Antoun Saadeh : Vita di un Socialista Nazionale Siriano

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Di Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi traduzione da http://www.ssnp.com

L’infanzia

Antoun Saadeh nacque il 1 marzo 1904 nella cittadina di Showeir nel distretto di Metn Monte Libano.

Egli ricevette la sua istruzione elementare nel villaggio di Showeir e successivamente continuò gli studi al Lycee de Freres al Cairo e alla scuola di Brummana.

Antoun Saadeh lasciò il Libano nel 1919 per recarsi negli USA e nel febbraio 1921 si trasferì nel Brasile dove prese parte assieme a suo padre Dottor Khalil Saadeh nel  dirigere il giornale Al Jarida e nella rivista Al  Majalla.

I primi inizi

Nel 1924 fondò una società segreta che aveva come obbiettivo l’unificazione della Siria Naturale, ma egli sciolse la società nel 1925. Mentre era in Brasile studiò il russo e il tedesco.

Antoun Saadeh tornò in Libano nel 1930.Nel 1931 scrisse “Una tragedia d’Amore” che fu successivamente pubblicata nel 1933 assieme alla sua “Storia della Festa di Nostra Signora di Sidnaya”.

Nel 1931 si recò a Damasco dove si unì alla redazione del quotidiano damasceno Al Ayamm ma ritornò a Beirut nel 1932 per insegnare tedesco agli studenti che avevano scelto lingue all’Università Americana di Beirut. A Beirut egli riprese la pubblicazione della rivista Al Majalla  del quale egli riportò 4 problemi.

La fondazione del Partito Socialista Nazionale Siriano

Egli fondò il Partito Socialista Nazionale Siriano il 16 novembre 1932. Il 16 settembre  1935 l’esistenza del Partito Socialista Nazionale Siriano divenne nota. Saadeh fu arrestato e condannato a sei mesi di carcere durante i quali scrisse “ L’ascesa delle Nazioni”. Saadeh fu liberato ma fu detenuto ancora una volta nel tardo giugno del 1936 durante i quali scrisse il pamphet “ La spiegazione dei Principi”. Nel primo novembre fu rilasciato di prigione  ma egli vi ritornò nel primo marzo 1937. Egli aveva scritto il libro “ L’Ascesa della Nazione Siriana” ma il suo libro fu sequestrato dalle autorità al momento del suo arresto e le autorità si rifiutarono di riconsegnarglielo.

Rilasciato nel tardo Maggio 1937 egli nel Novembre dello stesso anno fondò il giornale Al-Nahdhah.

Gli Anni all’Estero

Egli continuò a dirigere il Partito fino al 1938 quando lasciò il paese per organizzare per organizzare le branche estere del partito.

In Brasile egli fondò il giornale Nuova Siria ma fu detenuto per 2 mesi a seguito di accuse da parte di agenti coloniali rivelatesi poi  false . Successivamente si trasferì in Argentina dove seguì lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale nel 1939. Egli rimase in Argentina fino al 1947. In Argentina fondò il giornale Al-Zouba’a  e scrisse “ La Lotta dell’intelletto nella Letteratura Siriana “ che fu stampato a Buenos Aires. Nel 1943 egli sposò Juliette Al-Mir che gli diede 3 figlie. Durante la Seconda Guerra Mondiale mentre era all’estero fu condannato “In Absentia” a 20 anni di prigione e a 20 di esilio dalle autorità coloniali  francesi.

Il Ritorno in Patria

Egli ritornò in patria il 2 Marzo 1947 e presto fece un discorso rivoluzionario in seguito del quale le autorità emisero un mandato di arresto che rimase in vigore per 7 mesi ma fu successivamente ritirato.

Egli fondò il giornale Al-Jil Al-Jadid. Fu negli uffici e nelle stamperie che accadde l’incidente di Jemmayzeh nel corso di un piano condotto dalle autorità con le Falangi Libanesi che attaccarono e incendiarono gli edifici.

Il complotto e il Martirio

Durante quel periodo venne messa in atto una cospirazione internazionale e il 7 giugno 1949 riuscì a persuadere Husni Al-Za’im  a consegnare Antoun Saadeh alle autorità libanesi che interrogarono , processarono e lo giustiziarono nell’arco di 24 ore.

La data del suo martirio fu l’8 giugno 1949 alle 15 e 20 del pomeriggio.

Conclusioni

Antoun Saadeh resta una delle figure più influenti e importanti della storia recente del vicino oriente. Il SSNP da lui fondato è stato e rimane uno degli attori politici più importanti in Libano e Siria. Le sue milizie hanno avuto un ruolo cruciale nella guerra civile libanese del 13 aprile 1975 – 13 ottobre 1990 durante la quale combatterono attivamente le forze israeliane e dell’esercito del sud del Libano e nel corso dell’attuale guerra al terrorismo siriana che vede il SSNP combattere al fianco dell’esercito siriano combattere contro i terroristi supportati da Occidente, Israele e paesi arabi del Golfo.

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Il Movimento di Lapua

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di Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi

Il Movimento di Lapua fu un movimento ultra nazionalista e anticomunista finlandese fondato nella cittadina di Lapua e rinominato secondo la stessa.

Il movimento fu fondato nel 1929 e inizialmente era dominato da nazionalisti finlandesi anticomunisti i quali enfatizzavano il lascito dell’attivismo nazionalista, le Guardie Bianche finlandesi e la guerra civile finlandese. Il movimento vedeva se stesso come il male necessario re instauratore di ciò che fu conquistato dopo la guerra civile finlandese appoggiando il Luteranesimo ,il nazionalismo e l’anticomunismo.

Molti politici e molti militari finlandesi furono inizialmente simpatizzanti del movimento di Lapua dato che l’anticomunismo era la norma delle classi politiche formate dopo la guerra civile finlandese. Tuttavia l’eccessivo uso della violenza da parte dei militanti di Lapua rese il movimento meno popolare dopo un paio di mesi.

Attivismo del Movimento di Lapua

Il movimento organizzò marce e riunioni nell’intera Finlandia. Il 16 giugno 1930, più di 3.000 uomini arrivarono a Oulu al fine di distruggere la stampa e l’ufficio del giornale comunista Pohjan Voima. Tuttavia, l’ultimo numero di Pohjan Voima era apparso il 14 giugno .Lo stesso giorno fu distrutta una stamperia comunista a Vaasa. Una dimostrazione di forza fu la cosiddetta Marcia Contadina fino a Helsinki . Più di 12.000 uomini arrivarono a Helsinki il 7 luglio 1930. Il governo cedette sotto pressione e i movimenti comunisti furono messi fuori legge. Incontri comunisti furono interrotti anche con la violenza. Un trattamento comune era  il cosiddetto muilutus che consisteva in un rapimento a cui seguiva il pestaggio,  successivamente la vittima veniva caricata su una macchina e portata al confine sovietico.

L’Epilogo

Nel febbraio 1932 una riunione socialdemocratica a Mäntsälä fu violentemente interrotta da attivisti armati Lapua. L’evento portò a un’escalation che culminò nella cosiddetto colpo di stato   Mäntsälä capitanata dall’ex capo di stato maggiore dell’esercito finlandese Wallenius . Nonostante gli appelli di Wallenius l’esercito finlandese e le Guardie Bianche rimasero in larga parte fedele al governo . Molti storici ritengono che il motivo principale del fallimento fu scarsa pianificazione:

la rivolta fu scatenata inizialmente da eventi locali e solo successivamente divenne nazionale. La ribellione finì a seguito di un intervento alla radio indirizzato ai ribelli del presidente Svinhufvud. Dopo un processo che vide l’incarcerazione di Wallenius e di altri 50 capi della rivolta il partito di Lapua fu messo fuorilegge.

Ideologia

Il partito era visceralmente anticomunista e anti sovietico(per non dire antirusso). Sosteneva le Guardie Bianche Finlandesi che combatterono nella guerra di indipendenza Finlandese durante la Rivoluzione russa e nella successiva guerra civile finlandese che vide i Bianchi Finlandesi trionfare sui comunisti finlandesi appoggiati dall’Armata Rossa. Il partito era ultra nazionalista e supportava tra l’altro l’irredentismo finlandese mirato alla realizzazione della Grande Finlandia. Il partito supportava l’organizzazione dei Fennomanni(sostenitori della lingua finlandese) contro gli Svecomanni (sostenitori dell’uso della lingua svedese ).

Eredità

L’ideologia di Lapua fu ripresa dal Partito Popolare Patriottico Finlandese che sopravvisse fino alla sua messa al bando dopo la resa della Finlandia all’Urss a seguito della Seconda Guerra Mondiale.

 

Noi e l’Islam: meno Fallaci, più Filippani Ronconi

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Roma, 19 nov – Nel caotico ribollire di sentimenti suscitati dall’attentato di Parigi a qualcuno forse tornerà in mente il nome di Pio Filippani-Ronconi.

Lo ricordo a un convegno a Napoli, a palazzo Cellammare, mentre spaziava tra i simboli spirituali dell’India e dell’Europa. A un certo punto dovette dire una frase che suonò sgradevole all’orecchio – sensibilissimo – di un giovane guénoniano presente in sala. L’adepto della Tradizione Primordiale si alzò al momento del dibattito e disse: “Professore, ma come può negare quello che Guénon ci ha insegnato, e che cioè l’Islam è una grande Tradizione Regolare?”.

Filippani placò l’interlocutore con una lunga citazione in arabo. Era la

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islamcitazione di qualche Sura del Corano oppure un bellissimo insulto in lingua desertica? Non lo sapremo mai, ma fu molto chiaro quel che disse dopo: “Figliolo, io non ho detto che l’Islam non è una Tradizione Regolare, ho detto che l’Islam non può essere la via spirituale per il tipo umano europeo”.

