Il Movimento di Lapua

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di Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi

Il Movimento di Lapua fu un movimento ultra nazionalista e anticomunista finlandese fondato nella cittadina di Lapua e rinominato secondo la stessa.

Il movimento fu fondato nel 1929 e inizialmente era dominato da nazionalisti finlandesi anticomunisti i quali enfatizzavano il lascito dell’attivismo nazionalista, le Guardie Bianche finlandesi e la guerra civile finlandese. Il movimento vedeva se stesso come il male necessario re instauratore di ciò che fu conquistato dopo la guerra civile finlandese appoggiando il Luteranesimo ,il nazionalismo e l’anticomunismo.

Molti politici e molti militari finlandesi furono inizialmente simpatizzanti del movimento di Lapua dato che l’anticomunismo era la norma delle classi politiche formate dopo la guerra civile finlandese. Tuttavia l’eccessivo uso della violenza da parte dei militanti di Lapua rese il movimento meno popolare dopo un paio di mesi.

Attivismo del Movimento di Lapua

Il movimento organizzò marce e riunioni nell’intera Finlandia. Il 16 giugno 1930, più di 3.000 uomini arrivarono a Oulu al fine di distruggere la stampa e l’ufficio del giornale comunista Pohjan Voima. Tuttavia, l’ultimo numero di Pohjan Voima era apparso il 14 giugno .Lo stesso giorno fu distrutta una stamperia comunista a Vaasa. Una dimostrazione di forza fu la cosiddetta Marcia Contadina fino a Helsinki . Più di 12.000 uomini arrivarono a Helsinki il 7 luglio 1930. Il governo cedette sotto pressione e i movimenti comunisti furono messi fuori legge. Incontri comunisti furono interrotti anche con la violenza. Un trattamento comune era  il cosiddetto muilutus che consisteva in un rapimento a cui seguiva il pestaggio,  successivamente la vittima veniva caricata su una macchina e portata al confine sovietico.

L’Epilogo

Nel febbraio 1932 una riunione socialdemocratica a Mäntsälä fu violentemente interrotta da attivisti armati Lapua. L’evento portò a un’escalation che culminò nella cosiddetto colpo di stato   Mäntsälä capitanata dall’ex capo di stato maggiore dell’esercito finlandese Wallenius . Nonostante gli appelli di Wallenius l’esercito finlandese e le Guardie Bianche rimasero in larga parte fedele al governo . Molti storici ritengono che il motivo principale del fallimento fu scarsa pianificazione:

la rivolta fu scatenata inizialmente da eventi locali e solo successivamente divenne nazionale. La ribellione finì a seguito di un intervento alla radio indirizzato ai ribelli del presidente Svinhufvud. Dopo un processo che vide l’incarcerazione di Wallenius e di altri 50 capi della rivolta il partito di Lapua fu messo fuorilegge.

Ideologia

Il partito era visceralmente anticomunista e anti sovietico(per non dire antirusso). Sosteneva le Guardie Bianche Finlandesi che combatterono nella guerra di indipendenza Finlandese durante la Rivoluzione russa e nella successiva guerra civile finlandese che vide i Bianchi Finlandesi trionfare sui comunisti finlandesi appoggiati dall’Armata Rossa. Il partito era ultra nazionalista e supportava tra l’altro l’irredentismo finlandese mirato alla realizzazione della Grande Finlandia. Il partito supportava l’organizzazione dei Fennomanni(sostenitori della lingua finlandese) contro gli Svecomanni (sostenitori dell’uso della lingua svedese ).

Eredità

L’ideologia di Lapua fu ripresa dal Partito Popolare Patriottico Finlandese che sopravvisse fino alla sua messa al bando dopo la resa della Finlandia all’Urss a seguito della Seconda Guerra Mondiale.

 

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Contro il terrorismo una nuova geopolitica e una nuova cultura per l’Europa

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(ASI) Ancora un altro attentato? Si, ancora un altro! E dove è andata in scena la follia omicida? Ancora a Parigi? A Roma? A Berlino?… No, a Bruxelles! Purtroppo questa è la tragica realtà. Martedì 22 marzo le mani della nera bandiera dell’I.S.I.S. hanno azionato l’esplosivo che i jihadisti portavano con essi. Falciando vite, straziando carni, disintegrando uomini e donne con l’unica colpa di trovarsi all’aeroporto di Bruxelles-National e alla stazione della metropolitana di Maelbeek, in quei orribili momenti.

Trentacinque le vittimi accertate, tra cui una donna italiana Patricia Rizzo, anche questa volta come nel novembre scorso era toccata uguale sorte alla giovane studentessa italiana Valeria Solesin, morta sotto i colpi delle armi degli attentatori islamisti a Parigi.

Ormai sembra quasi una “non novità”. Questa condizione di pericolo di attentato, sembra intraprendere un processo di normalizzazione con la quale l’unica soluzione appare essere il “saperci convivere”.

“Bisogna farsene una ragione…”: questo sembrano proferire gli atteggiamenti incerti della politica istituzionale dell’Unione Europea.

Si vive una fase di attesa continua. “Parigi, Bruxelles, domani a chi?” Per quanto l’establishment europea si sforzi di “rassicurare” i cittadini, la realtà è che nessuno sa cosa fare, o meglio, nessuno vuole realmente fare ciò che deve essere fatto!

