Antoun Saadeh : Vita di un Socialista Nazionale Siriano

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Di Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi traduzione da http://www.ssnp.com

L’infanzia

Antoun Saadeh nacque il 1 marzo 1904 nella cittadina di Showeir nel distretto di Metn Monte Libano.

Egli ricevette la sua istruzione elementare nel villaggio di Showeir e successivamente continuò gli studi al Lycee de Freres al Cairo e alla scuola di Brummana.

Antoun Saadeh lasciò il Libano nel 1919 per recarsi negli USA e nel febbraio 1921 si trasferì nel Brasile dove prese parte assieme a suo padre Dottor Khalil Saadeh nel  dirigere il giornale Al Jarida e nella rivista Al  Majalla.

I primi inizi

Nel 1924 fondò una società segreta che aveva come obbiettivo l’unificazione della Siria Naturale, ma egli sciolse la società nel 1925. Mentre era in Brasile studiò il russo e il tedesco.

Antoun Saadeh tornò in Libano nel 1930.Nel 1931 scrisse “Una tragedia d’Amore” che fu successivamente pubblicata nel 1933 assieme alla sua “Storia della Festa di Nostra Signora di Sidnaya”.

Nel 1931 si recò a Damasco dove si unì alla redazione del quotidiano damasceno Al Ayamm ma ritornò a Beirut nel 1932 per insegnare tedesco agli studenti che avevano scelto lingue all’Università Americana di Beirut. A Beirut egli riprese la pubblicazione della rivista Al Majalla  del quale egli riportò 4 problemi.

La fondazione del Partito Socialista Nazionale Siriano

Egli fondò il Partito Socialista Nazionale Siriano il 16 novembre 1932. Il 16 settembre  1935 l’esistenza del Partito Socialista Nazionale Siriano divenne nota. Saadeh fu arrestato e condannato a sei mesi di carcere durante i quali scrisse “ L’ascesa delle Nazioni”. Saadeh fu liberato ma fu detenuto ancora una volta nel tardo giugno del 1936 durante i quali scrisse il pamphet “ La spiegazione dei Principi”. Nel primo novembre fu rilasciato di prigione  ma egli vi ritornò nel primo marzo 1937. Egli aveva scritto il libro “ L’Ascesa della Nazione Siriana” ma il suo libro fu sequestrato dalle autorità al momento del suo arresto e le autorità si rifiutarono di riconsegnarglielo.

Rilasciato nel tardo Maggio 1937 egli nel Novembre dello stesso anno fondò il giornale Al-Nahdhah.

Gli Anni all’Estero

Egli continuò a dirigere il Partito fino al 1938 quando lasciò il paese per organizzare per organizzare le branche estere del partito.

In Brasile egli fondò il giornale Nuova Siria ma fu detenuto per 2 mesi a seguito di accuse da parte di agenti coloniali rivelatesi poi  false . Successivamente si trasferì in Argentina dove seguì lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale nel 1939. Egli rimase in Argentina fino al 1947. In Argentina fondò il giornale Al-Zouba’a  e scrisse “ La Lotta dell’intelletto nella Letteratura Siriana “ che fu stampato a Buenos Aires. Nel 1943 egli sposò Juliette Al-Mir che gli diede 3 figlie. Durante la Seconda Guerra Mondiale mentre era all’estero fu condannato “In Absentia” a 20 anni di prigione e a 20 di esilio dalle autorità coloniali  francesi.

Il Ritorno in Patria

Egli ritornò in patria il 2 Marzo 1947 e presto fece un discorso rivoluzionario in seguito del quale le autorità emisero un mandato di arresto che rimase in vigore per 7 mesi ma fu successivamente ritirato.

Egli fondò il giornale Al-Jil Al-Jadid. Fu negli uffici e nelle stamperie che accadde l’incidente di Jemmayzeh nel corso di un piano condotto dalle autorità con le Falangi Libanesi che attaccarono e incendiarono gli edifici.

Il complotto e il Martirio

Durante quel periodo venne messa in atto una cospirazione internazionale e il 7 giugno 1949 riuscì a persuadere Husni Al-Za’im  a consegnare Antoun Saadeh alle autorità libanesi che interrogarono , processarono e lo giustiziarono nell’arco di 24 ore.

La data del suo martirio fu l’8 giugno 1949 alle 15 e 20 del pomeriggio.

Conclusioni

Antoun Saadeh resta una delle figure più influenti e importanti della storia recente del vicino oriente. Il SSNP da lui fondato è stato e rimane uno degli attori politici più importanti in Libano e Siria. Le sue milizie hanno avuto un ruolo cruciale nella guerra civile libanese del 13 aprile 1975 – 13 ottobre 1990 durante la quale combatterono attivamente le forze israeliane e dell’esercito del sud del Libano e nel corso dell’attuale guerra al terrorismo siriana che vede il SSNP combattere al fianco dell’esercito siriano combattere contro i terroristi supportati da Occidente, Israele e paesi arabi del Golfo.

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Il Movimento di Lapua

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di Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi

Il Movimento di Lapua fu un movimento ultra nazionalista e anticomunista finlandese fondato nella cittadina di Lapua e rinominato secondo la stessa.

Il movimento fu fondato nel 1929 e inizialmente era dominato da nazionalisti finlandesi anticomunisti i quali enfatizzavano il lascito dell’attivismo nazionalista, le Guardie Bianche finlandesi e la guerra civile finlandese. Il movimento vedeva se stesso come il male necessario re instauratore di ciò che fu conquistato dopo la guerra civile finlandese appoggiando il Luteranesimo ,il nazionalismo e l’anticomunismo.

Molti politici e molti militari finlandesi furono inizialmente simpatizzanti del movimento di Lapua dato che l’anticomunismo era la norma delle classi politiche formate dopo la guerra civile finlandese. Tuttavia l’eccessivo uso della violenza da parte dei militanti di Lapua rese il movimento meno popolare dopo un paio di mesi.

Attivismo del Movimento di Lapua

Il movimento organizzò marce e riunioni nell’intera Finlandia. Il 16 giugno 1930, più di 3.000 uomini arrivarono a Oulu al fine di distruggere la stampa e l’ufficio del giornale comunista Pohjan Voima. Tuttavia, l’ultimo numero di Pohjan Voima era apparso il 14 giugno .Lo stesso giorno fu distrutta una stamperia comunista a Vaasa. Una dimostrazione di forza fu la cosiddetta Marcia Contadina fino a Helsinki . Più di 12.000 uomini arrivarono a Helsinki il 7 luglio 1930. Il governo cedette sotto pressione e i movimenti comunisti furono messi fuori legge. Incontri comunisti furono interrotti anche con la violenza. Un trattamento comune era  il cosiddetto muilutus che consisteva in un rapimento a cui seguiva il pestaggio,  successivamente la vittima veniva caricata su una macchina e portata al confine sovietico.

L’Epilogo

Nel febbraio 1932 una riunione socialdemocratica a Mäntsälä fu violentemente interrotta da attivisti armati Lapua. L’evento portò a un’escalation che culminò nella cosiddetto colpo di stato   Mäntsälä capitanata dall’ex capo di stato maggiore dell’esercito finlandese Wallenius . Nonostante gli appelli di Wallenius l’esercito finlandese e le Guardie Bianche rimasero in larga parte fedele al governo . Molti storici ritengono che il motivo principale del fallimento fu scarsa pianificazione:

la rivolta fu scatenata inizialmente da eventi locali e solo successivamente divenne nazionale. La ribellione finì a seguito di un intervento alla radio indirizzato ai ribelli del presidente Svinhufvud. Dopo un processo che vide l’incarcerazione di Wallenius e di altri 50 capi della rivolta il partito di Lapua fu messo fuorilegge.