La soluzione del problema è tutta qui: consapevolezza che l’Islam esiste, ha la sua specificità, i suoi valori, rivendica i suoi diritti storici e ha tutta la determinazione per voler ribaltare i torti storici che nello scorso secolo ha subito; ma nello stesso tempo orgoglio nel ribadire che esiste una tradizione europea che si snoda attraverso la civiltà greca e romana, passa attraverso il Medio Evo germanico, gotico e il suo sviluppo faustiano, si proietta adesso verso un’aurora di civiltà ad Oriente con l’emergere di un nuovo popolo, quello russo, ben saldo nella propria anima e riluttante nella “sottomissione” a qualsiasi punto cardinale.

Insomma esiste in Europa una storia in fieri, che non finisce qui. Filippani che venerava la Donna con la cortesia di un cavaliere medievale forse avrebbe percepito oggi come due moderne Erinni le contrapposte icone della Fallaci e della Boldrini. Odio di sé e odio dell’altro in opposto estremismo.

La sua venerazione sarebbe andata alla fanciulla Europa, amata da Zeus, che mal si concilia con l’Occidente dominato dalle oligarchie venali o con le

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filippanimoltitudini prostrate con la testa a terra e i piedi scalzi. All’Islam il professore dedicò saggi di spessore esoterico, raccolti in antologie come l’ Altro Islam, Gnosi ismaelita e regalità iranica.Nell’Islam “illuminato” Filippani ravvisava il perpetuarsi di una vena d’oro che discendeva dalla Persia indoeuropea, dalle antiche civiltà mesopotamiche. Ricordava che la setta dei Drusi credeva nella reincarnazione, nel pareggio karmico delle azioni e venerava la Divinità “nel cuore”, più che nell’adempimento pedissequo della Legge.

Oggi avrebbe visto di buon occhio le amazzoni Curde che combattono l’Isis o i soldati mussulmani della Siria che riportano la statua di Maria Vergine sulla montagna.

Alfonso Piscitelli
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IL FASCISMO E LA MAFIA

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di Maurizio Barozzi

«Inquadriamo la vicenda storica del Fascismo e della Mafia, in cui ci sono tante cose da precisare e correggere e tante leggende da sfatare.

La Storia non si legge, né tanto meno si scrive, con gli occhi dei fans o con quelli dei denigratori»

 

 

Su le vicende della Mafia e del Fascismo, si leggono spesso note e articoli di carattere pseudo storico, ove l’autore, a seconda della sua appartenenza ideologica, esalta ed enfatizza certi aspetti o ne denigra e misconosce altri.

Quindi si passa dal Fascismo che debella la Mafia estirpandola dalla Sicilia, al Fascismo che invece si fa complice della Mafia o la Mafia stessa che si nasconde dietro il fascismo.

Sono dei modi faziosi di scrivere la storia, piegando le vicende storiche ai propri ideali. Ma la verità storica, prescinde dalle preferenze ideali di chi la interpreta e va  invece descritta come esattamente si è svolta, nei limiti ovviamente della ricerca storica e delle sue  complicazioni interpretative.

Se da una parte ingenui neofascisti hanno enfatizzato al massimo l’opera di Mori in Sicilia, affermando tout court che il fascismo aveva debellato la Mafia e questo invece è vero solo entro certi limiti, gli antifascisti hanno fatto di peggio, disegnando addirittura un Fascismo complice della Mafia.

Si prendano, per esempio, certe vicende che si ebbero tra il fascismo e il mafioso Vito Genovese, citate spesso per dimostrare  inesistenti connivenze.

Ancora una volta è il contesto storico che ci  consente di leggere queste situazioni. Mussolini, nei primi anni ’30,  stroncate le attività mafiose in Sicilia e riportata l’Isola sotto la piena giurisdizione e autorità dello Stato, pur nei limiti che più avanti spiegheremo,  se ne poteva fregare di meno della Mafia americana, dei suoi traffici in un una immensa nazione dove, dalla politica alla finanza, alla economia, alle Power Èlites, tutto era svolto sotto un egida gangsterica di forma legale o illegale.

Si dà il caso, però, che a Mussolini premeva unicamente lo sviluppo delle industrie italiane e determinati commerci con gli Stati uniti dove vivevano molti italiani.

Egli sapeva benissimo che certi traffici economici, passavano anche dalle mani di mafiosi come Genovese, anzi non potevano prescindere da queste.

Era uno Stato, lo Stato italiano che faceva i suoi interessi. Accusare Mussolini di collusioni mafiose è da mentecatti, sarebbe come accusare Stalin di collusioni con Hitler, avendo egli concluso con Hitler un importante accordo, il famoso Ribentropp – Molotov con molte implicazioni internazionali (compreso l’invito nel 1940  ai partiti comunisti europei  di appoggiare la guerra tedesca, tanto che in Francia, per queste disposizioni, diversi comunisti subirono pene elevatissime per aver sabotato, di fatto a vantaggio della Germania, l’industria bellica francese).

Qualcuno che vuol scrivere storia, dovrebbe capire che ci sono anche le esigenze nazionali e la ragion di Stato, quando parliamo di Nazioni e di popoli.

Che la Mafia e lo stesso Genovese, quantunque in Italia si spacciava per sostenitore de fascismo, restassero fondamentalmente dei nemici del fascismo e dei manutengoli della plutocrazia americana è dimostrato dal fatto che nel luglio 1943 gli americani  utilizzarono proprio la Mafia per l’occupazione del nostro paese, e una volta sbarcati in Sicilia la reinstallarono in tutte le sue attribuzioni e funzioni che un tempo aveva avuto e che il fascismo gli aveva tolto.

Lo stesso Vito Genovese fu l’interprete ufficiale del comandante  degli affari civili dell’AMGOT (l’amministrazione militare americana) in Sicilia e a Napoli, il famigerato colonnello statunitense Charles Poletti che gli assegnò compiti particolari, per gli interessi strategici statunitensi e  vari traffici mafiosi.

Per venire al nostro argomento, quello di come il Fascismo affrontò il problema mafioso, e comprendere adeguatamente la situazione del tempo, occorre partire dalle parole di  Giovanni Gentile, che indicò  una “Sicilia sequestrata”, auspicandone la fine dall’isolamento e la confluenza della cultura regionale, pur viva e interessante,  nel grande crogiolo della cultura nazionale italiana.

La Trinacria,  ancor nei primi anni del ‘900,  soggetta ad un pervicace  sistema di cosche e latifondisti, chiusa a venti ideologici e culturali nuovi, siano essi l’illuminismo, il romanticismo, il liberalismo e altrettanto sarà per il fascismo. Arretratezza e immobilismo si perpetuavano di generazione in generazione.

Saltiamo a piè pari i periodi precedenti e portiamoci al  termine della Prima Guerra Mondiale, dove si può constatare  che la Mafia spadroneggiava in Sicilia.

Come scrive “In Storia” una rivista on line non di certo di tendenza fascista:

«Il mafioso, attraverso un’articolata rete gerarchica di personaggi che andavano dall’amministratore al gabellotto e al campiere, difendeva il proprietario dalle rivendicazioni contadine e gli assicurava il lavoro di braccianti male remunerati e il tranquillo godimento delle rendite del feudo».

La mafia, inoltre,  era efficace  per il mantenimento dell’ordine e dell’equilibrio sociale e alle autorità Istituzionali, al tempo formate in parte con il sistema partitocratico, questo andazzo stava bene, cosicché si veniva sempre a formare  un connubio tra potere mafioso e uomini politici del luogo.

Come sempre, con il passare del tempo e il succedersi dei periodi storici, qualunque fossero i fermenti rinnovativi e culturali o i cambiamenti politici che si determinavano nel paese, con riflessi nell’Isola, puntuale si riproduceva quel “gattopardesco” cambiare per non cambiare, che in definitiva lasciava le cose sostanzialmente come stavano.

Imperava quindi l’illegalità: l’abigeato, o il traffico del bestiame rubato, l’appalto dei feudi, la gabella sui poderi e la tassa che i contadini dovevano pagare per avere farina in cambio del grano appena raccolto se volevano portare in salvo il raccolto fino al mulino (la “ciancia”).

Negli anni ’20, con l’esplosione del movimento fascista, seppur frenato in certi luoghi dai suoi rapporti spuri con il mondo agrario, certi fermenti nuovi  arrivarono anche in Sicilia.

Si distinsero i circoli culturali dietro il Professore di Diritto Internazionale a Catania, Edoardo Cimbali, inoltre giovani intellettuali pervasi dal futurismo e desiderosi di rompere il conformismo siciliano. Tra questi  lo storico Francesco Ercole, Alfredo Cucco e Biagio Pace, del periodico “La Fiamma Nazionale”, e moltissimi giovani sebbene di alcuni poi si vennero ad adombrare collusioni con la Mafia.

Nel frattempo nell’isola, dietro queste ventate di rinnovamento, prenderanno vita anche manifestazioni popolari conto l’illegalità, di fatto contro la Mafia.

Tuttavia nel 1921 i fascisti non riusciranno a presentare una loro lista elettorale, mentre poi lo faranno con il famoso “listone” una colazione di partiti eterogenei sostanzialmente di centro o conservatori, sostenuto da varie correnti combattentistiche e applicando la tattica elettorale del “blocco nazionale”. Vinceranno ampiamente le elezioni del 1924 e le amministrative del 1925.

Ma anche con l’avvento del Fascismo (marcia su Roma), nell’isola, le cose non erano cambiate di molto.

I ceti dominanti, infatti, cercherono di concupire il fascismo tramite la tradizionale logica  “gattopardesca” e del resto il fascismo, in quella sua prima fase non si spingeva a colpire il latifondo, vera base di potere della Mafia stessa e non era  raro il caso che alcuni suoi esponenti fossero dei latifondisti o legati ai latifondisti..