Nonostante i nuovi morti c’è chi come il Presidente del Consiglio Matteo Renzi che afferma essere «…inutile erigere muri, i terroristi sono già dentro». Alludendo a quelli che lui giudica come esempi negativi, quali l’Ungheria di Viktor Orbán, e tuonando contro chi prova ad alzare la voce verso un’immigrazione incontrollata, bollandolo “sciacallo e speculatore”.

I terroristi sono già dentro? E chi li ha fatti entrare allora? Quello che è accaduto a Parigi a novembre, e quanto è accaduto questo 22 marzo a Bruxelles, dimostra incontrastabilmente il pericolo della società multiculturale.
Si è detto, giustamente, che gli attentatori in tutte le vicende, erano per la maggiore cittadini europei. Dunque da ciò si apre un’altra questione: il tema della cittadinanza. Anni di favorimento dell’immigrazione nei grandi centri europei, hanno portato alla creazione di zone che si potrebbe definire “Stato nello Stato”, dove il dato etnico allogeno fa da padrone, scacciando gli autoctoni e arrogandosi il diritto di gestire quelle porzioni di città con regole e leggi proprie. Zone queste in cui non è mistero che la polizia o comunque le forze dell’ordine non possano mettere piede, se non incombendo in rischi e pericoli.

Per dare un esempio pratico di questa dimensione esterna ed autonoma dallo Stato e pronta – soprattutto! – a difendersi da esso, si guardi l’arresto precedente all’attentato di martedì del famoso terrorista Salah Abdeslam, rimasto libero fin da quel 13 novembre. A Molenbeek quartiere di Bruxelles, in un Belgio ribattezzato da molti “Belgistan” per la sua più che smodata propensione all’immigrazione massiva peculiarmente “mussulmana”, lì si è eretto un vero e proprio “sistema” volto a proteggere soggetti come Abdeslam, coperto il tutto da un’aurea di omertà. Una “cosca mafiosa” potrebbe essere definita. Una cosca mafiosa su base etnica e religiosa, con i suoi uomini e “piccioti” che danno asilo e rifugio ai propri fuggiaschi dalla legge, spalleggiati dalla popolazione.

Multiculturalismo e cittadinanza: ecco i temi su cui bisogna porre una profonda analisi. Al di là della levata di scudi volti a frenare “sentimenti xenofobi”, la politica deve porsi necessariamente dei dubbi riguardanti l’immigrazione e la società delle pluri culture. Non possono esser più un tabù. Non possono più esserlo quando le stesse autorità ammettono per prime che nei grandi centri europei vi è il concreto pericolo che possano esistere più “cellule terroristiche” di quelle identificate. Non possono più esserlo, quando le bombe, gli assalti armati, portano tutti un chiaro marchio etnico.

Nei casi di necessità si afferma “fare di necessità virtù”. E oggi la necessità è ripensare il modello della società europea!
Per troppo tempo sull’onda della “libertà” – ripetuta al pari di un mantra – che costituisce l’Europa, si è concesso porzioni di territorio sempre maggiore a popolazioni extraeuropee. Per giungere poi alla cittadinanza fornita in base al mero fatto di nascere all’interno dello Stato, senza guardare se vi fosse una conformità culturale, chiamando il tutto “rispetto per le diversità e inclusione delle minoranze”.

In questo Europa prona sul tecnicismo, attenta al pareggio di bilancio, incurante della cultura oggi la cultura torna prepotentemente sullo sfondo della scena su cui essa si aggira. I popoli da cui fuoriescono anche questi sanguinari assassini – nonostante il “laicismo” di cui si ammanta il “Vecchio Continente” come un vanto – si ritrovano nella loro cultura, consolidano aggregazioni comunitarie grazie alla loro cultura e religione, e le utilizzano come forza per richiamare a se un numero sempre maggiore di loro confratelli, muoversi da quei malfamati quartieri in passato cacciati o chiusesi loro stessi ed estendersi come una macchia d’olio, che non stenta a fermarsi, in tutto il territorio europeo.

