Noi e l’Islam: meno Fallaci, più Filippani Ronconi

PFR-300x225

Roma, 19 nov – Nel caotico ribollire di sentimenti suscitati dall’attentato di Parigi a qualcuno forse tornerà in mente il nome di Pio Filippani-Ronconi.

Lo ricordo a un convegno a Napoli, a palazzo Cellammare, mentre spaziava tra i simboli spirituali dell’India e dell’Europa. A un certo punto dovette dire una frase che suonò sgradevole all’orecchio – sensibilissimo – di un giovane guénoniano presente in sala. L’adepto della Tradizione Primordiale si alzò al momento del dibattito e disse: “Professore, ma come può negare quello che Guénon ci ha insegnato, e che cioè l’Islam è una grande Tradizione Regolare?”.

Filippani placò l’interlocutore con una lunga citazione in arabo. Era la

image: http://www.ilprimatonazionale.it/wp-content/uploads/2015/11/islam-193×300.jpg

islamcitazione di qualche Sura del Corano oppure un bellissimo insulto in lingua desertica? Non lo sapremo mai, ma fu molto chiaro quel che disse dopo: “Figliolo, io non ho detto che l’Islam non è una Tradizione Regolare, ho detto che l’Islam non può essere la via spirituale per il tipo umano europeo”.

La soluzione del problema è tutta qui: consapevolezza che l’Islam esiste, ha la sua specificità, i suoi valori, rivendica i suoi diritti storici e ha tutta la determinazione per voler ribaltare i torti storici che nello scorso secolo ha subito; ma nello stesso tempo orgoglio nel ribadire che esiste una tradizione europea che si snoda attraverso la civiltà greca e romana, passa attraverso il Medio Evo germanico, gotico e il suo sviluppo faustiano, si proietta adesso verso un’aurora di civiltà ad Oriente con l’emergere di un nuovo popolo, quello russo, ben saldo nella propria anima e riluttante nella “sottomissione” a qualsiasi punto cardinale.

Insomma esiste in Europa una storia in fieri, che non finisce qui. Filippani che venerava la Donna con la cortesia di un cavaliere medievale forse avrebbe percepito oggi come due moderne Erinni le contrapposte icone della Fallaci e della Boldrini. Odio di sé e odio dell’altro in opposto estremismo.

La sua venerazione sarebbe andata alla fanciulla Europa, amata da Zeus, che mal si concilia con l’Occidente dominato dalle oligarchie venali o con le

image: http://www.ilprimatonazionale.it/wp-content/uploads/2015/11/filippani-243×300.jpg

filippanimoltitudini prostrate con la testa a terra e i piedi scalzi. All’Islam il professore dedicò saggi di spessore esoterico, raccolti in antologie come l’ Altro Islam, Gnosi ismaelita e regalità iranica.Nell’Islam “illuminato” Filippani ravvisava il perpetuarsi di una vena d’oro che discendeva dalla Persia indoeuropea, dalle antiche civiltà mesopotamiche. Ricordava che la setta dei Drusi credeva nella reincarnazione, nel pareggio karmico delle azioni e venerava la Divinità “nel cuore”, più che nell’adempimento pedissequo della Legge.

Oggi avrebbe visto di buon occhio le amazzoni Curde che combattono l’Isis o i soldati mussulmani della Siria che riportano la statua di Maria Vergine sulla montagna.

Alfonso Piscitelli
Read more at http://www.ilprimatonazionale.it/cultura/meno-fallaci-piu-filippani-ronconi-34560/#GEWEbgAsFxWuDjVp.99

Annunci

IL FASCISMO E LA MAFIA

14067518_1439290236097841_6467948003388622642_n

di Maurizio Barozzi

«Inquadriamo la vicenda storica del Fascismo e della Mafia, in cui ci sono tante cose da precisare e correggere e tante leggende da sfatare.

La Storia non si legge, né tanto meno si scrive, con gli occhi dei fans o con quelli dei denigratori»

 

 

Su le vicende della Mafia e del Fascismo, si leggono spesso note e articoli di carattere pseudo storico, ove l’autore, a seconda della sua appartenenza ideologica, esalta ed enfatizza certi aspetti o ne denigra e misconosce altri.

Quindi si passa dal Fascismo che debella la Mafia estirpandola dalla Sicilia, al Fascismo che invece si fa complice della Mafia o la Mafia stessa che si nasconde dietro il fascismo.

Sono dei modi faziosi di scrivere la storia, piegando le vicende storiche ai propri ideali. Ma la verità storica, prescinde dalle preferenze ideali di chi la interpreta e va  invece descritta come esattamente si è svolta, nei limiti ovviamente della ricerca storica e delle sue  complicazioni interpretative.

Se da una parte ingenui neofascisti hanno enfatizzato al massimo l’opera di Mori in Sicilia, affermando tout court che il fascismo aveva debellato la Mafia e questo invece è vero solo entro certi limiti, gli antifascisti hanno fatto di peggio, disegnando addirittura un Fascismo complice della Mafia.

Si prendano, per esempio, certe vicende che si ebbero tra il fascismo e il mafioso Vito Genovese, citate spesso per dimostrare  inesistenti connivenze.

Ancora una volta è il contesto storico che ci  consente di leggere queste situazioni. Mussolini, nei primi anni ’30,  stroncate le attività mafiose in Sicilia e riportata l’Isola sotto la piena giurisdizione e autorità dello Stato, pur nei limiti che più avanti spiegheremo,  se ne poteva fregare di meno della Mafia americana, dei suoi traffici in un una immensa nazione dove, dalla politica alla finanza, alla economia, alle Power Èlites, tutto era svolto sotto un egida gangsterica di forma legale o illegale.

Si dà il caso, però, che a Mussolini premeva unicamente lo sviluppo delle industrie italiane e determinati commerci con gli Stati uniti dove vivevano molti italiani.

Egli sapeva benissimo che certi traffici economici, passavano anche dalle mani di mafiosi come Genovese, anzi non potevano prescindere da queste.

Era uno Stato, lo Stato italiano che faceva i suoi interessi. Accusare Mussolini di collusioni mafiose è da mentecatti, sarebbe come accusare Stalin di collusioni con Hitler, avendo egli concluso con Hitler un importante accordo, il famoso Ribentropp – Molotov con molte implicazioni internazionali (compreso l’invito nel 1940  ai partiti comunisti europei  di appoggiare la guerra tedesca, tanto che in Francia, per queste disposizioni, diversi comunisti subirono pene elevatissime per aver sabotato, di fatto a vantaggio della Germania, l’industria bellica francese).

Qualcuno che vuol scrivere storia, dovrebbe capire che ci sono anche le esigenze nazionali e la ragion di Stato, quando parliamo di Nazioni e di popoli.

Che la Mafia e lo stesso Genovese, quantunque in Italia si spacciava per sostenitore de fascismo, restassero fondamentalmente dei nemici del fascismo e dei manutengoli della plutocrazia americana è dimostrato dal fatto che nel luglio 1943 gli americani  utilizzarono proprio la Mafia per l’occupazione del nostro paese, e una volta sbarcati in Sicilia la reinstallarono in tutte le sue attribuzioni e funzioni che un tempo aveva avuto e che il fascismo gli aveva tolto.

Lo stesso Vito Genovese fu l’interprete ufficiale del comandante  degli affari civili dell’AMGOT (l’amministrazione militare americana) in Sicilia e a Napoli, il famigerato colonnello statunitense Charles Poletti che gli assegnò compiti particolari, per gli interessi strategici statunitensi e  vari traffici mafiosi.

Per venire al nostro argomento, quello di come il Fascismo affrontò il problema mafioso, e comprendere adeguatamente la situazione del tempo, occorre partire dalle parole di  Giovanni Gentile, che indicò  una “Sicilia sequestrata”, auspicandone la fine dall’isolamento e la confluenza della cultura regionale, pur viva e interessante,  nel grande crogiolo della cultura nazionale italiana.

La Trinacria,  ancor nei primi anni del ‘900,  soggetta ad un pervicace  sistema di cosche e latifondisti, chiusa a venti ideologici e culturali nuovi, siano essi l’illuminismo, il romanticismo, il liberalismo e altrettanto sarà per il fascismo. Arretratezza e immobilismo si perpetuavano di generazione in generazione.

Saltiamo a piè pari i periodi precedenti e portiamoci al  termine della Prima Guerra Mondiale, dove si può constatare  che la Mafia spadroneggiava in Sicilia.

Come scrive “In Storia” una rivista on line non di certo di tendenza fascista:

«Il mafioso, attraverso un’articolata rete gerarchica di personaggi che andavano dall’amministratore al gabellotto e al campiere, difendeva il proprietario dalle rivendicazioni contadine e gli assicurava il lavoro di braccianti male remunerati e il tranquillo godimento delle rendite del feudo».

La mafia, inoltre,  era efficace  per il mantenimento dell’ordine e dell’equilibrio sociale e alle autorità Istituzionali, al tempo formate in parte con il sistema partitocratico, questo andazzo stava bene, cosicché si veniva sempre a formare  un connubio tra potere mafioso e uomini politici del luogo.

Come sempre, con il passare del tempo e il succedersi dei periodi storici, qualunque fossero i fermenti rinnovativi e culturali o i cambiamenti politici che si determinavano nel paese, con riflessi nell’Isola, puntuale si riproduceva quel “gattopardesco” cambiare per non cambiare, che in definitiva lasciava le cose sostanzialmente come stavano.

Imperava quindi l’illegalità: l’abigeato, o il traffico del bestiame rubato, l’appalto dei feudi, la gabella sui poderi e la tassa che i contadini dovevano pagare per avere farina in cambio del grano appena raccolto se volevano portare in salvo il raccolto fino al mulino (la “ciancia”).

Negli anni ’20, con l’esplosione del movimento fascista, seppur frenato in certi luoghi dai suoi rapporti spuri con il mondo agrario, certi fermenti nuovi  arrivarono anche in Sicilia.

Si distinsero i circoli culturali dietro il Professore di Diritto Internazionale a Catania, Edoardo Cimbali, inoltre giovani intellettuali pervasi dal futurismo e desiderosi di rompere il conformismo siciliano. Tra questi  lo storico Francesco Ercole, Alfredo Cucco e Biagio Pace, del periodico “La Fiamma Nazionale”, e moltissimi giovani sebbene di alcuni poi si vennero ad adombrare collusioni con la Mafia.

Nel frattempo nell’isola, dietro queste ventate di rinnovamento, prenderanno vita anche manifestazioni popolari conto l’illegalità, di fatto contro la Mafia.

Tuttavia nel 1921 i fascisti non riusciranno a presentare una loro lista elettorale, mentre poi lo faranno con il famoso “listone” una colazione di partiti eterogenei sostanzialmente di centro o conservatori, sostenuto da varie correnti combattentistiche e applicando la tattica elettorale del “blocco nazionale”. Vinceranno ampiamente le elezioni del 1924 e le amministrative del 1925.

Ma anche con l’avvento del Fascismo (marcia su Roma), nell’isola, le cose non erano cambiate di molto.

I ceti dominanti, infatti, cercherono di concupire il fascismo tramite la tradizionale logica  “gattopardesca” e del resto il fascismo, in quella sua prima fase non si spingeva a colpire il latifondo, vera base di potere della Mafia stessa e non era  raro il caso che alcuni suoi esponenti fossero dei latifondisti o legati ai latifondisti..

Non potevano infine  mancare le infiltrazioni di personaggi legati alla Mafia nelle fila stesse del fascismo, che si aggiungono ai vari capi bastone, che fiutato il cambiamento generale, pensarono bene di indossare la camicia nera.

La stessa straripante vittoria elettorale del “listone” nel 1924 non poteva non aver avuto l’ “aiutino” trasversale della mafia (tra gli altri il neodeputato Alfredo Cucco, del 1893, luminare in oculistica, leader del fascismo siciliano e vessillifero “antimafia” era sospettato di essere colluso con la mafia).

Se la tesi  di Gramsci e Gobetti di un fascismo cooptato dalle vecchie consorterie siciliane è esagerata e non coglie tutti i cambiamenti in atto portatati dalla nuova ventata rinnovativa del fascismo (che questi intellettuali non percepiscono) è però anche vero che non è del tutto campata in aria.

Fatto sta che il fascismo, seppur frenato, impastoiato e concupito era un vero fenomeno di rinnovamento nazionale, mai visto in Italia, e l’operato di Mussolini era quello di modificare e migliorare la Nazione, procedendo gradualmente, anche attraverso accordi e mediazioni con il mondo conservatore.

Del resto il suo potere era limitato dalla presenza dinastica di Casa Savoia, dalla cultura borghese e cattolica del paese, dalla presenza della Chiesa in ogni sperduto angolo,  e da quello della Massoneria, quale retaggio storico  del Risorgimento, tutte forze con le quali il fascismo era giunto a compromessi. Solo con la massoneria il compromesso non fu possibile e questa lobby di potere  venne in qualche modo ridimensionata fortemente e costretta ad andare in “sonno”, ma anche qui non completamente debellata.