Non potevano infine  mancare le infiltrazioni di personaggi legati alla Mafia nelle fila stesse del fascismo, che si aggiungono ai vari capi bastone, che fiutato il cambiamento generale, pensarono bene di indossare la camicia nera.

La stessa straripante vittoria elettorale del “listone” nel 1924 non poteva non aver avuto l’ “aiutino” trasversale della mafia (tra gli altri il neodeputato Alfredo Cucco, del 1893, luminare in oculistica, leader del fascismo siciliano e vessillifero “antimafia” era sospettato di essere colluso con la mafia).

Se la tesi  di Gramsci e Gobetti di un fascismo cooptato dalle vecchie consorterie siciliane è esagerata e non coglie tutti i cambiamenti in atto portatati dalla nuova ventata rinnovativa del fascismo (che questi intellettuali non percepiscono) è però anche vero che non è del tutto campata in aria.

Fatto sta che il fascismo, seppur frenato, impastoiato e concupito era un vero fenomeno di rinnovamento nazionale, mai visto in Italia, e l’operato di Mussolini era quello di modificare e migliorare la Nazione, procedendo gradualmente, anche attraverso accordi e mediazioni con il mondo conservatore.

Del resto il suo potere era limitato dalla presenza dinastica di Casa Savoia, dalla cultura borghese e cattolica del paese, dalla presenza della Chiesa in ogni sperduto angolo,  e da quello della Massoneria, quale retaggio storico  del Risorgimento, tutte forze con le quali il fascismo era giunto a compromessi. Solo con la massoneria il compromesso non fu possibile e questa lobby di potere  venne in qualche modo ridimensionata fortemente e costretta ad andare in “sonno”, ma anche qui non completamente debellata.

Mussolini, oltretutto, puntava alla crescita della Nazione onde elevarla al rango, almeno di media potenza, in Europa e soprattutto nel Mediterraneo; questo il suo obiettivo e progetto primario, di fronte al quale tutto passava in secondo piano.

A questo fine abbisognava del massimo della legalità e a non avere nel paese delle forze o poteri che si ponevano a lato, se non fuori, dello Stato.

Mussolini, qualsiasi percezione avesse della Mafia, intuiva la situazione siciliana come “separatismo”, il che contraddiceva il suo  “unitarismo”.

Avvenne quindi che il Duce fece visita  in Sicilia, a Palermo, il 6 maggio 1924.

Arrivò in auto, a Piana degli Albanesi, con il sindaco Francesco Cuccia, detto Don Ciccio, che portava al petto la Croce di Cavaliere del Regno, anche se aveva avuto otto processi  per omicidio a cui se la era sempre cavata per “insufficienza di prove”.

Don Ciccio, constatato che il suo ospite era seguito da agenti di polizia, ammiccando gli disse: «Perché vi portate dietro gli sbirri? Vossia è con me. Nulla deve temere!».
Mussolini non rispose, poco dopo fece fermare la macchina e chiese di ritornare a Palermo.

Di botto, anche epidermicamente, aveva realizzato in pieno la situazione di un “potere” fuori dello Stato.

Il giorno dopo ad Agrigento parlò ai siciliani:

«Voi avete dei bisogni di ordine materiale che conosco: si è parlato di strade, di bonifica, si è detto che biso­gna garantire la proprietà e l’incolumità dei cittadini che lavo­rano. Ebbene vi dichiaro che prenderò tutte le misure necessarie per tutelare i galantuomini dai delitti dei criminali. Non deve es­sere più oltre tollerato che poche centinaia di malviventi soverchino, immiseriscano, danneggino una popolazione magnifica co­me la vostra».

Come giustamente sottolineò lo storico Filippo Giannini, che ha ricordato l’episodio di “don Ciccio”, del resto noto, era quella una vera dichiarazione di guerra, seguita poi nei fatti,  di uno statista italiano contro la Mafia.

Tornato a Roma  il 13 maggio con­vocò i ministri De Bono e Federzoni e il capo della polizia Moncada e pretese da loro il nome di un uomo in grado di stroncare  quell’andazzo in Sicilia.

Venne proposto  Cesare Mori del 1871, che già era stato in Sicilia un paio di volte.

L’uomo, come Prefetto di Bologna, tra il 1921 e 1922, non aveva guardato in faccia nessuno: nè socialcomunisti, nè fascisti, facendo applicare la legge dello Stato.

Inviso a vari capi squadristi fascisti,  con l’avvento del fascismo si era ritirato a Firenze con la moglie.

Mus­solini lo fece convocare  immediatamente e gli conferì l’incarico di stroncare la mafia e l’illegalità in Sicilia, dicendogli espressamente: «Spero che sarete duro con i mafiosi come lo siete stato con i miei squadristi!».

Ancora una volta Mussolini dimostrò come il suo progetto di realizzare una grande Italia, era imprescindibile: pur sapendo che probabilmente il fascismo in Sicilia doveva la sua affermazione anche all’influenza della Mafia che aveva ritenuto più utile  appoggiarlo che contrastarlo, ritenne opportuno procedere allo smantellamento del suo potere.

Mori venne nominato prefetto di Palermo con ampi poteri (23 ottobre 1925) che utilizzo a pieno: retate militari, metodi spicci e violenti, interrogatori da “terzo grado”, coartando i mafiosi a collaborare e rompendo l’omertà, il vincolo di unione dell’onorata società.

Mori applicò una energica azione di carattere militare e psicologica con il fine di restituire la Sicilia allo Stato e i mafiosi, da sempre usi a praticare la più vile e bieca violenza, questa volta dovettero constatarla su sè stessi.

All’uopo non si fece scrupolo di utilizzare operazioni militari in grande stile.

Resterà famosa quella di Gangi, storica roccaforte mafiosa, messa sotto assedio, chiudendo persino le condotte dell’acqua. Poliziotti e militari rastrelleranno casa per casa e finiranno per arrestare tutti  i mafiosi ridotti allo stremo e oramai isolati.

Vennero quindi distrutte le cosche delle Madonie, di Bagheria, di Termini Imerese, di Mistretta e di Partinico e altre ancora.

Mori liberò le campagne, con i proprietari terrieri e i contadini, dall’oppressione mafiosa, stroncando  tutte quelle attività da cui la mafia traeva i suoi guadagni.

E che l’azione del fascismo fosse stata tanto più incisiva e aveva spezzato l’antico connubio tra la  mafia e la politica liberale, basta ricordare il lamento di Vittorio Emanuele Orlando, questa cariatide che pur aveva appoggiato  il fascismo e il “blocco nazionale”, ma che nel 1925 tuona con tutta la sua insolenza, accennando ad una “cultura mafiosa”  violentata e quale difesa della garanzie liberali minacciate dal fascismo:

«Or io dico signori, che se per mafia si intende il senso dell’onore portato fino alla esagerazione, l’insofferenza contro ogni prepotenza e sopraffazione portata fino al parossismo, la generosità che fronteggia il forte ma indulge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte, se per mafia si intendono tutti questi sentimenti, e questi atteggiamenti, sia pure con i loro eccessi, allora in tale senso si tratta di contrassegni individuali dell’anima siciliana e mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo».

E ovvio che così facendo, Mori  colpì più che altro la media e bassa mafia (scrisse nelle sue memorie  di aver stroncato semplici esecutori di ordini che potevano essere briganti, gabellotti e campieri).

Ma  egli mirava anche all’alta mafia che allignava nelle città, nei centri di potere e svolgeva, apparentemente, attività legali. Mori indirizzò le sue indagini anche sul deputato fascista Alfredo Cucco essendo convinto che Cucco aveva ottenuto dalla mafia voti e favori e i fondi con cui editare il giornale Sicilia Nuova, “vessillo” dell’antimafia.

Mussolini non guardà in faccia nessuno e con le prove  raccolte da Mori, Cucco venne espulso dal PNF e il Fascio di Palermo venne sciolto. Per la prima volta l’alta mafia e il nobilitato siciliano si spaventarono sul serio e con l’appoggio di qualche gerarca infingardo e interessato iniziarono  una campagna subdola: lettere anonime inviate al Duce, per screditare il Prefetto e i suoi collaboratori e i suoi modi troppo violenti.

I camerata Cucco così diventò un pretesto per condannare l’opera di Mori.

A questa  opera non furono estranei anche alcuni gerarchi o ras come i  Grandi, Farinacci e Balbo che avevano in astio il Prefetto Mori dai fatti di Bologna del 1921.

Mori quindi divenne un personaggio scomodo che, dopo essere stato nominato senatore del regno (22 dicembre 1928), venne sollevato dal suo incarico (16 giugno 1929) con un decreto regio che sanciva che i prefetti e i questori che avessero raggiunto il trentacinquesimo anno di servizio cessavano la loro attività, qualunque fosse la loro età anagrafica.

Più di tanto Mussolini non potette fare, conscio come era che, soprattutto dopo il delitto Matteotti, aveva dovuto abbandonare molti suoi propositi di riforma, coinvolgendo anche i socialisti e i Confederali, che la Dittatura aveva portato al potere molti approfittatori in camicia nera (li ritroveremo tutti, gerarchi e gerarchetti, nel loro vero volto, il 25 luglio 1943) e ora non era possibile sbaraccarli tuti.

La storiografia di parte neofascista nega che si volle arrestare l’opera di Mori per non arrivare agli alti nomi della Mafia. Scrive a questo proposito Giuseppe Tricoli professore e storico siciliano, nel suo “Il fascismo e la lotta contro la mafia”:

«La missione di Mori fu, perciò, ritenuta compiuta da Mussolini, dopo ben cinque anni di permanenza in Sicilia, non perché il “prefetto di ferro” mirasse a colpire sempre più in alto, come affermato da certa storiografia antifascista (che nei frangenti più difficili il capo del governo non aveva mancato anche per vicende discutibili, di essere vicino e solidale con Mori con forza e convinzione) ma perché l’operazione, fin dall’inizio, era stata giustamente considerata straordinaria, onde pervenire ad una normalizzazione del quadro dell’ordine pubblico, anche nella accezione più vasta di risanamento morale e di bonifica sociale, dai fenomeni più inquinanti e devianti nella società siciliana.

