IL MALE MAGGIORE

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di Claudio  Modola

In meno di 30 giorni l’Isis rivendica 40 attacchi esplosivi tra Iraq e Sirya mentre la campagna Europea sembra essere rallentata da imponenti misure preventive , ma anche , dalla intuibile necessita’ strategica di razionalizzare e fare evolvere la campagna stessa nella direzione gia’ indicata nel corso del 2016. La frammentazione e la elementarizzazione degli attacchi anche a scapito del numero di vittime , appare al momento , il corso tattico “Chiave”. Simultaneamente la radicalizzazione della immane massa di Islamici immigrati ,entra in un sonno apparente e si sviluppa “Sottotraccia” con l’abbandono della Madrasse e delle Moschee e con la creazione di migliaia di centri domestici e mobili di aggregazione o con impercettibili e difficilmente leggibili segnali i quali attivano veri e propri Flash Mob dove il contarsi si trasforma in necessita’ psicologica e militare . Il livello della Clandestinita’ di massa e’ stato ormai raggiunto , spingendo migliaia a scomparire dai quadranti delle autorita’ competenti. Migliaia che dormono per una notte su materassi nelle gia’ sovra affollate stanze di appartamenti periferici tra pentole di cous cous e bambini piangenti e che poi, si spostano attraverso frontiere ancora porose e incapaci di un filtraggio credibile. Quello che viene rigorosamente celato al pubblico Europeo e’ il problema da panico della mancanza di documenti di indentificazione nella maggiore parte di chi attraverso la rotta Greco/Turca o Siciliana , l’assenza totale di altri dati di identificazione e pertanto la incapacita’ di comprendere la differenza tra un Siryano e un Iraniano , tra un Afghano e un Indiano Settentrionale , tra un Nigeriano e un Cameroniano significa confondere un muratore Hindu con un combattente Talebano , un integralista Boko Haram delle Paludi Nigeriane con un venditore di accendini del Malawi. In termini operativi questo significa un buio terrorizzante perche’ in una Marsiglia , a Bruxelles come nelle citta’ Scandinave , alcune aree hanno perso integralmente l’elemento umano caucasico e in quella massa che in Europa e’ quantificabile in milioni non in centinaia di migliaia , scorre , come un cavo dell’alta tensione l’asse di una armata , di un esercito che quattro volte al giorno , ovunque , dal sottoscala al retro del Flash Shop invoca un Dio sanguinario di accettare l’individuale e supremo sacrificio di guerra. Largomentazione demenziale circa le origini Atlantiste dell’ISIS che e’ poi quanto di piu’ ozioso si possa discutere , e’ molto diffusa, anche se, e’ obbiettivamente difficile comprendere come l’origine del problema possa distogliere dall’effetto e l’effetto , e’ il massacro a campione di decine di Europei che lievita verso le centinaia. Se gli USA sono responsabili genetici dell’IS ? Quasi certamente , tuttavia la natura stessa di un Servizio Segreto , delle su attivita’ di Spionaggio e Controspionaggio , impone l’infiltrazione come metodo di esistenza e questo, al servizio di una Nazione e dei suoi interessi spesso Economici e non solo Geostrategici . Che il Nord America e il suo codazzo atlantico volessero impossessarsi aggressivamente a partire dal 1990 delle riserve petrolifere Medio Orientali non ancora acquisite , mantenere vivi gli accordi con i fornitori Sauditi , difendere i confini di uno scacchiere che terminava ai limiti dll’infarto Sovietico , compiacere il padrone Giudeo , non ci pare materia di discettazione . Sono fatti, puri e crudi. Ritenere il Daesh un Avatar allo stato attuale delle cose e’ una sciocchezza. Ritenerlo uno strumento fuori controllo e’ piu’ credibile, se non altro perche’ una pecentuale del 2% di una massa di Un miliardo e 700 milioni di Islamici e’ un calcolo convincente circa l’area dell’integralismo massacratore, il quale , ritiene l’ISIS lo strumento ideale di conversione coercitiva globale . Questi 70.000 soldati di Dio pronti a morire nei prossimi 30 secondi , contano su una massa presumibile del 10% di fiancheggiatori e futuri martiri su 4 continenti o in altri termini….un rinforzo di 170.000 fanatici sublimati , ai quali e’ affidato peraltro il compito di formare e quindi condizionare una comunita’ antro-religiosa la cui eta’ media non supera i 25 anni su una estensione territoriale che da Capo Verde all’Indo Kush nella realta’ piu’ prolifica di questo sistema solare. . E’ colpa della CIA ? E quindi? Cosa abbiamo intenzione di fare o dire ? “Decapitateci pure , tanto lo sappiamo chi siete !” Infine: Tutti pare gioiscano delle ritirate piu’ o meno strategiche del Daesh ma….immaginiamo un laboratorio dove e’ custodito il virus di una patologia mortale ed infettiva, al sicuro all’interno di una provetta e circoscritto quindi all’interno di un contesto relativamente controllabile. Cosa accade quando versiamo il contenuto della provetta fuori dalla finestra per liberarcene ? Come si comportera’ il Virus? Rimarra’ immobile o tentera’ attraverso tutti i mezzi concepibili di insidiarsi muovendosi a 360 gradi ? Non e’ forse il compito di ogni Virus la propria diffusione allo scopo supremo di perpetuarsi ? Non servono manipoli di analisti strategici per immaginare cosa accadra’ alle migliaia di miliziani privati di barba e di AK47 , capaci di operare da un RPG ad uno Shilka , di fabbricare ordigni con quasi tutto , di affrontare un corpo a corpo come un conflitto a fuoco multiplo ma sopratutto , di considerare la propria vita e quella altrui come qualcosa di integralmente irrilevante rispetto alle promesse di un paradiso sul quale l’ombra del dubbio non cade mai.