Mussolini, oltretutto, puntava alla crescita della Nazione onde elevarla al rango, almeno di media potenza, in Europa e soprattutto nel Mediterraneo; questo il suo obiettivo e progetto primario, di fronte al quale tutto passava in secondo piano.

A questo fine abbisognava del massimo della legalità e a non avere nel paese delle forze o poteri che si ponevano a lato, se non fuori, dello Stato.

Mussolini, qualsiasi percezione avesse della Mafia, intuiva la situazione siciliana come “separatismo”, il che contraddiceva il suo  “unitarismo”.

Avvenne quindi che il Duce fece visita  in Sicilia, a Palermo, il 6 maggio 1924.

Arrivò in auto, a Piana degli Albanesi, con il sindaco Francesco Cuccia, detto Don Ciccio, che portava al petto la Croce di Cavaliere del Regno, anche se aveva avuto otto processi  per omicidio a cui se la era sempre cavata per “insufficienza di prove”.

Don Ciccio, constatato che il suo ospite era seguito da agenti di polizia, ammiccando gli disse: «Perché vi portate dietro gli sbirri? Vossia è con me. Nulla deve temere!».
Mussolini non rispose, poco dopo fece fermare la macchina e chiese di ritornare a Palermo.

Di botto, anche epidermicamente, aveva realizzato in pieno la situazione di un “potere” fuori dello Stato.

Il giorno dopo ad Agrigento parlò ai siciliani:

«Voi avete dei bisogni di ordine materiale che conosco: si è parlato di strade, di bonifica, si è detto che biso­gna garantire la proprietà e l’incolumità dei cittadini che lavo­rano. Ebbene vi dichiaro che prenderò tutte le misure necessarie per tutelare i galantuomini dai delitti dei criminali. Non deve es­sere più oltre tollerato che poche centinaia di malviventi soverchino, immiseriscano, danneggino una popolazione magnifica co­me la vostra».

Come giustamente sottolineò lo storico Filippo Giannini, che ha ricordato l’episodio di “don Ciccio”, del resto noto, era quella una vera dichiarazione di guerra, seguita poi nei fatti,  di uno statista italiano contro la Mafia.

Tornato a Roma  il 13 maggio con­vocò i ministri De Bono e Federzoni e il capo della polizia Moncada e pretese da loro il nome di un uomo in grado di stroncare  quell’andazzo in Sicilia.

Venne proposto  Cesare Mori del 1871, che già era stato in Sicilia un paio di volte.

L’uomo, come Prefetto di Bologna, tra il 1921 e 1922, non aveva guardato in faccia nessuno: nè socialcomunisti, nè fascisti, facendo applicare la legge dello Stato.

Inviso a vari capi squadristi fascisti,  con l’avvento del fascismo si era ritirato a Firenze con la moglie.

Mus­solini lo fece convocare  immediatamente e gli conferì l’incarico di stroncare la mafia e l’illegalità in Sicilia, dicendogli espressamente: «Spero che sarete duro con i mafiosi come lo siete stato con i miei squadristi!».

Ancora una volta Mussolini dimostrò come il suo progetto di realizzare una grande Italia, era imprescindibile: pur sapendo che probabilmente il fascismo in Sicilia doveva la sua affermazione anche all’influenza della Mafia che aveva ritenuto più utile  appoggiarlo che contrastarlo, ritenne opportuno procedere allo smantellamento del suo potere.

Mori venne nominato prefetto di Palermo con ampi poteri (23 ottobre 1925) che utilizzo a pieno: retate militari, metodi spicci e violenti, interrogatori da “terzo grado”, coartando i mafiosi a collaborare e rompendo l’omertà, il vincolo di unione dell’onorata società.

Mori applicò una energica azione di carattere militare e psicologica con il fine di restituire la Sicilia allo Stato e i mafiosi, da sempre usi a praticare la più vile e bieca violenza, questa volta dovettero constatarla su sè stessi.

All’uopo non si fece scrupolo di utilizzare operazioni militari in grande stile.

Resterà famosa quella di Gangi, storica roccaforte mafiosa, messa sotto assedio, chiudendo persino le condotte dell’acqua. Poliziotti e militari rastrelleranno casa per casa e finiranno per arrestare tutti  i mafiosi ridotti allo stremo e oramai isolati.

Vennero quindi distrutte le cosche delle Madonie, di Bagheria, di Termini Imerese, di Mistretta e di Partinico e altre ancora.

Mori liberò le campagne, con i proprietari terrieri e i contadini, dall’oppressione mafiosa, stroncando  tutte quelle attività da cui la mafia traeva i suoi guadagni.

E che l’azione del fascismo fosse stata tanto più incisiva e aveva spezzato l’antico connubio tra la  mafia e la politica liberale, basta ricordare il lamento di Vittorio Emanuele Orlando, questa cariatide che pur aveva appoggiato  il fascismo e il “blocco nazionale”, ma che nel 1925 tuona con tutta la sua insolenza, accennando ad una “cultura mafiosa”  violentata e quale difesa della garanzie liberali minacciate dal fascismo:

«Or io dico signori, che se per mafia si intende il senso dell’onore portato fino alla esagerazione, l’insofferenza contro ogni prepotenza e sopraffazione portata fino al parossismo, la generosità che fronteggia il forte ma indulge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte, se per mafia si intendono tutti questi sentimenti, e questi atteggiamenti, sia pure con i loro eccessi, allora in tale senso si tratta di contrassegni individuali dell’anima siciliana e mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo».

E ovvio che così facendo, Mori  colpì più che altro la media e bassa mafia (scrisse nelle sue memorie  di aver stroncato semplici esecutori di ordini che potevano essere briganti, gabellotti e campieri).

Ma  egli mirava anche all’alta mafia che allignava nelle città, nei centri di potere e svolgeva, apparentemente, attività legali. Mori indirizzò le sue indagini anche sul deputato fascista Alfredo Cucco essendo convinto che Cucco aveva ottenuto dalla mafia voti e favori e i fondi con cui editare il giornale Sicilia Nuova, “vessillo” dell’antimafia.

Mussolini non guardà in faccia nessuno e con le prove  raccolte da Mori, Cucco venne espulso dal PNF e il Fascio di Palermo venne sciolto. Per la prima volta l’alta mafia e il nobilitato siciliano si spaventarono sul serio e con l’appoggio di qualche gerarca infingardo e interessato iniziarono  una campagna subdola: lettere anonime inviate al Duce, per screditare il Prefetto e i suoi collaboratori e i suoi modi troppo violenti.

I camerata Cucco così diventò un pretesto per condannare l’opera di Mori.

A questa  opera non furono estranei anche alcuni gerarchi o ras come i  Grandi, Farinacci e Balbo che avevano in astio il Prefetto Mori dai fatti di Bologna del 1921.

Mori quindi divenne un personaggio scomodo che, dopo essere stato nominato senatore del regno (22 dicembre 1928), venne sollevato dal suo incarico (16 giugno 1929) con un decreto regio che sanciva che i prefetti e i questori che avessero raggiunto il trentacinquesimo anno di servizio cessavano la loro attività, qualunque fosse la loro età anagrafica.

Più di tanto Mussolini non potette fare, conscio come era che, soprattutto dopo il delitto Matteotti, aveva dovuto abbandonare molti suoi propositi di riforma, coinvolgendo anche i socialisti e i Confederali, che la Dittatura aveva portato al potere molti approfittatori in camicia nera (li ritroveremo tutti, gerarchi e gerarchetti, nel loro vero volto, il 25 luglio 1943) e ora non era possibile sbaraccarli tuti.

La storiografia di parte neofascista nega che si volle arrestare l’opera di Mori per non arrivare agli alti nomi della Mafia. Scrive a questo proposito Giuseppe Tricoli professore e storico siciliano, nel suo “Il fascismo e la lotta contro la mafia”:

«La missione di Mori fu, perciò, ritenuta compiuta da Mussolini, dopo ben cinque anni di permanenza in Sicilia, non perché il “prefetto di ferro” mirasse a colpire sempre più in alto, come affermato da certa storiografia antifascista (che nei frangenti più difficili il capo del governo non aveva mancato anche per vicende discutibili, di essere vicino e solidale con Mori con forza e convinzione) ma perché l’operazione, fin dall’inizio, era stata giustamente considerata straordinaria, onde pervenire ad una normalizzazione del quadro dell’ordine pubblico, anche nella accezione più vasta di risanamento morale e di bonifica sociale, dai fenomeni più inquinanti e devianti nella società siciliana.

Questa normalizzazione, grazie all’opera di Mori, era stata raggiunta con la clamorosa azione di polizia e con la definitiva sanzione giudiziaria data dagli organi della magistratura: adesso, come d’altronde affermava lo stesso Mori, bisognava provvedere “allo sviluppo delle sane e poderose energie donde l’isola è ricca”».

Come sempre la verità sta nel mezzo: giusti i rilievi di Tricoli, ma altrettanto vero che conseguita oramai la dissoluzione della Mafia sul territorio, Mussolini reputò non necessario scompaginare tutta l’Isola arrivando a incriminare molti pezzi grossi che tra l’altro, quelli più esposti e quelli che compresero che non si sarebbe più potuto trafficare e guadagnare come prima, stavano emigrando in America.

Questo “compromesso” però determinò anche che parte della Mafia, si era nuovamente istituzionalizzata. Se tanti briganti e piccoli delinquenti erano stati rinchiusi nelle carceri o mandati al confino, gli esponenti dell’alta mafia, se non emigrarono in America, aderirono al fascismo, sicuri di poter proseguire nei loro affari e nei loro traffici, magari senza una manifesta illegalità, soprattutto una volta che la Sicilia fosse stata liberata dall’incubo Mori.

Non a caso si cercò di fermare l’azione dello Stato in diversi modi.

Una petizione era stata inviata al Duce, firmata da 400 fascisti trapanesi, con la quale si chiedeva di allontanare «l’antipatriotti­co prefetto di Bologna amico dei bolscevichi» (il solito alibi dell’ “anticomunsimo”, sempre utile per ogni occasione).

Ma Mussolini reagì immediatamente: espulsione dal partito dei fir­matari della petizione! A febbraio 1927, come accennato, ven­ne sciolto d’autorità il fascio di Palermo, rinviando a giudizio, il segretario, On. Alfredo Cucco, che però fu poi processato e pienamente assolto.

Un ufficiale della Milizia, sotto accusa di collusione con  la criminalità, dovette scontare dieci anni di reclusione.

Sempre nel 1927 venne sciolto anche il fascio di Catania.

Venne inoltre a formarsi  una nuova normativa amministrativa in grado di combattere la criminalità nelle sue varie forme. Normativa che rimasta in vigore anche nel dopoguerra nella Repubblica democratica antifascista, ma ora priva di un vero sostegno da parte dello Stato, divenne del tutto inefficace.

Molti Prefetti e funzionari ritenuti collusi con la Mafia vennero rimossi.

Furono sottoposte a controllo prefettizio l’attività dei portieri, dei custodi di case private e alberghi, dei garagisti e dei tassisti, precedentemente gestite da mafiosi. Successivamente questi controlli vennero estesi  alle attività di curatelo, guardiano, vetturale, campiere, imponendo l’obbligo di domicilio nei luoghi dove tali attività venivano svolte.

L’abigeato e la gabella, punti di forza  di “mediazione” tra mafia e lavoratori, sono stroncate dalla legislazione fascista. La figura del gabellotto viene eliminata nello stesso 1927.

Scrive Tricoli,: «nel giro di pochi mesi, nella sola provincia di Palermo potevano essere liberati dai gabellati mafiosi ben 320 fondi, per una superficie complessiva di 280.000 ettari. La mafia veniva così vulnerata gravemente nel suo braccio armato economico più consistente».

Inoltre le famiglie dei latitanti sono obbligate a dimostrare la liceità del possesso del denaro, degli oggetti e dei beni di cui godono, pena l’immediata confisca.

La Mafia per non soccombere del tutto  dovette emigrare oltre Atlantico e si risvegliò in Sicilia soltanto nel 1943 con lo sbarco angloameri­cano e l’importazione di alcuni suoi capi. L’attendeva la pacchia della nuova era democratica.

Tirando le somme anche se si può rilevare che alcuni alti mafiosi si riciclarono nelle nuove Istituzioni fasciste, resta comunque vero che il loro retroterra, i gangli vitali, le procedure illegali che gli consentivano di spadroneggiare, erano state decisamente recise.

Se dobbiamo quindi constatare che una parte della Mafia di alto bordo, rimase  immune dalla repressione e si riciclò nello steso fascismo o a suo latere, in realtà vi era una altra prospettiva a cui tener conto e che  con il tempo avrebbe finito per distruggere completamente ogni manifestazione mafiosa.

Questa prospettiva era la conformazione dello Stato fascista, uno stato etico, nazional popolare che nel 1932  pose nella Dottrina stessa del fascismo, queste importanti capisaldi:

«PER IL FASCISMO TUTTO È NELLO STATO, E NULLA DI UMANO O SPIRITUALE ESISTE, E TANTO MENO HA VALORE, FUORI DELLO STATO».

Era la campana a morto per ogni potere al di fuori dello Stato.

Se non ci fosse stata la guerra e la sconfitta, nessuna Mafia, nessuna Massoneria, per quanto in “sonno”, avrebbero potuto sopravvivere in uno Stato fascista.

