IL MALE MAGGIORE

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di Claudio  Modola

In meno di 30 giorni l’Isis rivendica 40 attacchi esplosivi tra Iraq e Sirya mentre la campagna Europea sembra essere rallentata da imponenti misure preventive , ma anche , dalla intuibile necessita’ strategica di razionalizzare e fare evolvere la campagna stessa nella direzione gia’ indicata nel corso del 2016. La frammentazione e la elementarizzazione degli attacchi anche a scapito del numero di vittime , appare al momento , il corso tattico “Chiave”. Simultaneamente la radicalizzazione della immane massa di Islamici immigrati ,entra in un sonno apparente e si sviluppa “Sottotraccia” con l’abbandono della Madrasse e delle Moschee e con la creazione di migliaia di centri domestici e mobili di aggregazione o con impercettibili e difficilmente leggibili segnali i quali attivano veri e propri Flash Mob dove il contarsi si trasforma in necessita’ psicologica e militare . Il livello della Clandestinita’ di massa e’ stato ormai raggiunto , spingendo migliaia a scomparire dai quadranti delle autorita’ competenti. Migliaia che dormono per una notte su materassi nelle gia’ sovra affollate stanze di appartamenti periferici tra pentole di cous cous e bambini piangenti e che poi, si spostano attraverso frontiere ancora porose e incapaci di un filtraggio credibile. Quello che viene rigorosamente celato al pubblico Europeo e’ il problema da panico della mancanza di documenti di indentificazione nella maggiore parte di chi attraverso la rotta Greco/Turca o Siciliana , l’assenza totale di altri dati di identificazione e pertanto la incapacita’ di comprendere la differenza tra un Siryano e un Iraniano , tra un Afghano e un Indiano Settentrionale , tra un Nigeriano e un Cameroniano significa confondere un muratore Hindu con un combattente Talebano , un integralista Boko Haram delle Paludi Nigeriane con un venditore di accendini del Malawi. In termini operativi questo significa un buio terrorizzante perche’ in una Marsiglia , a Bruxelles come nelle citta’ Scandinave , alcune aree hanno perso integralmente l’elemento umano caucasico e in quella massa che in Europa e’ quantificabile in milioni non in centinaia di migliaia , scorre , come un cavo dell’alta tensione l’asse di una armata , di un esercito che quattro volte al giorno , ovunque , dal sottoscala al retro del Flash Shop invoca un Dio sanguinario di accettare l’individuale e supremo sacrificio di guerra. Largomentazione demenziale circa le origini Atlantiste dell’ISIS che e’ poi quanto di piu’ ozioso si possa discutere , e’ molto diffusa, anche se, e’ obbiettivamente difficile comprendere come l’origine del problema possa distogliere dall’effetto e l’effetto , e’ il massacro a campione di decine di Europei che lievita verso le centinaia. Se gli USA sono responsabili genetici dell’IS ? Quasi certamente , tuttavia la natura stessa di un Servizio Segreto , delle su attivita’ di Spionaggio e Controspionaggio , impone l’infiltrazione come metodo di esistenza e questo, al servizio di una Nazione e dei suoi interessi spesso Economici e non solo Geostrategici . Che il Nord America e il suo codazzo atlantico volessero impossessarsi aggressivamente a partire dal 1990 delle riserve petrolifere Medio Orientali non ancora acquisite , mantenere vivi gli accordi con i fornitori Sauditi , difendere i confini di uno scacchiere che terminava ai limiti dll’infarto Sovietico , compiacere il padrone Giudeo , non ci pare materia di discettazione . Sono fatti, puri e crudi. Ritenere il Daesh un Avatar allo stato attuale delle cose e’ una sciocchezza. Ritenerlo uno strumento fuori controllo e’ piu’ credibile, se non altro perche’ una pecentuale del 2% di una massa di Un miliardo e 700 milioni di Islamici e’ un calcolo convincente circa l’area dell’integralismo massacratore, il quale , ritiene l’ISIS lo strumento ideale di conversione coercitiva globale . Questi 70.000 soldati di Dio pronti a morire nei prossimi 30 secondi , contano su una massa presumibile del 10% di fiancheggiatori e futuri martiri