una storia in fieri, che non finisce qui. Filippani che venerava la Donna con la cortesia di un cavaliere medievale forse avrebbe percepito oggi come due moderne Erinni le contrapposte icone della Fallaci e della Boldrini. Odio di sé e odio dell’altro in opposto estremismo.

La sua venerazione sarebbe andata alla fanciulla Europa, amata da Zeus, che mal si concilia con l’Occidente dominato dalle oligarchie venali o con le

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filippanimoltitudini prostrate con la testa a terra e i piedi scalzi. All’Islam il professore dedicò saggi di spessore esoterico, raccolti in antologie come l’ Altro Islam, Gnosi ismaelita e regalità iranica.Nell’Islam “illuminato” Filippani ravvisava il perpetuarsi di una vena d’oro che discendeva dalla Persia indoeuropea, dalle antiche civiltà mesopotamiche. Ricordava che la setta dei Drusi credeva nella reincarnazione, nel pareggio karmico delle azioni e venerava la Divinità “nel cuore”, più che nell’adempimento pedissequo della Legge.

Oggi avrebbe visto di buon occhio le amazzoni Curde che combattono l’Isis o i soldati mussulmani della Siria che riportano la statua di Maria Vergine sulla montagna.

Alfonso Piscitelli
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Storia della guerra – 1

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di Piero Visani http://derteufel50.blogspot.it

Qualche anno fa, scrissi questa “Storia della guerra” a puntate che mi è venuta voglia di riproporre, con qualche aggiornamento.

Scrivere un abbozzo di storia della guerra dall’antichità ad oggi, sia pure senza pretese di esaustività e completezza scientifica, può sembrare un’operazione oziosa: la cultura dominante, infatti, ha da tempo espunto dai suoi valori di riferimento il fenomeno bellico. Non che la guerra non esista più; anzi, è una presenza costante nelle nostre vite, sia che le si intenda in una dimensione pubblica (quanti conflitti armati ci sono stati dopo il 1945?), sia che ci si limiti a considerarle in una dimensione privata (quanta e quale carica di violenza è presente nelle nostre società?). Per non parlare della dimensione economica: spesso, con compiaciuta aria di sufficienza, i maîtres à penser della cultura dominante ci distillano gocce del loro illuminato pensiero spiegandoci che, in un’epoca evoluta(!?) come l’attuale, i conflitti, anche quelli tra gli Stati, non sono più armati, non possiedono una dimensione militare, ma si svolgono a livello economico e finanziario. E naturalmente, pensando a questo, ci sentiamo tutti più tranquilli e anche fortunati, perché le nostre vite non sono distrutte dagli spari o dalle bombe, ma “soltanto” dall’impossibilità di avere un lavoro, o di averlo tale per cui sia decentemente remunerato, o esposto all’insidie di popoli più disgraziati del nostro, disposti ad accontentarsi di un pugno di riso per lavorare più e magari meglio di quanto non facciamo noi.

In una parola, se dovessimo credere a queste lusinghe, potremmo pensare di vivere nel migliore dei mondi possibili, quello dove la guerra non c’è: ma (c’è sempre un ma…) purtroppo non tutti la pensano in questo modo, non tutti vivono illuminati da questo straordinario e misericordioso “pensiero unico”. A carico di costoro – i reprobi – la violenza è ancora possibile e tuttora accettabile. Non è guerra – sia chiaro – perché non c’è un nemico da affrontare; piuttosto, è un’operazione di polizia, nazionale o internazionale, da condurre a carico di quanti non si vogliono piegare, non si sa perché, alla logica razionale e razionalistica di chi ne sa più di loro, degli illuminati, degli ottimati, dei beati possidentes.

Contro costoro, la cui natura recalcitrante è francamente inammissibile, poiché si dimostrano riluttanti a riconoscere l’“innegabile bontà” delle tesi dei padroni del mondo, qualsiasi forma di violenza, anche la più radicale, è accettabile. Ma non è guerra, è semplice mantenimento dell’ “ordine costituito”.

Se la realtà attuale potesse essere spiegata nei termini testé descritti, la prima reazione di una persona di media intelligenza non potrebbe essere che il riconoscimento che la guerra esiste ancora, ma ha semplicemente cambiato nome; che una certa cultura ha preferito espellerla dal proprio universo di valori, ma poi, resasi conto di non poterne fare concretamente a meno, ha preferito cambiarle nome, sia perché il processo di demonizzazione del conflitto che aveva avviato era stato spinto troppo in là e dunque non era più possibile tornare indietro, sia perché non poteva permettersi di praticare nei fatti ciò che aveva negato (e continuava a negare) in teoria, senza il rischio di incorrere in una contraddizione dilacerante. E tuttavia c’è di più, molto di più: quello citato è semplicemente il retroterra culturale di un fenomeno complesso e articolato, che potrebbe essere sintetizzato come segue: se la guerra non esiste più (e sappiamo fin troppo bene che non è vero), il conflitto gode di ottima salute – se così si può dire – e assume continuamente nuove dimensioni, che investono tutti i campi e tutte le attività umane, in una logica di privatizzazione dello scontro che rischia davvero di dare concretamente corpo ad uno dei peggiori incubi della storia umana: il bellum omnium contra omnes, la “guerra di tutti contro tutti”, che è quella che da qualche tempo è facile sperimentare in qualunque attività umana, anche – ahinoi! – la più banale, quella che un tempo era oggetto di regole formali, di un’educazione alla convivenza civile che pare tramontata con la stessa celerità con cui ci dicono (e sappiamo che non è vero) che è scomparsa la guerra.