Questo fu il vero mezzo, più di quello di Mori, con cui il Fascismo stroncò la Mafia, e se la guerra fosse andata diversamente e la Repubblica Sociale Italiana avesse potuto portare avanti le sue riforme che oltre alla socializzazione, effettivamente varata nel 1944, prevedevano anche una totale riforma agraria e del latifondo, di Mafia non avremmo  mai più sentito parlare.

Come sappiamo, invece, nel dopoguerra, la Mafia, oramai completamente reinstallatasi nell’isola e non solo, tenne sotto scacco e terrore,  tutta la Trinacria.

Il regime democristiano, con la complicità della Chiesa, con il connubio delle cosche mafiose, ci fece diversi inciuci e traffici di ogni genere, stabilendo un modus vivendi a tutti utile.  Del resto la democrazia è il brodo di cultura del potere mafioso.

Ne fecero le spese valenti servitori dello stato, alcuni magistrati, integerrimi e come noto Falcone e Borsellino, tutti vilmente assassinati.

Anzi , quando il generale Dalla Chiesa, divenuto oltremodo scomodo per tutta una serie di segreti che custodiva, “chi di dovere”  decise di farlo fuori, si pensò bene di mandarlo a fare il prefetto a Palermo, dandogli solo un effimero, ma non sostanziale, supporto da parte dello Stato. Tutti sapevano che in quelle condizioni veniva mandato a morire.

E tutti i partiti parteciparono allo scempio di una Sicilia sotto scacco mafioso, sia pure con responsabilità  diversificate (ed ovviamente con “profitti” proporzionati alla loro consistenza).

Anche il PCI, dopo che molti comunisti e sindacalisti, tra la fine della guerra e i primi anni ’50, avevano pagato un alto prezzo di vite umane per aver ostacolato il potere mafioso,  trovò il modo per convivere con la Mafia,  tramite un tacito patto per cui, si sarebbe occupato solo di sterili manifestazioni, qualche comizio e volantino, tutto fumo negli occhi, ma guardandosi bene dal toccare veramente i centri di potere mafioso.

I neofascisti, del pari, a cominciare dai vecchi fascisti del ventennio riciclatesi nel MSI, nulla fecero politicamente contro la Mafia, se non delle retoriche discussioni ed edulcorate rievocazioni storiche, o al parlamento che lasciano il tempo che trovano, anzi, sarà per la similitudine nella adorazione gerarchica, nella simpatia verso chi detiene un potere, sia pure criminale,  ma il mondo neofascista in Sicilia non fu di certo dalla parte del popolo angheriato, tartassato e ammazzato, ma sempre e comunque, sia pure con discrezione, dalla parte dei capi bastone. Con buona pace di Mussolini.

Il cosiddetto golpe Borghese portò alla luce diverse convivenze con cosche mafiose e logge massoniche, e del resto ancora dobbiamo sapere bene come interpretare un documento dell’OSS americano di J. J. Angleton del 1946  in cui si indica che alcune migliaia di ex (ma veramente “ex”, aggiungiamo noi!) uomini della Decima Mas, sarebbero stati riaddestrati dagli americani  e inviati in Sicilia. A fare cosa? Preferiamo non pensarci.

 

Grace O’Malley, la regina dei pirati di Connemara

omalley46

di Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi

Grace O’Malley (conosciuta in lingua gaelica anche come Gràinne Nì Mhàille) nacque in Irlanda intorno al 1530, nella contea di Mayo, da Owen Dubhdarra O’Malley, capo clan degli O’Malley.

Fin da piccola Grace seppe sempre che volle fare il marinaio ma fu sempre scoraggiata nei suoi propositi. Si sentì estremamente offesa quando suo padre si rifiutò di portarla con sé su un veliero e la leggenda narra che Grace si tagliò i suoi lunghi capelli e prese a vestirsi da uomo per provare ai suoi familiari che poteva affrontare il viaggio e fare la vita del marinaio. Vedendo ciò, suo padre e suo fratello la chiamarono Gràinne Nì Mhàille e la soprannominarono “Grace la Calva”. Comunque, grazie alla sua insistenza, le fu alla fine permesso di andare per mare con suo padre e la sua flotta di navi.

Da bambina viaggiava spesso con suo padre nelle missioni commerciali d’oltre mare. Una volta, di ritorno da un viaggio in Spagna, la loro nave fu attaccata da un vascello inglese. Il padre di Grace le aveva detto che in caso di attacco avrebbe dovuto rimanere sottocoperta, ma lei non gli obbedì. Si arrampicò invece sul sartiame e, osservando la battaglia dall’alto, notò un pirata inglese avvicinarsi furtivamente estraendo un pugnale dietro la sua schiena. La coraggiosa Granuaile si lanciò giù dal sartiame e saltò sulla schiena del pirata che minacciava suo padre, mettendosi nel frattempo a gridare. La distrazione consentì agli O’Malley di riguadagnare il controllo della nave e di sconfiggere i pirati inglesi.

Grace trascorse la sua giovinezza ad apprendere le arti marinare e riuscì col tempo ad avere una sua propria flotta di navi, anche grazie al fatto che la sua famiglia si era arricchita con la pesca e con il commercio.

Più avanti nella sua vita, ella scelse di dedicarsi alla pirateria, assalendo navi turche e spagnole e addirittura la flotta inglese. Aumentò in questo modo il suo patrimonio fino a includere, oltre ad una cospicua flotta, la proprietà di diverse isole e castelli sulla costa occidentale dell’Irlanda.

In età avanzata si fece una reputazione da comandante  spietata attraverso le sue imprese in battaglia a fianco dei suoi seguaci.

La leggenda racconta che ella partorì uno dei suoi figli in alto mare. Il giorno seguente il parto la sua nave fu attacca da pirati turchi. Nonostante fosse esausta per il parto, prese un’arma e guidò i suoi uomini contro i Turchi, costringendoli alla ritirata.

Grace si sposò due volte nella vita. Il suo primo marito fu Donald O’Flaherty, figlio del capoclan degli O’Flaherty e prossimo alla successione alla guida del clan. Grace e Donald si sposarono quando lei aveva sedici anni. A quell’epoca per le famiglie combinare matrimoni era una consuetudine, quindi la loro unione fu inizialmente più un fatto politico che emotivo. Gli O’Flaherty erano infatti un clan marinaresco come gli O’Malley. Attraverso il loro matrimonio Grace imparò molto sulla tradizione marinaresca da Donald e il suo clan si arricchì delle conoscenze nautiche di Grace. Ella fu presto al comando della flotta degli O’Flaherty e dominò le acque circostanti le loro terre.

Nonostante fosse inusuale per quel tempo che una donna comandasse degli uomini, Grace seppe conquistarsi il rispetto dei suoi seguaci attraverso la sua scaltrezza, la sua conoscenza del mare e, soprattutto, grazie al suo coraggio. Suo marito Donald aveva la reputazione di testa calda e questo probabilmente gli costò la vita in una battaglia contro un clan rivale. Grace e Donald furono sposati per 19 anni.

Secondo la legge Irlandese le vedove avevano diritto a una parte del patrimonio del marito, ma per qualche strana ragione gli O’Flaherty non seguirono la tradizione. Questo non le piacque per niente, e così radunò i suoi  fedeli seguaci e si mise a commerciare per i mari per conto proprio. Mise in pratica le conoscenze apprese da suo padre e da suo marito e riuscì a sbarazzarsi degli O’Flaherty. Grace ritornò dagli O’Malley portando i suoi seguaci con lei diventando un capoclan per conto proprio.

Dalla morte di Donald era riuscita a espandere il suo impero fino a includere cinque castelli e diverse isole di Clew Bay. Aveva però ancora bisogno del castello di Rockfleet, situato nel Nord Est della baia, per rafforzare il suo dominio dell’area. Questo suo desiderio di rafforzare la propria posizione sulla costa occidentale dell’Irlanda la portò a sposarsi per una seconda volta, decidendo di prendere come marito Richard Burke.

La leggenda racconta che Grace viaggiò fino a Rockfleet e bussò alla porta di  Richard per fargli una proposta di matrimonio della durata di un anno. Ella  spiegò che la loro unione avrebbe dato a entrambi i clan la possibilità di resistere all’imminente invasione degli Inglesi, che si stavano lentamente ma inesorabilmente impadronendo dell’Irlanda. Si credeva che dopo un anno esatto Grace avrebbe lasciato Richard, offrendogli l’opzione di terminare il matrimonio, ma ormai egli era perdutamente innamorato di lei. Rimasero così sposati fino alla morte di lui, avvenuta diciassette anni dopo.

Grace ebbe in totale quattro figli. Dal primo matrimonio con Donald O’Flaherty nacquero tre figli, due maschi, Owen e Murrough, e una femmina, Margareth. Più tardi, dal matrimonio con Richard, Grace ebbe il suo ultimo figlio, Tibbot.

A quel tempo gli Inglesi avevano conquistato gran parte dell’Irlanda, nel corso di un processo chiamato “Sumit and Regrant”, che consisteva nel convincere (molto spesso con la forza) i capoclan a cedere le loro terre alla Corona e ricevendo in cambio un titolo nobiliare inglese. Alcuni capoclan si arresero e cedettero agli Inglesi, ma altri si ribellarono e Grace fu tra questi ultimi. Ella  conservò la propria indipendenza molto più a lungo del resto dell’Irlanda, ma nei suoi ultimi anni la potenza inglese iniziò a costituire un peso anche  per lei.

All’età di cinquantasei anni fu catturata da Sir Richard Bingham, uno spietato governatore che la Regina aveva installato nei nuovi territori passati in mano inglese. Poco dopo aver ricevuto il suo incarico, Bingham mandò le guardie ad arrestare Grace con l’intento di farla impiccare. Venne così arrestata, insieme ad altri membri del suo clan, e preparata per l’esecuzione. Determinata a morire con dignità, Grace tenne alta la testa in attesa del momento fatidico, ma all’ultimo minuto il suo genero si offrì agli Inglesi come ostaggi, in cambio della promessa che Grace non si sarebbe mai più ribellata. Sulla base di questa promessa Bingham la rilasciò, ma, per punirla del suo atteggiamento rivoltoso, non le permise di riottenere il suo potere. Il governatore le tolse il suo bestiame per ridurla in povertà e complottò per uccidere il suo figlio maggiore Owen.

Durante quel periodo l’Armada spagnola imperversava contro gli Inglesi al largo delle coste irlandesi e scozzesi. Non è noto se Grace abbia assistito gli Inglesi contro gli Spagnoli, oppure se combatté semplicemente per proteggere quel poco che le rimaneva. Si sa però che intorno al 1588 Grace macellò centinaia di Spagnoli della nave di Don Pedro de Mendoza nei pressi de castello dell’Isola di Clare. Perfino nei tardi anni della sua vita Grace dimostrò così tutta la sua spietatezza in battaglia.

Attorno al 1590 Grace era ridotta in povertà a causa degli sforzi di Bingham. A quel tempo in Irlanda era in corso una ribellione piuttosto vasta contro gli Inglesi e Bingham temeva che Grace avrebbe potuto portare aiuto ai ribelli. In una lettera che il governatore scrisse in quel tempo, egli affermava che Grace O’Malley era “una nota traditrice” e “la sobillatrice di tutte le ribellioni avvenute in quella zona da quarant’anni”.

Grace aveva mandato lettere alla Regina Elisabetta domandando giustizia, senza ricevere però mai alcuna risposta.

Nel 1593, dopo lunghi anni di difficoltosi combattimenti, suo figlio Tibbot e suo fratello furono arrestati dagli Inglesi e gettati in prigione. Quella fu la goccia finale che fece traboccare il vaso e Grace decise di andare di persona a Londra dalla Regina per chiedere il rilascio dei suoi familiari e la restituzione delle sue terre e dei suoi beni. La donna spiegò le vele e cercò di evitare le navi inglesi che pattugliavano i mari tra le sue terre e Londra. L’incontro ebbe luogo al castello di Greenwich.

Gli eventi che portarono all’incontro tra Grace e la Regina Elisabetta ebbero profondi impatti sull’incontro stesso e in seguito sul comportamento di Grace.

Nessuno sa perché la Regina Elisabetta accettò di incontrarsi da sola con Grace O’Malley (e non l’avesse fatta imprigionare o giustiziare).

La donna parlava fluentemente il Latino e per questo fu in grado di parlare agevolmente con la Regina, che senz’altro non conosceva il gaelico.

Alcuni riportano che durante l’incontro Grace avesse starnutito, e che quindi una dama le avesse porto un fazzoletto ricamato. Ella soffiò il naso, ma, subito dopo averlo fatto, gettò il fazzoletto tra le fiamme di un vicino caminetto. Di fronte alla corte scioccata, Elisabetta  disse che in Inghilterra era buon uso infilare il fazzoletto usato nella manica, ma la O’Malley rispose che in Irlanda erano disapprovate le persone così trascurate da tenere della stoffa sporca sulla propria persona.