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Per Europa e Russia è ora di fare i conti con Assad

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di Lorenzo Centini http://ruberagmen.blogspot.it/2015/09/per-europa-e-russia-e-ora-di-fare-i.html

NOTE SUGLI SVILUPPI DELLA CRISI SIRIANA (10/09/2015)

La recente esposizione della cancelleria russa riguardo alla crisi siriana, nella quale Putin ha chiarito la sua disposizione a difendere militarmente la stabilità di Assad nella guerra civile, aggiorna la questione di una via di uscita dalla crisi siriana, che aggiunge alla lista di condizioni inderogabili anche la liquidazione dell’ISIS (scaricato diplomaticamente anche da gli USA)

Nella crisi si distinguono due linee strategiche americane e due linee diplomatiche interne al blocco filo-Assad.
Gli States hanno iniziato la destabilizzazione della Siria di Assad per indebolire il “crescente sciita”, staccare l’Iran dal Mediterraneo e porlo sotto scacco diplomatico al fine di piegarne la carica rivoluzionaria. I diplomatici americani contavano (e contano) che una sovraesposizione militare ad Est (con la frontiera Afghana direttamente presidiata dall’US Army) e ad ovest (galassia islamista) congiunta ad un regime di isolamento diplomatico-economico sarebbero state condizioni bastevoli per far ritirare l’Iran dal suo ruolo antimperialista.
Tuttavia l’avvicinamento tra Pechino e Mosca e tra quest’ultima e Teheran ha rinviato sine die il ritiro ideologico e politico dell’Iran, che ha potuto portarsi sotto le strutture diplomatiche ed economiche dello SCO (di cui è partner) e della Unione Eurasiatica (di cui è interlocutore).
Il contemporaneo aggravarsi del dinamismo turco e saudita e l’impossibilità di gestire i risultati dell’anarchia marchiata ISIS (emigrazione siriana – opinione pubblica scandalizzata) ha imposto agli States di pensare ad un’uscita dalla crisi siriana. Come per tutta la gestione del Medioriente, negli States si scontrano due linee strategiche:

A) Linea Kerry.

La linea Kerry, difesa e sostenuta dalla maggior parte dei democratici americani, dal governo e da alcuni settore repubblicani, prevede un utilizzo dell’ISIS come pungolo per velocizzare la fine della crisi siriana, che avrebbe dovuto concludersi con l’installazione in Siria di un governo de-magnetizzato. Attualmente la linea Kerry potrebbe essere quella di eliminare l’ISIS dal gioco ma contemporaneamente di porre la questione della successione di Assad (risultato perorato fino ad oggi con metodi militari) e legare strettamente i due temi. In questo senso gli Stati Uniti hanno fatto il primo passo vagheggiando della coalizione antiterrorismo e continuando i bombardamenti sull’ISIS (militarmente inefficaci e utili solo per prendere tempo).
Kerry e Obama potrebbero trovare accettabile una Siria non amica ma nemmeno baathista (addivendendo quindi all’obbiettivo minimo della Guerra per Procura in Siria). A ciò hanno aiutato anche gli altri due “successi” di Kerry: l’apertura all’Iran (che quindi può legittimamente essere interpellato nella gestione della crisi) e il congelamento della crisi ucraina (in cui l’asse di frizione si è spostato all’interno del governo ucraino e della resistenza del Donbass)