Ideologia

Il partito era visceralmente anticomunista e anti sovietico(per non dire antirusso). Sosteneva le Guardie Bianche Finlandesi che combatterono nella guerra di indipendenza Finlandese durante la Rivoluzione russa e nella successiva guerra civile finlandese che vide i Bianchi Finlandesi trionfare sui comunisti finlandesi appoggiati dall’Armata Rossa. Il partito era ultra nazionalista e supportava tra l’altro l’irredentismo finlandese mirato alla realizzazione della Grande Finlandia. Il partito supportava l’organizzazione dei Fennomanni(sostenitori della lingua finlandese) contro gli Svecomanni (sostenitori dell’uso della lingua svedese ).

Eredità

L’ideologia di Lapua fu ripresa dal Partito Popolare Patriottico Finlandese che sopravvisse fino alla sua messa al bando dopo la resa della Finlandia all’Urss a seguito della Seconda Guerra Mondiale.

 

IL FASCISMO E LA MAFIA

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di Maurizio Barozzi

«Inquadriamo la vicenda storica del Fascismo e della Mafia, in cui ci sono tante cose da precisare e correggere e tante leggende da sfatare.

La Storia non si legge, né tanto meno si scrive, con gli occhi dei fans o con quelli dei denigratori»

 

 

Su le vicende della Mafia e del Fascismo, si leggono spesso note e articoli di carattere pseudo storico, ove l’autore, a seconda della sua appartenenza ideologica, esalta ed enfatizza certi aspetti o ne denigra e misconosce altri.

Quindi si passa dal Fascismo che debella la Mafia estirpandola dalla Sicilia, al Fascismo che invece si fa complice della Mafia o la Mafia stessa che si nasconde dietro il fascismo.

Sono dei modi faziosi di scrivere la storia, piegando le vicende storiche ai propri ideali. Ma la verità storica, prescinde dalle preferenze ideali di chi la interpreta e va  invece descritta come esattamente si è svolta, nei limiti ovviamente della ricerca storica e delle sue  complicazioni interpretative.

Se da una parte ingenui neofascisti hanno enfatizzato al massimo l’opera di Mori in Sicilia, affermando tout court che il fascismo aveva debellato la Mafia e questo invece è vero solo entro certi limiti, gli antifascisti hanno fatto di peggio, disegnando addirittura un Fascismo complice della Mafia.

Si prendano, per esempio, certe vicende che si ebbero tra il fascismo e il mafioso Vito Genovese, citate spesso per dimostrare  inesistenti connivenze.

Ancora una volta è il contesto storico che ci  consente di leggere queste situazioni. Mussolini, nei primi anni ’30,  stroncate le attività mafiose in Sicilia e riportata l’Isola sotto la piena giurisdizione e autorità dello Stato, pur nei limiti che più avanti spiegheremo,  se ne poteva fregare di meno della Mafia americana, dei suoi traffici in un una immensa nazione dove, dalla politica alla finanza, alla economia, alle Power Èlites, tutto era svolto sotto un egida gangsterica di forma legale o illegale.

Si dà il caso, però, che a Mussolini premeva unicamente lo sviluppo delle industrie italiane e determinati commerci con gli Stati uniti dove vivevano molti italiani.

Egli sapeva benissimo che certi traffici economici, passavano anche dalle mani di mafiosi come Genovese, anzi non potevano prescindere da queste.

Era uno Stato, lo Stato italiano che faceva i suoi interessi. Accusare Mussolini di collusioni mafiose è da mentecatti, sarebbe come accusare Stalin di collusioni con Hitler, avendo egli concluso con Hitler un importante accordo, il famoso Ribentropp – Molotov con molte implicazioni internazionali (compreso l’invito nel 1940  ai partiti comunisti europei  di appoggiare la guerra tedesca, tanto che in Francia, per queste disposizioni, diversi comunisti subirono pene elevatissime per aver sabotato, di fatto a vantaggio della Germania, l’industria bellica francese).

Qualcuno che vuol scrivere storia, dovrebbe capire che ci sono anche le esigenze nazionali e la ragion di Stato, quando parliamo di Nazioni e di popoli.

Che la Mafia e lo stesso Genovese, quantunque in Italia si spacciava per sostenitore de fascismo, restassero fondamentalmente dei nemici del fascismo e dei manutengoli della plutocrazia americana è dimostrato dal fatto che nel luglio 1943 gli americani  utilizzarono proprio la Mafia per l’occupazione del nostro paese, e una volta sbarcati in Sicilia la reinstallarono in tutte le sue attribuzioni e funzioni che un tempo aveva avuto e che il fascismo gli aveva tolto.

Lo stesso Vito Genovese fu l’interprete ufficiale del comandante  degli affari civili dell’AMGOT (l’amministrazione militare americana) in Sicilia e a Napoli, il famigerato colonnello statunitense Charles Poletti che gli assegnò compiti particolari, per gli interessi strategici statunitensi e  vari traffici mafiosi.

Per venire al nostro argomento, quello di come il Fascismo affrontò il problema mafioso, e comprendere adeguatamente la situazione del tempo, occorre partire dalle parole di  Giovanni Gentile, che indicò  una “Sicilia sequestrata”, auspicandone la fine dall’isolamento e la confluenza della cultura regionale, pur viva e interessante,  nel grande crogiolo della cultura nazionale italiana.

La Trinacria,  ancor nei primi anni del ‘900,  soggetta ad un pervicace  sistema di cosche e latifondisti, chiusa a venti ideologici e culturali nuovi, siano essi l’illuminismo, il romanticismo, il liberalismo e altrettanto sarà per il fascismo. Arretratezza e immobilismo si perpetuavano di generazione in generazione.

Saltiamo a piè pari i periodi precedenti e portiamoci al  termine della Prima Guerra Mondiale, dove si può constatare  che la Mafia spadroneggiava in Sicilia.

Come scrive “In Storia” una rivista on line non di certo di tendenza fascista:

«Il mafioso, attraverso un’articolata rete gerarchica di personaggi che andavano dall’amministratore al gabellotto e al campiere, difendeva il proprietario dalle rivendicazioni contadine e gli assicurava il lavoro di braccianti male remunerati e il tranquillo godimento delle rendite del feudo».

La mafia, inoltre,  era efficace  per il mantenimento dell’ordine e dell’equilibrio sociale e alle autorità Istituzionali, al tempo formate in parte con il sistema partitocratico, questo andazzo stava bene, cosicché si veniva sempre a formare  un connubio tra potere mafioso e uomini politici del luogo.

Come sempre, con il passare del tempo e il succedersi dei periodi storici, qualunque fossero i fermenti rinnovativi e culturali o i cambiamenti politici che si determinavano nel paese, con riflessi nell’Isola, puntuale si riproduceva quel “gattopardesco” cambiare per non cambiare, che in definitiva lasciava le cose sostanzialmente come stavano.

Imperava quindi l’illegalità: l’abigeato, o il traffico del bestiame rubato, l’appalto dei feudi, la gabella sui poderi e la tassa che i contadini dovevano pagare per avere farina in cambio del grano appena raccolto se volevano portare in salvo il raccolto fino al mulino (la “ciancia”).

Negli anni ’20, con l’esplosione del movimento fascista, seppur frenato in certi luoghi dai suoi rapporti spuri con il mondo agrario, certi fermenti nuovi  arrivarono anche in Sicilia.