Come poter arginare tutto questo? Bisogna predisporre un preciso piano di “blocco dell’immigrazione”. Abbiamo visto che l’immigrazione di massa che l’intero continente africano sta riversando sull’Europa, crea problemi enormi alla vita sociale degli Stati europei. I fatti di Colonia (Germania) di questo Capodanno sono un esempio lampante. Il continuo flusso di immigrazione incontrollata sta portando a ripetute scene di criminalità che tengono in ostaggio i cittadini europei. Quindi il flusso immigratorio si sta trasformando in un incentivo “utile” all’aumento dell’illecito, e tutto questo riguarda il “breve periodo”. Nel “lungo periodo”, complice la crisi economica e l’ammassamento di persone in luoghi dove non possono trovare nessuna occupazione, si corre il rischio di alimentare queste realtà di “Stato nello Stato” con un enorme apporto numerico, rischiando ulteriormente che il crescendo del numero di popolazione interne a tali realtà, porti ad un possibile ingrossamento delle fila delle “cellule jihadiste”. Se questa situazione non muterà direzione, nei prossimi decenni si potrebbe concretizzare il rischio di un vero e proprio “scontro sociale – etnico” tra autoctoni e allogeni, dalla portata inimmaginabile. A tutto questo l’Europa corre il rischio di andare incontro. E seguendo questo ragionamento, per di più ciò sarà aggravato dal contesto della cittadinanza sul principio dello “ius soli”. La cittadinanza concessa per il mero fatto di nascere all’interno del territorio dello Stato ospitante o suoi derivati che alla fine producono lo stesso risultato, può seriamente divenire un manforte ad un possibile scontro etnico. Se si considera cittadino una persona solo per il fatto che ha avuto i natali all’interno della giurisdizione territoriale dello Stato, senza considerare minimamente il dato etnico e culturale, si arriva alla situazione di oggi dove nei quartieri francesi e belgi si trovano cittadini con nazionalità francese e belga ma che con la cultura di tali paesi non anno niente a che fare, rimanendo ancorati alla cultura dei Paesi di provenienza se non addirittura “fanatizzandola”, costruendo così “sacche etniche e religiose” che sfidano l’autorità e la regolamentazione dello Stato. Questo è quello che accade nei grandi centri europei e non solo, oppure si vuole negare la realtà?

Matteo Renzi e tutta l’establishment della politica U.E., tengono ad affermare che per combattere questa situazione d’insicurezza si necessità di una “rivoluzione culturale”. Si è vero, serve una rivoluzione culturale. Ma che porti a comprendere all’Europa che il multiculturalismo è fallito, e pericoloso. Che per ridare slancio e forza ai cittadini europei, non va ricordato semplicemente che l’Europa è la patria dei diritti, delle libertà e dei valori “universali”, no! La vera “rivoluzione culturale” è quella che ridà agli europei coscienza di se stessi, della loro storia, affermando che l’Europa ha visto molti nemici, ma che contro di essi è sempre riuscita a fare “muro”. Raccontando delle Termopili, della cacciata di Annibale, della difesa di Vienna e prima ancora della battaglia di Lepanto. Non serve a nulla scrivere con i gessetti colorati sulle strade, disegnare vignette di bandiere belghe e francesi che si abbracciano in preda al pianto, non serve a nulla tutto ciò e anzi questo mostra solamente l’incapacità a rianimarsi, a porsi virilmente contro il pericolo: tutto questo manifesta la sola grande ipocrisia che aleggia in tutta l’Europa. Non diritti, non libertà, si racconti agli europei della loro plurimillenaria forza. Cessi il timore di non esporre la propria cultura e i propri simboli e credi con il terrore di fare sgarbo alla cultura e ai credi degli altri. Nei momenti di tensione le persone cercano simboli che gli possano raffigurare una sicurezza, e i simboli dell’Europa sono le cattedrali e le antiche costruzioni del mondo classico romano – greco; non semplici diritti “universali”, o generali libertà di “espressione” o di “culto”.

E questa ripresa di coscienza, questa “rivoluzione culturale”, si deve coadiuvare con intervento dell’Europa nei luoghi da cui partono i grandi flussi di migranti. Non serve a nulla rimpinguare di soldi la Turchia affinché ponga un argine alla inarrestabile marcia di uomini e donne proveniente dall’Africa o dal Medio Oriente. A breve arriverà l’estate e le rotte di transito dei migranti dal Mediterraneo saranno nuovamente “riaperte”. Anche quest’estate si vuole vedere i centri di accoglienza del sud Italia e della Grecia pieni ben oltre il limite? Anche quest’estate si vuole piangere i morti nel Mediterraneo che rischieranno di superare i decessi dello scorso anno? Bisogna che gli Stati europei coordinino una comune strategia militare, per andare a bloccare i flussi dal luogo di partenza. Attendere in vano che in Libia si costituisca un governo che richieda un intervento militare esterno sta solo tardando ciò che doveva essere fatto già da molto tempo. L’Europa deve tornare in Africa, non per conquistare, non per dominare. L’Europa deve tornare in Africa perché la vita di quel continente è indissolubilmente legata ad essa. Il lasciare il continente Africano e – soprattutto la sua parte a nord – in mano ai progetti geopolitici degli Stati Uniti d’America e all’egoismo di alcuni suoi alleati europei, ha prodotto la polveriera odierna. L’Europa deve tornare in Africa da se, con un progetto di riqualifica e investimento in quei luoghi. Coordinandosi con le nazioni che per prime lottano contro il terrorismo e i disastri politici prodotti dall’Occidente in Africa e in Medio Oriente, ovvero l’Egitto di Abd al-Fattah al-Sisi, la Sira di Bashar al-Assad, e soprattutto la Russia che è la nazione a cui spetta il merito di aver combattuto e vinto il pericolo dell’I.S.I.S..

Una nuova geopolitica e un’autentica “rivoluzione culturale”: ecco le ricette per l’Europa futura.