Questa normalizzazione, grazie all’opera di Mori, era stata raggiunta con la clamorosa azione di polizia e con la definitiva sanzione giudiziaria data dagli organi della magistratura: adesso, come d’altronde affermava lo stesso Mori, bisognava provvedere “allo sviluppo delle sane e poderose energie donde l’isola è ricca”».

Come sempre la verità sta nel mezzo: giusti i rilievi di Tricoli, ma altrettanto vero che conseguita oramai la dissoluzione della Mafia sul territorio, Mussolini reputò non necessario scompaginare tutta l’Isola arrivando a incriminare molti pezzi grossi che tra l’altro, quelli più esposti e quelli che compresero che non si sarebbe più potuto trafficare e guadagnare come prima, stavano emigrando in America.

Questo “compromesso” però determinò anche che parte della Mafia, si era nuovamente istituzionalizzata. Se tanti briganti e piccoli delinquenti erano stati rinchiusi nelle carceri o mandati al confino, gli esponenti dell’alta mafia, se non emigrarono in America, aderirono al fascismo, sicuri di poter proseguire nei loro affari e nei loro traffici, magari senza una manifesta illegalità, soprattutto una volta che la Sicilia fosse stata liberata dall’incubo Mori.

Non a caso si cercò di fermare l’azione dello Stato in diversi modi.

Una petizione era stata inviata al Duce, firmata da 400 fascisti trapanesi, con la quale si chiedeva di allontanare «l’antipatriotti­co prefetto di Bologna amico dei bolscevichi» (il solito alibi dell’ “anticomunsimo”, sempre utile per ogni occasione).

Ma Mussolini reagì immediatamente: espulsione dal partito dei fir­matari della petizione! A febbraio 1927, come accennato, ven­ne sciolto d’autorità il fascio di Palermo, rinviando a giudizio, il segretario, On. Alfredo Cucco, che però fu poi processato e pienamente assolto.

Un ufficiale della Milizia, sotto accusa di collusione con  la criminalità, dovette scontare dieci anni di reclusione.

Sempre nel 1927 venne sciolto anche il fascio di Catania.

Venne inoltre a formarsi  una nuova normativa amministrativa in grado di combattere la criminalità nelle sue varie forme. Normativa che rimasta in vigore anche nel dopoguerra nella Repubblica democratica antifascista, ma ora priva di un vero sostegno da parte dello Stato, divenne del tutto inefficace.

Molti Prefetti e funzionari ritenuti collusi con la Mafia vennero rimossi.

Furono sottoposte a controllo prefettizio l’attività dei portieri, dei custodi di case private e alberghi, dei garagisti e dei tassisti, precedentemente gestite da mafiosi. Successivamente questi controlli vennero estesi  alle attività di curatelo, guardiano, vetturale, campiere, imponendo l’obbligo di domicilio nei luoghi dove tali attività venivano svolte.

L’abigeato e la gabella, punti di forza  di “mediazione” tra mafia e lavoratori, sono stroncate dalla legislazione fascista. La figura del gabellotto viene eliminata nello stesso 1927.

Scrive Tricoli,: «nel giro di pochi mesi, nella sola provincia di Palermo potevano essere liberati dai gabellati mafiosi ben 320 fondi, per una superficie complessiva di 280.000 ettari. La mafia veniva così vulnerata gravemente nel suo braccio armato economico più consistente».

Inoltre le famiglie dei latitanti sono obbligate a dimostrare la liceità del possesso del denaro, degli oggetti e dei beni di cui godono, pena l’immediata confisca.

La Mafia per non soccombere del tutto  dovette emigrare oltre Atlantico e si risvegliò in Sicilia soltanto nel 1943 con lo sbarco angloameri­cano e l’importazione di alcuni suoi capi. L’attendeva la pacchia della nuova era democratica.

Tirando le somme anche se si può rilevare che alcuni alti mafiosi si riciclarono nelle nuove Istituzioni fasciste, resta comunque vero che il loro retroterra, i gangli vitali, le procedure illegali che gli consentivano di spadroneggiare, erano state decisamente recise.

Se dobbiamo quindi constatare che una parte della Mafia di alto bordo, rimase  immune dalla repressione e si riciclò nello steso fascismo o a suo latere, in realtà vi era una altra prospettiva a cui tener conto e che  con il tempo avrebbe finito per distruggere completamente ogni manifestazione mafiosa.

Questa prospettiva era la conformazione dello Stato fascista, uno stato etico, nazional popolare che nel 1932  pose nella Dottrina stessa del fascismo, queste importanti capisaldi:

«PER IL FASCISMO TUTTO È NELLO STATO, E NULLA DI UMANO O SPIRITUALE ESISTE, E TANTO MENO HA VALORE, FUORI DELLO STATO».

Era la campana a morto per ogni potere al di fuori dello Stato.

Se non ci fosse stata la guerra e la sconfitta, nessuna Mafia, nessuna Massoneria, per quanto in “sonno”, avrebbero potuto sopravvivere in uno Stato fascista.

Questo fu il vero mezzo, più di quello di Mori, con cui il Fascismo stroncò la Mafia, e se la guerra fosse andata diversamente e la Repubblica Sociale Italiana avesse potuto portare avanti le sue riforme che oltre alla socializzazione, effettivamente varata nel 1944, prevedevano anche una totale riforma agraria e del latifondo, di Mafia non avremmo  mai più sentito parlare.

Come sappiamo, invece, nel dopoguerra, la Mafia, oramai completamente reinstallatasi nell’isola e non solo, tenne sotto scacco e terrore,  tutta la Trinacria.

Il regime democristiano, con la complicità della Chiesa, con il connubio delle cosche mafiose, ci fece diversi inciuci e traffici di ogni genere, stabilendo un modus vivendi a tutti utile.  Del resto la democrazia è il brodo di cultura del potere mafioso.

Ne fecero le spese valenti servitori dello stato, alcuni magistrati, integerrimi e come noto Falcone e Borsellino, tutti vilmente assassinati.

Anzi , quando il generale Dalla Chiesa, divenuto oltremodo scomodo per tutta una serie di segreti che custodiva, “chi di dovere”  decise di farlo fuori, si pensò bene di mandarlo a fare il prefetto a Palermo, dandogli solo un effimero, ma non sostanziale, supporto da parte dello Stato. Tutti sapevano che in quelle condizioni veniva mandato a morire.

E tutti i partiti parteciparono allo scempio di una Sicilia sotto scacco mafioso, sia pure con responsabilità  diversificate (ed ovviamente con “profitti” proporzionati alla loro consistenza).

Anche il PCI, dopo che molti comunisti e sindacalisti, tra la fine della guerra e i primi anni ’50, avevano pagato un alto prezzo di vite umane per aver ostacolato il potere mafioso,  trovò il modo per convivere con la Mafia,  tramite un tacito patto per cui, si sarebbe occupato solo di sterili manifestazioni, qualche comizio e volantino, tutto fumo negli occhi, ma guardandosi bene dal toccare veramente i centri di potere mafioso.

I neofascisti, del pari, a cominciare dai vecchi fascisti del ventennio riciclatesi nel MSI, nulla fecero politicamente contro la Mafia, se non delle retoriche discussioni ed edulcorate rievocazioni storiche, o al parlamento che lasciano il tempo che trovano, anzi, sarà per la similitudine nella adorazione gerarchica, nella simpatia verso chi detiene un potere, sia pure criminale,  ma il mondo neofascista in Sicilia non fu di certo dalla parte del popolo angheriato, tartassato e ammazzato, ma sempre e comunque, sia pure con discrezione, dalla parte dei capi bastone. Con buona pace di Mussolini.

Il cosiddetto golpe Borghese portò alla luce diverse convivenze con cosche mafiose e logge massoniche, e del resto ancora dobbiamo sapere bene come interpretare un documento dell’OSS americano di J. J. Angleton del 1946  in cui si indica che alcune migliaia di ex (ma veramente “ex”, aggiungiamo noi!) uomini della Decima Mas, sarebbero stati riaddestrati dagli americani  e inviati in Sicilia. A fare cosa? Preferiamo non pensarci.

 

Grace O’Malley, la regina dei pirati di Connemara

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di Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi

Grace O’Malley (conosciuta in lingua gaelica anche come Gràinne Nì Mhàille) nacque in Irlanda intorno al 1530, nella contea di Mayo, da Owen Dubhdarra O’Malley, capo clan degli O’Malley.

Fin da piccola Grace seppe sempre che volle fare il marinaio ma fu sempre scoraggiata nei suoi propositi. Si sentì estremamente offesa quando suo padre si rifiutò di portarla con sé su un veliero e la leggenda narra che Grace si tagliò i suoi lunghi capelli e prese a vestirsi da uomo per provare ai suoi familiari che poteva affrontare il viaggio e fare la vita del marinaio. Vedendo ciò, suo padre e suo fratello la chiamarono Gràinne Nì Mhàille e la soprannominarono “Grace la Calva”. Comunque, grazie alla sua insistenza, le fu alla fine permesso di andare per mare con suo padre e la sua flotta di navi.