Si distinsero i circoli culturali dietro il Professore di Diritto Internazionale a Catania, Edoardo Cimbali, inoltre giovani intellettuali pervasi dal futurismo e desiderosi di rompere il conformismo siciliano. Tra questi  lo storico Francesco Ercole, Alfredo Cucco e Biagio Pace, del periodico “La Fiamma Nazionale”, e moltissimi giovani sebbene di alcuni poi si vennero ad adombrare collusioni con la Mafia.

Nel frattempo nell’isola, dietro queste ventate di rinnovamento, prenderanno vita anche manifestazioni popolari conto l’illegalità, di fatto contro la Mafia.

Tuttavia nel 1921 i fascisti non riusciranno a presentare una loro lista elettorale, mentre poi lo faranno con il famoso “listone” una colazione di partiti eterogenei sostanzialmente di centro o conservatori, sostenuto da varie correnti combattentistiche e applicando la tattica elettorale del “blocco nazionale”. Vinceranno ampiamente le elezioni del 1924 e le amministrative del 1925.

Ma anche con l’avvento del Fascismo (marcia su Roma), nell’isola, le cose non erano cambiate di molto.

I ceti dominanti, infatti, cercherono di concupire il fascismo tramite la tradizionale logica  “gattopardesca” e del resto il fascismo, in quella sua prima fase non si spingeva a colpire il latifondo, vera base di potere della Mafia stessa e non era  raro il caso che alcuni suoi esponenti fossero dei latifondisti o legati ai latifondisti..

Non potevano infine  mancare le infiltrazioni di personaggi legati alla Mafia nelle fila stesse del fascismo, che si aggiungono ai vari capi bastone, che fiutato il cambiamento generale, pensarono bene di indossare la camicia nera.

La stessa straripante vittoria elettorale del “listone” nel 1924 non poteva non aver avuto l’ “aiutino” trasversale della mafia (tra gli altri il neodeputato Alfredo Cucco, del 1893, luminare in oculistica, leader del fascismo siciliano e vessillifero “antimafia” era sospettato di essere colluso con la mafia).

Se la tesi  di Gramsci e Gobetti di un fascismo cooptato dalle vecchie consorterie siciliane è esagerata e non coglie tutti i cambiamenti in atto portatati dalla nuova ventata rinnovativa del fascismo (che questi intellettuali non percepiscono) è però anche vero che non è del tutto campata in aria.

Fatto sta che il fascismo, seppur frenato, impastoiato e concupito era un vero fenomeno di rinnovamento nazionale, mai visto in Italia, e l’operato di Mussolini era quello di modificare e migliorare la Nazione, procedendo gradualmente, anche attraverso accordi e mediazioni con il mondo conservatore.

Del resto il suo potere era limitato dalla presenza dinastica di Casa Savoia, dalla cultura borghese e cattolica del paese, dalla presenza della Chiesa in ogni sperduto angolo,  e da quello della Massoneria, quale retaggio storico  del Risorgimento, tutte forze con le quali il fascismo era giunto a compromessi. Solo con la massoneria il compromesso non fu possibile e questa lobby di potere  venne in qualche modo ridimensionata fortemente e costretta ad andare in “sonno”, ma anche qui non completamente debellata.

Mussolini, oltretutto, puntava alla crescita della Nazione onde elevarla al rango, almeno di media potenza, in Europa e soprattutto nel Mediterraneo; questo il suo obiettivo e progetto primario, di fronte al quale tutto passava in secondo piano.

A questo fine abbisognava del massimo della legalità e a non avere nel paese delle forze o poteri che si ponevano a lato, se non fuori, dello Stato.

Mussolini, qualsiasi percezione avesse della Mafia, intuiva la situazione siciliana come “separatismo”, il che contraddiceva il suo  “unitarismo”.

Avvenne quindi che il Duce fece visita  in Sicilia, a Palermo, il 6 maggio 1924.

Arrivò in auto, a Piana degli Albanesi, con il sindaco Francesco Cuccia, detto Don Ciccio, che portava al petto la Croce di Cavaliere del Regno, anche se aveva avuto otto processi  per omicidio a cui se la era sempre cavata per “insufficienza di prove”.

Don Ciccio, constatato che il suo ospite era seguito da agenti di polizia, ammiccando gli disse: «Perché vi portate dietro gli sbirri? Vossia è con me. Nulla deve temere!».
Mussolini non rispose, poco dopo fece fermare la macchina e chiese di ritornare a Palermo.

Di botto, anche epidermicamente, aveva realizzato in pieno la situazione di un “potere” fuori dello Stato.

Il giorno dopo ad Agrigento parlò ai siciliani:

«Voi avete dei bisogni di ordine materiale che conosco: si è parlato di strade, di bonifica, si è detto che biso­gna garantire la proprietà e l’incolumità dei cittadini che lavo­rano. Ebbene vi dichiaro che prenderò tutte le misure necessarie per tutelare i galantuomini dai delitti dei criminali. Non deve es­sere più oltre tollerato che poche centinaia di malviventi soverchino, immiseriscano, danneggino una popolazione magnifica co­me la vostra».

Come giustamente sottolineò lo storico Filippo Giannini, che ha ricordato l’episodio di “don Ciccio”, del resto noto, era quella una vera dichiarazione di guerra, seguita poi nei fatti,  di uno statista italiano contro la Mafia.

Tornato a Roma  il 13 maggio con­vocò i ministri De Bono e Federzoni e il capo della polizia Moncada e pretese da loro il nome di un uomo in grado di stroncare  quell’andazzo in Sicilia.

Venne proposto  Cesare Mori del 1871, che già era stato in Sicilia un paio di volte.

L’uomo, come Prefetto di Bologna, tra il 1921 e 1922, non aveva guardato in faccia nessuno: nè socialcomunisti, nè fascisti, facendo applicare la legge dello Stato.

Inviso a vari capi squadristi fascisti,  con l’avvento del fascismo si era ritirato a Firenze con la moglie.

Mus­solini lo fece convocare  immediatamente e gli conferì l’incarico di stroncare la mafia e l’illegalità in Sicilia, dicendogli espressamente: «Spero che sarete duro con i mafiosi come lo siete stato con i miei squadristi!».

Ancora una volta Mussolini dimostrò come il suo progetto di realizzare una grande Italia, era imprescindibile: pur sapendo che probabilmente il fascismo in Sicilia doveva la sua affermazione anche all’influenza della Mafia che aveva ritenuto più utile  appoggiarlo che contrastarlo, ritenne opportuno procedere allo smantellamento del suo potere.

Mori venne nominato prefetto di Palermo con ampi poteri (23 ottobre 1925) che utilizzo a pieno: retate militari, metodi spicci e violenti, interrogatori da “terzo grado”, coartando i mafiosi a collaborare e rompendo l’omertà, il vincolo di unione dell’onorata società.

Mori applicò una energica azione di carattere militare e psicologica con il fine di restituire la Sicilia allo Stato e i mafiosi, da sempre usi a praticare la più vile e bieca violenza, questa volta dovettero constatarla su sè stessi.

All’uopo non si fece scrupolo di utilizzare operazioni militari in grande stile.

Resterà famosa quella di Gangi, storica roccaforte mafiosa, messa sotto assedio, chiudendo persino le condotte dell’acqua. Poliziotti e militari rastrelleranno casa per casa e finiranno per arrestare tutti  i mafiosi ridotti allo stremo e oramai isolati.

Vennero quindi distrutte le cosche delle Madonie, di Bagheria, di Termini Imerese, di Mistretta e di Partinico e altre ancora.

Mori liberò le campagne, con i proprietari terrieri e i contadini, dall’oppressione mafiosa, stroncando  tutte quelle attività da cui la mafia traeva i suoi guadagni.