Federico Pulcinelli – Agenzia Stampa Italia

Il ritorno della superpotenza

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di Daniele Bernava
Ormai è palese, è tornato il dualismo che sembrava sepolto nel 1991 con la fine dell’URSS. Alla settantesima assemblea generale dell’ONU si è mostrato in maniera inequivocabile. Il Muro di Berlino, la Guerra Fredda sembravano superati oramai, eppure è nata una contrapposizione tra USA e Russia che ogni giorno che passa, tra tira e molla, è sempre più evidente.
Viviamo due modi di concepire la visione del mondo, seppure da parte russa lontana da quella che la contraddistingueva fino ad un quarto di secolo fa.
La Russia è tornata quella di un tempo, con animo diverso fortunatamente. Si contrappone in maniera plateale all’egemonia americana che perpetua stucchevolmente  un ruolo, quello di guida del mondo, in maniera illegittima  e dannosa.
Putin, davanti al mondo, ha processato nei fatti le azioni di Obama e dei suoi alleati, le stesse che hanno condotto in grandissima parte al caos in M.O. e in Nord Africa, ma si potrebbe  tranquillamente aggiungere l’Ucraina, la cui rappresentanza ha puerilmente disertato durante il discorso del presidente russo.
La Siria è diventata il pomo della discordia, anzi il suo presidente legittimo, Bashar Al Assad , lo è diventato. Putin ritiene necessario e giusto sostenerlo nella sua lotta all’ISIS e ha affermato che sarebbe un “errore enorme non collaborare con Damasco” , mentre Obama con  paraocchi e tappi alle orecchie esclama che “Assad è un tiranno, ha ucciso donne e bambini” e deve andarsene.   Paladino dei “doppi standard”, non dice mai nulla contro la dinastia wahabita dei Sa’ud che destabilizza il M.O e supporta i terroristi islamisti che massacrano i siriani ( e non solo) di ogni fede, L’Arabia Saudita ha violato la sovranità altrui arbitrariamente e impunemente (Yemen), per non parlare di Israele, amico intoccabile. Anche la Turchia, membro della NATO, andrebbe redarguita  a dovere per il suo ambiguo atteggiamento con l’ISIS.
Ad Obama però bisogna dare atto di aver riconosciuto, seppur parzialmente, gli errori in Libia: “La coalizione internazionale avrebbe dovuto fare di più per colmare il vuoto di potere lasciato dalla scomparsa di Muammar Gheddafi”  e di cominciare a capire che “gli Stati Uniti non possono risolvere il problema da soli”, purtroppo c’è da dire che , coerentemente con quanto espresso, trascinano gli alleati in nefaste campagne di esportazione della democrazia.
Putin ha rotto gli indugi e già sostiene in maniera concreta e pubblicamente il governo siriano e il suo esercito contro i “ribelli”, riconoscendo che tra essi non vi sono “moderati” e che  è “irresponsabile armare terroristi”. La lezione irachena e libica è stata recepita.
La discesa in campo della Russia ha fatto si che anche la Cina, sorniona grande potenza economica, ma non ancora politica, si stia muovendo, addirittura con sue unità navali (in un primo tempo qualcuno aveva parlato della portaerei Liaoning, notizia mai confermata nella realtà)  verso il Mediterraneo secondo alcune fonti (1). Una mossa che sul piano militare non sconvolgerebbe più di tanto gli equilibri, ma di sicuro sul piano politico introdurrebbe l’ingerenza cinese a supporto della Russia e dell’Iran. E’ risaputo che tra gli islamisti in M.O. vi sono miliziani che provengono dall’ex-URSS, ma anche  dalle remote regioni musulmane della Cina. L’urgenza di disinnescare la polveriera mediorientale è una priorità, prima che il cancro islamista infetti irreparabilmente altre parti dell’Eurasia.
I ruoli ai giorni nostri dimostrano che è la Russia la reale antagonista politica dell’unilateralismo USA e che essa guida e tesse la trame multipolari per contenere ed arrestare le logiche unipolari occidentali. Il confronto principale è nella direttrice Mosca-Washington, mentre Pechino osserva attentamente le  mosse dell’alleato e ne supporta la causa quando ritiene conveniente farlo.
Obama afferma di non voler tornare alla Guerra Fredda, ma probabilmente è conscio di essere ripiombato in essa, nonostante si parli di positivi colloqui con Putin.
La crisi siriana e la lotta all’ISIS stanno dando un’opportunità unica alla Russia, quella di essere protagonista nella coalizione internazionale per disintegrare l’entità islamista, mettendo alle strette chi fino adesso ha fatto finta di combatterla davvero. Un ruolo che può spettare solo ad una superpotenza, non solo militare (anche se ancora il divario con gli Stati Uniti è importante), ma soprattutto politica, che propone al mondo una visione di esso chiara, l’unica percorribile per conservare le sovranità nazionali.
Non passerà molto tempo prima di udire dai mezzi di comunicazione di massa nuovamente la parola superpotenza in riferimento alla Russia.