B) Linea Neocon o AIPAC

La linea dei Necon si basa sull’obbiettivo di “americanizzare” il Medioriente. In questo senso nessun accordo è possibile con Assad su una posizione di forza, che dovrebbe essere invece occupata dagli Stati Uniti (nello stesso copione diplomatico esibito da Nixon nella crisi giordana del 1970 e della difesa della “linea Rogers”). In questo senso il finanziamento all’ISIS si prolunga fino a quando Assad non sarà militarmente tagliato fuori dal campo delle trattative, e il triangolo Damasco-Mosca-Teheran non sarà costretto ad accettare una Siria filoamericana pur di non avere una Siria apertamente takifirizzata. L’Isis è quindi il canto del cigno per piegare Damasco (marciandoci sopra) e Teheran (fiaccandola) e rimanere al tavolo solo con un Putin lasciato a se stesso a difendere cause altrui. La linea Neocon è sostenuta anche da Repubblicani spinti e da certi democratici interventisti (Hillary Clinton), collegati con i centri di potere sionista, che difatti agognano un Medioriente balcanizzato (come si sta realizzando in Iraq diviso in tre stati confessionali) innocuo per Tel Aviv (e terreno di caccia per l’imperialismo americano). In questo solco si spiega facilmente l’intransigenza israeliana e dei loro referenti negli States nel respingere l’accordo con nucleare (che toglie l’assedio a Teheran, facendola rifiatare).

Anche nel blocco che sostiene il legittimo presidente Bashar al-Assad ci sono due linee diverse:

A) Linea Putin-Lavrov

Mosca è scesa in campo a difesa della Siria di Assad per evitare che tutto l’arco mediorientale divenisse un ventre molle dell’islamismo (e dei piani di sovversione americani): in questo senso Putin considera la Siria l’unico ostacolo al flusso del caos prima del Caucaso. Putin non è legato ad Assad in quanto tale (se si eccettuano gli interessi militari a Tartous e Lattakia, che tuttavia Mosca può mettere sul piatto come contropartita ad un eventuale abbandono di Assad) ma solo alla sua funzione di alternativa ad una Siria filoamericana (o peggio) islamista. Se Obama, seguendo la linea Kerry, offrisse a Putin un’ alternativa tra Assad e il Califfo, Mosca non si impegnerebbe nella difesa di Damasco,a meno che non consideri la proposta americana poco fondata (o mendace). La dimostrazione muscolare serve da un lato per intimorire gli States (che non vorrebbero entrare in Siria) e dall’altra per cercare di salvare la superiorità militare di Assad, da cui trattare in una posizione di forza contro gli States. L’obbiettivo finale, per Mosca, rimane convincere gli americani ad aprire un tavolo in cui gli Stati Uniti porrebbero come condizione la deposizione di Assad, e che i russi accetterebbero, e in cui quest’ultimi mettano come condizioni di lavoro imprescindibile la difesa degli interessi russi e la neutralità/stabilità del governo siriano venturo (senza Assad).