E che l’azione del fascismo fosse stata tanto più incisiva e aveva spezzato l’antico connubio tra la  mafia e la politica liberale, basta ricordare il lamento di Vittorio Emanuele Orlando, questa cariatide che pur aveva appoggiato  il fascismo e il “blocco nazionale”, ma che nel 1925 tuona con tutta la sua insolenza, accennando ad una “cultura mafiosa”  violentata e quale difesa della garanzie liberali minacciate dal fascismo:

«Or io dico signori, che se per mafia si intende il senso dell’onore portato fino alla esagerazione, l’insofferenza contro ogni prepotenza e sopraffazione portata fino al parossismo, la generosità che fronteggia il forte ma indulge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte, se per mafia si intendono tutti questi sentimenti, e questi atteggiamenti, sia pure con i loro eccessi, allora in tale senso si tratta di contrassegni individuali dell’anima siciliana e mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo».

E ovvio che così facendo, Mori  colpì più che altro la media e bassa mafia (scrisse nelle sue memorie  di aver stroncato semplici esecutori di ordini che potevano essere briganti, gabellotti e campieri).

Ma  egli mirava anche all’alta mafia che allignava nelle città, nei centri di potere e svolgeva, apparentemente, attività legali. Mori indirizzò le sue indagini anche sul deputato fascista Alfredo Cucco essendo convinto che Cucco aveva ottenuto dalla mafia voti e favori e i fondi con cui editare il giornale Sicilia Nuova, “vessillo” dell’antimafia.

Mussolini non guardà in faccia nessuno e con le prove  raccolte da Mori, Cucco venne espulso dal PNF e il Fascio di Palermo venne sciolto. Per la prima volta l’alta mafia e il nobilitato siciliano si spaventarono sul serio e con l’appoggio di qualche gerarca infingardo e interessato iniziarono  una campagna subdola: lettere anonime inviate al Duce, per screditare il Prefetto e i suoi collaboratori e i suoi modi troppo violenti.

I camerata Cucco così diventò un pretesto per condannare l’opera di Mori.

A questa  opera non furono estranei anche alcuni gerarchi o ras come i  Grandi, Farinacci e Balbo che avevano in astio il Prefetto Mori dai fatti di Bologna del 1921.

Mori quindi divenne un personaggio scomodo che, dopo essere stato nominato senatore del regno (22 dicembre 1928), venne sollevato dal suo incarico (16 giugno 1929) con un decreto regio che sanciva che i prefetti e i questori che avessero raggiunto il trentacinquesimo anno di servizio cessavano la loro attività, qualunque fosse la loro età anagrafica.

Più di tanto Mussolini non potette fare, conscio come era che, soprattutto dopo il delitto Matteotti, aveva dovuto abbandonare molti suoi propositi di riforma, coinvolgendo anche i socialisti e i Confederali, che la Dittatura aveva portato al potere molti approfittatori in camicia nera (li ritroveremo tutti, gerarchi e gerarchetti, nel loro vero volto, il 25 luglio 1943) e ora non era possibile sbaraccarli tuti.

La storiografia di parte neofascista nega che si volle arrestare l’opera di Mori per non arrivare agli alti nomi della Mafia. Scrive a questo proposito Giuseppe Tricoli professore e storico siciliano, nel suo “Il fascismo e la lotta contro la mafia”:

«La missione di Mori fu, perciò, ritenuta compiuta da Mussolini, dopo ben cinque anni di permanenza in Sicilia, non perché il “prefetto di ferro” mirasse a colpire sempre più in alto, come affermato da certa storiografia antifascista (che nei frangenti più difficili il capo del governo non aveva mancato anche per vicende discutibili, di essere vicino e solidale con Mori con forza e convinzione) ma perché l’operazione, fin dall’inizio, era stata giustamente considerata straordinaria, onde pervenire ad una normalizzazione del quadro dell’ordine pubblico, anche nella accezione più vasta di risanamento morale e di bonifica sociale, dai fenomeni più inquinanti e devianti nella società siciliana.

Questa normalizzazione, grazie all’opera di Mori, era stata raggiunta con la clamorosa azione di polizia e con la definitiva sanzione giudiziaria data dagli organi della magistratura: adesso, come d’altronde affermava lo stesso Mori, bisognava provvedere “allo sviluppo delle sane e poderose energie donde l’isola è ricca”».

Come sempre la verità sta nel mezzo: giusti i rilievi di Tricoli, ma altrettanto vero che conseguita oramai la dissoluzione della Mafia sul territorio, Mussolini reputò non necessario scompaginare tutta l’Isola arrivando a incriminare molti pezzi grossi che tra l’altro, quelli più esposti e quelli che compresero che non si sarebbe più potuto trafficare e guadagnare come prima, stavano emigrando in America.

Questo “compromesso” però determinò anche che parte della Mafia, si era nuovamente istituzionalizzata. Se tanti briganti e piccoli delinquenti erano stati rinchiusi nelle carceri o mandati al confino, gli esponenti dell’alta mafia, se non emigrarono in America, aderirono al fascismo, sicuri di poter proseguire nei loro affari e nei loro traffici, magari senza una manifesta illegalità, soprattutto una volta che la Sicilia fosse stata liberata dall’incubo Mori.

Non a caso si cercò di fermare l’azione dello Stato in diversi modi.

Una petizione era stata inviata al Duce, firmata da 400 fascisti trapanesi, con la quale si chiedeva di allontanare «l’antipatriotti­co prefetto di Bologna amico dei bolscevichi» (il solito alibi dell’ “anticomunsimo”, sempre utile per ogni occasione).

Ma Mussolini reagì immediatamente: espulsione dal partito dei fir­matari della petizione! A febbraio 1927, come accennato, ven­ne sciolto d’autorità il fascio di Palermo, rinviando a giudizio, il segretario, On. Alfredo Cucco, che però fu poi processato e pienamente assolto.

Un ufficiale della Milizia, sotto accusa di collusione con  la criminalità, dovette scontare dieci anni di reclusione.

Sempre nel 1927 venne sciolto anche il fascio di Catania.

Venne inoltre a formarsi  una nuova normativa amministrativa in grado di combattere la criminalità nelle sue varie forme. Normativa che rimasta in vigore anche nel dopoguerra nella Repubblica democratica antifascista, ma ora priva di un vero sostegno da parte dello Stato, divenne del tutto inefficace.

Molti Prefetti e funzionari ritenuti collusi con la Mafia vennero rimossi.

Furono sottoposte a controllo prefettizio l’attività dei portieri, dei custodi di case private e alberghi, dei garagisti e dei tassisti, precedentemente gestite da mafiosi. Successivamente questi controlli vennero estesi  alle attività di curatelo, guardiano, vetturale, campiere, imponendo l’obbligo di domicilio nei luoghi dove tali attività venivano svolte.

L’abigeato e la gabella, punti di forza  di “mediazione” tra mafia e lavoratori, sono stroncate dalla legislazione fascista. La figura del gabellotto viene eliminata nello stesso 1927.

Scrive Tricoli,: «nel giro di pochi mesi, nella sola provincia di Palermo potevano essere liberati dai gabellati mafiosi ben 320 fondi, per una superficie complessiva di 280.000 ettari. La mafia veniva così vulnerata gravemente nel suo braccio armato economico più consistente».

Inoltre le famiglie dei latitanti sono obbligate a dimostrare la liceità del possesso del denaro, degli oggetti e dei beni di cui godono, pena l’immediata confisca.

La Mafia per non soccombere del tutto  dovette emigrare oltre Atlantico e si risvegliò in Sicilia soltanto nel 1943 con lo sbarco angloameri­cano e l’importazione di alcuni suoi capi. L’attendeva la pacchia della nuova era democratica.