Riferimenti:

1) Rights Reporter

Per Europa e Russia è ora di fare i conti con Assad

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di Lorenzo Centini http://ruberagmen.blogspot.it/2015/09/per-europa-e-russia-e-ora-di-fare-i.html

NOTE SUGLI SVILUPPI DELLA CRISI SIRIANA (10/09/2015)

La recente esposizione della cancelleria russa riguardo alla crisi siriana, nella quale Putin ha chiarito la sua disposizione a difendere militarmente la stabilità di Assad nella guerra civile, aggiorna la questione di una via di uscita dalla crisi siriana, che aggiunge alla lista di condizioni inderogabili anche la liquidazione dell’ISIS (scaricato diplomaticamente anche da gli USA)

Nella crisi si distinguono due linee strategiche americane e due linee diplomatiche interne al blocco filo-Assad.
Gli States hanno iniziato la destabilizzazione della Siria di Assad per indebolire il “crescente sciita”, staccare l’Iran dal Mediterraneo e porlo sotto scacco diplomatico al fine di piegarne la carica rivoluzionaria. I diplomatici americani contavano (e contano) che una sovraesposizione militare ad Est (con la frontiera Afghana direttamente presidiata dall’US Army) e ad ovest (galassia islamista) congiunta ad un regime di isolamento diplomatico-economico sarebbero state condizioni bastevoli per far ritirare l’Iran dal suo ruolo antimperialista.
Tuttavia l’avvicinamento tra Pechino e Mosca e tra quest’ultima e Teheran ha rinviato sine die il ritiro ideologico e politico dell’Iran, che ha potuto portarsi sotto le strutture diplomatiche ed economiche dello SCO (di cui è partner) e della Unione Eurasiatica (di cui è interlocutore).
Il contemporaneo aggravarsi del dinamismo turco e saudita e l’impossibilità di gestire i risultati dell’anarchia marchiata ISIS (emigrazione siriana – opinione pubblica scandalizzata) ha imposto agli States di pensare ad un’uscita dalla crisi siriana. Come per tutta la gestione del Medioriente, negli States si scontrano due linee strategiche:

A) Linea Kerry.

La linea Kerry, difesa e sostenuta dalla maggior parte dei democratici americani, dal governo e da alcuni settore repubblicani, prevede un utilizzo dell’ISIS come pungolo per velocizzare la fine della crisi siriana, che avrebbe dovuto concludersi con l’installazione in Siria di un governo de-magnetizzato. Attualmente la linea Kerry potrebbe essere quella di eliminare l’ISIS dal gioco ma contemporaneamente di porre la questione della successione di Assad (risultato perorato fino ad oggi con metodi militari) e legare strettamente i due temi. In questo senso gli Stati Uniti hanno fatto il primo passo vagheggiando della coalizione antiterrorismo e continuando i bombardamenti sull’ISIS (militarmente inefficaci e utili solo per prendere tempo).
Kerry e Obama potrebbero trovare accettabile una Siria non amica ma nemmeno baathista (addivendendo quindi all’obbiettivo minimo della Guerra per Procura in Siria). A ciò hanno aiutato anche gli altri due “successi” di Kerry: l’apertura all’Iran (che quindi può legittimamente essere interpellato nella gestione della crisi) e il congelamento della crisi ucraina (in cui l’asse di frizione si è spostato all’interno del governo ucraino e della resistenza del Donbass)

B) Linea Neocon o AIPAC

La linea dei Necon si basa sull’obbiettivo di “americanizzare” il Medioriente. In questo senso nessun accordo è possibile con Assad su una posizione di forza, che dovrebbe essere invece occupata dagli Stati Uniti (nello stesso copione diplomatico esibito da Nixon nella crisi giordana del 1970 e della difesa della “linea Rogers”). In questo senso il finanziamento all’ISIS si prolunga fino a quando Assad non sarà militarmente tagliato fuori dal campo delle trattative, e il triangolo Damasco-Mosca-Teheran non sarà costretto ad accettare una Siria filoamericana pur di non avere una Siria apertamente takifirizzata. L’Isis è quindi il canto del cigno per piegare Damasco (marciandoci sopra) e Teheran (fiaccandola) e rimanere al tavolo solo con un Putin lasciato a se stesso a difendere cause altrui. La linea Neocon è sostenuta anche da Repubblicani spinti e da certi democratici interventisti (Hillary Clinton), collegati con i centri di potere sionista, che difatti agognano un Medioriente balcanizzato (come si sta realizzando in Iraq diviso in tre stati confessionali) innocuo per Tel Aviv (e terreno di caccia per l’imperialismo americano). In questo solco si spiega facilmente l’intransigenza israeliana e dei loro referenti negli States nel respingere l’accordo con nucleare (che toglie l’assedio a Teheran, facendola rifiatare).

Anche nel blocco che sostiene il legittimo presidente Bashar al-Assad ci sono due linee diverse:

A) Linea Putin-Lavrov

Mosca è scesa in campo a difesa della Siria di Assad per evitare che tutto l’arco mediorientale divenisse un ventre molle dell’islamismo (e dei piani di sovversione americani): in questo senso Putin considera la Siria l’unico ostacolo al flusso del caos prima del Caucaso. Putin non è legato ad Assad in quanto tale (se si eccettuano gli interessi militari a Tartous e Lattakia, che tuttavia Mosca può mettere sul piatto come contropartita ad un eventuale abbandono di Assad) ma solo alla sua funzione di alternativa ad una Siria filoamericana (o peggio) islamista. Se Obama, seguendo la linea Kerry, offrisse a Putin un’ alternativa tra Assad e il Califfo, Mosca non si impegnerebbe nella difesa di Damasco,a meno che non consideri la proposta americana poco fondata (o mendace). La dimostrazione muscolare serve da un lato per intimorire gli States (che non vorrebbero entrare in Siria) e dall’altra per cercare di salvare la superiorità militare di Assad, da cui trattare in una posizione di forza contro gli States. L’obbiettivo finale, per Mosca, rimane convincere gli americani ad aprire un tavolo in cui gli Stati Uniti porrebbero come condizione la deposizione di Assad, e che i russi accetterebbero, e in cui quest’ultimi mettano come condizioni di lavoro imprescindibile la difesa degli interessi russi e la neutralità/stabilità del governo siriano venturo (senza Assad).