Ecco, se un’ambizione ha la presente serie di articoli, essa consiste proprio nel cercare di ricostruire come, dalla notte dei tempi ad oggi, si sia arrivati a tutto questo, magari accompagnandolo con qualche ipotesi, inevitabilmente azzardata, su come potrebbe configurarsi il futuro. Per fare ciò, occorre sottrarsi alla tentazione di considerare la guerra come un fenomeno puramente tecnico-militare e guardare ad essa in una prospettiva più ampia, che non è soltanto quella del grande teorico prussiano Carl von Clausewitz e della sua ben nota (e abusata) affermazione per cui «la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi», ma è anche quella della sua dimensione culturale e sociale, e della sua presentazione sul piano comunicativo, poiché la rappresentazione del conflitto è, probabilmente da sempre, una componente essenziale della conflittualità stessa ed è stata oggetto, ben prima che i media assumessero l’importanza che hanno nelle società contemporanee, di massicci interventi di manipolazione.

Naturalmente, scrivendo una serie di articoli a tema sarà palesemente impossibile andare al di là di un certo livello di approfondimento e occorrerà inevitabilmente procedere “a volo d’uccello”, dando per scontati salti spaziali e temporali che probabilmente tali non sono e non potrebbero (e dovrebbero) essere, ma si rendono indispensabili nel contesto in cui la narrazione si svolge.

Allo stesso modo, risulterà fondamentale il ruolo dell’autore, che palesemente indirizzerà le sue scelte verso ciò che gli appare più importante e più utile alla costruzione di una determinata tesi. Chi scrive ritiene che un’impostazione del genere possa essere rivendicata senza particolari problemi né infingimenti: non c’è niente di peggio di quelle ricostruzioni storiche che si ammantano di falsa oggettività, facendo finta di ignorare che la storia, per sua intima essenza, è una disciplina costantemente soggetta a revisioni, e guai se non fosse così, se nuovi apporti scientifici non andassero a sottoporre ad accurata verifica certezze in apparenza incrollabili (e non scalfibili). Com’è ovvio, a questo punto lo storico accademico penserà (o dirà) che chi appartiene alla sottospecie giornalistica, per la quale nutre un aperto disprezzo, non ha titolo per occuparsi di ciò che non gli compete. Ne prendiamo atto, senza nutrire la speranza di riuscire a smentirlo.

In termini di organizzazione del testo, l’obiettivo è quello di partire dall’antichità greca per procedere rapidamente verso l’era moderna, con una serie di approfondimenti a partire dal 1750 in avanti, legati essenzialmente al fatto che è da quella data – nell’opinione di chi scrive – che entrano in gioco fattori che continuano ad esercitare un notevole effetto anche oggi. I temi saranno trattati da un punto di vista in prevalenza cronologico, ma non mancherà la possibilità di ampie variazioni (o divagazioni, se si preferisce) tematiche legate alla necessità di approfondimento di argomenti bisognosi di una trattazione propria, connessa alla problematica generale ma al tempo stesso provvista di una propria individualità e specificità, talmente forti da non poter essere gestite altrimenti.

L’intento di fondo è quello di non imbarcarsi nell’ennesimo esercizio di demonizzazione del conflitto, per il quale davvero non c’è che l’imbarazzo della scelta, ma di avviare sommessamente un tentativo di capire la natura del fenomeno bellico, le sue molteplici identità, le vie – più o meno misteriose – attraverso le quali il genere umano, pur conoscendone e pagandone il costo e gli orrori, sia comunque riuscito a sviluppare – per dirla con James Hillman – «un terribile amore per la guerra». Non c’è e non ci vuole essere compiacimento in tutto questo, ma soltanto una ricerca di verità. L’obiettivo è quello di contestare alla radice la tesi che vuole la cultura occidentale sempre più affrancata dalle guerra, sempre meno disposta ad accettarla a livello teorico e, al tempo stesso, sempre assai incline a farne uso sul piano pratico, magari chiamandola con altro nome.