su 4 continenti o in altri termini….un rinforzo di 170.000 fanatici sublimati , ai quali e’ affidato peraltro il compito di formare e quindi condizionare una comunita’ antro-religiosa la cui eta’ media non supera i 25 anni su una estensione territoriale che da Capo Verde all’Indo Kush nella realta’ piu’ prolifica di questo sistema solare. . E’ colpa della CIA ? E quindi? Cosa abbiamo intenzione di fare o dire ? “Decapitateci pure , tanto lo sappiamo chi siete !” Infine: Tutti pare gioiscano delle ritirate piu’ o meno strategiche del Daesh ma….immaginiamo un laboratorio dove e’ custodito il virus di una patologia mortale ed infettiva, al sicuro all’interno di una provetta e circoscritto quindi all’interno di un contesto relativamente controllabile. Cosa accade quando versiamo il contenuto della provetta fuori dalla finestra per liberarcene ? Come si comportera’ il Virus? Rimarra’ immobile o tentera’ attraverso tutti i mezzi concepibili di insidiarsi muovendosi a 360 gradi ? Non e’ forse il compito di ogni Virus la propria diffusione allo scopo supremo di perpetuarsi ? Non servono manipoli di analisti strategici per immaginare cosa accadra’ alle migliaia di miliziani privati di barba e di AK47 , capaci di operare da un RPG ad uno Shilka , di fabbricare ordigni con quasi tutto , di affrontare un corpo a corpo come un conflitto a fuoco multiplo ma sopratutto , di considerare la propria vita e quella altrui come qualcosa di integralmente irrilevante rispetto alle promesse di un paradiso sul quale l’ombra del dubbio non cade mai.

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Fethullah Gulen: la spina nel fianco di Erdogan

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di Lorenzo Centini  http://ruberagmen.blogspot.it/

All’inizio degli anni 70′, quando in Unione Sovietica si stabiliva quasi concluso il “rafforzamento della Rivoluzione” e gli Stati Uniti s’incupivano per l’Indocina, in Turchia qualcosa si stava muovendo. Nell’unico paese islamico della NATO, ai piani alti dell’Esercito (depositario, in quel momento storico, della fiducia di Washington) qualcuno già pensava a come impedire che il paese cadesse in preda agli opposti estremismi. A margine del governo Demirel non passava giorno che militanti di estrema sinistra (Comunisti e Maoisti) e di estrema Destra (nostalgici non solo di Ataturk ma anche della cosmologia politica ottomana) si sparassero e si scontrassero in piazza. In un copione simile a quello messo in piedi dal governo tambroniano prima e pentapartitico poi per compattare la Repubblica borghese italiana.

Il governo ombra del paese, nella burocrazia dello Stato Maggiore e dei servizi segreti, varò allora due risposte di largo respiro. Una sarà spedire gli ultranazionalisti a popolare Cipro Nord, per far passare la voglia al Regime dei Colonnelli di intraprendere vie sovversive e riprendersi Cipro, di concerto con i rimasugli inglesi. L’altro sarà finanziare una “rinascita islamica” anche in Turchia, per allontanare i giovani da velleità rivoluzionarie e sovversive.
Questa abile mossa gattopardesca risulta tanto strana quanto machiavellica dove si sia a conoscenza delle precipue caratteristiche turche: al tempo la Turchia reggeva l’urto delle opposte pressioni (Da Ovest i greci, da Est i Curdi) imponendo il rigido culto della personalità e del complesso ideale kemalista. Su tutto, ovviamente, un leggendario intransigentismo laicale.
A capo di questa operazione politica viene messo Fethullah Gulen, nato ad Erzurum nel 1941. Egli segue da giovane gli insegnamenti di Said Nursi, teologo curdo sunnita che, a suo tempo, dopo aver rifiutato un posto come “consulente degli affari religiosi” offertogli da Kemal, diventa l’esponente più radicale dell’opposizione al nuovo sistema laico di Ataturk.
Gulen cresce nella convinzione, mutuata appunto da Nursi, che non solo ogni laicismo è una “maschera paffuta del Comunismo” (come scrive nel programma della sua “Associazione per lotta contro il Comunismo”), ma che solo l’Islam possa risolvere l’annoso problema dell’identità turca post-imperiale.