B) Linea Iran- Hezbollah

Per l’Iran la difesa di Damasco è una questione di “sicurezza interna” (come chiarito a più riprese dal Generale Soleimani e da Hassan Rohani). L’accordo con nucleare, per Teheran, non coincide con l’auspicata ritirata ideologica caldeggiata da Washington, ma piuttosto con un piedistallo diplomatico, da cui far sentire la propria voce sulla questione siriana. L’Iran non si accontenta di niente di meno che di una Siria filoiraniana, e quindi in fondo il ristabilimento della situazione anteriore al 2011 (un unico filone filoiraniano/sciita da Teheran al Mediterraneo). Purtroppo, sia demograficamente che sociologicamente, è impossibile pensare ad un cambio della guardia, giacchè già il governo di Assd si reggeva su un precario equilibrio confessionale. A Teheran sanno bene che qualsiasi ipotesi che non contempli il ristabilire la situazione ex ante sia, di fatto, avere una Siria sunnita e non filoiraniana, con la minoranza alawita ridotta all’asse Tartous-Lattakia e di fatto inesistente sul piano interno. E’ quindi conseguente che qualsivoglia accordo Lavrov-Kerry che contempli un governo per Damasco diverso da quello di Assad è un ipotesi non percorribile. Anche Hezbollah, peraltro, vicinissima all’Iran, non può accettare una Siria guidata da un “El-Sisi” damasceno:un governo “neutro” al confine al Libano e con Israele sarebbe un governo disposto a cedere su questioni vitali, annullando, di fatto, le vittorie diplomatiche di Hezbollah e dello sciismo politico degli ultimi dieci anni.
E’ quindi ovvio che si Teheran che Hezbollah spingano per una risoluzione militare del conflitto, e sperano che l’Europa si assume le proprie responsabilità iniziando un serio attacco all’ISIS (unico veto ostacolo al ristabilimento di una calma Assadista in Siria, stante l’assoluta inconsistenza della opposizione liberale.

PER L’EUROPA E’ ARRIVATO IL “LIBERA TUTTI”

In tutto questo, nella lotta mortale tra queste quattro linee, bisogna tener conto dello scenario europeo, che si è visto costretto a smetterla con i vagheggiamenti sui diritti del migrante e a porre fine allo scempio siriano.
Rimane infatti per i quattro grandi paesi europei, Italia, Germania, Francia e Inghilterra, l’impossibilità di sostenere oltre l’opera caotica dell’ISIS, e quindi, ipso facto, l’impossibilità di tenere ancora a lungo scisse la quaestio Assad e la Quaestio migranti.
I quattro paesi, nerbo politico europeo, si sono divisi i compiti e le personalità politiche. Mentre l’Italia e l’Inghilterra si sono rifugiate una  in un moderatismo interessante (con le parole di Renzi sulla non adesione di Roma al raid francese, che tengono aperta la possibilità di un canale diplomatico aperto con Russia e Cina) e l’altra in un isolazionismo lateralmente filoamericano.
Francia e Germania si stanno così muovendo:

La Francia, che più di tutti ha ragione di temere ogni minuti che passa il rafforzamento dell’ISIS (e quindi conseguente scintillio della guerra fredda sociale tra proletariato islamico delle periferie e padroni sionisti e “umpisti”) e desiderano distruggere il Califfo per assicurarsi di non internazionalizzare il proprio problema sociale e di politica interna. L’avventura francese è tuttavia destinata alla cosmesi militare, giacchè solo un colpo deciso,da terra, all’ISIS, sarebbe risolutivo. Nella foga di far qualcosa Hollande ha esacerbato lo scontro sociale precitato, accellerando la polarizzazione degli strati popolari emarginati verso l’Islam radicale, avvicinando quindi il momento in cui tale scontro sotterraneo diventerà evidente, mettendo la Francia nelle mani degli opposti estremismi sgretolatori (sottoproletariato allogeno guidato da una minoranza combattiva e islamizzata contro una reazione “di destra” da Sarkozy a la Le Pen).