L’obiettivo vero, tuttavia, è un altro, vale a dire sollecitare ad una riflessione sul fatto se una civiltà possa davvero fare a meno di possedere una “cultura del conflitto”. Non c’è niente di peggio, infatti, che ricorrere alla guerra mascherandola sotto nomi di comodo, magari come “operazione di polizia internazionale”, e poi rifiutare di riconoscerne l’esistenza a livello culturale, lasciando che l’opinione pubblica e soprattutto le giovani generazioni non conoscano o addirittura rifiutino di conoscere la dimensione conflittuale, con la conseguenza di risultare sempre più alla mercé – soprattutto per ignoranza – di chi, in forme sempre più evolute e subdole – li vuole solo aggredire, per farli oggetto di conquista dapprima sul piano intellettuale, poi su quello economico-materiale e infine su quello fisico (da intendersi come possesso effettivo dei luoghi in cui essi vivono).

L’impresa è ambiziosa e proprio per questo riteniamo che valga la pena di tentarla.

Giulia Innocenzi, l’Iran non ha bisogno delle tue lezioni

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di Alessandro Catto  Criticatto Blog

Nemmeno il tempo di terminare una vacanza in Iran che la santorina Giulia Innocenzi delizia la platea di Facebook con lamentele inerenti molestie, sessuali e non, subite da lei e da una sua compagna di viaggio in terra persiana. Un reportage contenente foto e racconti al cardiopalma su di una esperienza negativa, in una terra in cui, secondo la campionessa di simpatia di La 7, vige un regime spietato, in cui il Ruolo della Donna (maiuscole inastate d’obbligo, sia mai) viene continuamente svilito e calpestato da una società maschilista, retrograda e non al passo con l’Occidente Democratico, quello dei selfie, dei profili arcobalenati e delle Leopolde.

Viene così spontaneo chiedersi quale sia l’ideale di civiltà che farebbe da contraltare a cotanta barbarie, quale sia l’Eden terreno che la povera piccola Innocenzi ha in mente, in cosa consista il suo piccolo angolo di paradiso per la donna o per la società tutta, a fronte di un Iran tanto becero e retrogrado. Qualcosa ci viene in mente, in particolare viene spontaneo pensare a quella tremenda serata in cui la nostra ebbe l’ardire di ospitare nel suo studio una delegazione di femen, nel novembre dell’anno scorso. Le stesse femen che, in occasioni diverse e un pochino meno spensierate, manifestarono con canti di gioia e giubilo davanti alla sede del sindacato di Odessa, in cui morirono trentotto persone tra arsi vivi, soffocati dal fumo e linciati dalla folla filo-occidentale che, in quelle stesse settimane, supportava l’azione del governo auto-proclamato di Kiev, lo stesso responsabile di numerosi episodi di violenza ingiustificata nelle regioni filo-russe dell’Ucraina. Ci viene in mente pure la solita solfa dei diritti umani a cadenza variabile, sbandierati verso quei regimi e quegli stati rei di non piegarsi ai diktat della politica estera occidentale, così come succede puntualmente con la questione degli omosessuali in Russia, o come succedeva per la richiesta di Democrazia durante le primavere arabe, una richiesta talmente forte che, naufragata la possibilità di vederne sbocciare una qualche forma nei territori d’origine, oggi migliaia di disperati africani e mediorientali si trovano nella condizione di venire ad elemosinarla qui, beccando sempre la Innocenzi (o il Pif) di turno a sciorinare sermoni pietisti, ma mai a farsi un esame di coscienza per capire se i canoni occidentali, o quel che resta dell’identità europea, siano validi e siano soprattutto esportabili altrove. In Iran, piuttosto che in Siria, in Libia, in Egitto e pure in Tunisia, mete tanto care al turismo sorridente di chi, in maniera pure arrogante, pretende di esportare la propria idea di progresso e civiltà in ogni parte del globo in cui mette piede. Mete care pure ai bombardamenti democratici dei Sarkozy, degli Obama, delle Clinton, che prima di far partire i caccia hanno sempre trovato un Bernard Henry Levy, un leopoldiano o un innocenzino di turno a confezionare puntuali reportage, filippiche o condanne più o meno preconfezionate della situazione lì vissuta, situazione però sempre e puntualmente migliore di quella che ci troviamo oggi, ad export di Libertà e Diritti avvenuto.

Sarebbe stato bello, e pure lodevole, se la nostra Giulia fosse tornata dall’Iran raccontando di come il regime sciita aiuti la Siria di Assad e i combattenti Hezbollah a lottare contro la barbarie dell’ISIS. Sarebbe stato bello sentire qualcosa sugli effetti dell’accordo sul nucleare, o sulle immense bellezze artistiche del paese asiatico, invece ci troviamo per le mani il solito, mediocre piagnisteo sul sessismo e il maschilismo, in pieno stile boldriniano. Sarà per la prossima volta? Lecito dubitarne.