Negli anni viene influenzato anche da Al-Ghazali, Yunus Emre e Ibn’ Arabi, e ha l’opportunità anche di leggere gli scritti di Fadallah al-Nursi, teologo sciita fiero oppositore delle riforme costituzionali di inizio ‘900 in Iran.
Formatosi come Imam viene inviato ad Izmir, nella terza provincia Turca per abitanti. Qui ha l’opportunità di tessere la rete peculiare di fondazioni di credito popolare, società caritatevoli e organizzazioni politiche e civili. Tra queste spicca Hizmet (Servizio, in Turco), che si sostanzia in una rete di associazioni caritatevoli collegate a gruppi di studio ed opinione.
Da Hizmet è nata, negli anni, una fronda di intellettuali impegnati nella costruzione teorica di un Islam politico capace di competere con l’identità NATO della Turchia e a mettere insieme una critica “politically correct” al Kemalismo e a Mustafà Kemal. Lo stesso Erdogan ha dovuto ammettere che l’AKP deve molto al “lavoro intellettuale di Hizmet e dell’Imam Fethullah Gulen” (2010).
 Per capire l’esatta connessione tra Gulen, il passato e il presente turco, è necessario indagare il ruolo di Gulen e dei suoi adepti nel forgiarequella sinergia programmatica tra Turchia, USA ed Israele.
Dal 1975 al 1990 Hizmet e le scuole coraniche guleniste conoscono una diffusione capillare in tutta la Turchia. Il nuovo centro della compagnia viene spostato ad Ankara, per usufruire delle briciole che il potere politico lascia sul terreno.
Dal 1990 in poi Hizmet travalica i confini ex-sovietici e si spande in tutto il territorio turcofono. Nelle sue memoria l’ex capo del MIT (i servizi segreti turchi), Osmari Nuri Gundes afferma che nel quinquennio 1990-1995 nascono in Turkmenistan, Tagikistan, Uzbekistan, Khazakistan e Kirzighistan più di 200 madrase (scuole coraniche) legate a doppio filo ad Ankara. E che, in queste, almeno 130 agenti della CIA operavano sia come imam che come guardie o semplici militanti.
Nel frattanto Gulen, che, colpito dalle purghe neokemaliste dei militari ripara in USA, stringe rapporti anche con i think-tank ebraici del Medioriente e degli States. In un opuscolo in suo onore, l’autore ricorda che “Gulen intratteneva frequenti contatti di pace con le alte sfere dell’Anti-defamation League”. Inoltre mantiene rapporti stretti con il magnate delle costruzioni Ishak Alaton, ebreo turco, costruttore del 15 % delle infrastrutture stradali turkmene dopo la fine dell’URSS (nonchè primo finanziatore di Hizmet), azionista di Asya Foundation, network di banche guleniste.
Questo lato della attività politica di Gulen diventa importante nella sua ottica di costruzione di un nuovo modello islamico che possa rassomigliare all’Islam benevolo e paterno dei tempi Ottomani. Erdogan dovrà moltissimo a questa posizione quando, sulla cresta di un crescente islamizzazione, nel 2004 prometterà alla Knesset riunita che la Turchia “tornerà a voler bene ad Israele”.
 Fetullah Gulen dice, in un opuscolo di metà anni ’90:
Even though they have lived in exile here and there and have led an almost nomadic existence, Jews have been able to maintain their racial characteristics with almost no loss. Moreover, the Jewish tribe is very intelligent. This intelligent tribe has put forth many things throughout history in the name of science and thought. But these have always been offered in the form of poisoned honey and have been presented to the world as such. For instance, Karl Marx is a Jew; the communism he developed looks like a good alternative to capitalism at first sight, but in essence it is a deathly poison mixed in honey.”
Anche se hanno vissuto in esilio qua e laì a hanno condotto una vista soprattutto nomadica, gli ebrei sono stati capaci di mantenere le loro caratteristiche razziali perlopiù senza perderle. In più le tribù ebraiche sono molto intelligenti. Queste raffinate tribù hanno messo su molte cose attraverso la storia, con la scienza e il pensiero. Ma queste si sono tuttavia offerte anche nella forma di un miele velenoso e sono state al mondo in questo modo. Per esempio, Karl Marx era un ebreo: il comunismo che egli sviluppò appariva come una buona alternativa al capitalismo, ad una prima occhiata, ma nella sua essenza era un veleno mortale mischiato col miele
Non passerà molto che tale posizione, così entusiasta degli ebrei e nel contempo così sospettosa sul loro impatto sulla Storia, venga fatta proprio non solo da alcune frange moderate della galassia islamista del Magrheb (per esempio la Fratellanza Musulmana di Libia, che più o meno con queste parole criticava la posizione antisionista di Gheddafi), ma anche dall’establishment ebreo ashkenazita in Israele. In questa ottica di riavvicinamento tra Israele e Turchia, concepite dagli States come alleate “interrelate”, il Dipartimento di Stato Americano e la CIA si impegnano per utilizzare il peso culturale di Gulen.
