AfD la Riscossa Tedesca

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di Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi

Il partito di destra anti immigrazione AfD( alternativa per la Germania) si è piazzato con il 21.9% dei voti nel Bundesland del Meclemburgo-Pomerania Anteriore battendo la CDU di Angela Merkel che ha ottenuto il 19% dei voti perdendo tre punti rispetto alle elezioni del 2011 .

In Meclemburgo-Pomerania Anteriore i risultati delle elezioni hanno visto l’SPD piazzarsi primo con il 30% dei voti perdendo però 5 punti dal 2011,l’AfD con il 21.9 % dei voti e infine la CDU della cancelliera Merkel con il 19% dei voti.

Questi dati indicano che l’AfD è destinata a diventare il principale partito patriottico tedesco dalla fine del dopoguerra.

I neonazisti dell’NPD e quelli del nuovo partito neonazista del Der Dritter Weg sono destinati a rimanere una forza incapace di andare al governo e a ottenere consensi di massa e di conseguenza rimarranno attori di secondo piano nel mondo della politica tedesca.

Le Origini dell’AfD

L’AfD fu fondata nel febbraio del 2013 da Bernd Lucke, economista e professore di macroeconomia all’Università di Amburgo.

Alle elezioni federali del 2013 l’AfD ottenne 2 056 985 voti, pari al 4,7%, non riuscendo quindi per poco a superare la soglia di sbarramento del 5% per ottenere seggi al Bundestag.

Alle successive elezioni europee del 2014 ottiene il 7,04%, conquistando sette eurodeputati; a seguito del risultato, il partito ha scelto di affiliarsi al Gruppo dei conservatori e dei riformisti europei.

Il 4 luglio al congresso di Essen, Frauke Petry viene eletta a maggioranza assoluta leader del partito,l’8 luglio 2015 il fondatore Lucke lascia il partito dal momento che non condivide i toni populisti del nuovo segretario secondo lui troppo vicini al movimento anti islamico Pegida. Il 19 luglio Lucke fonderà il partito Alternativa per il Progresso e il Rinnovamento assieme a 5 europarlamentari dell’AfD.

Nelle elezioni regionali del 2016 AfD ottiene un ottimo risultato in termini elettorali: nel Land del Baden-Württemberg AfD diventa il terzo partito ottenendo il 15,1% dei consensi, nel Land della Renania-Palatinato ottiene l’12,6% mentre nella Sassonia-Anhalt si colloca al secondo posto ottenendo il 24,2% dei suffragi.

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Ideologia

L’AfD  si presenta come partito nazional conservatore , euroscettico e fortemente anti immigrazione in particolar modo contro gli immigrati islamici.

Immigrazione e Islam

 

Il partito si oppone alla costruzione di moschee dotate di minareti ,al richiamo alla preghiera da parte dei muezzim, al burqa , al niqab e comunque a ogni genere di velo integrale .L’AfD si oppone alla costruzione e alla gestione di Moschee da parte di soggetti poco affidabili dal punto di vista legale e da parte di stati islamici o donatori privati.

Coscrizione

Il partito vuole un ritorno alla leva per gli uomini dai 18 anni in su.

Euroscetticismo

Il programma europeo dell’AfD si può riassumere in 4 punti :

1 ” Nazione sovrana rispetto al superstato europeo ”

2   Sussidiarietà nei confronti del centralismo di Bruxelles

3  Cittadini contro le élite

4  Contribuenti tedeschi VS beneficiari stranieri

Politiche Familiari

L’AfD è fortemente a favore della Famiglia Tradizionale e si oppone alle teorie gender e in particolar modo contro la sessualizzazione dei bambini nelle scuole. L’AfD si oppone alle quote rosa.

Conclusioni

Il successo dell’AfD deriva da essenzialmente 3 fattori ;

1 La capacità di incanalare il dissenso delle classi medio-alte nei confronti della politica immigratoria di Angela Merkel.