EURASIA COME DESTINO

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di Luca Leonello Rimbotti

Quello che ci domina non è un Impero. L’America ha un esercito e un’industria molto forti: ed è tutto. Le sue multinazionali – assai piu agevolmente dei suoi eserciti – occupano qua e là nazioni e intere aree. Poi, però, l’America perde sempre la pace. Contrariamente a quanto ne pensano Luttwak, il geostratega dei finanzieri, oppure Toni Negri, il parafilosofo della borghesia parassita, gli USA non sono affatto un Impero, ma la sua grottesca parodia: non un segno di interiore potenza, non un cenno di superiore civiltà, nessun grandioso disegno valoriale, che non sia l’ottusa ripetizione di una vuota parola, in cui non crede piu nessuno: democrazia, solo e sempre lo stesso logoro slogan. Il disegno politico di opporre al Nulla planetario la sostanza di un vero Impero portatore di tradizione culturale, di civilta e di autentico potere di popolo ha i confini precisi dell’Eurasia. In quello spazio geostorico che va da Lisbona a Vladivostok – l’Europa decenni or sono indicata da Jean Thiriart – numerose intelligenze politiche europee dell’ultimo secolo hanno visto la giusta risposta agli interrogativi posti dalla moderna politica mondiale. Se proprio quest’anno si ricordano i cento anni della conferenza londinese in cui Sir Halford Mackinder getto le prime basi della moderna geopolitica, e proprio per rammentare che fin da allora l’Eurasismo pote dirsi una via ideologica e politica prettamente europea. Si voleva la risposta del blocco di terraferma nei confronti della talassocrazia mercantilista anglo-americana, gia allora ben delineata. Behemoth contro Leviathan. La schmittiana, solida e immutabile Terra, contro il liquido, infido e mutevole Mare. Oppure, per dirla con le parole antiche di Pound: contadini radicati al suolo contro usurai apolidi. L’Eurasismo e il disegno geopolitico di assicurare l’Asia centrale all’Europa, per farne un blocco in grado di reggere la contrapposizione con il mondo occidentale-atlantico. Antica idea russa, questa. I Russi avevano – (hanno?) – come una doppia anima: temono l’Asia (specialmente l’Asia gialla), ma ne amano il mistero, gli spazi. Dostoevskij ben rappresenta quest’angoscia russa. Maksim Gorkij, ad esempio, che pure stava dalla parte dei bolscevichi, era terrorizzato dalla possibile mongolizzazione della Russia bianca. Savickij invece, uno dei primi “eurasisti”, proclamava l’Oriente come fatale terra del destino europeo. Per parte sua, Karl Haushofer – lo studioso tedesco che con Ratzel fu il vero fondatore della geopolitica – aveva un’idea ben chiara: “Europa alleata della Russia contro l’America”. Intorno a questa nuova scienza – la geopolitica – da lui energicamente divulgata, si ritrovarono in molti. L’Eurasismo come movimento politico storico fu cosa effimera: nato nel 1921 a Sofia per iniziativa di alcuni russi fuggiti dalla rivoluzione, si diceva erede dei vecchi slavofili: sognavano una grande Russia eurasiatica avversa all’Occidente. Cristiani ortodossi, alla maniera di Spengler pensavano che l’Occidente stesse tramontando e che al suo posto dovesse sorgere la “Terza Roma” moscovita. Ma gia nel 1927 l’organizzazione, infiltrata dai bolscevichi, sparì dalla scena. Ma non le sue idee. Che l’Europa dovesse sottrarsi all’egemonia anglosassone e al crescente predominio americano, appoggiandosi invece alla Russia e al suo prolungamento asiatico, rimase una convinzione diffusa. Il nazional-bolscevismo fu una viva espressione di questa tendenza, soprattutto nella Germania di Weimar, ma anche nell’URSS. Furono in diversi – a cominciare da Ernst Niekisch -a pensare a una forma di comunismo nazionale e a un asse Berlino-Mosca, per creare una nuova forma di politica europea macro-continentale. E persino Alfred Rosenberg riflette su un blocco russo-germanico. Erano orientamenti politici, ma al di sotto si animavano forti suggestioni culturali. L’Asia centrale, il Tibet, la Mongolia: realtà mitiche e mistiche, di cui alcuni personaggi