Da bambina viaggiava spesso con suo padre nelle missioni commerciali d’oltre mare. Una volta, di ritorno da un viaggio in Spagna, la loro nave fu attaccata da un vascello inglese. Il padre di Grace le aveva detto che in caso di attacco avrebbe dovuto rimanere sottocoperta, ma lei non gli obbedì. Si arrampicò invece sul sartiame e, osservando la battaglia dall’alto, notò un pirata inglese avvicinarsi furtivamente estraendo un pugnale dietro la sua schiena. La coraggiosa Granuaile si lanciò giù dal sartiame e saltò sulla schiena del pirata che minacciava suo padre, mettendosi nel frattempo a gridare. La distrazione consentì agli O’Malley di riguadagnare il controllo della nave e di sconfiggere i pirati inglesi.

Grace trascorse la sua giovinezza ad apprendere le arti marinare e riuscì col tempo ad avere una sua propria flotta di navi, anche grazie al fatto che la sua famiglia si era arricchita con la pesca e con il commercio.

Più avanti nella sua vita, ella scelse di dedicarsi alla pirateria, assalendo navi turche e spagnole e addirittura la flotta inglese. Aumentò in questo modo il suo patrimonio fino a includere, oltre ad una cospicua flotta, la proprietà di diverse isole e castelli sulla costa occidentale dell’Irlanda.

In età avanzata si fece una reputazione da comandante  spietata attraverso le sue imprese in battaglia a fianco dei suoi seguaci.

La leggenda racconta che ella partorì uno dei suoi figli in alto mare. Il giorno seguente il parto la sua nave fu attacca da pirati turchi. Nonostante fosse esausta per il parto, prese un’arma e guidò i suoi uomini contro i Turchi, costringendoli alla ritirata.

Grace si sposò due volte nella vita. Il suo primo marito fu Donald O’Flaherty, figlio del capoclan degli O’Flaherty e prossimo alla successione alla guida del clan. Grace e Donald si sposarono quando lei aveva sedici anni. A quell’epoca per le famiglie combinare matrimoni era una consuetudine, quindi la loro unione fu inizialmente più un fatto politico che emotivo. Gli O’Flaherty erano infatti un clan marinaresco come gli O’Malley. Attraverso il loro matrimonio Grace imparò molto sulla tradizione marinaresca da Donald e il suo clan si arricchì delle conoscenze nautiche di Grace. Ella fu presto al comando della flotta degli O’Flaherty e dominò le acque circostanti le loro terre.

Nonostante fosse inusuale per quel tempo che una donna comandasse degli uomini, Grace seppe conquistarsi il rispetto dei suoi seguaci attraverso la sua scaltrezza, la sua conoscenza del mare e, soprattutto, grazie al suo coraggio. Suo marito Donald aveva la reputazione di testa calda e questo probabilmente gli costò la vita in una battaglia contro un clan rivale. Grace e Donald furono sposati per 19 anni.

Secondo la legge Irlandese le vedove avevano diritto a una parte del patrimonio del marito, ma per qualche strana ragione gli O’Flaherty non seguirono la tradizione. Questo non le piacque per niente, e così radunò i suoi  fedeli seguaci e si mise a commerciare per i mari per conto proprio. Mise in pratica le conoscenze apprese da suo padre e da suo marito e riuscì a sbarazzarsi degli O’Flaherty. Grace ritornò dagli O’Malley portando i suoi seguaci con lei diventando un capoclan per conto proprio.

Dalla morte di Donald era riuscita a espandere il suo impero fino a includere cinque castelli e diverse isole di Clew Bay. Aveva però ancora bisogno del castello di Rockfleet, situato nel Nord Est della baia, per rafforzare il suo dominio dell’area. Questo suo desiderio di rafforzare la propria posizione sulla costa occidentale dell’Irlanda la portò a sposarsi per una seconda volta, decidendo di prendere come marito Richard Burke.

La leggenda racconta che Grace viaggiò fino a Rockfleet e bussò alla porta di  Richard per fargli una proposta di matrimonio della durata di un anno. Ella  spiegò che la loro unione avrebbe dato a entrambi i clan la possibilità di resistere all’imminente invasione degli Inglesi, che si stavano lentamente ma inesorabilmente impadronendo dell’Irlanda. Si credeva che dopo un anno esatto Grace avrebbe lasciato Richard, offrendogli l’opzione di terminare il matrimonio, ma ormai egli era perdutamente innamorato di lei. Rimasero così sposati fino alla morte di lui, avvenuta diciassette anni dopo.

Grace ebbe in totale quattro figli. Dal primo matrimonio con Donald O’Flaherty nacquero tre figli, due maschi, Owen e Murrough, e una femmina, Margareth. Più tardi, dal matrimonio con Richard, Grace ebbe il suo ultimo figlio, Tibbot.

A quel tempo gli Inglesi avevano conquistato gran parte dell’Irlanda, nel corso di un processo chiamato “Sumit and Regrant”, che consisteva nel convincere (molto spesso con la forza) i capoclan a cedere le loro terre alla Corona e ricevendo in cambio un titolo nobiliare inglese. Alcuni capoclan si arresero e cedettero agli Inglesi, ma altri si ribellarono e Grace fu tra questi ultimi. Ella  conservò la propria indipendenza molto più a lungo del resto dell’Irlanda, ma nei suoi ultimi anni la potenza inglese iniziò a costituire un peso anche  per lei.

All’età di cinquantasei anni fu catturata da Sir Richard Bingham, uno spietato governatore che la Regina aveva installato nei nuovi territori passati in mano inglese. Poco dopo aver ricevuto il suo incarico, Bingham mandò le guardie ad arrestare Grace con l’intento di farla impiccare. Venne così arrestata, insieme ad altri membri del suo clan, e preparata per l’esecuzione. Determinata a morire con dignità, Grace tenne alta la testa in attesa del momento fatidico, ma all’ultimo minuto il suo genero si offrì agli Inglesi come ostaggi, in cambio della promessa che Grace non si sarebbe mai più ribellata. Sulla base di questa promessa Bingham la rilasciò, ma, per punirla del suo atteggiamento rivoltoso, non le permise di riottenere il suo potere. Il governatore le tolse il suo bestiame per ridurla in povertà e complottò per uccidere il suo figlio maggiore Owen.

Durante quel periodo l’Armada spagnola imperversava contro gli Inglesi al largo delle coste irlandesi e scozzesi. Non è noto se Grace abbia assistito gli Inglesi contro gli Spagnoli, oppure se combatté semplicemente per proteggere quel poco che le rimaneva. Si sa però che intorno al 1588 Grace macellò centinaia di Spagnoli della nave di Don Pedro de Mendoza nei pressi de castello dell’Isola di Clare. Perfino nei tardi anni della sua vita Grace dimostrò così tutta la sua spietatezza in battaglia.

Attorno al 1590 Grace era ridotta in povertà a causa degli sforzi di Bingham. A quel tempo in Irlanda era in corso una ribellione piuttosto vasta contro gli Inglesi e Bingham temeva che Grace avrebbe potuto portare aiuto ai ribelli. In una lettera che il governatore scrisse in quel tempo, egli affermava che Grace O’Malley era “una nota traditrice” e “la sobillatrice di tutte le ribellioni avvenute in quella zona da quarant’anni”.

Grace aveva mandato lettere alla Regina Elisabetta domandando giustizia, senza ricevere però mai alcuna risposta.

Nel 1593, dopo lunghi anni di difficoltosi combattimenti, suo figlio Tibbot e suo fratello furono arrestati dagli Inglesi e gettati in prigione. Quella fu la goccia finale che fece traboccare il vaso e Grace decise di andare di persona a Londra dalla Regina per chiedere il rilascio dei suoi familiari e la restituzione delle sue terre e dei suoi beni. La donna spiegò le vele e cercò di evitare le navi inglesi che pattugliavano i mari tra le sue terre e Londra. L’incontro ebbe luogo al castello di Greenwich.

Gli eventi che portarono all’incontro tra Grace e la Regina Elisabetta ebbero profondi impatti sull’incontro stesso e in seguito sul comportamento di Grace.

Nessuno sa perché la Regina Elisabetta accettò di incontrarsi da sola con Grace O’Malley (e non l’avesse fatta imprigionare o giustiziare).

La donna parlava fluentemente il Latino e per questo fu in grado di parlare agevolmente con la Regina, che senz’altro non conosceva il gaelico.

Alcuni riportano che durante l’incontro Grace avesse starnutito, e che quindi una dama le avesse porto un fazzoletto ricamato. Ella soffiò il naso, ma, subito dopo averlo fatto, gettò il fazzoletto tra le fiamme di un vicino caminetto. Di fronte alla corte scioccata, Elisabetta  disse che in Inghilterra era buon uso infilare il fazzoletto usato nella manica, ma la O’Malley rispose che in Irlanda erano disapprovate le persone così trascurate da tenere della stoffa sporca sulla propria persona.

Grace spiegò alla Regina che le sue azioni non erano da intendersi come atti di ribellione ma come legittima difesa. Le spiegò che l’eredità dei suoi mariti era ingiustamente trattenuta dalla Corona e pretese che i suoi diritti ereditari fossero rispettati, e chiese la liberazione di suo fratello e di suo figlio. In cambio Grace avrebbe aiutato la Regina contro i suoi nemici di mare e di terra. Elisabetta acconsentì e Grace fece ritorno in Irlanda e domandò a Bingham il rilascio immediato dei suoi congiunti e il ritorno delle sue proprietà in base agli ordini della Regina.

Grace O’Malley viene ricordata su tutti i libri di storia e nelle leggende del suo popolo come una comandante spietata e una combattente coraggiosa. Nei suoi settant’anni anni di vita lei e la sua famiglia videro la potenza inglese espandersi in Irlanda, ma, grazie alla loro forza e alla loro potenza, il suo clan e i suoi vicini riuscirono ad arginare come poterono gli invasori.

Si dice che dall’anno della sua morte, avvenuta nel 1603, nessun altro capoclan irlandese riuscì a preservare il vecchio stile di vita gaelico come Grace O’Malley e la sua famiglia riuscirono a fare in vita.