B) Linea Iran- Hezbollah

Per l’Iran la difesa di Damasco è una questione di “sicurezza interna” (come chiarito a più riprese dal Generale Soleimani e da Hassan Rohani). L’accordo con nucleare, per Teheran, non coincide con l’auspicata ritirata ideologica caldeggiata da Washington, ma piuttosto con un piedistallo diplomatico, da cui far sentire la propria voce sulla questione siriana. L’Iran non si accontenta di niente di meno che di una Siria filoiraniana, e quindi in fondo il ristabilimento della situazione anteriore al 2011 (un unico filone filoiraniano/sciita da Teheran al Mediterraneo). Purtroppo, sia demograficamente che sociologicamente, è impossibile pensare ad un cambio della guardia, giacchè già il governo di Assd si reggeva su un precario equilibrio confessionale. A Teheran sanno bene che qualsiasi ipotesi che non contempli il ristabilire la situazione ex ante sia, di fatto, avere una Siria sunnita e non filoiraniana, con la minoranza alawita ridotta all’asse Tartous-Lattakia e di fatto inesistente sul piano interno. E’ quindi conseguente che qualsivoglia accordo Lavrov-Kerry che contempli un governo per Damasco diverso da quello di Assad è un ipotesi non percorribile. Anche Hezbollah, peraltro, vicinissima all’Iran, non può accettare una Siria guidata da un “El-Sisi” damasceno:un governo “neutro” al confine al Libano e con Israele sarebbe un governo disposto a cedere su questioni vitali, annullando, di fatto, le vittorie diplomatiche di Hezbollah e dello sciismo politico degli ultimi dieci anni.
E’ quindi ovvio che si Teheran che Hezbollah spingano per una risoluzione militare del conflitto, e sperano che l’Europa si assume le proprie responsabilità iniziando un serio attacco all’ISIS (unico veto ostacolo al ristabilimento di una calma Assadista in Siria, stante l’assoluta inconsistenza della opposizione liberale.

PER L’EUROPA E’ ARRIVATO IL “LIBERA TUTTI”

In tutto questo, nella lotta mortale tra queste quattro linee, bisogna tener conto dello scenario europeo, che si è visto costretto a smetterla con i vagheggiamenti sui diritti del migrante e a porre fine allo scempio siriano.
Rimane infatti per i quattro grandi paesi europei, Italia, Germania, Francia e Inghilterra, l’impossibilità di sostenere oltre l’opera caotica dell’ISIS, e quindi, ipso facto, l’impossibilità di tenere ancora a lungo scisse la quaestio Assad e la Quaestio migranti.
I quattro paesi, nerbo politico europeo, si sono divisi i compiti e le personalità politiche. Mentre l’Italia e l’Inghilterra si sono rifugiate una  in un moderatismo interessante (con le parole di Renzi sulla non adesione di Roma al raid francese, che tengono aperta la possibilità di un canale diplomatico aperto con Russia e Cina) e l’altra in un isolazionismo lateralmente filoamericano.
Francia e Germania si stanno così muovendo:

La Francia, che più di tutti ha ragione di temere ogni minuti che passa il rafforzamento dell’ISIS (e quindi conseguente scintillio della guerra fredda sociale tra proletariato islamico delle periferie e padroni sionisti e “umpisti”) e desiderano distruggere il Califfo per assicurarsi di non internazionalizzare il proprio problema sociale e di politica interna. L’avventura francese è tuttavia destinata alla cosmesi militare, giacchè solo un colpo deciso,da terra, all’ISIS, sarebbe risolutivo. Nella foga di far qualcosa Hollande ha esacerbato lo scontro sociale precitato, accellerando la polarizzazione degli strati popolari emarginati verso l’Islam radicale, avvicinando quindi il momento in cui tale scontro sotterraneo diventerà evidente, mettendo la Francia nelle mani degli opposti estremismi sgretolatori (sottoproletariato allogeno guidato da una minoranza combattiva e islamizzata contro una reazione “di destra” da Sarkozy a la Le Pen).

La Germania ha accolto il flusso dei profughi siriani per poter mettere sul tavolo della futura trattativa  sul post-Assad il proprio peso. La Merkel continua la linea dei cancellieri tedeschi dopo a Yugoslavia, e boicotta le risoluzioni muscolari americane (nelle quali si troverebbe del tutto isolata), preferendo una gestione “tecnica” della crisi mediorientale. Il governo della CDU ha preferito seguire il suggerimento di Zarif e di Kerry, e ha infatto accolto con favore l’accordo con l’Iran, preferendo cooptare Teheran nella lotta alla destabilizzazione piuttosto che difendere a spada tratta le isterie israeliane. Berlino respinge sia la linea di Parigi, rifiutando di combattere una guerra inutile,sia l’isolazionismo inglese. Il rischio, per la Merkel, è che gli possa essere impossibile, in futuro, continuare a gestire i flussi migratori (contro i quali solo un attivismo nella crisi siriana potrebbe far qualcosa, nell’uno o nell’altro senso) e adottare una linea simile a quella della vicina Polonia o addirittura proseguire ad un indurimento simile a quello ungherese.
E’ evidente che la crisi siriana pone un problema all’unità imperialistica, mettendo di fronte al caos siriano sia paesi pronti a sfruttare una stabilità politico-sociale (Germania e Inghilterra), sia paesi fragili la cui instabilità politica e sociale ne lega le mani all’attendismo (Italia) o all’azione fulminea per ricacciare dentro gi argini dello sviluppo interno dinamiche di opposizione sociale (Francia).
Diventa probematico per l’Europa dei quattro stare in fila indiana dietro la testa del serpente, giacchè come abbiamo visto ci sono almeno due teste. Lo sviluppo di una contraddizione mortale all’interno di un imperialismo bicefalo è destinata a tracimare dai confini delle “corporation parlamentari” americane e ad allargare la frattura interimperialistica tra le due sponde dell’Atlantico.