subivano uno strano fascino. Era la terra magica del “Re del Mondo”, una specie di ombelico terrestre che si diceva racchiudesse tradizioni, saperi, occulte potenze. Questo mito era alimentato da figure al limite del fantastico: Roman Von Ungern-Sternberg, ad esempio. Detto Ungern Khan, questo bizzarro barone baltico combatté l’Armata rossa in Asia centrale, organizzò un esercito di cosacchi, mongoli, tibetani, siberiani, puntando all’erezione di un Impero teocratico di tipo lamaista in Eurasia. Claudio Mutti riporta che egli avrebbe ereditato, come potente talismano, nientemeno che il misterioso anello con la svastica che era stato di Gengis Khan. Ma ci furono anche eminenti studiosi che videro nell’Asia centrale il fulcro di una forza che l’Europa avrebbe fatto bene ad assicurarsi. Giuseppe Tucci, grande orientalista, promosse studi, viaggi, contatti, fondò istituti e riviste, si disse convinto che il patrimonio di conoscenze esoteriche di cui l’Asia e detentrice dovesse far parte della nostra cultura: “Io non parlo mai di Europa e di Asia, ma di Eurasia”. Ma si puo ricordare anche l’etnologo e geografo svedese Sven Hedin – tra l’altro, noto ammiratore di Hitler – che vagò per tutta la vita nell’Asia centrale alla ricerca delle sue più arcane tradizioni. E sulle tracce di un Tibet lontano padre del mondo ariano si misero, in quegli stessi anni, anche studiosi e ricercatori delle SS. A tutto questo si intrecciano interi brani di quella cultura alternativa, animata dall’esoterismo tradizionalista, che può riassumersi negli studi in materia portati avanti da Guenon o da Evola. E per molti decenni fu Lev Gumilev, storico dei popoli della steppa, a lungo perseguitato dai sovietici, a elaborare il modello eurasiatico e a rilanciarlo anche in epoca post-comunista. Ma la geopolitica, erede della “geografia sacra” e così ricca di retroterra sapienziale, è soprattutto realtà. E’ la scienza che lega economia, storia e geografia: i popoli devono seguire le vie della loro collocazione, non quelle degli interessi dettati dall’internazionalismo finanziario. La geografia è quella: immutabile nei secoli, e i bisogni dei popoli ne sono la diretta conseguenza. Da un po’ di tempo, sotto la spinta negativa dell’espansionismo americano-atlantista, si è avuto un ritorno della concezione geopolitica e, di conseguenza, dell’Eurasismo. Nella Russia post-comunista, una forma di Eurasismo è rinata per iniziativa di Aleksandr Dughin, che nel 1992 fondo la rivista “Elementy”, recante il sottotitolo “rassegna eurasista”. E tuttavia, il suo è un Eurasismo differente da quello religioso e conservatore degli anni venti. Dughin si e rifatto alla Rivoluzione Conservatrice tedesca – di cui Karl Haushofer era stato leader in materia di geopolitica – oppure a quell’ambiente della Nuova Destra europea (De Benoist, Steuckers) che ha fatto della scelta europeista anti-americana un suo cardine: rompere con l’atlantismo filo-americano, che sta portando i popoli alla rovina. Guardare invece a est, alla Russia, e a tutto quell’enorme bacino centroasiatico, dalle cui potenzialita ancora inespresse potrebbe partire un progetto di antagonismo politico di portata mondiale. L’Eurasia non e una trovata dell’ultima ora. Quella di guardare alla Scizia, al Caucaso o addirittura alle Indie e un’antica nostalgia europea. Oggi la geopolitica ci ricorda che i bisogni, la collocazione e la terra dei nostri popoli europei sono i medesimi di duemilacinquecento anni fa. Solo che, nel frattempo, e in nome di interessi estranei, lontani e pericolosi, la nostra identita viene per la prima volta nella storia minacciata molto da vicino. La geopolitica e l’Eurasismo servono a ricordarci che l’Europa ha in mano la possibilita di gestire uno spazio imperiale omogeneo territorialmente e culturalmente, ben in grado di fronteggiare l’imperialismo atlantista-occidentale, e che questo grande spazio aspetta solo di essere organizzato da una volonta politica. Poiché l’Europa si merita un destino europeo. Linea, n° 182, Domenica 4 Luglio 2004