Grace spiegò alla Regina che le sue azioni non erano da intendersi come atti di ribellione ma come legittima difesa. Le spiegò che l’eredità dei suoi mariti era ingiustamente trattenuta dalla Corona e pretese che i suoi diritti ereditari fossero rispettati, e chiese la liberazione di suo fratello e di suo figlio. In cambio Grace avrebbe aiutato la Regina contro i suoi nemici di mare e di terra. Elisabetta acconsentì e Grace fece ritorno in Irlanda e domandò a Bingham il rilascio immediato dei suoi congiunti e il ritorno delle sue proprietà in base agli ordini della Regina.

Grace O’Malley viene ricordata su tutti i libri di storia e nelle leggende del suo popolo come una comandante spietata e una combattente coraggiosa. Nei suoi settant’anni anni di vita lei e la sua famiglia videro la potenza inglese espandersi in Irlanda, ma, grazie alla loro forza e alla loro potenza, il suo clan e i suoi vicini riuscirono ad arginare come poterono gli invasori.

Si dice che dall’anno della sua morte, avvenuta nel 1603, nessun altro capoclan irlandese riuscì a preservare il vecchio stile di vita gaelico come Grace O’Malley e la sua famiglia riuscirono a fare in vita.

Fethullah Gulen: la spina nel fianco di Erdogan

fethullah-gülen-in-burnu_549397

di Lorenzo Centini  http://ruberagmen.blogspot.it/

All’inizio degli anni 70′, quando in Unione Sovietica si stabiliva quasi concluso il “rafforzamento della Rivoluzione” e gli Stati Uniti s’incupivano per l’Indocina, in Turchia qualcosa si stava muovendo. Nell’unico paese islamico della NATO, ai piani alti dell’Esercito (depositario, in quel momento storico, della fiducia di Washington) qualcuno già pensava a come impedire che il paese cadesse in preda agli opposti estremismi. A margine del governo Demirel non passava giorno che militanti di estrema sinistra (Comunisti e Maoisti) e di estrema Destra (nostalgici non solo di Ataturk ma anche della cosmologia politica ottomana) si sparassero e si scontrassero in piazza. In un copione simile a quello messo in piedi dal governo tambroniano prima e pentapartitico poi per compattare la Repubblica borghese italiana.

Il governo ombra del paese, nella burocrazia dello Stato Maggiore e dei servizi segreti, varò allora due risposte di largo respiro. Una sarà spedire gli ultranazionalisti a popolare Cipro Nord, per far passare la voglia al Regime dei Colonnelli di intraprendere vie sovversive e riprendersi Cipro, di concerto con i rimasugli inglesi. L’altro sarà finanziare una “rinascita islamica” anche in Turchia, per allontanare i giovani da velleità rivoluzionarie e sovversive.
Questa abile mossa gattopardesca risulta tanto strana quanto machiavellica dove si sia a conoscenza delle precipue caratteristiche turche: al tempo la Turchia reggeva l’urto delle opposte pressioni (Da Ovest i greci, da Est i Curdi) imponendo il rigido culto della personalità e del complesso ideale kemalista. Su tutto, ovviamente, un leggendario intransigentismo laicale.
A capo di questa operazione politica viene messo Fethullah Gulen, nato ad Erzurum nel 1941. Egli segue da giovane gli insegnamenti di Said Nursi, teologo curdo sunnita che, a suo tempo, dopo aver rifiutato un posto come “consulente degli affari religiosi” offertogli da Kemal, diventa l’esponente più radicale dell’opposizione al nuovo sistema laico di Ataturk.
Gulen cresce nella convinzione, mutuata appunto da Nursi, che non solo ogni laicismo è una “maschera paffuta del Comunismo” (come scrive nel programma della sua “Associazione per lotta contro il Comunismo”), ma che solo l’Islam possa risolvere l’annoso problema dell’identità turca post-imperiale.
Negli anni viene influenzato anche da Al-Ghazali, Yunus Emre e Ibn’ Arabi, e ha l’opportunità anche di leggere gli scritti di Fadallah al-Nursi, teologo sciita fiero oppositore delle riforme costituzionali di inizio ‘900 in Iran.
Formatosi come Imam viene inviato ad Izmir, nella terza provincia Turca per abitanti. Qui ha l’opportunità di tessere la rete peculiare di fondazioni di credito popolare, società caritatevoli e organizzazioni politiche e civili. Tra queste spicca Hizmet (Servizio, in Turco), che si sostanzia in una rete di associazioni caritatevoli collegate a gruppi di studio ed opinione.
Da Hizmet è nata, negli anni, una fronda di intellettuali impegnati nella costruzione teorica di un Islam politico capace di competere con l’identità NATO della Turchia e a mettere insieme una critica “politically correct” al Kemalismo e a Mustafà Kemal. Lo stesso Erdogan ha dovuto ammettere che l’AKP deve molto al “lavoro intellettuale di Hizmet e dell’Imam Fethullah Gulen” (2010).
 Per capire l’esatta connessione tra Gulen, il passato e il presente turco, è necessario indagare il ruolo di Gulen e dei suoi adepti nel forgiarequella sinergia programmatica tra Turchia, USA ed Israele.
Dal 1975 al 1990 Hizmet e le scuole coraniche guleniste conoscono una diffusione capillare in tutta la Turchia. Il nuovo centro della compagnia viene spostato ad Ankara, per usufruire delle briciole che il potere politico lascia sul terreno.
Dal 1990 in poi Hizmet travalica i confini ex-sovietici e si spande in tutto il territorio turcofono. Nelle sue memoria l’ex capo del MIT (i servizi segreti turchi), Osmari Nuri Gundes afferma che nel quinquennio 1990-1995 nascono in Turkmenistan, Tagikistan, Uzbekistan, Khazakistan e Kirzighistan più di 200 madrase (scuole coraniche) legate a doppio filo ad Ankara. E che, in queste, almeno 130 agenti della CIA operavano sia come imam che come guardie o semplici militanti.
Nel frattanto Gulen, che, colpito dalle purghe neokemaliste dei militari ripara in USA, stringe rapporti anche con i think-tank ebraici del Medioriente e degli States. In un opuscolo in suo onore, l’autore ricorda che “Gulen intratteneva frequenti contatti di pace con le alte sfere dell’Anti-defamation League”. Inoltre mantiene rapporti stretti con il magnate delle costruzioni Ishak Alaton, ebreo turco, costruttore del 15 % delle infrastrutture stradali turkmene dopo la fine dell’URSS (nonchè primo finanziatore di Hizmet), azionista di Asya Foundation, network di banche guleniste.
Questo lato della attività politica di Gulen diventa importante nella sua ottica di costruzione di un nuovo modello islamico che possa rassomigliare all’Islam benevolo e paterno dei tempi Ottomani. Erdogan dovrà moltissimo a questa posizione quando, sulla cresta di un crescente islamizzazione, nel 2004 prometterà alla Knesset riunita che la Turchia “tornerà a voler bene ad Israele”.
 Fetullah Gulen dice, in un opuscolo di metà anni ’90:
Even though they have lived in exile here and there and have led an almost nomadic existence, Jews have been able to maintain their racial characteristics with almost no loss. Moreover, the Jewish tribe is very intelligent. This intelligent tribe has put forth many things throughout history in the name of science and thought. But these have always been offered in the form of poisoned honey and have been presented to the world as such. For instance, Karl Marx is a Jew; the communism he developed looks like a good alternative to capitalism at first sight, but in essence it is a deathly poison mixed in honey.”
Anche se hanno vissuto in esilio qua e laì a hanno condotto una vista soprattutto nomadica, gli ebrei sono stati capaci di mantenere le loro caratteristiche razziali perlopiù senza perderle. In più le tribù ebraiche sono molto intelligenti. Queste raffinate tribù hanno messo su molte cose attraverso la storia, con la scienza e il pensiero. Ma queste si sono tuttavia offerte anche nella forma di un miele velenoso e sono state al mondo in questo modo. Per esempio, Karl Marx era un ebreo: il comunismo che egli sviluppò appariva come una buona alternativa al capitalismo, ad una prima occhiata, ma nella sua essenza era un veleno mortale mischiato col miele
Non passerà molto che tale posizione, così entusiasta degli ebrei e nel contempo così sospettosa sul loro impatto sulla Storia, venga fatta proprio non solo da alcune frange moderate della galassia islamista del Magrheb (per esempio la Fratellanza Musulmana di Libia, che più o meno con queste parole criticava la posizione antisionista di Gheddafi), ma anche dall’establishment ebreo ashkenazita in Israele. In questa ottica di riavvicinamento tra Israele e Turchia, concepite dagli States come alleate “interrelate”, il Dipartimento di Stato Americano e la CIA si impegnano per utilizzare il peso culturale di Gulen.
Quando nel 2006 Hizmet in America e lo stesso Gulen rischiano di essere cacciati, Langley e Condoleeza Rice si muoveranno per tentare di trattenere l’Imam in America. La Rice fa valere il ruolo di informatore della rete dei Gulenisti per il sistema di intelligence americano, e decine di plenipotenziari, dall’ex ambasciatore americano in Turchia Morton Abramowtiz, il comandante CIA a Kabul Graham Fuller e persino il portavoce della conferenza episcopale turca, Goerges Marovitch, firmano un appello per considerare Gulen come “costruttore di pace”. Nel 2008 la corte di Philadelphia concede la cittadinanza permanente a Gulen per “indubbi meriti culturali”.
Tuttavia l’idillio tra Gulen ed Erdogan finisce presto. Progressivamente infatti Erdogan non solo mal sopporta la piovra di Hizmet, che controlla in Turchia cinque giornali e innumerevoli associazioni di industriali, ma si discosta dall’idillio gulenista e abbraccia una retorica anti-israeliana. La tensione tra Israele e Turchia sale fino ai fatti della Freedom Flottilla, a difesa della quale si schiera risolutamente Erdogan, in aiuto ai “fratelli palestinesi”.
Fethullah Gulen, bloccato in Pennysilvania anche per motivi di salute, critica aspramente la svolta autoritaria di Erdogan. E si spinge anche a criticare l’atteggiamento di Erdogan contro Assad, che considera “pernicioso ed inutile”. Nel 2012 quando, dopo un assalto ai servizi segreti compiuto da giudici sospettati d’esser parte di Hizmet, Erdogan minaccia di chiudere il movimento e di estradre Gulen, accusandolo di “sovversione contro lo Stato”.
Le proteste di Gezi Park permettono non solo ai Gulenisti di scatenarsi all’interno della protesta, ma anche al loro capo e gli Stati Uniti di convergere su una pressione comune ad Erdogan. Quando il primo ministro turco compie il suo viaggio negli States, mentre parla con Obama (che lo invita a fare qualcosa in Siria sena tirarlo in mezzo), il suo consigliere fidato, Bulenç Arinç si incontra con Gulen nella sua residenza di Saylorsburg.
In politica estera Gulen mantiene una posizione di stretta condanna all’ISIS, come testimonia il suo discorso contro il Califfato (““ISIS members are either completely ignorant of the spirit of Islam and its blessed messenger, or their actions are designed to serve their individual interests or those of their political masters.”), con particolare riferimento ad eventuali “maestri” (“Masters”) nascosti. Su questo si trova d’accordo con Erdogan, che, proprio in queste ore, si preparara ad assaltare la Siria e l’Iraq da Nord.
Su questa intesa a grandi linee, Gulen ha ritrovato un rapporto con Erdogan. Non solo: entrambi sono perfettamente d’accordo sull’opzione di non salvare i Curdi, presi dalla morsa dell’ISIS. Anche se in passato si divisero anche su questo (Gulen rifiuta qualsiasi discorso con i Curdi mentre Erdogan ha dovuto scendere a compromessi), attualmente Gulen trova soddisfacente l’ambiguità con cui la Turchia è scesa in campo.
Gulen rappresenta quindi l’eminenza grigia della re-islamizzazione del discorso politico turco. Commentando qualche anno fa la politica estera di Davotoglu, l’Imama ebbe a dire di condividere la voglia di rivalsa turca, ma non la sua parzialità. Per l’Imam l’unico modo per trasformare la Turchia in una potenza regionale è entrare nella cerniera NATO-EU. E condurre una crociata per conto terzi contro l’ISIS potrebbe sortire questo effetto.

Brexit: Cara Generazione Erasmus, il mondo può essere cambiato.

brexit-1

Federico Pulcinelli – Agenzia Stampa Italia

Chi se lo sarebbe aspettato? Chi con infrangibile sicurezza avrebbe mai detto di aspettarsi ciò che è successo questo 24 giugno? Invece è successo. La Gran Bretagna, il Regno di sua Maestà Elisabetta II, ha detto “leave”.
Molte erano state le “armi” utilizzate dalla propaganda pro-U.E. per contrastare questo inaspettato esito. Giornali, televisioni, intellettuali, studiosi, interi agglomerati politici dalla destra alla sinistra, si erano mobilitati per scongiurare la “Brexit”. I sempre presenti mercati e i loro uomini, a più riprese avevano giurato forti ripercussioni al Regno Unito se il popolo di sua Maestà non si fosse comportato “educatamente” votando il “remain”. Ma nessun accorato appello, nessuna descrizione di apocalittici disastri, nessuna – diciamolo chiaramente – minaccia è servita per fermare il popolo britannico.