Non è impossibile ipotizzare che tale frattura porti, per reazione, alcuni paesi europei ad accogliere l’altro grande piano borghese, vale a dire un ibridazione tra la linea Kerry e la linea Lavrov. Già Austria (vicina ai problemi tedeschi) e la Spagna (alleata dell’Italia nell’opposizione interna all’Europa al dominio tedesco) abbiano aperto ad una collaborazione con Assad nella lotta all’ISIS. Questo spostamento verso Assad è in realtà uno spostamento verso la “sinistra” dell’imperialismo americano, vale a dire al realismo politico di Kerry. Accettare l’esistenza di Assad nella equazione di risoluzione del caos siriano, anche solo in via teorica, è aver per metà accettato l’inutilità dell’Isis come strumento militare e della non possibilità di quest’ultimo di rovesciare Assad con la forza.

Ulteriori prove del “gioco sporco” svolto da Israele nel conflitto in Siria

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di Steven MacMillan *

Le ultime riprese video emerse la scorsa settimana, che mostrano l’”Israel Defense Forces” (IDF) mentre assiste un ribelle siriano anti-Assad ferito, confermano quanto pubblicato in un secondo rapporto dell’ONU, alla fine dello scorso anno, dove si è rivelato che l’IDF e i ribelli siriani (tra cui ISIS) mantenevano fra loro  regolari contatti. “The Times of Israel”  ha riferito su questo ultimo video in un articolo intitolato, “IDF, pubblicati filmati di medici che salvano i ribelli siriani sul Golan”:  vedi The Times of Israel

Di seguito il testo dell’articolo –” The IDF on Saturday released rare footage of its medics performing a life-saving procedure on one of the most severely wounded Syrian combatants medical personnel have encountered in the Golan Heights… The man, a Syrian rebel who belongs to an unnamed organization fighting against the Assad regime and its allies, received treatment at the border and then inside Israel, and was ultimately able to return to Syria… Since the start of the civil war in 2011, the IDF has treated an estimated 1,600 non-combatants and anti-Assad rebels… Although Israel’s treatment of militants from Syria — many of whom are believed to belong to Islamist organizations such as the al-Qaeda affiliated Nusra Front — may seem bizarre given the animosity these types of groups have expressed for the Jewish state in the past, Israel has approached the issue from a humanitarian point of view.”

The Times of Israel” ha tentato di spacciare l’assistenza prestata da Israele ai ribelli siriani, come puramente prestata “da un punto di vista umanitario”, in realtà, comunque è emerso che Israele sostiene l’opposizione siriana per i propri fini geopolitici. L’ Indebolimento del regime siriano è stato un obiettivo geopolitico perseguito dall’establishment israeliano per decenni, con documenti strategici, risalenti al 1980, pubblicati in quel periodo, che dettagliavano questo obiettivo.

Oded Yinon, un giornalista  israeliano che ha avuto collegamenti vicini al Ministero degli Esteri di  Israele, ha scritto un articolo nel 1982 che è stato pubblicato in un giornale dell’Organizzazione Sionista Mondiale ( Mondiale World Zionist Organisation)  intitolato: “Una strategia per Israele negli anni ottanta”.

In esso, Yinon evidenziava già da allora che la “dissoluzione di Siria e Iraq” costituiscono gli obiettivi “Prioritari di Israele” nella regione:
“La dissoluzione della Siria e dell’Iraq, da realizzare più in avanti in zone etnico o religiose autonome, come in Libano, è l’obiettivo primario di Israele sul fronte orientale nel lungo periodo, mentre la dissoluzione del potenziale militare di quegli Stati serve come un obiettivo prioritario di breve termine”. ( lo si enuncia a pag. 11).