La Germania ha accolto il flusso dei profughi siriani per poter mettere sul tavolo della futura trattativa  sul post-Assad il proprio peso. La Merkel continua la linea dei cancellieri tedeschi dopo a Yugoslavia, e boicotta le risoluzioni muscolari americane (nelle quali si troverebbe del tutto isolata), preferendo una gestione “tecnica” della crisi mediorientale. Il governo della CDU ha preferito seguire il suggerimento di Zarif e di Kerry, e ha infatto accolto con favore l’accordo con l’Iran, preferendo cooptare Teheran nella lotta alla destabilizzazione piuttosto che difendere a spada tratta le isterie israeliane. Berlino respinge sia la linea di Parigi, rifiutando di combattere una guerra inutile,sia l’isolazionismo inglese. Il rischio, per la Merkel, è che gli possa essere impossibile, in futuro, continuare a gestire i flussi migratori (contro i quali solo un attivismo nella crisi siriana potrebbe far qualcosa, nell’uno o nell’altro senso) e adottare una linea simile a quella della vicina Polonia o addirittura proseguire ad un indurimento simile a quello ungherese.
E’ evidente che la crisi siriana pone un problema all’unità imperialistica, mettendo di fronte al caos siriano sia paesi pronti a sfruttare una stabilità politico-sociale (Germania e Inghilterra), sia paesi fragili la cui instabilità politica e sociale ne lega le mani all’attendismo (Italia) o all’azione fulminea per ricacciare dentro gi argini dello sviluppo interno dinamiche di opposizione sociale (Francia).
Diventa probematico per l’Europa dei quattro stare in fila indiana dietro la testa del serpente, giacchè come abbiamo visto ci sono almeno due teste. Lo sviluppo di una contraddizione mortale all’interno di un imperialismo bicefalo è destinata a tracimare dai confini delle “corporation parlamentari” americane e ad allargare la frattura interimperialistica tra le due sponde dell’Atlantico.

Non è impossibile ipotizzare che tale frattura porti, per reazione, alcuni paesi europei ad accogliere l’altro grande piano borghese, vale a dire un ibridazione tra la linea Kerry e la linea Lavrov. Già Austria (vicina ai problemi tedeschi) e la Spagna (alleata dell’Italia nell’opposizione interna all’Europa al dominio tedesco) abbiano aperto ad una collaborazione con Assad nella lotta all’ISIS. Questo spostamento verso Assad è in realtà uno spostamento verso la “sinistra” dell’imperialismo americano, vale a dire al realismo politico di Kerry. Accettare l’esistenza di Assad nella equazione di risoluzione del caos siriano, anche solo in via teorica, è aver per metà accettato l’inutilità dell’Isis come strumento militare e della non possibilità di quest’ultimo di rovesciare Assad con la forza.

La Russia sul Mediterraneo: appunti sulla base navale russa sulle coste Siriane

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di Lorenzo Centini

Riflessioni strategiche sull’apertura di una base navale russa in Siria.

(La notizia di un apertura di una base navale russa in Siria è di Hispan Tv – http://www.hispantv.com/newsdetail/Siria/53881/Rusia-construira-una-nueva-base-militar-en-Siria – la fonte è il governo siriano di Damasco)

Che la Russia aiutasse la Siria anche per coronare l’austero e mitico sogno degli Zar di arrivare ai mari caldi (Stalin ce la fece per pochi mesi vedendo sorgere il governo di Tito a Belgrado, prima della pernacchia intrasocialista del Maresciallo) non è una novità.
Addirittura alcuni analisti, con una buona dose di disinvoltura ideologica, nei primi mesi di guerra civile preconizzava uno stato confessionale alauita, “Assadistan”, situato sulle coste mediterranee della Siria (Tartous-Baniyas-Tartous). Uno staterello di chiara matrice: un protettorato russo-iraniano.
Ovviamente solo un intuizione giocosa, ma rivelatrice sulla dimensione “paternalistica” di Mosca su Damasco.

L’apertura di una base navale russa di una certa importanza nel Mediterraneo (dopo il “golpe geografico” della Crimea che ha restituito a Mosca il Mar Nero) apre tre questioni:

1) Una questione turca. La Turchia finora non si è molto preoccupata dell’ascesa militare russa, e a dispetto della posizione assunta sull’affare Crimea (supporto alla minoranza Tatara in funzione antirussa) la Turchia continua a sentirsi al riparo da rappresaglie moscovite. La cosa cambierebbe se la Turchia si sentisse minacciata dalla marina Russa, la qual cosa la spingerebbe o al salto di qualità militare (sganciamento della marina dai comandi NATO) oppure ad un potenziamento della marina turca all’interno delle logiche americane. In entrambi i casi la Turchia tornerebbe a tuonare nel Meditteraneo molto più di adesso, con danno e preoccupazione della Grecia (con la quale la tensione salirà per la questione di migranti), dell’Egitto (col quale l’alleanza è fragile) e di Israele (che nonostante le convergenze sulla quaestio siriana rimane un partner problematico per Ankara)

2) Una questione Israeliana. Anche se la marina israeliana è minoritaria, la sua funzione (riparare lo spazio marino davanti Gaza dalle ingerenze dei paesi arabi, come dimostrano i casi della Freedom Flottilla, difesa da Erdogan) è strettamente connessa con la posizione russa. Se infatti la Russia continuerà nella sua equidistanza, sulla questione palestinese, Israele sarà costretta a tenere di conto la possibilità di un intervento russo in un domani di guerra contro Gaza (o altro paese arabo), magari con un blocco navale improvvisato. Probabile che Israele si periti nel chiedere un chiarimento strategico a Mosca, puntando sui canali sionisti in Russia, Liebermann e qualche decano di Russia Unita. In cambio Mosca potrebbe chiedere di smettere l’attacco alla Siria da parte di Tel Aviv: assicurazioni sulla base navale in cambio del ritiro di Israele dalla Siria in guerra.