Quando i dati, i grafici, gli studi, i numeri non bastavano, si è fatto ricorso all’emozioni, perché si sa i sentimenti, la psicologia, è l’unico e vero strumento per accaparrarsi le masse. “Possiedi i cuori e possiederai le menti”: questo è l’unico e vero verbo della politica. E quindi fiumi di lacrime, caustici anatemi di condanna, celebrazioni al pari di quelle di un martire, per l’omicidio della parlamentare inglese, laburista ed anti-Brexit, Jo Cox. Ma nemmeno queste – al di la dell’ovvia condanna per un simile gesto – non sono bastate.

A vincere sono stati non i numeri, non i grafici, ma i portafogli della classe media inglese resi più sottili nello loro spessore, dal matrimonio della Monarchia inglese con l’Unione Europea. A vincere è stato il desiderio di rivalsa dei lavoratori – la celebre “working class” – che si sono visti, anch’essi, diminuire le loro poche ricchezze dal matrimonio della Monarchia inglese con l’Unione Europea. A vincere è stato il risvegliarsi dell’antico patriottismo che rammenta – romanticamente – il tempo dell’Impero.

Un risultato talmente inatteso, che ha smentito qualsiasi sondaggio che dava avanti – seppur di misura – il si a rimanere. Tutti si sono dovuti ricredere e per primo il Premier inglese David Cameron, che fu lui ha concedere al popolo del Regno Unito il voto sulla delicata materia dell’uscita o meno dall’U.E.. Cameron, come è ormai risaputo, aveva indetto il referendum con ben altra intenzione rispetto all’esito finale: dare maggiore forza alla sua politica nel Parlamento inglese e poter conseguire una posizione ancora più elevata della Gran Bretagna in seno all’Unione Europea. Ma i fatti hanno preso una strada totalmente opposta. Il Premier inglese da quel anelito di corroboramento della propria posizione politica, è stato costretto a dichiarare le sue dimissioni da Primo ministro della Corona.

Certamente le motivazioni per l’uscita della Gran Bretagna non erano così “forti”, come poteva essere quelle dell’anno scorso per la Grecia. Nonostante tutto, la terra di sua Maestà ha sempre potuto vantare una posizione privilegiata all’interno del quadro U.E.. Aveva mantenuto la propria moneta nazionale – la sterlina – rispetto agli altri Stati membri, tutti con l’Euro. Tenendo sempre un decisivo e incisivo parere su tutta la politica europea. Insomma Londra ha preso più i vantaggi che i svantaggi dall’U.E.. Ma quel tanto di svantaggio è bastato per protendere all’uscita: il rischio di dover prendere una corposa quota di migranti provenienti dall’Africa come ha più volte proposto la Germania per ogni Stato membro; il crescente flusso nello Stato britannico di immigrati europei, che al netto della storia dei “lava piatti”, divenivano sempre più concorrenziali nel mercato del lavoro inglese anche e soprattutto nelle occupazioni di un certo rilievo, a scapito dei lavoratori britannici; un Unione Europea ormai incapace se non anche “nemica” nel difendere la produzione marchiata Regno Unito nel contesto europeo e nel più grande contesto internazionale. Questo ed altro, hanno permesso lo storico risultato di venerdì 24 giugno.

Niente sarà più come prima. Ora è tutto in fermento, si annunciano emulazioni del referendum inglese in tutta Europa. In Francia la Le Pen già parla di “Frexit”, in Olanda pure, e in Germania i movimenti anti-euro fanno la voce grossa. In tutta Europa il “terremoto referendario” agita e sconquassa gli ordini politici. I maggiori governi degli Stati membri rilasciano dichiarazioni quasi paradossali pur difendere l’U.E., strizzando una volta l’occhio agli europeisti e a Bruxelles dicendo “Il voto inglese è un disastro. L’Europa è in pericolo.”, e l’altra ai sentimenti euroscettici sempre più montanti nei popoli europei affermando “Ora l’Europa deve cambiare” o come dice Matteo Renzi “deve diventare più umana”.

Il concetto fondamentale che deve essere focalizzato è che a dire via dall’U.E. è stata la Gran Bretagna. La Gran Bretagna, non la Grecia. Non un Paese che tutto sommato non ha un enorme peso sullo scenario europeo ed internazionale, ma la Gran Bretagna, la terra della “City” uno dei più importanti centri del commercio mondiale. La Gran Bretagna, una patria della cultura, con le università e i college più ambiti nella parte “ricca” del globo. Non uno Staterello, ma un colosso mondiale. E’ questo che fa drizzare – letteralmente – i capelli ai europeisti. Fino a quando era la Grecia, si poteva parlare di un Paese poco sviluppato, quasi “ignorante” tanto era il rispetto e l’importanza che si dava a questa plurimillenaria terra. Adesso è il Regno Unito ad aver detto “via”, uno di quei Paesi che, per quelli con la proverbiale “puzza sotto il naso”, conta. “Come poter far fronte a tutto questo?”, “Come poter far passare il messaggio che gli inglesi hanno sbagliato, se hanno la nomea di popolo colto e infallibile?”: queste sono le domande che fanno venire madide fronti ai governi filo-U.E..

Ora l’Unione Europea mostra i “muscoli”. Agli inglesi viene detto di fare presto ad andarsene. A Bruxelles si cerca in qualche modo di ridarsi un certo tono di fronte la pubblica opinione. Al contempo si tentano giustificazioni e allarmi – di poco valore – per l’uscita del Regno Unito: “alla fine gli inglesi se lo potevano permettere”; “l’Inghilterra verrà travolta da questa scelta”; “La Gran Bretagna è sempre stata quasi al di fuori del contesto Europeo”; “Nessun’altra Nazione U.E. si può permettere questo, perché sarebbe un disastro per chi scegliesse ciò e per l’Unione”: questi sono i concetti che vengo fatti passare in queste ore da tutto il mainstream.

E si fa ricorso anche ai tanto decantati giovani inglesi che scegliendo l’Europa si sono visti sfumare i loro sogni a causa dei padri, delle madri, dei nonni, che hanno appoggiato il leave. A questa massa, a questi fiumi su fiumi di giovani ormai europei, ormai internazionali, a questa “Generazione Erasmus” che si è vista ricrescere dalla terra i gretti muri dei confini.

Al netto di tutte le condanne, di tutti i moniti, va detto chiaramente una cosa: l’Europa non dirà mai addio all’Inghilterra, è l’inverso che spaventa veramente l’U.E.. Bruxelles non dirà mai addio all’Inghilterra perché ciò vorrebbe dire addio a enormi interessi economici e finanziari che hanno la loro patria nel Regno Unito. Bruxelles non dirà mai addio ad Albione perché rimane sempre un’entità troppo importante nello scacchiere internazionale. La Gran Bretagna, altresì, può dire essa addio all’U.E. e non solo come uscita dai Stati membri. Ma addio dallo spazio geopolitico U.E. e vari scenari su questo versante si stanno già ipotizzando. Come per esempio la cessazione da parte inglese delle sanzioni alla Russia, creando così un possibile partner economico (e forse anche politico) con Mosca all’interno dell’Europa che non pochi fastidi darebbe all’Unione Europea sul versante economico e – in particolare modo – su quello politico e geopolitico.

Adesso anche la Gran Bretagna dovrà fare i conti con degli spauracchi che all’indomani del voto si sono prontamente evocati. La Scozia vuole un nuovo voto per l’indipendenza da Londra, il partito nazionalista irlandese dello Sinn Féin richiede anch’esso un referendum per riunificare il nord dell’Irlanda con tutta la madre patria. E queste sono situazione che l’Unione Europea potrebbe usare a proprio vantaggio, proprio per frenare le grandi possibilità economiche e geopolitiche a cui può puntare un Inghilterra indipendente. Ma questo è ancora presto per dirlo. E sul piano dei lati positivi o negativi, al momento – anche se ciò si cerca continuamente di ometterlo – la bilancia pende in negativo per l’U.E.

Quello che conta adesso, è che si sta predisponendo un nuovo scontro, dei nuovi discrimini politici. E il referendum Brexit ha sancito questa tendenza che si sta aggirando in tutta Europa. Non più destra e sinistra, ma popoli contro élite. Campagne e province contro città. Nazione contro Internazionalizzazione. Generazioni adulte contro generazioni giovani.

E proprio su quest’ultimo punto di “Vecchi contro giovani” bisogna ristabilire un po’ di verità. Già molto è stato detto dello “strappo generazionale” che il Brexit ha sancito in Gran Bretagna. Del sogno di questa Generazione Erasmus tradita dai suoi genitori. Ma più passano le ore e più ci si rende conto che questa è un’incommensurabile menzogna usata a pretesto dalla propaganda europeista. E’ stato detto che la stragrande maggioranza dei giovani britannici ha votato per il remain e gli adulti per il leave. Premessa la dimostrazione con il voto di venerdì di quanto poco attendibili siano questi sondaggi o studi, tali affermazioni vanno nettamente ridimensionate. E a sfatare una distorsione esagerata della realtà, proprio da propaganda, è stato – tra i tanti – un fervente europeista quale è Enrico Letta. L’ex Presidente del Consiglio italiano sulla sua pagina di Twitter ha scritto dei dati molto significativi in relazione allo spacchettamento delle caratteristiche anagrafiche della popolazione britannica che ha votato: «Una chiave per capire voto per Brexit? Tra gli elettori nella fascia 18-24 ha votato solo il 36%, tra quelli sopra i 65 anni ha votato l’83!».

Questo è uno dei tanti esempi – che in queste ore come nelle prossime – stanno smentendo il fantomatico scontro generazionale che avrebbe provocato il Brexit. Dunque solo propaganda buona a ridare respiro alle tesi europeiste ormai in profonda discesa.

Analizzando questo voto però il dato che salta all’occhio, come è già stato scritto sopra, è che le campagne, le province si sono schierate contro le città. Che i lavoratori e i piccoli imprenditori si sono uniti – anche a dispetto dei loro partiti (infatti i laburisti e i conservatori erano per il remain) – contro le grandi industrie e le classi più agiate. E quei famigerati “giovani” proprio tra le grandi città e le classi più agiate si trovano. Sono giovani che vivono le realtà multietniche ed internazionalizzate di Londra, che vestono indumenti all’ultimo grido, che vogliono scoprire tutto il mondo, che non conoscono più le campagne e il sentimento comunitario che in esse ancora vive. Che non hanno più il contatto con la storia della propria terra, che della loro Patria più nulla gli interessa. E infatti questo “disinteresse” è lo stesso che Letta ha dimostrato con i dati. Una generazione in totale scollamento con ciò che le circonda ma che però pensa all’oltreconfine, una generazione che ora si lamenta del ritorno dei confini ma quando si tratta di far valere le proprie posizioni va alle feste, si inebria delle mille luci della società internazionalizzata, e alla fine diserta le urne.

A questa generazione non importa più niente, salvo che lamentarsi sul social network di turno. Di prendersela con i padri dei propri coetanei meno abbienti, perché hanno votato per l’uscita del Regno Unito. Di essere, oltretutto, interni e omologati al dominio culturale che dai suoi altoparlanti grida i messaggi di “Multiculturalismo”, “Multietnicismo”, “Globalizzazione”, “Morte delle patrie”, “Soppressione dei confini nazionali”.

Ai giovani, di tutta l’Europa, questo voto deve rappresentare un focale spunto di riflessione. Quando mai si è vista una gioventù così appiattita, così incline e compiacente del sistema in cui cresce e si trova a vivere. A questa gioventù è stato strappato dal cuore, ucciso nella culla, il fermento ribelle che ha da sempre contraddistinto la gioventù di qualsiasi epoca.

Questo voto è la dimostrazione che – contrariamente a quanto scriveva Francis Fukuyama – la storia non è finita. Che ancora tutto può cambiare, che si possono immaginare nuovi scenari, che al posto di questo mondo si possono creare ancora nuovi mondi: da costruire, in cui crederci, per cui lottare. Quello che abbiamo a vivere è un momento storico, un punto di non ritorno, di fronte al nostro tempo si aprono mille strade al cui termine ci sono mille bivi.

La gioventù è chiamata a partecipare, a portare il proprio contributo. E viva tutto ciò da giovane e non da vecchio. Da giovane andando, se sarà necessario, anche in senso “controcorrente” ai voleri dell’élite, e non schierandosi pedissequamente al fianco delle visioni dominanti. I giovani siano giovani e pensino a costruire un mondo diverso: il vacillare dell’Unione Europea, il sempre più caldo scenario internazionale, può essere una proficua possibilità per il ritorno di una gioventù attiva e originale.

Cara Generazione Erasmus, non farti etichettare. Cara Generazione Erasmus, non averne a male per i tuoi padri, non essere il bastone della vecchiaia di vecchi scenari, costruisci il mondo dei tuoi figli. Cara Generazione Erasmus, torna ad essere giovane. Cara Generazione Erasmus, il mondo può essere cambiato.