2 L’essere un partito fortemente oppositore delle politiche UE .

3 La capacità di attrarre nazionalisti  moderati che in precedenza votavano NPD.

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Per Europa e Russia è ora di fare i conti con Assad

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di Lorenzo Centini http://ruberagmen.blogspot.it/2015/09/per-europa-e-russia-e-ora-di-fare-i.html

NOTE SUGLI SVILUPPI DELLA CRISI SIRIANA (10/09/2015)

La recente esposizione della cancelleria russa riguardo alla crisi siriana, nella quale Putin ha chiarito la sua disposizione a difendere militarmente la stabilità di Assad nella guerra civile, aggiorna la questione di una via di uscita dalla crisi siriana, che aggiunge alla lista di condizioni inderogabili anche la liquidazione dell’ISIS (scaricato diplomaticamente anche da gli USA)

Nella crisi si distinguono due linee strategiche americane e due linee diplomatiche interne al blocco filo-Assad.
Gli States hanno iniziato la destabilizzazione della Siria di Assad per indebolire il “crescente sciita”, staccare l’Iran dal Mediterraneo e porlo sotto scacco diplomatico al fine di piegarne la carica rivoluzionaria. I diplomatici americani contavano (e contano) che una sovraesposizione militare ad Est (con la frontiera Afghana direttamente presidiata dall’US Army) e ad ovest (galassia islamista) congiunta ad un regime di isolamento diplomatico-economico sarebbero state condizioni bastevoli per far ritirare l’Iran dal suo ruolo antimperialista.
Tuttavia l’avvicinamento tra Pechino e Mosca e tra quest’ultima e Teheran ha rinviato sine die il ritiro ideologico e politico dell’Iran, che ha potuto portarsi sotto le strutture diplomatiche ed economiche dello SCO (di cui è partner) e della Unione Eurasiatica (di cui è interlocutore).
Il contemporaneo aggravarsi del dinamismo turco e saudita e l’impossibilità di gestire i risultati dell’anarchia marchiata ISIS (emigrazione siriana – opinione pubblica scandalizzata) ha imposto agli States di pensare ad un’uscita dalla crisi siriana. Come per tutta la gestione del Medioriente, negli States si scontrano due linee strategiche:

A) Linea Kerry.

La linea Kerry, difesa e sostenuta dalla maggior parte dei democratici americani, dal governo e da alcuni settore repubblicani, prevede un utilizzo dell’ISIS come pungolo per velocizzare la fine della crisi siriana, che avrebbe dovuto concludersi con l’installazione in Siria di un governo de-magnetizzato. Attualmente la linea Kerry potrebbe essere quella di eliminare l’ISIS dal gioco ma contemporaneamente di porre la questione della successione di Assad (risultato perorato fino ad oggi con metodi militari) e legare strettamente i due temi. In questo senso gli Stati Uniti hanno fatto il primo passo vagheggiando della coalizione antiterrorismo e continuando i bombardamenti sull’ISIS (militarmente inefficaci e utili solo per prendere tempo).
Kerry e Obama potrebbero trovare accettabile una Siria non amica ma nemmeno baathista (addivendendo quindi all’obbiettivo minimo della Guerra per Procura in Siria). A ciò hanno aiutato anche gli altri due “successi” di Kerry: l’apertura all’Iran (che quindi può legittimamente essere interpellato nella gestione della crisi) e il congelamento della crisi ucraina (in cui l’asse di frizione si è spostato all’interno del governo ucraino e della resistenza del Donbass)

B) Linea Neocon o AIPAC

La linea dei Necon si basa sull’obbiettivo di “americanizzare” il Medioriente. In questo senso nessun accordo è possibile con Assad su una posizione di forza, che dovrebbe essere invece occupata dagli Stati Uniti (nello stesso copione diplomatico esibito da Nixon nella crisi giordana del 1970 e della difesa della “linea Rogers”). In questo senso il finanziamento all’ISIS si prolunga fino a quando Assad non sarà militarmente tagliato fuori dal campo delle trattative, e il triangolo Damasco-Mosca-Teheran non sarà costretto ad accettare una Siria filoamericana pur di non avere una Siria apertamente takifirizzata. L’Isis è quindi il canto del cigno per piegare Damasco (marciandoci sopra) e Teheran (fiaccandola) e rimanere al tavolo solo con un Putin lasciato a se stesso a difendere cause altrui. La linea Neocon è sostenuta anche da Repubblicani spinti e da certi democratici interventisti (Hillary Clinton), collegati con i centri di potere sionista, che difatti agognano un Medioriente balcanizzato (come si sta realizzando in Iraq diviso in tre stati confessionali) innocuo per Tel Aviv (e terreno di caccia per l’imperialismo americano). In questo solco si spiega facilmente l’intransigenza israeliana e dei loro referenti negli States nel respingere l’accordo con nucleare (che toglie l’assedio a Teheran, facendola rifiatare).