Tirando le somme anche se si può rilevare che alcuni alti mafiosi si riciclarono nelle nuove Istituzioni fasciste, resta comunque vero che il loro retroterra, i gangli vitali, le procedure illegali che gli consentivano di spadroneggiare, erano state decisamente recise.

Se dobbiamo quindi constatare che una parte della Mafia di alto bordo, rimase  immune dalla repressione e si riciclò nello steso fascismo o a suo latere, in realtà vi era una altra prospettiva a cui tener conto e che  con il tempo avrebbe finito per distruggere completamente ogni manifestazione mafiosa.

Questa prospettiva era la conformazione dello Stato fascista, uno stato etico, nazional popolare che nel 1932  pose nella Dottrina stessa del fascismo, queste importanti capisaldi:

«PER IL FASCISMO TUTTO È NELLO STATO, E NULLA DI UMANO O SPIRITUALE ESISTE, E TANTO MENO HA VALORE, FUORI DELLO STATO».

Era la campana a morto per ogni potere al di fuori dello Stato.

Se non ci fosse stata la guerra e la sconfitta, nessuna Mafia, nessuna Massoneria, per quanto in “sonno”, avrebbero potuto sopravvivere in uno Stato fascista.

Questo fu il vero mezzo, più di quello di Mori, con cui il Fascismo stroncò la Mafia, e se la guerra fosse andata diversamente e la Repubblica Sociale Italiana avesse potuto portare avanti le sue riforme che oltre alla socializzazione, effettivamente varata nel 1944, prevedevano anche una totale riforma agraria e del latifondo, di Mafia non avremmo  mai più sentito parlare.

Come sappiamo, invece, nel dopoguerra, la Mafia, oramai completamente reinstallatasi nell’isola e non solo, tenne sotto scacco e terrore,  tutta la Trinacria.

Il regime democristiano, con la complicità della Chiesa, con il connubio delle cosche mafiose, ci fece diversi inciuci e traffici di ogni genere, stabilendo un modus vivendi a tutti utile.  Del resto la democrazia è il brodo di cultura del potere mafioso.

Ne fecero le spese valenti servitori dello stato, alcuni magistrati, integerrimi e come noto Falcone e Borsellino, tutti vilmente assassinati.

Anzi , quando il generale Dalla Chiesa, divenuto oltremodo scomodo per tutta una serie di segreti che custodiva, “chi di dovere”  decise di farlo fuori, si pensò bene di mandarlo a fare il prefetto a Palermo, dandogli solo un effimero, ma non sostanziale, supporto da parte dello Stato. Tutti sapevano che in quelle condizioni veniva mandato a morire.

E tutti i partiti parteciparono allo scempio di una Sicilia sotto scacco mafioso, sia pure con responsabilità  diversificate (ed ovviamente con “profitti” proporzionati alla loro consistenza).

Anche il PCI, dopo che molti comunisti e sindacalisti, tra la fine della guerra e i primi anni ’50, avevano pagato un alto prezzo di vite umane per aver ostacolato il potere mafioso,  trovò il modo per convivere con la Mafia,  tramite un tacito patto per cui, si sarebbe occupato solo di sterili manifestazioni, qualche comizio e volantino, tutto fumo negli occhi, ma guardandosi bene dal toccare veramente i centri di potere mafioso.

I neofascisti, del pari, a cominciare dai vecchi fascisti del ventennio riciclatesi nel MSI, nulla fecero politicamente contro la Mafia, se non delle retoriche discussioni ed edulcorate rievocazioni storiche, o al parlamento che lasciano il tempo che trovano, anzi, sarà per la similitudine nella adorazione gerarchica, nella simpatia verso chi detiene un potere, sia pure criminale,  ma il mondo neofascista in Sicilia non fu di certo dalla parte del popolo angheriato, tartassato e ammazzato, ma sempre e comunque, sia pure con discrezione, dalla parte dei capi bastone. Con buona pace di Mussolini.

Il cosiddetto golpe Borghese portò alla luce diverse convivenze con cosche mafiose e logge massoniche, e del resto ancora dobbiamo sapere bene come interpretare un documento dell’OSS americano di J. J. Angleton del 1946  in cui si indica che alcune migliaia di ex (ma veramente “ex”, aggiungiamo noi!) uomini della Decima Mas, sarebbero stati riaddestrati dagli americani  e inviati in Sicilia. A fare cosa? Preferiamo non pensarci.

 

L’antifascismo italiano e l’antifascismo russo a confronto

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di Irina Osipova

Erano più mesi che ero intenzionata a scrivere questa nota, perché il tema è tornato ad essere molto attuale in Italia e in Russia e vi si è ancora di fronte alla confusione terminologica di carattere sia storico che politico.

Spesso capita di vedere come il termine antifascismo viene erroneamente usato come minimo comune denominatore per descrivere le diverse situazioni delle realtà italiana e russa. Evidentemente questo può accadere solo per ignoranza o intenzionalmente per malafede, visto che tra l’antifascismo italiano e russo c’è una differenza abissale, avendo questi ben poco in comune, soprattutto nel 2014.

  • RIASSUMENDO I DUE CONCETTI:

L’antifascismo russo è la resistenza (anche armata) allo straniero venuto nella terra natale dei russi per conquistare il territorio da loro abitato con lo scopo di dominare e controllare, portando distruzione, causando morti tra i militari e soprattutto civili.  Storicamente è la resistenza alla realizzazione politica estera nazista nei confronti del mondo sovietico. Il Fascismo, con l’accezione generica di Fascismo in Russia si indica il Nazismo tedesco in funzione di sopraffazione dei sovietici, anche con la loro uccisione, (quindi di sterminio di questi nel loro territorio). I simboli del Fascismo per i russi sono Hitler e la svastica.

L’antifascismo italiano è la resistenza (anche giudiziaria) al pensiero del propri connazionali che promuovendo concetti di natura nazionalista e tradizionalista, storicamente traggono ispirazioni anche dalle politiche interne del Ventennio fascista. Un fenomeno politico nato proprio dall’avvento dei “Fasci Italiani di Combattimento” (1919) e dalla successiva fondazione del Partito Nazionale Fascista (1921). Tale fenomeno in Italia si esaltò con la “Resistenza” (1943-1945), che fu l’opposizione militare al regime fascista ed all’occupazione nazista. Un antifascismo che  ha sfaccettature di natura diversa, ovvero liberale, socialista, comunista ed anarchica. Un vero cavallo di battaglia dei comunisti. Il Fascismo è quindi – regime storico nato in Italia con Benito Mussolini. Il simbolo del Fascismo per gli italiani sono Mussolini e il fascio littorio.

Risulta infatti che le differenze tra antifascismo russo e italiano sono notevoli ed occorre fare una analisi approfondita. Appare chiaro anche che gli entrambi i concetti sono degli utili meccanismi della politica, ma usati in chiave diversa con risultati spesso opposti.

  • CAUSE STORICHE:

Per risalire alla causa della divergenza dei due antifascismi bisogna ricordare agli avvenimenti storici che hanno portato alla nascita di questi concetti in Italia e in Russia (URSS).