La base militare turca in Qatar e le speranze di Erdogan

di Lorenzo Centini

La base militare turca in Qatar e le speranze di Erdogan

La Turchia nel nuovo contesto

Il nuovo contesto mediorientale, segnatamente diverso dalla trincea fattuale di solo pochi mesi addietro, ha costretto tutte le potenze regionali ed internazionali a ricalibrare le loro strategie inerenti ai due nodi da sciogliere: il governo del presidente Bashar Al-Assad e la ritirata dell’ISIS sotto i bombardamenti russi.
Molti parametri sono cambiati: l’alleanza tra Putin ed Assad non si è spezzata, gli Stati Uniti non hanno retto il gioco della Turchia contro la Russia e almeno due paesi, Iran e Arabia Saudita, o hanno potenziato i propri dispositivi militari nella guerra civile siriana (Iran) o hanno paventato, con diverso grado di credibilità, un impegno corposo in tal senso (Arabia Saudita).
Questi fatti hanno indubbiamente rafforzato il fronte legittimista, che prima dell’invio russo di truppe e mezzi russi sembrava in serio pericolo. La liberazione di Palmira, così simbolica nella battaglia metaculturale contro l’islamismo, rappresenta il frutto di questo cambio di rotta.
Da questa nuova  posizione di superiorità strategica l’asse legittimista ha potuto allargare la sfida frontale anche ad un altro “padrino” della rivolta siriana: la Turchia. La quale, sfruttando la schermatura offerta da un comportamento ambiguo e da molti crediti da spendere in sede NATO, ha potuto giocare di sponda nel conflitto siriano, diventando in breve tempo il vero punto di riferimento dei ribelli anti-assadisti.
Questo passaggio, vale a dire dal patrocinio statunitense e saudita a quello turco, ha rappresentato il primo snodo attraverso il quale gli equilibri in campo sono cambiati. La Turchia, nel conflitto siriano, è difatti interessata a 3 risultati, non sempre in linea con l’asse Ryadh-Washington:

  1.  La distruzione militare e politica della Resistenza Curda. Non è un caso che all’intervento cripto-militare in appoggio ai ribelli si sia accompagnata ua vigorosa offensiva selettiva delle basi curde dentro la Turchia. Questo comportamento è frutto di frizione con gli Stati Uniti, i quali invece hanno sempre “coccolato” (insieme agli israeliani) i curdi[1], considerandoli un ottimo grimaldello contro l’unità del mondo arabo. In questo e’ possibile anche ravvisare un “contentino” di Erdogan alle proprie gerarchie militari, macellate dalle sue presidenze ma armate contro un nemico (interno) comune.
  2.  La creazione di un “sangiaccato” filoturco nella zona a ridosso del confine con la Turchia. La frammentazione della Siria, opzione considerata dai maggiori commentatori di politica internazionale fin dal 2012, è un terno al lotto, nonchè un vecchio pallino dei neocon americani e degli israeliani. Lo scontro in atto tra le elites americane (Obama/Kerry contro Neocon/Clinton) ricalca quello interno alle gerarchie reali dei Sa’ud, i quali membri “progressisti” vorrebbero un uscita di scena unitaria[2], magari con un accordo al ribasso, contro i membri oltranzisti, che definiscono la linea ufficiale, che invece vorrebbero una “emiratizzazione” dello Sham. In entrambi i casi Ryadh non otterrebbe molto da una Siria frammentata, se non una (forse) maggior sicurezza in relazione alla debolezza degli stati balcanizzati.
  3. La deviazione dello Stato Islamico verso l’Iraq. Concepito fin da subito come un “marchio” che potesse contagiare anche le popolazione sunnite del vicino Iraq, il primo ciclo di patrocinio (Arabia Saudita-Stati Uniti) lo aveva adoperato come pistola alla tempia del regime di Assad e come casus belli sempreverde per un futuribile intervento in loco. Seppur “spinto” verso Est per la volontà di mettere fiato sul collo all’Iran (necessità eminentemente saudita), il nucleo operativo ed “ideologico” del Califfato (nonchè il suo quartier generale, Raqqa) rimane in Siria. La spinta turca verso l’Iraq[3] è un favore a chi è interessato invece alla suddetta messa in pericolo delle frontiere iraniane, e trasforma l’interesse turco da antiassadista in antiraniano, regionalizzando definitivamente la nuova Turchia attaccabrighe di Erdogan. Come vedremo in questo il governo turco si fa “manovrare” dai centri di potere in Qatar, in parte nella stessa Arabia Saudita e a Tel Aviv, entrando in contrasto con Obama, che invece vorrebbe mantenere l’ISIS un affare “siriano”.

Si capisce bene quindi come la Turchia sia adesso, nell’architettura imperialista, un “cane pazzo”. Tale condizione, molto simile a quella israeliana (con i quali infatti i turchi intrattengono proficui rapporti), la porta a ricercare sponde ed alleanze esterne, che nel momento dell’abbandono da parte dei centri di potere, possano garantirgli una certa sopravvivenza se non altro diplomatica.

Turchia e Qatar: Fratellanza Musulmana connection

Una di queste sponde la Turchia, abbandonate la dottrina “Zero problemi coi vicini” di Davotoglu, l’ha trovata nel Qatar della famiglia Al-Thani.

Erdogan con Haniyeh e Meshaal, entrambi referenti della Fratellanza in Palestina

Il Qatar, emirato assoluto molto vicino (ma anche in contrapposizione) ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ha avuto con la Turchia un rapporto di amicizia stretto soprattutto dopo la rislamizzazione dello spazio politico turco da metà anni ’90. Tale rapporto vive sul binario della Fratellanza Musulmana, che molto peso ha avuto nella fondazione dell’AKP di Erdogan e che tutt’ora lo supporta, più o meno apertamente[4]. La stessa Fratellanza Musulmana che nel Qatar ha trovato un ottimo rifugio dopo le persecuzioni ad opera dei regimi laici panarabisti nel secondo dopoguerra, e che dagli stessi qatarini è utilizzata come cinghia di trasmissione della propria influenza negli ambienti religiosi e politici mediorientali[5].
Qatar e Turchia sono spalla a spalla nel supporto ai Fratelli Musulmani i quali, seppur sconfitti in Egitto (con la destituzione di Morsi e la messa al bando del movimento da parte di El-Sisi) e in Libia (dove il rampante Mahmoud Jibril, dopo un inizio travolgente, e’ stato spodestato a capo del suo partito),hanno ancora molti capitali politici da spendere in Tunisia (dove il movimento di riferimento, al-Nahḍa, è al governo) e Palestina (dove Khaled Meshaal rappresenta esattamente l’uomo del Qatar dentro la Resistenza Palestinese).
Purtuttavia, se, come ricordavamo prima, la Turchia si è conquistata sul campo il patrocinio militare e politico dei ribelli siriani e del terrorismo a loro direttamente (ed indirettamente) connesso, secondo Thierry Meyssan la Turchia ha polarizzato su se stessa anche il ruolo di riferimento statuale della Fratellanza:

“Quando, nel settembre 2014, il Qatar evita una guerra con l’Arabia Saudita con l’invitare i Fratelli Musulmani a lasciare l’Emirato, Erdoğan coglie di nuovo la palla al balzo, tanto da ritrovarsi in veste di unico sponsor della Confraternita a livello internazionale”[6]

La controversa crisi in questione ebbe inizio quando l’Arabia Saudita e Qatar, dove Ryadh guidò il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti alla chiusura delle relazioni con Doah al fine di spingerla a dismettere il suo appoggio alla Fratellanza rea, a dire di Ryadh, di interferire con gli affari interni degli altri paesi del Golfo. Ryadh si riferiva ovviamente alla grande copertura culturale e giornalistica offerta da Al-Jaazera (il cui ex direttore generale era un certo Wadah Khanfar, decano della Fratellanza in Giordania), ma anche alle posizioni divergenti di Doha riguardo l’Egitto (dove essa sosteneva il destituito Morsi) e la concorrenza dentro l’estremismo islamico nelle milizie anti Assad in Siria.
A seguito della crisila Turchia accolse in gran stile i membri della Fratellanza che, cacciati dal Qatar, proprio in Turchia trovarono una nuova casa. Ebbe a dire lo stesso Erdogan:

If there are any reasons that would prevent them from coming to Turkey, they would be assessed. And if there aren’t any obstacles, they would be granted the ease that is granted to everyone”[7] 

 Sarebbe quindi da almeno tre anni che la Turchia muove i fili della Fratellanza nel complesso scacchiere del Medioriente. Egida che parrebbe confermata dal fatto che le due potenze maggiormente interessate alla destituzione di Assad, Turchia ed Arabia Saudita, abbiano condotto nel 2015 incontri segreti per quello che doveva essere il rendez vous militare, nel quale la fanteria turca e l’aviazione saudita avrebbero dovuto supportare una nuova offensiva da parte delle milizie anti-Assad, senza interpellare il Qatar[8]. La sicurezza con cui Ankara gestisce (o ritiene di gestire) la fedeltà dei singoli gruppi combattenti in Siria la dice lunga su quale nuovo padrone abbiano i Fratelli Musulmani e loro estroflessioni militari.

3’000 soldati contro tutti

Lo sviluppo di una base militare turca in Qatar è un progetto accarezzato dai due stati fin dal 2015, quando un protocollo di intesa in materia di difesa e di sicurezza era stato proposto dall’emiro Tamim bin Hamad Al-Thani e successivamente accettato dal presidente Erdogan e ratificato dal parlamento turco.
Il Qatar non è nuovo nell’offrire il proprio territorio a basi estere: esso accoglie già la base americana di Al-Udeid, la più grande nella regione, aperta nel 2003 e fortemente voluta dallo stesso emiro di

Recep Erdogan con l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al-Thani

allora, Hamad bin Khalifa Al-Thani. Allora la base fu la normale conclusione di un certo rapporto di collaborazione militare tra Stati Uniti e Qatar, il quale aveva appoggiato la grande coalizione contro Saddam Hussein.
Con la concessione di basi a forze estere il Qatar vuole risolvere il grande problema della propria difesa, messa a repentaglio dal differenziale tra il suo gnomismo militare e il suo dinamismo in termini di politica estera. La vicinanza col vicino saudita, che si è in passato arrogato il diritto di fare da gendarme della penisola arabica, spaventa da sempre il piccolo Qatar.
L’unica occasione per il Qatar di difendersi in maniera perpetua dalle due grandi minacce che lo attanagliano (quella saudita e quella, percepita, iraniana) è quella di costituirsi come linchpin state mediorientale: uno stato che valga strategicamente per la sua posizione geografica e la mallealbilità multilaterale delle sue elites.
In questo senso la politica delle basi costituisce la reificazione in ambito militare di questa situazione. Costituendosi come snodo di molte alleanze multilaterali il Qatar diventa “zona franca” degli appetiti degli opposti imperialismi esso vuole evitare che un espansione di una forza subregionale (in questo caso l’Arabia Saudita) lo possa travolgere.
La costruzione di questa nuova “verginità” strategica qatarina dopo il dinamismo degli anni passati si innalza sulla architrave della diversificazione. Il linchpin state è tanto più al riparo da appetiti contrapposti quanto più costituisce una “bandierina” per un’altra potenza. Se la base di El-Udeid è la garanzia americana di avere un bastione contro l’Iran nel Golfo Persico, la base turca potrebbe diventare il viatico per una difesa turca da eventuali atacchi sauditi.
Questo, per il Qatar, è tanto più urgente quanto più diventa evidente la volontà americana di lasciare la gestione del caos mediorientale alle potenze regionali. Costituirsi quindi come una pedina della aspirate forza regionale turca è per Doha necessario al fine di non rimanere col cerino in mano di fronte al ritiro delle forze statunitensi in un domani nel quale i dialoghi di apertura con l’Iran dovessero proseguire.
Continuando a riflettere su questo intreccio, è lecito pervenire alle conclusioni di Olivier Decottignies e Soner Cagaptay su un articolo del Gennaio 2016:

“The same applies to the 3,000-strong Turkish deployment envisaged in Qatar. Although the North Atlantic Treaty does not extend collective defense to allied forces deployed in the Gulf, the United States has its own military headquarters in Qatar, as well as its largest air base in the Middle East, al-Udeid. Washington is thus in the same boat as Ankara and could become the Turkish base’s de facto guarantor”[9]

A queste condizioni quindi la politica del “ricatto strategico” sarebbe a tre, con la Turchia interessata a mantenere gli Stati Uniti in Medioriente allargando informalmente il legame di mutua difesa che lega Turchia e USA mediante la NATO anche al Qatar.