Anniversario di Sigonella. Bettino Craxi il garofano tricolore

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(ASI) A 30 anni di distanza dai fatti di Sigonella che si scandirono nei giorni che vanno dal 7 al 12 del mese di ottobre, è doveroso ricordare l’opera, anche nelle sue parti meno conosciute, dell’uomo che disse “no” agli Stati Uniti d’America.

L’Italia di Bettino Craxi era l’Italia che sentiva l’impellente esigenza di guardare all’avvenire. Erano gli anni ’80 del secolo passato, gli anni della crescita economica, del consumismo sfrenato, del senso e della ricerca del “moderno” in qualsiasi campo.

“Crescere, crescere, costruire, costruire” erano i verbi che con il ritmo di rullo dei tamburi si ripetevano nelle strade del alacre “signora Italia”.

Come detto, “la modernità” era l’esigenza più manifesta e di essa se ne poteva ritrovare tracce in ogni aspetto della società, da i più disparati ai più agli antipodi. Moderna era la voglia di crescita economica, moderna era l’irrompere delle nuove attrattive sociali e dei nuovi standard di vita, moderna era la ricerca di una storia nuova, da scrivere, non più con la pesante presenza della “storia”, del passato che come l’ombra del dinosauro perdurava nel voler oscurare i germogli del futuro. Quindi il “nuovo”, volere il “nuovo”.

Nei tempi che sanno di nuovo, originale, inedito, è importante la presenza di “figure nuove”, che sappiano interpretare lo spirito dei tempi. Indipendentemente dai giudizi, dalle contrapposizioni politiche (più maniacali che ideologiche), se c’è stata una figura che ha saputo rappresentare nel campo politico ed istituzionale “l’Italia del nuovo” degli anni ’80, costui è stato Craxi.

Era il lontano agosto del 1983 il Pentapartito sostiene un socialista come Capo del governo; per la prima volta nella storia d’Italia il Partito Socialista Italiano ebbe la Presidenza del consiglio. A ottenere “l’investitura” di Primo Ministro fu un segretario di partito tra i più giovani in Italia. Veniva da Milano, la Milano che tante volte è stata la terra del fermento italiano, nella cultura, nell’arte, nella moda, nella politica e che presto sarebbe divenuta la famigerata “Milano da bere”. Si chiamava Benedetto Craxi, ma il suo nome di battaglia era “Bettino”.

All’alba della sua elezione a segretario del P.S.I., nemmeno il suo partito sembrava dargli molta fiducia. “E’ un segretario di transizione” si dirà di lui; una transizione tanto cercata nella casa socialista ormai in preda a crisi d’identità, divisa tra essere subalterna al P.C.I. e un appoggio della D.C. in funzione erosiva dei comunisti. Venne scelto da una trattativa di accordo fra le varie anime del Partito. Di queste “diverse anime” Craxi era la punta, dopo Pietro Nenni (finche non morì), dell’ “Autonomista” quelli che venivano considerati i “riformisti”. Ma fin da subito diede la prova di essere tutt’altro che un semplice “segretario di transizione” (temporaneo e buono per le crisi) e si fece promotore di un nuovo corso nella gestione del partito e nell’anima stessa del partito. Nominò suoi collaboratori personalità nuove e giovani tanto da dare inizio a quella che sarà chiamata la “rivoluzione dei quarantenni”. Smarcò il P.S.I. dalla tradizione marxista per rivendicare una propria identità e diversità nei confronti del concorrente Partito Comunista Italiano. Mise in soffitta Karl Marx e rispolverò il vecchio Pierre-Joseph Proudhon, all’origine del pensiero socialista, e contemporaneamente buttò la falce e il martello e scelse il garofano come simbolo di questo Partito Socialista rinnovato. Ma fece anche di più in questa revisione e repulisti. Ricercò, grazie anche ad una sua personale passione sull’argomento, i vecchi padri tutti italiani del socialismo. Ritrovando figure quali Mazzini, Garibaldi e il tanto dimenticato Carlo Pisacane, il socialista più nazionalista del Risorgimento, che descrivendo nella sua opera “Rivoluzione” lo stato futuro, spese molte pagine sull’importanza dell’efficienza militare per l’avvenire dell’Italia socialista. E Carlo de Cristoforis, Carlo Bianco conte di Saint Joriz e tanti altri tra quelli che vennero chiamati da Giano Accame, nel suo libro “Socialismo tricolore”, i “protosocialisti militari”. Un tentativo di ricollegamento tra “Patria” e “socialismo” che destò molto interesse anche nella destra di allora,  Giano Accame ne è un caso emblematico. E che fece parlare di un cambiamento cromatico del garofano, da rosso a tricolore.

In politica fu un decisionista, gestì il partito in modo autorevole e queste caratteristiche si ripercuoteranno anche nelle proposte e nei progetti di governo e riforma dell’Italia. Era un riformista ma con un significato nuovo, non più perenne moderato e conservatore attento a che nulla sfoci in deviazioni estremiste, ma riformista nel senso di efficienza. Desiderava l’efficienza per l’Italia proiettata verso il 2000. Ambì ad un maggiore potere per la presidenza del consiglio, che stesse al passo con i tempi e non più schiava dell’eterna pluralità dei poteri sorta contro i tentativi di autorità ed aggravata da un suo uso scempio da parte della partitocrazia. Si, era un uomo che proveniva dalla partitocrazia ma la voleva riformare, pensava al Presidenzialismo per guardare al vecchio sogno di un de Gaulle italiano.

Aprì una stagione nuova per l’Italia e voleva che il Partito Socialista fosse l’alfiere moderno di questa ventata di nuovo. Sentiva che era necessaria una profonda riconciliazione di tutto il tessuto nazionale nella storia e nella società. Farla finita con le infinite contrapposizioni ideologiche che finirono per sfociare in contrapposizione armata e in stragi. Guardare il passato con un occhio più sereno, concludere l’insensato odio e risentimento che voleva ad ogni costo smembrare la storia nazionale, contrapponendo una storia “buona” ad una “cattiva”. Odio che celava paura! Paura della riscoperta, della ricucitura di tutta la Nazione, perché se ne temevano gli esiti.

Storia, quella dell’Italia, che in molti casi collimava con la storia del socialismo italiano stesso. Socialisti erano i rappresentanti più fervidi e idealisti del Risorgimento. Socialista fu il capo del Fascismo. L’Italia “Stato” e il socialismo, hanno più in comune di quanto invece non ve ne sia.

Al primo insediamento del suo governo, Craxi dette prova di questa intenzione di andare oltre. Convocò il Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale ed il suo leader Giorgio Almirante, nel giro di consultazioni per la formazione del governo, rompendo e sancendo la fine della tradizione dell’”Arco Costituzionale”, che voleva i partiti rifacentisi idealmente all’esperienza del Ventennio fuori da qualsivoglia “rituale istituzionale”. Volle fortemente la “Mostra anni trenta” a Milano, vicenda questa che è stata una vera e propria analisi della cultura e della società di quei anni, aperta a tutti i cittadini. Nel 1984 firma il nuovo concordato con la Chiesa Cattolica. Rapporti quelli tra lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica, fino ad allora regolati solo dai Patti Lateranensi.

Già si sarà potuto capire che Bettino Craxi, nel sua esperienza politica e di governo, compie realmente un’opera che ha toni “rivoluzionari”, di totale rivolgimento. Come accennato sopra, smosse le vecchie istituzioni statali, accennò alla “Grande Riforma”, voleva il Presidenzialismo. E con questa forma di governo, rivoluzionò anche le tendenze socialiste fin lì esistite, che scorgevano nella “Repubblica presidenziale” solo un governo troppo autorevole con il rischio di divenire autoritario. Ma non solo, nella casa del P.S.I. si arrivò, sempre come detto sopra, alla riscoperta delle radici nazionali, tanto bistrattate nel nome di un vacuo internazionalismo. Ridiede importanza alla dimensione religiosa, lì in quel Partito che fu la culla, in epoche ancora precedenti, del più forte ateismo culturale e militante. Riscoperta del sentimento patrio, valori religiosi, efficienza delle istituzioni dello Stato, concetti che andarono a classificare l’azione di Craxi con il nome di “Socialismo tricolore”.