La volontà strategica di Israele per ottenere l’indebolimento della Siria e l’Iraq è stata ribadita nel 1996, quando un gruppo di studio, guidato dal neocon Richard Perle, aveva preparato un documento politico per il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, intitolato: ‘ A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm’.
Nel documento si afferma:
“Israele può plasmare il suo ambiente strategico regionale, in cooperazione con la Turchia e con la Gordania , con l’indebolire, contenere e far arretrare anche la Siria. Questo sforzo può focalizzarsi sul rovesciamento di Saddam Hussein dal potere in Iraq — un importante obiettivo strategico israeliano a sé stante, come mezzo per sventare le ambizioni regionali della Siria. ” (“Israel can shape its strategic environment, in cooperation with Turkey and Jordan, by weakening, containing, and even rolling back Syria. This effort can focus on removing Saddam Hussein from power in Iraq — an important Israeli strategic objective in its own right — as a means of foiling Syria’s regional ambitions.”).

Più recentemente, funzionari israeliani hanno pubblicamente rivelato il loro desiderio di rovesciare il regime di Damasco e rompere l’alleanza tra Iran, Siria e Hezbollah. In un’intervista nel 2013, l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, a quei tempi, Michael Oren, si espresse pubblicamente dichiarando che Israele “ha sempre voluto che Bashar Assad andasse fuori” (“always wanted Bashar Assad to go”), aggiungendo che “il più grande pericolo per Israele è quell’arco strategico che si estende da Teheran, a Damasco, a Beirut”.

Israele si è prodigata nel sostenere l’opposizione siriana con l’assistenza, non soltanto medica, fin dall’inizio della guerra siriana, una guerra per procura, comunque si è visto come Tel Aviv ha bombardato il territorio siriano ripetutamente, oltre a fornire armi alle forze anti-Assad . Nel mese di Agosto dello scorso anno, Sharif As-Safouri, il comandante del battaglione di Al-Haramein dell’”Esercito siriano Libero”, a quel tempo, ha rivelato che egli era “entrato Israele cinque volte per incontrare ufficiali israeliani che più tardi gli hanno fornito armi anticarro di fabbricazione sovietica ed armi leggere”, come riporta The Times of Israel .

Tel Aviv è stata anche accusata di aver creato e di aver facilitato la nascita della stessa ISIS (Stato Islamico). Il capo di stato maggiore delle forze armate iraniane, Gen. Hassan Firouzabadi, ha dichiarato che l’ISIS è stata creata e supportata da Israele, Gran Bretagna e Stati Uniti per perseguire gli obiettivi propri di quegli Stati. Un rapporto che sembrava emergere dal Gulf News nel 2014 affermò anche che il leader di ISIS, il cosiddetto nuovo califfo, Abu Bakr Al Baghdadi, è stato addestrato dal Mossad, anche se alcuni hanno messo in dubbio la validità di questo rapporto. Va anche notato che da alcune notizie e rapporti, si asserisce che Baghdadi sia stato gravemente ferito o addirittura ucciso da una US drone USA in un attacco avvenuto in in aprile.

Non c’è dubbio comunque che Israele abbia un ruolo preminente nella tentata distruzione dello stato siriano ed è colpevole di aver distrutto la vita di milioni di persone tramite il supporto fornito ai mercenari anti-Assad. I cittadini Siriani sono ora la seconda più grande popolazione di rifugiati al mondo, secondo un rapporto dell’ONU (secondo solo a Palestinesi).

*Steven MacMillan è uno scrittore indipendente, ricercatore, analista geopolitico ed editor di The Report, analista, in particolare per la pubblicazione “The New Eastern Outlook”