Chiesa e Lega: una lunga storia di amore e odio

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tratto da Lettera 43 del 12 Agosto 2015

di Matteo Luca Andriola

Divisi dai migranti. Allineati su bioetica e famiglia. Cattolici-lumbard odi et amo. Tra attacchi e assi strategici. Diamanti: «Religione usata per creare consenso».

La polemica sui migranti, tra i due, va ormai avanti da settimane. Da una parte papa Francesco, dall’altra Matteo Salvini.
Il pontefice spiega che «respingere in mare gli immigrati è un atto di guerra». Il leader leghista replica che «con tutto il dovuto rispetto per il papa, non è un crimine ma, anzi, un dovere di qualunque buon amministratore, cattolico o no».
E sull’onda di queste schermaglie, il clima tra cattolici e lumbard si scalda. Tuttavia, la storia insegna che i rapporti fra le parti è molto più complesso di un muro contro muro. Tanto che le prime leghe regionali pescavano consensi proprio negli ex feudi democristiani e ‘bianchi’ in Lombardia e nel Veneto.
L’ASSE SU BIOETICA E FAMIGLIA. Il partito nordista e il mondo cattolico si trovano allineati su temi come la bioetica, la famiglia e la difesa dell’identità cristiana, ma entrano in collisione quando il Carroccio fa sfoggio del suo animo più regionalista. Specie negli Anni 90.
La Cei, tramite il cardinal Ugo Poletti e il vescovo Camillo Ruini, diffonde Evangelizzazione e testimonianza della carità (8 dicembre 1990), contro le «chiusure particolaristiche»; su Famiglia Cristiana nel novembre 1992 (e su L’Osservatore Romano e l’Avvenire), usciranno interventi di alti prelati contro il voto leghista perché anticristiano: «Allo stato attuale ‘nessuna benedizione’ può venire dai vescovi, perché corrisponderebbe a una legittimazione del particolarismo».
LE FRECCIATE DI BOSSI. In quella fase abbonderanno le dichiarazioni anticlericali bossiane («I preti pensino all’anima, lascino stare la politica»), e la Lega si barcamenerà fra posizioni filoprotestanti («Potremmo suggerire a tanti cittadini del Nord Italia di non guardare più a Roma, nemmeno per la religione. Ma di guardare […] ai civilissimi Paesi protestanti che credono in Dio e in Gesù Cristo ma non riconoscono l’autorità del papato») e panteiste (contro «il Dio che ci raccontano a catechismo») fino ad arrivare, oltre alle divise padane, all’introduzione di riti pagani (il rito dell’ampolla del dio Po, il dio Eridano, la ripresa del mito identitario celtico-longobardo e il Sole delle Alpi, una “swastica stilizzata”, fino al culto carismatico del leader), grazie anche alla cospicua presenza di militanti provenienti dalle file dell’estrema destra, come Mario Borghezio, o simpatizzanti della “Nuova destra” di Alain de Benoist, come Gilberto Oneto, direttore dei Quaderni padani ed ex vignettista della Voce della fogna di Marco Tarchi.

La Lega paladina dell”Occidente cristiano’

Questo non significa che non ci siano cattolici leghisti. Anzi.
La Croce diventa un collante identitario contro l’immigrazione, specie se islamica, soprattutto dopo l’11 settembre 2001, quando Bossi e i suoi diventano paladini dell’“Occidente cristiano”.
Come dimenticare poi l’ex presidente della Camera Irene Pivetti, ultracattolica, dal 1990 al 1994 responsabile della Consulta Cattolica della Lega lombarda e del Carroccio?
Bossi ha dovuto sempre tener conto della Consulta, guidata dal senatore Giuseppe Leoni, uno dei fondatori del movimento.
PIVETTI CONTRO IL CARDINALE MARTINI. Una realtà che arriverà a dividersi quando la Pivetti attaccherà il cardinale Carlo Maria Martini (definendolo «craxiano» e «tangentista», attaccando così anche il collega Leoni, che nel 1993 riceve un avviso di garanzia per la vicenda di un finanziamento illecito in veste di responsabile editoriale di una radio locale, un reato poi prescritto), favorendo la nascita dei ‘Cattolici per il popolo’ (Leoni), impegnati nel sociale, e i ‘Cattolici per l’identità’ (Pivetti).
Ma poco importa: anche se divisi in casa – la Pivetti però abbandonerà il partito perché critica verso la svolta secessionista – i cattolici nella Lega (o “Cattolici Padani”), saranno gli alfieri della tradizione da difendere a ogni costo, contro quello che potrebbe minare l’identità cattolica della Padania, come moschee, aborto, eutanasia e fine vita, matrimoni gay e inseminazione artificiale, con una radicalità che neanche i Comitati civici di Luigi Gedda e i settori più conservatori della Dc avevano mai manifestato negli Anni 50.
LA «RICRISTIANIZZAZIONE DELLA SOCIETÀ». A prova di tale intransigenza ci sono le dichiarazioni della Pivetti in un convegno tenutosi nel 1993, dove propose di «ricristianizzare la società».
«Un cattolico», spiegava, «non può riconoscere sempre e a chiunque il diritto di manifestare la sua religione. Le fedi religiose non possono essere messe tutte sulle stesso piano. Solo quella cattolica è una religione rivelata per cui non possiamo sottoscrivere acriticamente l’ articolo 18 della dichiarazione dei Diritti dell’ uomo, quello che sancisce per tutti piena libertà di credo religioso».
Nel 1994 la presidente della Camera arrivò a commemorare in Francia i cattolici controrivoluzionari della Vandea, nemici monarchici della Rivoluzione – indossando la croce vandeana –, una simpatia che la Lega ‘condivide’ con certi settori dell’estrema destra.