Ma il ritrovato “sentimento nazionale” nel Partito Socialista Italiano, merita un approfondimento ulteriore. Perché ciò creò un appassionato dibattito nella destra italiana di allora, e non poche furono le “convergenza”, per lo meno su piano culturale, che si registrarono tra essa e il mondo socialista. Il già citato Giano Accame, giovane aderente alla R.S.I., ex dirigente missino e giornalista di destra dalla penna rinomata, fu il primo ad accorgersi della linea che il P.S.I. aveva preso con Craxi. Il lavoro di Accame storiografico, culturale e politico, tese a far riscoprire le “radici nazionali” del socialismo italiano ai socialisti e a portare una ventata di aria nuova per svecchiare i vetusti e rigidi schemi della destra di allora. Gli fa eco l’opera che Beppe Niccolai, geniale dirigente missino nella rossa Toscana, compie da dentro l’M.S.I.. Uomo della sinistra missina, Niccolai nei congressi, nelle riviste di partito e vicine ad esso, parlò profusamente e in guisa indefessa dell’importanza dell’uscita del Movimento Sociale dal “ghetto” politico nel quale era stato confinato e che a forza di rimanervici rischiava ora lui di non intravedere le vie d’uscita che si stavano creando. La politica restante parlava di Presidenzialismo, di salvaguardia dell’interesse nazionale, battaglie tutte portate avanti da una pluridecennale azione del M.S.I. dai banchi dell’opposizione, perché non accettare l’invito di partecipazione che verso la destra viene teso, domandava l’esponente missino. Il politico toscano cercava di far comprendere che non bisogna avere paura della perdita d’identità, perché se si è forti dei propri credi, ciò non accadrà; l’M.S.I. è nato per l’Italia e deve mettere a disposizione le sue energie e le sue idee per il bene di essa, non rimanere mera testimonianza. Nello storico intervento che Beppe Niccolai ebbe a tenere nel congresso del Movimento Sociale Italiano del 1987, quello in cui verrà poi eletto Gianfranco Fini nuovo segretario, asserì concetti come: “Mettersi alla prova”, “Facciamoci del male, per discutere e capire dove si è diretti alle soglie del 2000”, “Il colloquio con gli altri”, “Capire come ridare senso oggi a quella “trasgressione nazionale del socialismo” che portò i sindacalisti rivoluzionari ad uscire dal P.S.I. nel 1914”. Per essere poi stato totalmente chiaro sulla proposta di dialogo con i socialisti affermando: << Nel congresso nazionale del PSI dell’aprile 1987 Craxi ha iniziato il suo intervento con queste parole: <<Sapeva bene Carlo Rosselli che l’errore più grande del PSI per quanto nato dai moti e dai fermenti risorgimentali, era stato proprio quello di non aver saputo fare i conti né con il Risorgimento, né con la Nazione. Invece di farsi popolo i socialisti si restrinsero sempre più nella classe, rinunciando al patrimonio risorgimentale in cui affondavano le proprie ragioni dimenticando le parole e gli insegnamenti degli Eroi che avrebbero dovuto essere loro>>. Se Craxi afferma che il più grande errore del socialismo fu quello di dimenticare la Nazione, di farsi classe e non popolo, dobbiamo fare finta di nulla?…>>. Di un’attenzione della destra verso il Socialismo tricolore del P.S.I., ne parlò anche Marcello Veneziani. E a conferma di questo reciproco scambio di “attenzioni” tra una certa parte della destra e il mondo socialista, arrivano anche le dichiarazioni, tenute nella commemorazione di Pino Rauti alla Camera dei Deputati il 20 novembre 2012, di un “vecchio” esponente del Partito Socialista negli anni ’80 come Giancarlo Lehner: <<Anche avendo una storia politica completamente opposta a quella di Rauti, sono qui a rendergli omaggio perché abbiamo avuto un momento di incontro allorquando all’interno del PSI nacque quell’idea affascinante e pur utopica che, visto che comunismo e fascismo erano ormai stati bocciati definitivamente dalla storia, forse c’era un modo di far rientrare dentro il PSI tutti coloro che via via ne erano usciti, per rifondare un grande partito socialista al livello dei grandi partiti socialisti europei.

Ebbene, in questo inseguire tale idea, anche in modo utopico ma entusiasmante, Rauti rispose in maniera positiva e io, attraverso Giano Accame, ho lavorato proprio per questa idea del grande rientro, in attesa che anche i comunisti italiani, ormai in crisi di identità, rientrassero anche loro.

E pensate – qui vorrei dare una notizia forse inedita, ma alle volte le estreme hanno una sensibilità superiore a coloro che sono al centro – che come Rauti a destra accettò, quanto meno il dialogo, verso questo percorso utopico, ma insisto entusiasmante, a sinistra vi fu un’altra persona che accettò il confronto e il dialogo verso quel percorso, e fu Armando Cossutta. Pensate, Armando Cossutta rispose a Craxi dicendogli di essere favorevole ad entrare in un grande partito socialista, occidentale, naturalmente, ovviamente creando una corrente di sinistra interna al partito. E così Rauti che, più o meno, rispose la stessa cosa…>>

“Riconciliazione dell’Italia scissa” come diceva Niccolai, il ritorno di tutte le eresie nella casa madre per la costituzione di un “Grande Partito Socialista Italiano”. Queste furono, in parte, le linee direttrici del nuovo percorso intrapreso da Craxi.

E ancora, l’interesse nazionale e la difesa della sovranità dell’Italia, che Craxi seppe difendere in questi stessi giorni di 30 anni fa. Continuatore, come Mattei, dell’amicizia con i Paesi arabi – anche e soprattutto per dare all’Italia un peso sempre maggiore nella geopolitica del Mediterraneo e nel contesto internazionale – si trovò ad assistere ad un fatto spiacevole messo in scena da un gruppo di palestinesi su una nave italiana. Il 7 ottobre del 1985, quattro miliziani palestinesi del Fronte per la Liberazione della Palestina, al largo di Port Said, in Egitto, presero sotto sequestro la nave da crociera Achille Lauro con più di 400 passeggeri a bordo. Il gruppo armato pretendeva la liberazione di 52 prigionieri palestinesi. Craxi prese subito i contatti con Yasser Arafat, capo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, il quale inviò due mediatori, tra cui è presente Abu Abbas, uno dei massimi rappresentati del F.L.P.. La situazione sembrava procedere per il meglio. Il giorno del 9 ottobre i sequestratori si consegnano alle autorità dell’Egitto; si ebbe la sensazione che la crisi stesse per finire, ma il peggio doveva ancora arrivare. Poco dopo si venne a sapere che durante i momenti del sequestro della nave, i ribelli palestinesi si erano macchiati dell’omicidio un cittadino americano paraplegico di religione ebraica, Leon Klinghoffer. Saputo il terribile fatto, gli U.S.A. inviarono dei loro aerei militari per imporre all’aereo egiziano – che, secondo quanto era stato comunemente stabilito, stava trasportando in Tunisia i miliziani e i due mediatori – l’atterraggio, nella notte che va tra il 10 e l’11 ottobre, nella base N.A.T.O. di Sigonella. Gli Stati Uniti pretendevano la consegna sia del gruppo armato che dei mediatori. Craxi disse no! Una volta atterrato l’aero nella base di Sigonella, i militari italiani della V.A.M. (Vigilanza Aeronautica Militare) circondarono il velivolo egiziano, e a loro volta furono circondati dagli uomini della Delta Force americana. Dopo l’arrogante pretesa di prendere in consegna i palestinesi, che ripeté il generale della Delta Force, il comandante della base si vide costretto a far girare gli uomini della V.A.M., armi in pugno, dall’aereo verso i soldati americani. Poco dopo, a dare manforte ai soldati italiani, giunsero diverse unità di carabinieri, e questi circondarono i militari americani. La situazione era caldissima, sarebbe bastato un nonnulla per far accadere chi sa quale disastro. L’allora Presidente degli U.S.A., Ronald Reagan, telefonò a Craxi affinché autorizzasse i soldati italiani a lasciar prendere in consegna i palestinesi dai militari americani. Ma Bettino Craxi rimase fermo sulle proprie ragioni e disse al Presidente americano che quegli uomini avevano dirottato una nave italiana in acque internazionali, ergo dovevano finire sotto il giudizio di un tribunale della giustizia italiana. Alla fine gli americani furono costretti a cedere. E gli uomini della Delta Force fecero rientro nei propri aerei per andarsene da Sigonella. I 4 miliziani sconteranno la pena in Italia e Abu Abbas, scoperto il suo coinvolgimento nella vicenda, sarà processato in contumacia e condannato come mandante di quell’azione.

Nei giorni successivi, il dibattito politico in Italia sui fatti di Sigonella sarà altrettanto caldo. Financo ad arrivare ad una possibile rottura di governo. Infatti su quei accadimenti si erano venute a formare le tendenze filo-americane e quelle filo-palestinesi. Craxi riuscì comunque a far rientrare la crisi di governo e a riavere la fiducia il 6 novembre. E per ritornare alla destra, in quell’occasione Beppe Niccolai fece approvare un ordine del giorno al comitato centrale del Movimento Sociale Italiano, nel quale si condannava l’atteggiamento americano e si dava sostegno a Bettino Craxi nel nome dello scatto di orgoglio nazionale. Salvo poi vedere, purtroppo, durante proprio i dibattiti in parlamento per la riconferma della fiducia al governo, diversi deputati dagli scranni del M.S.I., tra cui un furibondo Mirco Tremaglia, contestare le parole di sostegno alla causa palestinese che Craxi pronunciò.

Tutto questo non è una decantazione eccessiva della figura politica di Bettino Craxi. Figura che andrà poi a finire i suoi giorni terreni in esilio ad Hammamet, in Tunisia, dopo l’aggravarsi delle dinamiche di un’altra vicenda passata alla storia: Tangentopoli. Quest’ultima, a poco più di venti anni di distanza, avvolta in una trama oscura e dai contorni forse più politici e geopolitici che giudiziari.

Questo non vuole essere un feticismo su una figura, comunque, carismatica della così detta “Prima Repubblica”.

Ciò è semplicemente una presa di coscienza di un periodo della nostra Nazione. Un periodo, che nonostante tutte le giuste critiche che gli possono essere riservate, seppe comunque avere coscienza della sovranità della Patria, ricordandosene nel momento in cui essa rischiava di essere prevaricata. Sembra poco? Invece significa molto. In particolare modo se messo a confronto, con la sconfortante subalternità che subisce sul piano politico, internazionale e geopolitico, l’Italia di oggi.

Forse vuole esser anche un ricordo nostalgico per un tempo in cui la speranza sociale di crescita e miglioramento del proprio Stato era sentita e ricercata. Dove l’orgoglio per la propria Nazione non era meramente economico, ma squisitamente politico. Di far avanzare in “importanza” l’Italia non ricercando una semplice “benedizione” sui mercati, ma investendo per una sua maggiore forza politica sul proscenio internazionale. Nobile obbiettivo, allora perpetrato indipendentemente dallo schema ideologico.