Fonte: Journal-neo.org

Traduzione: Luciano Lago

Complotto contro la Grande Siria

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con l’inganno vincerai
motto del Mossad
Con l’inizio dell’offensiva iniziata il 5 giugno 2014 dalle forze takfire dello stato islamico del Levante e della grande Siria nei confronti dell’Iraq, lo scenario geopolitico in Medio Oriente ha subito un fortissimo mutamento .
Le forze takfire che precedentemente controllavano unicamente gran parte dei governatorati di Raqqa, Aleppo e Deir Az Zour nel nord della Siria, da queste hanno iniziato un’offensiva tanto rapida quanto devastante contro l’Iraq riuscendo rapidamente a conquistare 1/3 del paese mediorientale. Un’ offensiva, la quale, analizzandola attentamente, ha l’aria di essere pianificata nei minimi dettagli da esperti di intelligence. Senza accurate ricognizioni (anche aree, ed è cosa nota che i cieli del medio oriente siano pieni di droni americani e non solo… ) quest’offensiva non sarebbe stata possibile. I terroristi, nel corso della loro avanzata, si sono impadroniti di notevoli quantità di armamenti appartenenti all’esercito irakene (buona parte di questi armamenti sono residuati bellici appartenenti all’esercito di Saddam, armamenti obsoleti ma comunque efficaci contro eserciti non molto avanzati).
Se facciamo un’ analisi di coefficienti di forza tra l’esercito arabo siriano e il neo costituito esercito irakeno, si evince la netta superiorità dell’esercito siriano in termini di risorse e di esperienza bellica ( ricordiamo che la Siria è, fin dalla comparsa del cancro sionista nel 1948, il baluardo che ne ha impedito i progetti egemonici ) mentre quello irakeno è poco più di una forza paramilitare.
In base a questi dati possiamo capire i motivi della rapidità dell’avanzata terrorista che, ricordiamo, è da sempre finanziata dagli sciacalli takfiri sauditi, dai turchi, dai sionisti da quel caravanserraglio composto dai paesi del Consiglio di Cooperazione Golfo (CCG, con l’esclusione dell’Oman ) e ovviamente dagli avvoltoi yankee che con la loro solita ipocrisia negano di essere dietro l’ISIS tanto che Kerry sta facendo un tour dai suoi leccapiedi “arabi” (e con grande cinismo anche da Maliki in Iraq).
Ma chi è che ci guadagna da tutte questi bagni di sangue a sfondo settario????
La risposta è una e molto semplice: l’entità sionista, la quale ha da sempre avuto a cuore l’eliminazione di tutti gli anticorpi dell’Asse della Resistenza che possano liberare la Palestina e Al Quds.
Il modo più sottile e più subdolo per portare a termine tale progetto è alimentare quella tenia chiamata settarismo. Già nel corso della guerra civile libanese del 1975-1990 l’aiuto dei sayanim del Fronte Libanese e dell’esercito del sud del Libano fu determinante per gli interessi sionisti di frammentazione settaria del Libano. A tal proposito è doveroso ricordare il massacro di Sabra e Shatila.

A partire dal presunto attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, i sayanim preferiti dai sionisti sono diventati i takfiri wahnabiti e salafiti. Fa riflettere, inoltre, il fatto che Al Qaeda non abbia mai attaccato Israele. Nel corso dell’attuale guerra al terrorismo siriana, i takfiri della FSA, di Al Nusra, dell’ISIS e delle varie bande di tagliagole infestanti buona parte della Siria, si sono rivelati i migliori agenti dei sionisti e dei loro alleati conducendo, oltre a massacri settari e attacchi contro l’esercito arabo Siriano, attacchi “false flag” come quello del Sarin di Ghouta da attribuire al governo siriano per provocare un intervento straniero diretto.
L’obbiettivo sionista per garantirsi la supremazia è quello di frammentare la “Grande Siria” in piccoli staterelli a base confessionale militarmente e politicamente inoffensivi, ma facili da controllare .

Se si esclude il ritorno dell’entità sionista ai confini del 1967 e ci si aggiunge una Siria assai più balcanizzata con la parte siriana a prevalenza sunnita, unita alla zona a prevalenza sunnita del nord dell’Iraq, il quadro è completo .
Da notare che il processo di unione delle zone sunnite sotto un ‘unica guida è già stato largamente completato dai terroristi dell’ISIS .
La frammentazione su base settaria della Grande Siria è il primo passo del disegno di egemonia sionista e della creazione del “Grande Israele” che, oltre alle conquiste territoriali, mira alla conquista totale delle risorse energetiche presenti in Medio Oriente per dettare il suo volere su scala mondiale ( anche con il suo immenso arsenale nucleare mai dichiarato).
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Queste sono tra le principali cause occulte della guerra in Siria .

Franz Camillo B. R.
I Ghibellini
CONFEDERATIO