Il Carroccio: «Tettamanzi? Un buonista amico dei comunisti»

Questo ha permesso una grande flessibilità, col Carroccio che da una parte attacca prelati come l’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, considerato un «buonista amico dei comunisti e degli immigrati musulmani», e dall’altra crea un asse privilegiato con gli ecclesiastici ultraconservatori, che vedono nell’Islam il ‘male assoluto’.
BIFFI CONTRO I MUSULMANI. È il caso del vescovo di Como Alessandro Maggiolini e dell’ex arcivescovo di Bologna Giacomo Biffi (secondo cui i governi europei dovrebbero «privilegiare l’ingresso degli immigrati cattolici» perché i musulmani «nella stragrande maggioranza vengono da noi risoluti a restare estranei alla nostra umanità, individuale e associata»).
Un asse che ha portato la Lega, nel gennaio 2001, a contrastare anche alcuni non-cattolici che però italiani lo sono al 100%, bloccando – con An, Forza Italia e Udc – l’intesa dello Stato con la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova e l’Unione Buddista Italiana.
LA CROCIATA CONTRO I TESTIMONI DI GEOVA. L’onorevole leghista Luciano Dussin sostenne che «le garanzie offerte a Testimoni e buddisti rischiano di esporre la società italiana a pericoli di estrema gravità».
Borghezio, dal canto suo, disse che «c’è un’espansione delle sette religiose e un problema di compatibilità con il nostro ordinamento», il tutto in sintonia con associazioni cattoliche di destra come il Gris (Gruppo di ricerca e di informazione sulle sette, gruppo di privati cattolici che dagli Anni 80 analizzano tutte le confessioni non cattoliche avversandole, anche se cristiane) e il cardinal Biffi, che già nel novembre 1985 organizzò nella sua Bologna convegni contro i Testimoni di Geova, che gli «rubavano» i fedeli.

Lo strano asse con i lefebvriani

La Lega, però, non si limita a instaurare rapporti con i cattolici “istituzionali”: per anni è stata considerata vicina al movimento lefebvriano, che non riconosce la sovranità papale, col quale condivide il cattolicesimo della tradizione (con messa in latino), usato «all’occorrenza come elemento di identità padana».
IL FILO-PADANISMO DEL MOVIMENTO. Spiega Maurizio Ruggiero, lefebvriano, collaboratore della Lega e animatore di Sacrum Imperium, esistente dal 1989: «Noi siamo […] antimoderni, o meglio premoderni. Rifiutiamo la modernità. Si intende, quella ideologica […] La destra a cui noi ci rifacciamo è una destra metafisica di tipo tradizionalista e comunque sempre antecedente al 1789».
Pure Famiglia e Civiltà – movimento tradizionalista filolefebvriano – non nasconde le proprie simpatie per la Lega: «È quindi naturale che gli ambienti leghisti veri […] e i cattolici tradizionalisti seri e impegnati si considerino vicini […]. La Lega riprenderà a crescere e sarà determinante se riprenderà in modo deciso le battaglie in difesa della nostra identità, delle nostre tradizioni, di valori dei nostri popoli».
Un filo-padanismo che non esclude Famiglia e Civiltà da un contemporaneo apparentamento con la destra radicale, vedi Forza Nuova e, nella Verona di Tosi, con gli skinhead e la destra istituzionale.
«CAMERE A GAS? USATE PER DISINFETTARE». Peccato che il movimento lefebvriano, la Fraternità sacerdotale San Pio X, non sia il massimo della presentabilità: nonostante il capogruppo al Senato Federico Bricolo abbia espresso nel 2009 gioia per la revoca della scomunica che estraniava i lefebvriani dalla Chiesa dal lontano 1988 («Si chiude oggi un doloroso periodo che aveva visto i difensori della tradizione cattolica e del magistero costante e continuo della Chiesa allontanati, esiliati dalla chiesa romana»), le esternazioni negazioniste di don Floriano Abrahamowicz secondo cui «le camere a gas sono esistite almeno per disinfettare, ma non so dirle se abbiano fatto morti oppure no», già celebrante di messe in latino per Padania Cristiana di Borghezio (altra associazione catto-padana) e vicino a Forza Nuova, hanno allontanato il Carroccio, almeno ufficialmente, da questa realtà.
RELIGIONE COME STRUMENTO DI CONSENSO. Resta il fatto che per la Lega, come spiega lo studioso Ilvo Diamanti, «la religione viene usata come strumento di consenso partigiano ed elettorale», anche se non è la Dc.
I suoi amministratori partecipano alle sagre, venerano il patrono e la storia locali, finanziano restauri delle chiese e dei musei di arte sacra, chiedono la benedizione della scuola o dell’ufficio comunale da inaugurare al parroco o al vescovo, ma il partito, non predicando dogmi, pur avendo membri cattolici e ferventi, è pronto a barcamenarsi – come già fatto in passato – fra intransigenza e indipendenza qualora debba prevalere la ragion politica.

Von Stauffenberg Eroe o Traditore ?