Anche nel blocco che sostiene il legittimo presidente Bashar al-Assad ci sono due linee diverse:

A) Linea Putin-Lavrov

Mosca è scesa in campo a difesa della Siria di Assad per evitare che tutto l’arco mediorientale divenisse un ventre molle dell’islamismo (e dei piani di sovversione americani): in questo senso Putin considera la Siria l’unico ostacolo al flusso del caos prima del Caucaso. Putin non è legato ad Assad in quanto tale (se si eccettuano gli interessi militari a Tartous e Lattakia, che tuttavia Mosca può mettere sul piatto come contropartita ad un eventuale abbandono di Assad) ma solo alla sua funzione di alternativa ad una Siria filoamericana (o peggio) islamista. Se Obama, seguendo la linea Kerry, offrisse a Putin un’ alternativa tra Assad e il Califfo, Mosca non si impegnerebbe nella difesa di Damasco,a meno che non consideri la proposta americana poco fondata (o mendace). La dimostrazione muscolare serve da un lato per intimorire gli States (che non vorrebbero entrare in Siria) e dall’altra per cercare di salvare la superiorità militare di Assad, da cui trattare in una posizione di forza contro gli States. L’obbiettivo finale, per Mosca, rimane convincere gli americani ad aprire un tavolo in cui gli Stati Uniti porrebbero come condizione la deposizione di Assad, e che i russi accetterebbero, e in cui quest’ultimi mettano come condizioni di lavoro imprescindibile la difesa degli interessi russi e la neutralità/stabilità del governo siriano venturo (senza Assad).

B) Linea Iran- Hezbollah

Per l’Iran la difesa di Damasco è una questione di “sicurezza interna” (come chiarito a più riprese dal Generale Soleimani e da Hassan Rohani). L’accordo con nucleare, per Teheran, non coincide con l’auspicata ritirata ideologica caldeggiata da Washington, ma piuttosto con un piedistallo diplomatico, da cui far sentire la propria voce sulla questione siriana. L’Iran non si accontenta di niente di meno che di una Siria filoiraniana, e quindi in fondo il ristabilimento della situazione anteriore al 2011 (un unico filone filoiraniano/sciita da Teheran al Mediterraneo). Purtroppo, sia demograficamente che sociologicamente, è impossibile pensare ad un cambio della guardia, giacchè già il governo di Assd si reggeva su un precario equilibrio confessionale. A Teheran sanno bene che qualsiasi ipotesi che non contempli il ristabilire la situazione ex ante sia, di fatto, avere una Siria sunnita e non filoiraniana, con la minoranza alawita ridotta all’asse Tartous-Lattakia e di fatto inesistente sul piano interno. E’ quindi conseguente che qualsivoglia accordo Lavrov-Kerry che contempli un governo per Damasco diverso da quello di Assad è un ipotesi non percorribile. Anche Hezbollah, peraltro, vicinissima all’Iran, non può accettare una Siria guidata da un “El-Sisi” damasceno:un governo “neutro” al confine al Libano e con Israele sarebbe un governo disposto a cedere su questioni vitali, annullando, di fatto, le vittorie diplomatiche di Hezbollah e dello sciismo politico degli ultimi dieci anni.
E’ quindi ovvio che si Teheran che Hezbollah spingano per una risoluzione militare del conflitto, e sperano che l’Europa si assume le proprie responsabilità iniziando un serio attacco all’ISIS (unico veto ostacolo al ristabilimento di una calma Assadista in Siria, stante l’assoluta inconsistenza della opposizione liberale.