In tutto questo la Turchia cosa può ottenere da questa base militare? Fondamentalmente questi benefici:

  1.  Accreditarsi come partner militare per tutte le petromonarchie del Golfo, le quali costituiscono un giacimento di denaro e di risorse energetiche pressochè infinito. La smania Turca di aggiudicarsi un posto a tavola nel banchetto energetico mediorientale, sia comprando il petrolio contrabbandato illegalmente dall’ISIS, sia stipulando contratti di reciproco aiuto con Israele nella estrazione di gas naturale nel Mediterraneo orientale, è evidente. D’altronde, come ricorda correttamente Mahdi Darius Nazemroaya[10] le liason dangereux israelo-turche, di molto precedenti alla collaborazione militare aperta delle due mediopotenze in Siria.
  2. Con una base militare praticamente in bocca alle coste iraniane la Turchia potrebbe di fatto costruire una seconda cintura di sbarramento all’Iran, questa volta di fattura israelo-turca e non direttamente statunitense. Sempre al fine di non lasciarsi trovare impreparati dal ritiro americano (totale) o da un’intesa di comodo con i governi riformistici iraniani, Turchia Israele (ed in parte Arabia Saudita) starebbero lavorando ad un “cordone sanitario” antiraniano che possa camminare sulle proprie gambe anche dopo un ritiro americano dalla regione. Tale prospettiva, preparata da almeno tre anni di riavvicinamento tra MIT e MOSSAD, sarebbe completata dalla futura visita del ministro degli esteri saudita Adel al-Jubeir in Israele, programmata per il prossimo Luglio.
  3. La base militare in Qatar potrebbe essere un ottimo incentivo a sviluppare ancora di più il cappello militare turco sul Qatar, che è da alcuni anni un ottimo mercato per l’industria militre turca. Tra il 2010 ed il 2014 la spesa militare dei paesi del golfo è salita del 66 %, passando da 74,7 Miliardi di dollari a 124,1 miliardi di dollari. Questo eldorado è a disposizione dell’industria militare turca, che, sospinta dal progetto “Vision 2023”, ha di molto incrementato la sua produttività, forgiando prodotti da piazzare anche sul mercato internazionale. La Koç Holding produce già da qualche anno nello stabilimento di Sakarya il Cobra, adottato dalle Nazioni Unite come mezzo corazzato nei teatri di guerra. La FNSS (conglomerato della BAE Systems e Nurol) già fornisce mezzi corazzati terrestri agli eserciti della Malaysia, Emirati Arabi Uniti e ovviamente a quello turco, e ha collaborazioni con quello indonesiano per lo sviluppo congiunto di un carrarmato leggero. Fa giustamente notare Bruno Ferroglio[11] dalle colonne di “Lotta Comunista” che con questa volontà di diventare una potenza industrial-militare, la Turchia segue la retta generica di ogni mediopotenza regionale che si voglia accreditare come “pseudomondiale”. In questo la creazione in Qatar di un feudo di smercio della propria industria bellica rientra pienamente nel suddetto progetto.

In definitiva, possiamo dire che la creazione di una base navale in Qatar da parte della Turchia (insieme alla ventilata ipotesi di una simile inglese in Bahrein) sia il tentivo di Erdogan di riclassificare Ankara come una potenza regionale imprescindibile, accollandosi il difficilissimo rimland degli emirati del Golfo Persico. Ovviamente Ankara ritiene di poter contare sulle spalle coperte dei sauditi e degli israeliani, senza la quale copertura diplomatica riuscirebbe difficile alla Turchia costituirsi come arbitro internazionale in Medio Oriente senza suscitare legittimi mal di pancia.
Ovviamente il rovescio della medaglia è la sovraesposizione della forza turca, che ha almeno tre linee di faglia: quella in Europa, dove, seppur fustigato, il sogno di un posto a Bruxelles dura ancora, la guerra in Siria, che pare non volgere molto bene per le forze ribelli, e lo scontro diretto con la Russia, che rischia di bloccare alla Turchia la via al Caucaso, proprio quando Armenia e Azerbaijian (feudo turco) sono di nuovo ai ferri corti per il Nagorno Karabakh.
Non sono in pochi a pensare che Erdogan si sia impegnato in troppi tavoli come protagonista, ma le sirene decliniste che avevano fissato alle recenti elezioni la sua debacle sono rimaste deluse, anche se l’AKP ha perso la maggioranza assoluta.
In questi giorni si sta tenendo ad Istanbul il tredicesimo incontro dell’OIC, occasione nel quale i maggiori capi di stato delle nazioni interessate dal caos mediorientale (Arabia Saudita,Qatar,Turchia,Iran,Egitto ecc) potranno confrontarsi fuori dalle logiche dei negoziati di Ginevra.
Voci di corridoio sostengono che, proprio dentro questa cornice, avverrà un incontro molto importante tra il capo del Mossad Yossi Cohen, il ministro degli Affari Esteri saudita Adel al-Jubeir, il capo della diplomazia turca Mevlüt Çavuşoğlu e il ministro degli Esteri qatarino Abdel Rahman Al Thani. Che sia questa l’ennesima dimostrazione della connessione Ryadh-Ankara-Tel Aviv-Doha per lanciare una nuova sfida, motu proprio, all’Iran?

 

[1] Stefano Zecchinelli, “Erdogan e Netanyahu per la Balcanizzazione della Turchia”,uscito su L’Interferenza il 4/03/2016
[2] http://www.veteranstoday.com/2016/04/03/former-saudi-crown-prince-criticized-saudis-position-against-syria/
[3] Alcune testate specialistiche italiane hanno riportato la testimonianza di un “anonimo attivista dell’ISIS” secondo il quale il Califfato sarebbe pronto ad abbandonare Raqqa: http://www.analisidifesa.it/2016/04/il-califfo-si-prepara-ad-abbandonare-raqqa/
[4]  Lucie Drechselova, “AKP’s hidden agenda or a different vision of secularism?”uscito su Nuovelle  Europe il 7/04/2013
[5] Layla Al-Shoumary, “Le des Frères Musulmans pave la route pour le Qatar”, uscito su Al-Akhbar il 12/04/2013
[6] Thierry Meyssan, “Verso la fine del sistema Erdogan” uscito su Rete Voltaire il 15/06/2015
[7] http://www.copts-united.com/English/Details.php?I=1205&A=15779
[8] Chiara Cruciati, “Damasco val bene un avvicinamento ai Fratelli Musulmani” uscito su Nena news il 14/04/2015
[9] Olivier Decottignes e Soner Cagaptay, “Turkey’s new base in Qatar” uscito sul Washington Institute il 11/01/2016
[10] Mahdi Darius Nazemroaya, “La guerra per l’energia si accende: Turchia,Israele,Qatar” uscito su Strategic Culture Foundation il 30/12/2015
[11] Bruno Ferroglio, “I cannoni di Ankara”, uscito su Lotta Comunista nel numero 547 del Marzo 2016

Il bio-business della maternità surrogata

E’ nato il figlio di Nichi Vendola e si chiama Tobia Antonio. L’erede del leader gauchista pugliese è venuto alla alla luce grazie alla pratica dell’«utero in affitto» in una clinica del Canada, lì dove la maternità surrogata è cosa legale. Il bimbo è – scrive provocatoriamente Libero, centrando però il punto – «figlio di Nichi Vendola, del suo compagno trentottenne, l’italo canadese Eddy Testa, e di una donna indonesiana con passaporto americano». È evidente che la gauche politically correct esulta per l’evento e, soprattutto, vede nella pratica dell’«utero in affitto» il trionfo dei diritti per tutti, la nuova frontiera della liberazione umana.

A Repubblica, il 18 marzo 2015, l’ex governatore della Puglia aveva dichiarato:

«Uso provocatoriamente questo mio sogno contro la pigrizia della politica sul tema dei diritti civili, che devono essere uguali per tutti e per tutte».

Avere un erede non suonava affatto come un capriccio:

«Appena lascerò l’incarico alla Regione ci penserò. Questo è un pensiero che riposa in un angolo della mia vita e che ho sempre rimandato. Per quanto mi riguarda, ogni volta che leggo di un neonato abbandonato in un cassonetto dell’immondizia vorrei correre a prendermi cura di quella creatura».

Subito sul web sono scattate le reazioni – favorevoli e contrarie – all’evento. Una parte della sinistra politicamente corretta l’ha sempre elogiata. Il femminismo nostrano s’è spaccato a riguardo, fra chi vede in questa una forma di mercificazione dell’essere umano, come l’appello contro «l’utero in affitto» lanciato da “Se non ora quando – Libere”, che ha visto contrapporsi “Se non ora quando – Factory”, che ha pubblicato su Facebook la seguente dichiarazione:

“Se Non Ora quando Factory” si dissocia dall’appello lanciato dal gruppo “Se Non Ora Quando Libere” sotto la sigla “Se Non Ora Quando” contro la Gestazione Per Altri (“Utero in affitto” come viene orrendamente chiamata nell’appello in questione). Pensiamo che il discorso sulla GPA (che comunque in Italia è pratica vietata) sia delicato, e che meriti un confronto libero e aperto. Soprattutto, pensiamo che in questo momento, in cui si sta cercando di far passare la legge sulle unioni civili, prendere posizioni drastiche sulla GPA sia estremamente controproducente (qui, è spiegato bene il perché: https://femministerie.wordpress.com/2015/11/05/maternita-surrogata-le-nostre-domande/). Ci teniamo inoltre a ricordare che Se Non Ora Quando è un movimento composto da varie entità, e un unico gruppo non è rappresentativo della complessità e della ricchezza delle opinioni.”

La branca del femminismo nostrano favorevole a questa pratica (che per loro è orrendo definire “utero in affitto”, come per noi è altrettanto orrendo definirla “progresso”, marxianamente parlando… Ma tant’è!) si giustifica dicendo che essa è inevitabile e che va solo normata:

“La voglia di figli – scrive su Io Donna Isabella Bossi Fedrigotti – è, infatti, istinto irreprimibile, desiderio ancestrale cui difficilmente si è pronti a rinunciare: sappiamo bene, del resto, che i figli possono – purtroppo è obbligatorio specificare “possono” – essere l’unica gioia pura concessa agli umani. E se qualcuno, coppia etero o omosessuale, si avventurasse all’estero dove è concesso quanto è proibito in patria, che farà il giudice chiamato a sancire il reato? Toglierà il bambino ai suoi genitori putativi per restituirlo alla madre naturale che molto probabilmente lo rifiuterebbe? Lo farà finire in un istituto in patria oppure all’estero dal quale proviene? Lo darà in adozione ritenendo una coppia di aspiranti genitori più amorevole, più capace dell’altra? O si accontenterà di una multa? Che la si lasci fare, allora, questa legge (legge Cirinnà, sulle unioni civili, ndr) per mettere un po’ d’ordine là dove l’ordine è, peraltro, difficile, una legge che il più possibile protegga le donne che, per una loro ragione, quasi sempre la povertà, decidono di mettere al mondo un bambino per conto terzi. Una legge che dia loro dei diritti, per esempio quello di cambiare idea anche all’ultimo, a pagamento già effettuato, e di tenersi il piccolo fatto su ordinazione. Che poi è questo il gesto – d’amore – per il quale si è sempre tentati di fare il tifo”.

Una pratica (definita Gpa) comune in vasti settori del movimento Lgbt, come espresso da alcuni suoi opinionisti, che non la vedono come un mezzo per sfruttare una donna, ma come una ‘normalità’. Di contro parti del movimento femminista – e poco ci importa se a dirlo sono le stesse femministe che poi incolpano il genere maschile di ogni nefandezza, ma quando a dirlo sono pure loro, beh, allora forse la cosa allarma i più – hanno avvertito anche in Italia che la maternità surrogata porta inevitabilmente all’aberrazione di sfruttare una povera donna – checché ne dicano lor signori parlando della pratica del “dono”, cioè ‘donare’ per 9 mesi il proprio corpo gratuitamente ad una coppia, etero o gay che sia –, mercificando non solo il suo corpo, ma pure il frutto del suo grembo, considerando questi – un essere umano – come oggetti-merce, come articoli di commercio, una pratica tutt’altro che emancipativa, da noi letta come il trionfo del capitale sulla vita umana, dell’economia sulla dignità che non solo precarizza la vita umana, ma ne pianifica e ne mercifica ogni aspetto, anche il più ‘naturale’.

Insomma, non sono improprie le parole di Karl Marx e Friederich Engels sul Manifesto del partito comunista su

“La borghesia [che] ha strappato il velo di tenero sentimentalismo che avvolgeva i rapporti di famiglia, e li ha ridotti a un semplice rapporto di denari”.

Alt, non è però il caso di generalizzare: se in Italia il movimento Lgbt e vasti settori del femminismo l’appoggiano (non tutti, il che significa che forse anche all’interno del femminismo vi sono visioni diverse nel percepire tali fenomeni) non è così dovunque: il 1º febbraio 2016, nella vicina Francia, l’Assemblea nazionale di Parigi – il parlamento –, dopo un convegno organizzato da tre associazioni di sinistra (CoRP, Collectif pour le Respect de la Personne, la CADAC, Coordination pour le Droit à l’Avortement et à la Contraception e la CLF, Coordination Lesbienne en France), sostenuto dalla vicepresidente socialista dell’Assemblea, Laurence Dumont, a cui hanno aderito anche gruppi della galassia femminista e comunista, ha firmato la «carta per l’abolizione universale della maternità surrogata». Quest’ultima ha dichiarato:

“Questo tema in molti paesi divide la sinistra, eppure noi lottiamo contro la Gpa proprio in nome dei più profondi valori della sinistra europea”. L’obiettivo è fare il punto della situazione “del mercato mondiale delle donne e dei neonati” e invitare gli Stati a combattere “una pratica alienante per la persona umana, fonte di disuguaglianza di genere e di sfruttamento”.