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di Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi

« Sento il dovere di fare qualcosa per salvare la Germania. Noi tutti, ufficiali dello Stato Maggiore, dobbiamo assumere la nostra parte di responsabilità. »
Claus Schenk von Stauffenberg
Il 20 luglio del 1944 fu tentato un colpo di stato militare avvenuto per uccidere Hitler e instaurare una dittatura militare di stampo prussiano che avrebbe dovuto trattare una pace con gli alleati occidentali per continuare la guerra sul fronte orientale .
I partecipanti al complotto erano per la maggior parte appartenenti alla casta militare prussiana della Wehrmacht tra cui i generali Ludwig Beck e Henning von Tresckow. L’esecuzione materiale del piano (chiamato operazione Valchiria ) fu affidata al Colonnello Von Stauffenberg . Tuttavia per una serie di circostanze sfortunate ( la riunione a cui doveva partecipare con Hitler e altri importanti militari tedeschi a causa del caldo si tenne in un edificio di legno e non nel bunker e la valigetta contenente la bomba che era inizialmente posata vicino a Hitler fu spostata da un generale che così salvò la vita al Fuhrer ) l’attentato fallì e Stauffenberg volò a Berlino credendo di aver ucciso Hitler . Ben presto ci si rese conto che l’attentato aveva lasciato il Fuhrer illeso e di conseguenza i congiurati furono presto arrestati e condannati a morte per alto tradimento. Molti altri che non erano direttamente coinvolti nel complotto furono condannati a morte comprese le famiglie e coloro che per omonimia si sospettava fossero parenti dei cospiratori.
Uno dei più attivi membri del movimento anti-hitleriano, Hans Bernd Gisevius, descrive il colonnello Stauffenberg, che incontrò nel luglio 1944, come un uomo tutt’altro che condizionato da un’ideologia anti-nazionalsocialista. Nella sua autobiografia Bis zum bitteren Ende (it. “Fino all’amara fine”), Gisevius scrive:
Stauffenberg voleva mantenere tutti gli elementi totalitari, militaristici e socialisti del Nazionalsocialismo. Ciò che aveva in mente era la salvezza della Germania da parte di generali che potessero spazzare via la corruzione e la cattiva amministrazione, che potessero instaurare un governo militarmente ordinato e che ispirasse il popolo a compiere un ultimo grande sforzo. Ridotto ad un motto, voleva che la nazione rimanesse militarizzata e socialista. […]
Stauffenberg era motivato dalle impulsive passioni dell’uomo militare disilluso, i cui occhi erano stati aperti dalla sconfitta delle armate Tedesche. Stauffenberg era passato alla ribellione solo dopo Stalingrado. […] La differenza tra Stauffenberg, Helldorf e Schulenberg – tutti e tre era che Helldorf era entrato nel Movimento Nazista come un rivoluzionario primitivo, quasi apolitico. Gli altri due erano stati attratti anzitutto da un’ideologia politica. Quindi, era possibile per Helldorf rovesciare tutto in una volta: Hitler, il Partito, il sistema intero. Stauffenberg, Schulenberg e la cricca non volevano alcun disordine che non fosse assolutamente necessario; poi avrebbero dipinto la nave di stato di color grigio militare e l’avrebbero nuovamente varata.
Questo sembra trovare conferma in una lettera a sua moglie Nina, dove descrive la Polonia in termini dispregiativi: “la popolazione qui è solo plebaglia, un gran numero di Ebrei e molte persone di sangue misto. Un popolo che sta bene solo sotto la frusta”.D’altra parte, però, Stauffenberg non approvava le persecuzioni religiose ed etniche, che riteneva contrarie alla propria spiritualità cattolica.
In caso di riuscita del complotto, Stauffenberg progettava di non acconsentire alla richiesta di resa incondizionata, come Roosevelt e Churchill avevano stabilito ad Casablanca nel 1943, e voleva invece che i territori acquisiti fino al 1939 (Austria, Boemia e Moravia, Polonia occidentale) fossero assegnati alla Germania, dopo la fine delle ostilità, e che il Nord Italia restasse sotto influenza tedesca, essendo all’epoca il resto del territorio occupato dalle truppe americane. Voleva, inoltre, che Alsazia e Lorena divenissero regione autonoma all’interno del Reich, e che le province di Bolzano e Merano , nel ’44 gestite dall’Alpenvorland , venissero annesse dal Reich. Tra le richieste non-territoriali vi era il rifiuto di qualsiasi occupazione della Germania da parte degli Alleati, come anche il rifiuto di trasferire alle autorità nemiche i criminali di guerra, asserendo il diritto delle nazioni di giudicare da sé i propri criminali. Tutte queste proposte erano dirette agli Alleati Occidentali. Stauffenberg voleva che la Germania si ritirasse dai territori occupati ad ovest, sud e nord, mantenendo invece il controllo dei territori acquisiti contro l’Unione Sovietica e la Polonia.
Nel dopoguerra la figura di Von Stauffenberg è stata venerata come quella di eroe antinazionalsocialista tuttavia egli fu un fiero esponente della casta militare prussiana che si ribellò a quel nazionalsocialismo fatto di borghesi incapaci di intendersi di cose militari e di arrivisti dell’ultima ora, incuranti delle tradizioni prussiane delle forze armate Germaniche e della Germania pre Weimar . Per concludere Von Stauffenberg non fu un antinazionalsocialista e tantomeno un democratico.