L’antifascismo patriottico. Al di là delle diverse tesi che esistono riguardo le cause della Seconda Guerra Mondiale sta di fatto che ad invadere è stata la Germania nazista ed a subire l’invasione è stata l’URSS. Il Nazismo, quindi, ha lasciato una ferita profonda nella coscienza dei russi nonostante già fosse ferita dal regime comunista. L’URSS ha subito il maggior numero di morti durante la IIGM. Secondo diverse stime da 25 a 30 milioni di perdite. Ed allora entrata in guerra avendo appena subito migliaia (c’è chi dice diversi milioni) di perdite dovute all’instaurazione del “Comunismo” e delle epurazioni interne. La Vittoria nella Grande Guerra Patriottica (22.06.1941-9.05.1945) sull’invasore straniero per i russi e altri cittadini delle ex-repubbliche sovietiche ha un grande valore. Per il popolo è la vittoria sugli invasori cosidetti tedesco-fascisti, anche se a combattere nell’URSS ci furono anche circa 250.000 uomini spediti dall’Italia fascista, per lottare il Comunismo, con risultati deludenti. L’antifascismo era di fatto diventato simbolicamente un raggruppamento del popolo che ha impugnato le armi per proteggersi dallo straniero. Paradossalmente, un concetto analogo a ciò che il Fascismo ha tentato di realizzare in Italia.

L’antifascismo per dividere. l’Italia, essendo uscita dalla guerra sconfitta ha avuto un trattamento da vinto. Per salire sul carro dei vincitori moltissimi tradirono lo stesso regime Fascista, ormai degenerato a causa della guerra, privato della guida, il quale diventò la causa di tutti i mali. L’ammucchiata antifascista, comprendente le diverse delle forze pronte a salire sul carro dei vincitori, ha occupato gli spazi nella nuova Repubblica italiana, a costo di far perdere all’Italia la sovranità nazionale, aderendo prima al piano Marshall, inserendosi nel sistema economico finanziario promosso dagli Stati Uniti, aderendo alla NATO e promuovendo la nascita della Comunità Economica Europea poi trasformatasi nell’Unione Europea. L’antifascismo era in pratica diventato un abile strumento per discreditare gli oppositori politici con valori diversi rispetto a quelli promossi  dai vincitori. L’Italia non ebbe altra scelta dovette entrare nella Nato, in quanto fu occupata, anzi lo è ancora, dagli americani.

  • L’INCOMPATIBLITÀ È NEI CONCETTI ALLA BASE DEI DUE ANTIFASCISMI:

In Italia, se i tuoi valori sono: Patria, famiglia naturale, tradizione, ordine, sovranità nazionale, stato sociale, immigrazione regolata, estradizione dei clandestini dallo stato, e ti schieri contro le leggi che impongono di scrivere “genitore 1 – genitore 2” al posto di “mamma e papà” o sei contro altre leggi “gender” si rischi si essere identificato come– fascista, xenofobo, nazista o omofobo, anche se non sei italiano. In Italia l’antifascismo è diventato sinonimo della lotta contro ogni negazione di “diritti”, persino se questi ultimi sono palesemente contro la retta ragione e il diritto naturale, quindi il suo concetto è stato allargato al di là delle connotazioni ideologiche, di fatti è facile essere tacciato come “fascista” pur non essendolo davvero, come ad esempio se ci si oppone all’ideologia gender o all’immigrazione di massa. La maggioranza degli antifascisti in Italia è anticattolica, a favore dei diritti gay, sostenitrice degli immigrati, a favore della liberalizzazione delle droghe ed  all’aborto.

In Russia, invece se ti schieri per i concetti come: Patria, famiglia naturale, tradizione, ordine, sovranità nazionale, stato sociale, immigrazione regolata, estradizione dei clandestini dallo stato, e ti schieri contro le leggi che impongono di scrivere “genitore 1 – genitore 2” al posto di “mamma e papà” o sei contro altre leggi “gender” , sei semplicemente una persona sana di mente. E detto ciò non vieni associato né a Mussolini, né a Hitler e neanche a Stalin. Ma al contempo, puoi essere un antifascista, perché esser antifascista significa difendere la Patria dallo straniero che vuole corromperla (anche attraverso l’influenza culturale, come l’imposizione al resto del mondo dell’ideologia LGBT), e preservarla dalla distruzione della società, tutelando la sovranità nazionale.

  • IGNORANZA RUSSA SULL’ANTIFASCISMO ITALIANO:

Mentre in Italia, l’argomento Fascismo  è conosciuto in chiave storica al di là dei punti di vista, in Russia, essendo i libri di storia ancora influenzati dal patrimonio della propaganda e retorica sovietica non si conosce neanche quale sia la differenza tra il Fascismo e il Nazismo, figuriamoci i temi come “l’imponente legislatura sociale fascistaQ , “bonifica dell’’Agro Pontino, Latina ecc” o “patti Lateranensi”. E’ opportuno rammentare, a scanso di equivoci, l’effettiva differenza tra Fascismo italiano e Nazionalsocialismo tedesco. Il primo, pur essendo etichettata come dittatura totalitaria, in realtà fu una concezione statale fortemente autoritaria, il cui Primo Ministro, Benito Mussolini, era sottomesso all’autorità del Re ( di fatti il Duce si dimise  il 25 Luglio 1943) e coadiuvato dal Gran Consiglio del Fascismo. Egli fece un patto con la Chiesa Cattolica (Patti Lateranensi del 1929),  a cui riconobbe il ruolo di guida spirituale dell’Italia. Non fu quindi un fenomeno propriamente totalitario. Nel Fascismo il fine fu lo Stato stesso ed il “razzismo” in esso fu un fenomeno marginale (leggi razziali 1938) e legato anche alla successiva occupazione tedesca. Nel Nazionalsocialismo tedesco il fine invece fu la razza ed esso raggiunse un potere assoluto, di fatti Hitler non si dimise e non rispose a nessuno per le sue azioni. Il razzismo fu portato all’esasperazione, di cui la storia ci riporta le tragiche conseguenze.

Visto che sin dalla nascita del Fascismo il Comunismo identificava come fascisti tutti gli stati che avevano intrapreso il modello della terza via come base, ancora oggi con il termine Fascista in Russia vengono definiti tutti i regimi alleati con Hitler. Hitler, per i russi è dunque il principale fascista. Le svastiche sono fasciste, il fascio romano è un simbolo sconosciuto quasi da tutti, anche se è presente negli elementi architettonici russi. Infatti, nessun russo ha mai fatto una petizione per abbattere la cancellata composta interamente dai fasci  giacobili che protegge il parco di Aleksandrov all’interno del quale si trova un luogo quasi “santo” per i russi – il fuoco eterno al soldato sconosciuto caduto per la Patria (1941-1945). La ferita dei sovietici legata alla IIGM, tramandata ai nipoti e figli russi sembra non avere un fondo. Ogni famiglia ha un proprio ricordo di guerra e qualcuno che si commuove ogni  9 maggio. I dettagli storici sulle relazioni all’interno dell’Asse sono ignorati dai libri di storia scolastici. In questi non si menziona mai il milione di collaborazionisti (vlasovcy), prevalentemente i bianchi dei tempi della guerra civile, che lottarono con i nazisti. Per questo, nominare Hitler suscita terrore e rancori. Non se ne vuole sapere dei suoi alleati e scoprire diversi punti di vista. La vittoria sovietica è un dogma.  Lo è soprattutto oggi quando l’Occidente, guidato dal nemico allora ideologico – dagli USA è in declino e in Ucraina i cosiddetti neonazisti, con il sostegno atlantista,  stanno di nuovo massacrando i russofoni.  Esiste anche la paura e il rifiuto del sano revisionismo storico bellico: di fronte all’avanzare delle tesi che sottovalutano il contributo sovietico alla vittoria pagata con numerose perdite; Di fronte alle tesi che pongono sul principale trono vincitore della II GM gli USA ; di fronte – le strumentalizzioni dell’ideologia nazista in chiave antirussa oggi in Ucraina. Al contempo capita di vedere in televisione dei documentari storici su Benito Mussolini che non viene demonizzato al pari di Hitler, ma descritto come ideatore del cosiddetto “Fascismo italiano, un Fascismo diverso da quello tedesco”.