Intervistate dal periodico Ouest France il 1º febbraio, spiegando perché hanno organizzato l’Assise citata, la Dumond e Silvyane Agacinski, la presidente del CoRP, hanno detto:

“Ci appelliamo alla responsabilità della Francia e di tutti gli altri Stati perché si oppongano a qualsiasi forma di legalizzazione della Gpa sul piano nazionale e agiscano sul piano internazionale con tutti gli strumenti giuridici che possano portare all’abolizione della Gpa. Il progetto può sembrare ambizioso, ma non c’è altro modo per evitare che le coppie vadano all’estero per questa pratica”, ha detto Laurence Dumont.

Agacinski ha spiegato:

“Nonostante le prese di posizione contrarie e molto chiare di tutte le autorità in materia, le lobby delle industrie biotecnologche esercitano una pressione tremenda. Dalla California alla Russia la procreazione medicalmente assistita rappresenta un grosso affare economico. Le agenzie comprano e vendono ovociti e spermatozoi, ma quello che più manca alla loro catena di produzione è la disponibilità del ventre femminile. E allora si rivolgono a donne molto fragili, reclutate su un grande mercato che possiamo qualificare come neocoloniale”.

La filosofa femminista Sylviane Agacinski (moglie dell’ex premier del Parti socialiste Lionel Jospin), tra le prime a prendere la parola, riassume così l’iniziativa:

«Impedire che, come la prostituzione, anche la pratica dell’utero in affitto trasformi le donne in prestatrici di un servizio: sessuale, o materno. Il corpo delle donne deve essere riconosciuto come un bene indisponibile per l’uso pubblico. La madre surrogata non è forse madre genetica ma è senza dubbio anche lei una madre biologica, tenuto conto degli scambi biologici che avvengono per nove mesi tra la madre e il feto. Il bambino in questo modo diventa un bene su ordinazione, dotato di un valore di mercato».

La geografa indiana Sheela Saravanan – dato che lì la pratica è ultra praticata a fini non di “love”, ma per soldi – ha parlato della dimensione «colonialista» del ricorso alle madri surrogate nei Paesi emergenti: coppie ricche – etero e/o gay – del Nord del mondo sfruttano le sacche di povertà del Sud «per esercitare un inesistente diritto al bambino». Anche per questo i promotori insistono sulla necessità che l’abolizione sia prima europea poi universale: inutile vietare la maternità surrogata in un Paese, se è possibile accedervi in un altro. Contro la maternità surrogata a cui ha fatto ricorso Vendola ha tuonato il Parlamento europeo, col Primo Ministro francese Manuel Valls, di sinistra, che ha detto che tale legge non passerà mai, anche se nel 2014 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha adottato una risoluzione che impone alla Francia di iscrivere all’anagrafe i bambini nati all’estero da un utero in affitto, senza alcuna protesta o ricorso da parte delle autorità d’Oltralpe, il tutto con la Corte d’Europa che sta studiando la pratica di una delle parlamentari europee favorevoli alla maternità surrogata, Petra de Sutter che – riportava a inizio febbraio L’Huffington Post – è eletta nelle liste dei Verdi, primaria di ginecologia a Gand, fra i pochissimi parlamentari apertamente transgender di tutta Europa – al fianco di Vladimir Luxuria, eletta nelle liste del Prc –, che propone la legalizzazione della Gpa (la maternità surrogata), avendovi fatto ricorso nella sua attività professionale, dato che in Belgio la pratica non è vietata. E scatta pure il ‘conflitto d’interessi’ che sa di lobbismo: infatti, molti esponenti della sinistra franco-belga, delle varie associazioni femministe anti-Gpa e organizzazioni per i diritti dell’uomo hanno sostenuto che la de Sutter «lavora pure con la clinica indiana ‘Seeds of innocence’, dove le maternità surrogata è assolutamente commerciale», e «garantisce ai suoi clienti che le madri surrogate non figurino sull’atto di nascita del bambino e che consegnino il bambino alla nascita», spiega un comunicato dell’associazione femminista di Sylviane Agacinski, accennando al fatto che che le lobby delle industrie farmaceutiche e delle agenzie di materiale genetico e uteri in affitto infiltrino il Consiglio d’Europa promuovendo l’idea che la Gpa sia invece “altruista”, un segno di “generosità”. Detto da associazioni apertamente di sinistra e progressiste, non da gruppi catto-reazionari o legati al Front national e alla ‘fascisteria’ franco-belga!

Diversa, invece, la posizione di un altro esponente dell’ecologismo europeo, l’eurodeputato José Bové (uno dei vati del movimento noglobal, ex leader della Confédération paysanne e altermondista di ferro, eletto nella lista Europe Écologie), il quale ha chiesto che, dopo il Parlamento di Strasburgo, anche la Commissione debba prender posizione in merito con un regolamento. E ha attaccato gli oppositori all’adozione degli omosessuali:

«Insistere sul fatto che ogni bambino debba avere un padre e una madre ne fa gli alleati oggettivi della maternità surrogata».

In un’altra occasione ha detto che «Nessuno ha diritto a un figlio». Anzi, per José Bové, da sempre impegnato contro le multinazionali del cibo e le industrie farmaceutiche, è la stessa idea di «diritto al figlio» a essere ambigua. «Désir d’enfant n’est pas droit à l’enfant»: il desiderio di avere un figlio, non fonda alcun “diritto” ad avere un figlio. Soprattutto se questo figlio è letteralmente oggetto di un traffico internazionale che preme per la legalizzazione di tale schiavismo 2.0, e che coinvolge madri povere e disperate che cedono il proprio corpo per poche centinaia di dollari a cliniche indiane o ucraine che, preventivamente, collocano la loro merce sul mercato con tanto di listini dei prezzi. Come il mercato degli schiavi ne La capanna dello zio Tom, solo che gli oggetti – selezionati a tavolino – non sono ancora nati! Che si tratti di un mercato è un dato di fatto, non una supposizione o il frutto del parto della mente di un “complottista”: basta scorrere il listino prezzi, i desiderata, sfogliare la complessa contrattualistica che vincola le madri naturali al silenzio per capire quello che c’è dietro. Mettendo su Google le parole-chiave “maternità surrogata costi”, appare il sito dell’Agency of Surrogacy Solution, che ci da subito informazioni a riguardo, che sottolinea che

“… è difficile stimare esattamente quanto un viaggio surrogata costa. Ogni caso e lo scenario è diverso. La nostra filosofia è che “si prevede per il peggio e sperare per il meglio.” Le complicazioni sorgono in alcune gravidanze, mentre altri sono beatamente senza incidenti. Alcune persone hanno bisogno donatrici di ovuli, mentre altri non lo fanno. Alcuni IP hanno congelato gli embrioni e quindi avranno costi più bassi di fecondazione in vitro. Sulla base della nostra esperienza personale in questo settore, anticipiamo la gamma sia da $75,000 a $150,000 (che sarebbe il peggiore dei casi con spese massime prevedibili.). L’importo medio speso è $80,000 – $115,000 (per i clienti domestici) quando si inizia con un ciclo di IVF fresco con embrioni non-donatori. Vanno cicli di uova da donatori $120,000 – $150,000. Clienti internazionali che hanno bisogno di un’assicurazione nascita di post dovrebbero anticipare il pagamento di un ulteriore $30,000 o più per l’assicurazione post-parto e costi. Di nuovo, non ci sono garanzie, ma cerchiamo sempre di fare del nostro meglio per tenere i costi sotto controllo, badando che il surrogato riceve indennità e ai rimborsi che merita”.

Prezzi tutt’altro che proletari. Il che rende ipocrita parlare di ‘dono’ e citare a riguardo il singolo caso avvenuto nel tal paese per paventare la possibilità che dietro tale pratica possa esser gratuita! E’ paragonabile a chi cita il singolo caso del datore di lavoro buono che versa lacrime per il licenziamento di sottoposti per mettere così in soffitta la critica del sistema in cui essi interagiscono… Bové è anche tra i firmatari dell’appello #stopsurrogacy, nato dalla presa di parola di molti laici di sinistra, che hanno deciso di dire no, senza rinunciare al proprio essere laici e di sinistra. La maternità surrogata, ha dichiarato Bové al quotidiano Avvenire il 21 maggio 2015 «rappresenta la forma di strumentalizzazione della donna più insopportabile che ci sia. (…) C’è gente che affronta il dibattito sull’allargamento dei diritti per tutte le forme di relazione eterosessuale e omosessuale e che argomenta a favore dell’estensione di questi diritti personali inserendovi anche il “diritto al figlio”». Bové individua in tutto questo la logica che legherebbe la libera determinazione e la scelta di una persona – vivere con o amare una persona dello stesso sesso e non solo – a un’indebita estensione sul figlio. Non esiste diritto al figlio, non può esistere, ma dentro questa logica entrano in gioco molte questioni. Una su tutte il presente e il futuro del bio-business. Proprio per questa ragione, l’estensione di questo pseudo-diritto può consentire alle «tecnologie di costruire realtà che stravolgono il nostro rapporto con la vita».

Perciò, senza tirare in ballo fasulli e fantomatici complotti orditi da illuminati, confraternite segrete o dai rettiliani per controllarci e omologare l’umano in nome del “Nuovo Ordine Mondiale”, tematica portata avanti dai soliti reazionari, è il caso invece di fare un’analisi seria, ‘materialista’ e logica, che ci fa capire che chi vuole sdoganare questa aberrazione sono le arcinote multinazionali farmaceutiche che vogliono, in nome del profitto, spingere sempre più in là le varie ricerche atte a manipolare l’uomo, condizionando il Consiglio d’Europa e, grazie al possesso di azioni dei vari organi di informazione, sdoganare nell’opinione pubblica l’idea che manipolare l’essere umano sia normale, che sia progresso… Siamo di fronte ad una nuova fase del turbocapitalismo, che dopo aver creato l’uomo consumatore, ora lo mercifica ulteriormente. E’ una opinione che si sta consolidando, e che trova riscontro anche nei dati di mercato, che il capitalismo finanziario cerchi nuovi sbocchi di mercato ancora intonsi, sui quali ritagliarsi nuovi spazi. E l’eugenetica è questa ‘new frontiers’. La posta in gioco, descritta da Riccardo Achilli, è tetra:

“Si tratta di reingegnerizzare completamente l’uomo, fin nei suoi più reconditi spazi di umanità, ed in questo viene in soccorso, strombazzando, l’industria privata della genomica. La posta in gioco è sintetizzata da Steven Pinker, che, baldanzoso, annuncia che “il 2008 ha visto l’introduzione di una genomica diretta al consumatore”. Ecco: non vi piacete più? Siete poco assertivi, timidi, oppure avete il naso troppo lungo? Una risistemata al vostro DNA e vi rifacciamo nuovi! Eccheggiano le parole tetre di Francis Fukuyama, il genio che ha previsto la “fine della storia”: secondo lui, i tentativi di realizzare una razza umana “nuova e perfetta” (sulla base di quali parametri etici, psicologici, culturali non è dato sapere) saranno finalmente realizzati dalla genetica. Sullo sfondo, si intravede il mondo da incubo di Aldous Huxley, in cui una élite irraggiungibile, invisibile e chiusa di coordinatori, unici depositari della memoria storica e del progetto sociale complessivo, realizza, con gli strumenti dell’eugenetica (Huxley scrive prima della scoperta del DNA, avvenuta definitivamente solo nel 1953) un mondo in cui ogni singolo essere umano, sin dalla nascita, è programmato in vista di un inserimento predeterminato nella società. Dove il libero arbitrio, persino il concetto di destino individuale, vengono completamente svuotati di senso, da una ingegneria genetica che diviene ingegneria sociale”.

Il tutto dentro la vecchia logica del profitto capitalista, che si adegua al ‘nuovo’. Quindi, dietro la facciata ‘arcobaleno’ e radical-chic riguardante la retorica del riconoscimento di diritti per le coppie omosessuali (riconoscimento che, detto per inciso, nulla c’entra con la questione della maternità surrogata, praticata indistintamente da etero e gay), tale pratica presenta invece i tratti non solo di un bio-business molto redditizio dietro cui ci sono interessi multimiliardari, ma il nuovo sbocco di un turbocapitalismo totalitario in parvenza di libertà (di comprare, ma solo se hai i soldi, sennò rimani lo sfigato di sempre… e qui la questione di classe rimane sempre attuale) che vuole creare il consumatore. E Nichi vendola – che ha gettato alle ortiche le idee marxiane per una gauche caviale & champagne – pare non averlo capito. Pare, s’intende…

…….

1) http://www.iodonna.it/attualita/famiglie/2016/02/01/utero-in-affitto-favorevoli-e-contrari/?refresh_ce-cp

2) Cfr. http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/12/05/utero-in-affito-ecco-perche-non-e-sfruttamento-della-donna/2280367/

3) Cfr. http://www.huffingtonpost.it/2016/02/01/parigi-convegno-maternita_n_9131554.html

4) Agency for Surrogacy Solution, Costi previsti, in https://www.surrogacysolutionsinc.com/it/aspiranti-genitori/anticipated-costs/, Url consultato il 28 febbraio 2016

5) http://www.uominibeta.org/contributi/vita-dna-ricerca-scientifica-e-dignita-delluomo/