PER L’EUROPA E’ ARRIVATO IL “LIBERA TUTTI”

In tutto questo, nella lotta mortale tra queste quattro linee, bisogna tener conto dello scenario europeo, che si è visto costretto a smetterla con i vagheggiamenti sui diritti del migrante e a porre fine allo scempio siriano.
Rimane infatti per i quattro grandi paesi europei, Italia, Germania, Francia e Inghilterra, l’impossibilità di sostenere oltre l’opera caotica dell’ISIS, e quindi, ipso facto, l’impossibilità di tenere ancora a lungo scisse la quaestio Assad e la Quaestio migranti.
I quattro paesi, nerbo politico europeo, si sono divisi i compiti e le personalità politiche. Mentre l’Italia e l’Inghilterra si sono rifugiate una  in un moderatismo interessante (con le parole di Renzi sulla non adesione di Roma al raid francese, che tengono aperta la possibilità di un canale diplomatico aperto con Russia e Cina) e l’altra in un isolazionismo lateralmente filoamericano.
Francia e Germania si stanno così muovendo:

La Francia, che più di tutti ha ragione di temere ogni minuti che passa il rafforzamento dell’ISIS (e quindi conseguente scintillio della guerra fredda sociale tra proletariato islamico delle periferie e padroni sionisti e “umpisti”) e desiderano distruggere il Califfo per assicurarsi di non internazionalizzare il proprio problema sociale e di politica interna. L’avventura francese è tuttavia destinata alla cosmesi militare, giacchè solo un colpo deciso,da terra, all’ISIS, sarebbe risolutivo. Nella foga di far qualcosa Hollande ha esacerbato lo scontro sociale precitato, accellerando la polarizzazione degli strati popolari emarginati verso l’Islam radicale, avvicinando quindi il momento in cui tale scontro sotterraneo diventerà evidente, mettendo la Francia nelle mani degli opposti estremismi sgretolatori (sottoproletariato allogeno guidato da una minoranza combattiva e islamizzata contro una reazione “di destra” da Sarkozy a la Le Pen).

La Germania ha accolto il flusso dei profughi siriani per poter mettere sul tavolo della futura trattativa  sul post-Assad il proprio peso. La Merkel continua la linea dei cancellieri tedeschi dopo a Yugoslavia, e boicotta le risoluzioni muscolari americane (nelle quali si troverebbe del tutto isolata), preferendo una gestione “tecnica” della crisi mediorientale. Il governo della CDU ha preferito seguire il suggerimento di Zarif e di Kerry, e ha infatto accolto con favore l’accordo con l’Iran, preferendo cooptare Teheran nella lotta alla destabilizzazione piuttosto che difendere a spada tratta le isterie israeliane. Berlino respinge sia la linea di Parigi, rifiutando di combattere una guerra inutile,sia l’isolazionismo inglese. Il rischio, per la Merkel, è che gli possa essere impossibile, in futuro, continuare a gestire i flussi migratori (contro i quali solo un attivismo nella crisi siriana potrebbe far qualcosa, nell’uno o nell’altro senso) e adottare una linea simile a quella della vicina Polonia o addirittura proseguire ad un indurimento simile a quello ungherese.
E’ evidente che la crisi siriana pone un problema all’unità imperialistica, mettendo di fronte al caos siriano sia paesi pronti a sfruttare una stabilità politico-sociale (Germania e Inghilterra), sia paesi fragili la cui instabilità politica e sociale ne lega le mani all’attendismo (Italia) o all’azione fulminea per ricacciare dentro gi argini dello sviluppo interno dinamiche di opposizione sociale (Francia).
Diventa probematico per l’Europa dei quattro stare in fila indiana dietro la testa del serpente, giacchè come abbiamo visto ci sono almeno due teste. Lo sviluppo di una contraddizione mortale all’interno di un imperialismo bicefalo è destinata a tracimare dai confini delle “corporation parlamentari” americane e ad allargare la frattura interimperialistica tra le due sponde dell’Atlantico.

Non è impossibile ipotizzare che tale frattura porti, per reazione, alcuni paesi europei ad accogliere l’altro grande piano borghese, vale a dire un ibridazione tra la linea Kerry e la linea Lavrov. Già Austria (vicina ai problemi tedeschi) e la Spagna (alleata dell’Italia nell’opposizione interna all’Europa al dominio tedesco) abbiano aperto ad una collaborazione con Assad nella lotta all’ISIS. Questo spostamento verso Assad è in realtà uno spostamento verso la “sinistra” dell’imperialismo americano, vale a dire al realismo politico di Kerry. Accettare l’esistenza di Assad nella equazione di risoluzione del caos siriano, anche solo in via teorica, è aver per metà accettato l’inutilità dell’Isis come strumento militare e della non possibilità di quest’ultimo di rovesciare Assad con la forza.