  • IGNORANZA ITALIANA SULL’ANTIFASCISMO RUSSO:

Neanche sui libri di storia in Italia, spesso definiti come“libri del regime”, “libri dei comunisti”, “libri della sinistra” viene riproposto il punto di vista “sovietico” sul XX secolo. In Italia, nella storiografia ufficiale, il punto di storico è palesemente filo-americano. Quindi, essendoci tra la Russia e l’Italia una barriera di carattere anche linguistico, l’accesso alla fonte russa di storia è limitato per gli italiani. Un italiano medio ha raramente voglia di sapere al di là di ciò che avviene nel proprio Paese, preferendo le semplificazioni e spesso gli stereotipi. Lo stesso avviene con l’antifascismo. L’antifascista è contento di sentire l’esistenza degli antifascisti altrove, al di là dei concetti che crede di sapere. Il  cosideetto“fascista” sapendo di non poter esprimersi liberamente, in quanto in Italia esistono leggi restrittive che vietano l’apologia del Fascismo (Leggi Scelba e Mancino ma anche, accecato dalla parola antifascismo, e spesso guidato dal rancore di appartenere allo schieramento dei “vinti” non sente la necessità di fare uno sforzo della comprensione dei concetti e terminologie dei vincitori. L’ignoranza incombe.

  • L’USO POLITICO DELL’ANTIFASCISMO:

Strumentalizzazione dell’antifascismo in Russia – l’antifascismo in Russia viene strumentalizzato attualmente in Ucraina per unificare spiritualmente i russi e i russofoni contro l’aggressione del governo di Kiev nel Sud-Est dell’Ucraina. Ed ecco qui che il concetto dell’antifascismo russo (vedi sopra) attecchisce perfettamente e a lottare nel Donbass ci sono schieramenti ideologicamente eterogenei che sono uniti dal comune patriottismo russo. Tra questi anche i nazionalisti radicali, con simpatie al fascismo italiano ci chiudono sempre un occhio a sentire parlare ogni volta dell’antifascismo, guardando nella radice del concetti per cui si combatte.

Strumentalizzazione dell’antifascismo in Italia – l’antifascismo in Italia tiene diviso il popolo da quando è nato, avendo portato a numerosi morti degli stessi connanzionali negli anni 70 a causa degli scontri tra neofascisti e antifascisti. I giornali non ci pensano due volte a bollare come fascisti a chi propone di pensare prima di tutto agli italiani e al recupero della sovranità nazionale, per reazione fomentano utili sentimenti antifascisti. Anche sul tema dell’Ucraina arriva la strumentalizzazione antifascista italiana, che si intende sostenere l’antifascismo nel Donbass, ma chiudendo gli occhi sulle evidentissime differenze ideologiche, non condividendo i concetti di base delle repubbliche di Donetsk e Lugansk assecondando davanti al proprio antifascismo l’attaccamento dei filo-russi alla figura di Putin e ai concetti come “Patria, famiglia naturale, tradizione, ordine, sovranità nazionale, legislazione sociale”.

Corporativismo Rumeno

Italia Romania

Nel suo discorso del 10 novembre 1934-XIII all’assemblea delle Corporazioni il Duce affermava tra l’altro : << Quali sono gli scopi delle Corporazioni ? All'interno un'organizzazione che raccorci notevolmente le distanze tra le possibilità massime e quelle minime o nulle della vita .È ciò che io chiamo una più alta <>… Di fronte all’esterno , la Corporazione ha lo scopo di aumentare senza sosta la potenza globale della Nazione per i fini della sua espansione nel mondo. È bene affermare il valore internazionale della nostra organizzazione che si misureranno le razze e le Nazioni d’Europa , fra qualche tempo , malgrado il nostro fermo e sincerissimo desiderio di collaborazione e di pace ,sarà nuovamente arrivata a un bivio del suo destino >> .La profetica precisazione era una conseguenza logica del processo evolutivo dell’idea corporativa ,essenzialmente italiana e fascista , ma ciò non pertanto destinata inesorabilmente a travalicare i confini geografici della nazione . Perché – e non appaia superfluo qui ricordarlo- il corporativismo , creatura viva ed espressione morale e politica del sindacalismo fascista , non è soltanto un sistema economico -come ancor oggi forse molti erroneamente credono – ma un’idea universale , un sistema di vita , un modo di pensare e di agire , un modo di concepire i rapporti tra gli uomini , le classi ,la Nazione e lo stato che , pur distinguendosi e differenziandosi , si riconoscono tuttavia solidali nel gran moto inteso a raggiungere la vetta più alta della giustizia sociale , della civiltà morale , della potenza politica.
In altri termini il corporativismo fascista è una visione integrale , unitaria , della vita e dell’uomo che , informando di se ogni attività individuale e sociale , informa necessariamente anche l’economia.
Ne deriva che risulta assurdo tentare di realizzare un’economia corporativa,cioè fascista , se prima non si realizza una società , una vita corporativa , ed è utopistico compiere una simile rivoluzione economica senza compiere quella spirituale dell’individuo e della società .
Per questa errata impostazione del problema i movimenti riformistici e associazionistici effettuati in alcuni Paesi , e chiamati corporativi , col corporativismo fascista hanno in comune soltanto il nome , e non l’essenza e non il fine . Ma in altri di converso , il contenuto spirituale e materiale delle riforme stesse rispondono effettivamente allo scopo. Fra questi ultimi va annoverata la Romania , la quale è certamente uno dei paesi che da più tempo seguono con interesse lo sviluppo italiano , sulla cui base essa ha saputo rinnovare di recente la sua politica sociale. È infatti su questo concetto basilare che si è determinato il rinnovamento del Paese , attuando una rivoluzione nazionale di vasta portata , ispirata al movimento fascista, e che ha avuto come risultato il disciplinamento del disordine che la mentalità liberistica ,speculatrice e affaristica , aveva lasciato nella Nazione. Così se da un lato un nuovo sistema nella produzione e nei consumi ha acconsentito di affrontare il problema del rafforzamento e della riorganizzazione della futura economia del Paese in tutti settori – realizzando così un’unità di indirizzo economico nazionale – dall’altro , nel campo sociale , una serie di leggi sono intervenute efficacemente a tutela del lavoro e di tutte le categorie di popolo.
Per approfondire maggiormente la conoscenza della dottrina corporativa fascista, insigni studiosi romeni, da oltre un decennio , hanno fatto sorgere e fiorire quasi una propria scuola corporativa, da cui hanno preso vita numerose opere e pubblicazioni .
Tanto fattivo interessamento trovava subito i favori e gli incoraggiamenti delle autorità italiane , i quali si concretavano alla fine con una bella iniziativa che ha fatto e che fa veramente onore all’Italia : la creazione presso l’Istituto di cultura italiana a Bucarest e sotto gli auspici dell’associazione per l’amicizia italo – romena . di un Centro di studi corporativi , con a capo il Presidente del Consiglio dei Ministri , maresciallo Antonescu, e al quale davano immediatamente la loro assidua e fattiva adesione i più eminenti cultori del corporativismo .È in questo Centro che sono stati e vengono analizzati i più diversi aspetti della dottrina corporativa fascista nei suoi continui sviluppi , e si studiano i possibili e necessari adattamenti di essi al sistema economico e sociale romeno .
I frutti di questa collaborazione e di questo continuo studio sono già stati notevoli e quanto mai positivi. Così nell’ottobre del 1941 il Vicepresidente del Consiglio , prof Michele Antonescu fedele interprete degli ideali del <> , poteva annunciare prossima la costituzione delle organizzazioni professionali , tenuto conto delle varie categorie professionali e del loro apporto di lavoro allo scopo di far effettivamente partecipare la Nazione all’azione del Governo. E due mesi più tardi egli indicava le basi strutturali e funzionali delle stesse organizzazioni. In sintesi , il prof Antonescu precisava che , per passare alla realizzazione delle riforme professionali ,era necessario anzitutto prendere un diretto contatto con le forze professionali organizzate già esistenti , al fine di stabilire una reale collaborazione sistematica. <>. Finora lo Stato ha trascurato troppo i veri interessi nazionali non concedendo crediti alla grande massa dei lavoratori della terra, lasciando in linea nazionale il commercio e le finanze . Ma un intervento diretto dello Stato in tutti questi problemi potrebbe danneggiare la vita economica del Paese. Perciò si rende necessaria la creazione di nuovi organismi interni, che sono le professioni e le corporazioni , organismi cui bisogna però prima infondere lo spirito che ne lieviti la vita. Le attuali associazioni professionali sono in molti casi una semplice illusione sociale . Questo stato di cose deve cambiare . Nelle Associazioni deve dominare l’idea di autocontrollo e di autoselezione , ed ad esse lo stato darà i necessari privilegi e poteri normativi . In definitiva l’organizzazione professionale deve essere il basilare fondamento dello Stato romeno , che ha bisogno di forze organizzate e ben educate. Il primo compito di esse sarà infatti quello educativo , talché le nuove generazioni dovranno essere permeate di un vero spirito realistico della coscienza professionale.
E su queste basi la Romania ha iniziato la pratica e totalitaria applicazione dei principi sindacali e corporativi.