Quando nel 2006 Hizmet in America e lo stesso Gulen rischiano di essere cacciati, Langley e Condoleeza Rice si muoveranno per tentare di trattenere l’Imam in America. La Rice fa valere il ruolo di informatore della rete dei Gulenisti per il sistema di intelligence americano, e decine di plenipotenziari, dall’ex ambasciatore americano in Turchia Morton Abramowtiz, il comandante CIA a Kabul Graham Fuller e persino il portavoce della conferenza episcopale turca, Goerges Marovitch, firmano un appello per considerare Gulen come “costruttore di pace”. Nel 2008 la corte di Philadelphia concede la cittadinanza permanente a Gulen per “indubbi meriti culturali”.
Tuttavia l’idillio tra Gulen ed Erdogan finisce presto. Progressivamente infatti Erdogan non solo mal sopporta la piovra di Hizmet, che controlla in Turchia cinque giornali e innumerevoli associazioni di industriali, ma si discosta dall’idillio gulenista e abbraccia una retorica anti-israeliana. La tensione tra Israele e Turchia sale fino ai fatti della Freedom Flottilla, a difesa della quale si schiera risolutamente Erdogan, in aiuto ai “fratelli palestinesi”.
Fethullah Gulen, bloccato in Pennysilvania anche per motivi di salute, critica aspramente la svolta autoritaria di Erdogan. E si spinge anche a criticare l’atteggiamento di Erdogan contro Assad, che considera “pernicioso ed inutile”. Nel 2012 quando, dopo un assalto ai servizi segreti compiuto da giudici sospettati d’esser parte di Hizmet, Erdogan minaccia di chiudere il movimento e di estradre Gulen, accusandolo di “sovversione contro lo Stato”.
Le proteste di Gezi Park permettono non solo ai Gulenisti di scatenarsi all’interno della protesta, ma anche al loro capo e gli Stati Uniti di convergere su una pressione comune ad Erdogan. Quando il primo ministro turco compie il suo viaggio negli States, mentre parla con Obama (che lo invita a fare qualcosa in Siria sena tirarlo in mezzo), il suo consigliere fidato, Bulenç Arinç si incontra con Gulen nella sua residenza di Saylorsburg.
In politica estera Gulen mantiene una posizione di stretta condanna all’ISIS, come testimonia il suo discorso contro il Califfato (““ISIS members are either completely ignorant of the spirit of Islam and its blessed messenger, or their actions are designed to serve their individual interests or those of their political masters.”), con particolare riferimento ad eventuali “maestri” (“Masters”) nascosti. Su questo si trova d’accordo con Erdogan, che, proprio in queste ore, si preparara ad assaltare la Siria e l’Iraq da Nord.
Su questa intesa a grandi linee, Gulen ha ritrovato un rapporto con Erdogan. Non solo: entrambi sono perfettamente d’accordo sull’opzione di non salvare i Curdi, presi dalla morsa dell’ISIS. Anche se in passato si divisero anche su questo (Gulen rifiuta qualsiasi discorso con i Curdi mentre Erdogan ha dovuto scendere a compromessi), attualmente Gulen trova soddisfacente l’ambiguità con cui la Turchia è scesa in campo.
Gulen rappresenta quindi l’eminenza grigia della re-islamizzazione del discorso politico turco. Commentando qualche anno fa la politica estera di Davotoglu, l’Imama ebbe a dire di condividere la voglia di rivalsa turca, ma non la sua parzialità. Per l’Imam l’unico modo per trasformare la Turchia in una potenza regionale è entrare nella cerniera NATO-EU. E condurre una crociata per conto terzi contro l’ISIS potrebbe sortire questo effetto.