Un ricordo ed anche un sentito ringraziamento da porgere alla figura di Bettino Craxi, che volle scommettere sull’Italia e ne fece rispettare l’inviolabilità del territorio difronte al temibile gigante U.S.A., che riuscì a tenere fermo il concetto di “alleati si, ma servi no!”. Non un pericoloso “fascista antiamericano”, m anzi un antifascista, figlio di antifascisti, che mantenne alto il rispetto per l’Italia, come non era mai accaduto dal 1945. Che in sostanza fece semplicemente quello che qualunque leader di una nazione dovrebbe fare, anche se oggigiorno non è più tanto scontato.

Allora, andando in quel di Hammamet sopra la tomba di Bettino, tra tanto rosso floreale, forse, si potrà scorgere idealmente un garofano tricolore, a monito del rispetto della Patria prima di tutto.

Federico Pulcinelli –  Agenzia Stampa Italia

Storia della guerra – 1

Sun-Tzu5

di Piero Visani http://derteufel50.blogspot.it

Qualche anno fa, scrissi questa “Storia della guerra” a puntate che mi è venuta voglia di riproporre, con qualche aggiornamento.

Scrivere un abbozzo di storia della guerra dall’antichità ad oggi, sia pure senza pretese di esaustività e completezza scientifica, può sembrare un’operazione oziosa: la cultura dominante, infatti, ha da tempo espunto dai suoi valori di riferimento il fenomeno bellico. Non che la guerra non esista più; anzi, è una presenza costante nelle nostre vite, sia che le si intenda in una dimensione pubblica (quanti conflitti armati ci sono stati dopo il 1945?), sia che ci si limiti a considerarle in una dimensione privata (quanta e quale carica di violenza è presente nelle nostre società?). Per non parlare della dimensione economica: spesso, con compiaciuta aria di sufficienza, i maîtres à penser della cultura dominante ci distillano gocce del loro illuminato pensiero spiegandoci che, in un’epoca evoluta(!?) come l’attuale, i conflitti, anche quelli tra gli Stati, non sono più armati, non possiedono una dimensione militare, ma si svolgono a livello economico e finanziario. E naturalmente, pensando a questo, ci sentiamo tutti più tranquilli e anche fortunati, perché le nostre vite non sono distrutte dagli spari o dalle bombe, ma “soltanto” dall’impossibilità di avere un lavoro, o di averlo tale per cui sia decentemente remunerato, o esposto all’insidie di popoli più disgraziati del nostro, disposti ad accontentarsi di un pugno di riso per lavorare più e magari meglio di quanto non facciamo noi.

In una parola, se dovessimo credere a queste lusinghe, potremmo pensare di vivere nel migliore dei mondi possibili, quello dove la guerra non c’è: ma (c’è sempre un ma…) purtroppo non tutti la pensano in questo modo, non tutti vivono illuminati da questo straordinario e misericordioso “pensiero unico”. A carico di costoro – i reprobi – la violenza è ancora possibile e tuttora accettabile. Non è guerra – sia chiaro – perché non c’è un nemico da affrontare; piuttosto, è un’operazione di polizia, nazionale o internazionale, da condurre a carico di quanti non si vogliono piegare, non si sa perché, alla logica razionale e razionalistica di chi ne sa più di loro, degli illuminati, degli ottimati, dei beati possidentes.

Contro costoro, la cui natura recalcitrante è francamente inammissibile, poiché si dimostrano riluttanti a riconoscere l’“innegabile bontà” delle tesi dei padroni del mondo, qualsiasi forma di violenza, anche la più radicale, è accettabile. Ma non è guerra, è semplice mantenimento dell’ “ordine costituito”.

Se la realtà attuale potesse essere spiegata nei termini testé descritti, la prima reazione di una persona di media intelligenza non potrebbe essere che il riconoscimento che la guerra esiste ancora, ma ha semplicemente cambiato nome; che una certa cultura ha preferito espellerla dal proprio universo di valori, ma poi, resasi conto di non poterne fare concretamente a meno, ha preferito cambiarle nome, sia perché il processo di demonizzazione del conflitto che aveva avviato era stato spinto troppo in là e dunque non era più possibile tornare indietro, sia perché non poteva permettersi di praticare nei fatti ciò che aveva negato (e continuava a negare) in teoria, senza il rischio di incorrere in una contraddizione dilacerante. E tuttavia c’è di più, molto di più: quello citato è semplicemente il retroterra culturale di un fenomeno complesso e articolato, che potrebbe essere sintetizzato come segue: se la guerra non esiste più (e sappiamo fin troppo bene che non è vero), il conflitto gode di ottima salute – se così si può dire – e assume continuamente nuove dimensioni, che investono tutti i campi e tutte le attività umane, in una logica di privatizzazione dello scontro che rischia davvero di dare concretamente corpo ad uno dei peggiori incubi della storia umana: il bellum omnium contra omnes, la “guerra di tutti contro tutti”, che è quella che da qualche tempo è facile sperimentare in qualunque attività umana, anche – ahinoi! – la più banale, quella che un tempo era oggetto di regole formali, di un’educazione alla convivenza civile che pare tramontata con la stessa celerità con cui ci dicono (e sappiamo che non è vero) che è scomparsa la guerra.

Ecco, se un’ambizione ha la presente serie di articoli, essa consiste proprio nel cercare di ricostruire come, dalla notte dei tempi ad oggi, si sia arrivati a tutto questo, magari accompagnandolo con qualche ipotesi, inevitabilmente azzardata, su come potrebbe configurarsi il futuro. Per fare ciò, occorre sottrarsi alla tentazione di considerare la guerra come un fenomeno puramente tecnico-militare e guardare ad essa in una prospettiva più ampia, che non è soltanto quella del grande teorico prussiano Carl von Clausewitz e della sua ben nota (e abusata) affermazione per cui «la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi», ma è anche quella della sua dimensione culturale e sociale, e della sua presentazione sul piano comunicativo, poiché la rappresentazione del conflitto è, probabilmente da sempre, una componente essenziale della conflittualità stessa ed è stata oggetto, ben prima che i media assumessero l’importanza che hanno nelle società contemporanee, di massicci interventi di manipolazione.

Naturalmente, scrivendo una serie di articoli a tema sarà palesemente impossibile andare al di là di un certo livello di approfondimento e occorrerà inevitabilmente procedere “a volo d’uccello”, dando per scontati salti spaziali e temporali che probabilmente tali non sono e non potrebbero (e dovrebbero) essere, ma si rendono indispensabili nel contesto in cui la narrazione si svolge.

Allo stesso modo, risulterà fondamentale il ruolo dell’autore, che palesemente indirizzerà le sue scelte verso ciò che gli appare più importante e più utile alla costruzione di una determinata tesi. Chi scrive ritiene che un’impostazione del genere possa essere rivendicata senza particolari problemi né infingimenti: non c’è niente di peggio di quelle ricostruzioni storiche che si ammantano di falsa oggettività, facendo finta di ignorare che la storia, per sua intima essenza, è una disciplina costantemente soggetta a revisioni, e guai se non fosse così, se nuovi apporti scientifici non andassero a sottoporre ad accurata verifica certezze in apparenza incrollabili (e non scalfibili). Com’è ovvio, a questo punto lo storico accademico penserà (o dirà) che chi appartiene alla sottospecie giornalistica, per la quale nutre un aperto disprezzo, non ha titolo per occuparsi di ciò che non gli compete. Ne prendiamo atto, senza nutrire la speranza di riuscire a smentirlo.

In termini di organizzazione del testo, l’obiettivo è quello di partire dall’antichità greca per procedere rapidamente verso l’era moderna, con una serie di approfondimenti a partire dal 1750 in avanti, legati essenzialmente al fatto che è da quella data – nell’opinione di chi scrive – che entrano in gioco fattori che continuano ad esercitare un notevole effetto anche oggi. I temi saranno trattati da un punto di vista in prevalenza cronologico, ma non mancherà la possibilità di ampie variazioni (o divagazioni, se si preferisce) tematiche legate alla necessità di approfondimento di argomenti bisognosi di una trattazione propria, connessa alla problematica generale ma al tempo stesso provvista di una propria individualità e specificità, talmente forti da non poter essere gestite altrimenti.

L’intento di fondo è quello di non imbarcarsi nell’ennesimo esercizio di demonizzazione del conflitto, per il quale davvero non c’è che l’imbarazzo della scelta, ma di avviare sommessamente un tentativo di capire la natura del fenomeno bellico, le sue molteplici identità, le vie – più o meno misteriose – attraverso le quali il genere umano, pur conoscendone e pagandone il costo e gli orrori, sia comunque riuscito a sviluppare – per dirla con James Hillman – «un terribile amore per la guerra». Non c’è e non ci vuole essere compiacimento in tutto questo, ma soltanto una ricerca di verità. L’obiettivo è quello di contestare alla radice la tesi che vuole la cultura occidentale sempre più affrancata dalle guerra, sempre meno disposta ad accettarla a livello teorico e, al tempo stesso, sempre assai incline a farne uso sul piano pratico, magari chiamandola con altro nome.

L’obiettivo vero, tuttavia, è un altro, vale a dire sollecitare ad una riflessione sul fatto se una civiltà possa davvero fare a meno di possedere una “cultura del conflitto”. Non c’è niente di peggio, infatti, che ricorrere alla guerra mascherandola sotto nomi di comodo, magari come “operazione di polizia internazionale”, e poi rifiutare di riconoscerne l’esistenza a livello culturale, lasciando che l’opinione pubblica e soprattutto le giovani generazioni non conoscano o addirittura rifiutino di conoscere la dimensione conflittuale, con la conseguenza di risultare sempre più alla mercé – soprattutto per ignoranza – di chi, in forme sempre più evolute e subdole – li vuole solo aggredire, per farli oggetto di conquista dapprima sul piano intellettuale, poi su quello economico-materiale e infine su quello fisico (da intendersi come possesso effettivo dei luoghi in cui essi vivono).

L’impresa è ambiziosa e proprio per questo riteniamo che valga la pena di tentarla.