ARTURO MAFFEI
Tratto da GERARCHIA RASSEGNA MENSILE DELLA RIVOLUZIONE FASCISTA
Anno XXII – N.5 Maggio 1943 -XXI

La Battaglia Mondiale per le Materie Prime

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La formidabile evoluzione che si sta verificando ,giorno per giorno, negli orientamenti del mondo civile , merita di essere seguita attentamente , attraverso gli indicatori più sensibili. Tra i più perfetti ci sono indubbiamente le statistiche , le quali appunto per questo, stanno assumendo nelle nuove civiltà una funzione sempre più importante e insostituibile . Esse sono diventate ormai lo strumento indispensabile di lavoro, il termometro preciso e attento di ogni necessità ,di ogni deficienza ,di ogni situazione.
Anche per le cifre , come di tutte le cose di questo mondo , si tratta di saperle, di volerle interpretare per trarre da esse la sintesi per evitare gli errori più gravi. Ora poiché il campo dell’attività umana è sempre esposto alle deviazioni più estreme sotto l’influsso degli interessi ,anche questo settore delle statistiche , che parrebbe immune da ogni malattia di parte , si presenta in modo singolare come facilissimo a contagi di questo genere.
È il caso che documenta , con evidenza d’analisi , con rigore di sintesi e con una formidabile documentazione , Ugo Nanni in questo suo interessantissimo volume (La battaglia mondiale per le materie prime , Ed. Treves Milano 1938-XVI). Un caso clamoroso e degno delle più ampie smentite è rappresentato dalla falsa burocrazia del palcoscenico ginevrino. Attraverso manipolazioni più astruse, astute, interessate ,subdole, attraverso i raggiri più meschini e le dimostrazioni più assurde il computo delle materie prime mondiali è riuscito a creare un’abbondanza fittizia e inesistente da un lato , un’apparente e altrettanto falsa parvenza di relativa povertà dall’altro. Questa lotta sotterranea, feroce ed egoistica che si sta svolgendo sul piano internazionale tra i popoli arricchiti ,pieni e soddisfatti- i quali a tutti i costi , attraverso un miope protezionismo , vogliono conservarsi privilegi ormai decaduti – e i popoli che hanno imprescindibili necessità di vita da soddisfare intera la loro vitalità di popoli giovani , è in queste pagine di Nanni tratteggiata , in tutta la sua crudezza con la più calma esposizione di cifre. Minute , inesorabili e precise le cifre fissano in maniera più equivocabile i reali caratteri del grave problema ,smentendo nel modo più clamoroso le false notizie divulgate dal barcollante tempo della falsa pace. Dove , come si crede , anche le aride cifre si possono trasformare nel più terribile e inflessibile degli atti di accusa.
Leggendo questo volume si comprende chiaramente un’altra cosa : è la profonda differenza che corre tra la politica protezionistica dei popoli arricchiti e quella autarchica dei popoli proletari. La distinzione non rinnova la solita e abusatissima lotta di classe su un piano internazionale ; il rapporto è tutt’altro che quantitativo . Si tratta in definitiva di esigenze di vita , di civiltà , di benessere , di potenza . E questo fissa la gerarchia dei popoli. Il contrasto grandioso e realmente mondiale , che le sette più grandi Potenze del mondo conducono tra di loro per il possesso e il controllo delle risorse economiche mondiali si è fin qui risolto nel predominio economico ingiustificato di solo quattro Potenze monopoliste.
Di queste una è virtualmente lontana e assente dallo scacchiere europeo : gli Stati Uniti d’America , perciò non è messa direttamente in causa . Rimangono Gran Bretagna ,Francia e Russia, Paesi che di dispongono di quantità di materie prime eccedenti di gran lunga i loro bisogni.
Consultando le statistiche si fanno delle scoperte interessantissime : che , ad esempio , le tre grandi democrazie del mondo e i loro satelliti controllano di fatto l’86.3 per cento dell’esportazione di armi. Questo naturalmente in onore della pace. Si scopre che due sole potenze Stati Uniti e Russia , controllano il 65,13 per cento della produzione mondiale di petrolio , che tre potenze dispongono più di tre quarti della produzione mondiale di cotone ; che il 72,64 per cento del carbone e che l’81,78 per cento del ferro sono nelle mani o sotto il controllo delle Potenze monopolistiche ( Inghilterra, Francia, Stati Uniti, U.R.S.S.). Si fa presto a trarne le deduzioni e le considerazioni più intuitive.
Il problema a questo punto è giustamente posto dall’Autore sul piano coloniale, poiché gran parte delle materie prime che difettano alle nazioni povere si trova nei territori coloniali o in quella parte di Russia che , non essendo europea ,assume la fisionomia politica di una colonia asiatica. Questo complesso di considerazioni , porta il Nanni a concludere che . Di qui tutta la importanza ( naturalmente negata dalle Nazioni soddisfatte) dei possessi coloniali e la lotta aperta o sotterranea che le grandi potenze mondiali si fanno per la conquista o per il controllo delle più importanti , posizioni in colonia.
È commovente e sintomatico pensare come , in tutto questo duro e feroce contrastarsi di rivalità economica , di fronte ai noti e colossali forgiatori di potenza sempre tesi all’accentramento delle ricchezze , una Nazione povera come l’Italia abbia saputo ,attraverso un lavoro assiduo e una volontà politica superiori , elevarsi a tale altezza da poter controbilanciare , con i suoi valori potenziali e dinamici , il peso inerte del dominio economico delle grosse Potenze monopoliste . È per noi un altro insegnamento di quest’opera ; questa constatazione che , malgrado le valutazioni più interessate , non tutta la forza politica di un Paese può derivare dalla sua potenzialità economica. Questo chiaro predominio dei valori spirituali ed etici di un popolo sono nella nostra dottrina e nella nostra realtà politica. E ci assicurano formidabilmente del domani.

ALAR
articolo tratto da GERARCHIA rassegna mensile della rivoluzione fascista Luglio 1938-XVI