3)  Una questione Americana.Ovviamente la realizzazione del peggior incubo degli anni ’60 americani, l’approdo di Mosca sui mari mediterranei, non lascia indifferenti i vertici del Pentagono. Una base navale russa non solo velocizza i processi di polarizzazione filorussa di certi establishment militari (come Egitto o Libano) ma rende molto più difficoltoso per gli Stati Uniti, un domani, procedere alla destabilizzazione di paesi come Algeria o Marocco. Per affrontare la nuova minaccia gli Stati Uniti, probabilmente:

  •  Rafforzeranno il legame militare con Israele, che tuttavia sta vivendo momenti altalenanti. Tuttavia, essendo causa comune “sionizzare” il Mediterraneo (evitare cioè che potenze non integralmente sioniste, come appunto la Russia, abbiano profondità militare in questo quadrante) è possibile che la cricca militare israeliana sfrutti questo bisogno (delegare nuovamente ad Israele la difesa degli interessi americani, esattamente il contrario della normale amministrazione) per pungolare il Congresso sui dialoghi con gli iraniani.
  •  Rafforzeranno il legame con la Turchia. Per l’eterogenesi dei fini, la gestione del ritorno russo sul Mediterraneo dai tempi dell’URSS potrebbe costituire il test finale per capire se Ankara può essere il gendarme che gli Stati Uniti cercano da una decade. Se la Turchia dovesse accollarsi con successo questo peso, Erdogan potrebbe chiedere in cambio una maggiore libertà di manovra con i Curdi e con l’instabilità mediorientale.
  •   Rafforzeranno il legame con l’Unione Europea. Il peggiore scenario per gli States è un’ Europa che dialoga con la Russia, e invece di prestare la propria manovalanza navale comincia a pensare che la Rusia in Siria sia un fattore di stabilità. Per fare questo gli Stati Uniti probabilmente lanceranno una nuova collaborazione con l’UE sulle questioni militari (forse una nuova esercitazione NATO) e premeranno per un coinvolgimento più stretto di paesi come Francia e Inghilterra nella guerra per procura contro la Russia in Ucraina, al fine di scongiurare qualsiasi pacificazione.

Vi è poi una piccola postilla strategica: l’apertura di una base russa nel Mediterraneo porterà anche una collaborazione mediterranea con la Cina e l’Iran? Questo rimescolerebbe le carte in un mare che da molto tempo era ormai un lago americano.

Ovviamente queste riflessioni subiranno la revisione della realtà, soprattutto nella misura in cui la base sarà operativa, in che tempi, con che profondità (base di rifornimento o base “totale”?) e con che limitazioni da parte del governo di Damasco. Rimane il fatto che una Mosca sul Mediterraneo costringe l’algidità di certi governi a venir meno.
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Il tradimento dell’Europa e dell’Occidente verso la Russia

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di Daniele Bernava
Lo scenario politico internazionale è stato il protagonista nell’ambito della rassegna culturale “Conversazioni in Sicilia”, svoltasi il 5 Luglio presso il castello di Castelmola, incantevole località siciliana nei pressi di Taormina , in provincia di Messina. Prendendo spunto da essa, si può fare un quadro della situazione della Russia e sul “nuovo corso” di Putin.
Ospite d’eccezione dell’evento è stato Paolo Valentino, originario del luogo, giornalista del Corriere della Sera, nonché corrispondente all’estero (a Washington, Mosca ecc..), noto per aver intervistato di persona Vladimir Putin (1) e Barack Obama.
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Il tema della conversazione con l’autorevole giornalista ha riguardato la Russia e ed il suo “nuovo corso” con Putin, che suscitano curiosità in chi si interessa di politica, con un ricco excursus storico sui temi più caldi, dall’Ucraina alla Crimea passando per la NATO, fino alla presunta censura dei giornali in Russia.
“Dobbiamo avere bene in mente che cosa è successo in dal 1991 ad oggi”, premessa indispensabile per comprendere la Russia odierna, superstite dell’URSS. Con la fine dell’Unione Sovietica ci si illuse con la “fine della storia” (chiaro riferimento a Francis Fukuyama) e si avviò una partnership con il Paese che non rappresentava più una minaccia per l’Occidente.
La Russia si spogliò di tutto, il Patto di Varsavia si dissolse e furono ritirate le truppe dall’Europa Orientale, si avviò l’apertura all’Occidente con una privatizzazione selvaggia, che impoveri’ il Paese e creò una nuova classe di oligarchi supermiliardari attorno alla nuova classe dirigente (Eltsin). A Mosca, a fronte di tutto ciò ci si aspettava qualcosa in cambio, non solo aiuti economici, ma l’Occidente ( soprattutto gli Stati Uniti), non smise mai di considerare la Russia come avversario.
Valentino considera un profeta George Kennan, storico diplomatico statunitense (2), che nel 1998 poco prima di morire, disse che espandere la NATO verso Est sarebbe stato un tragico errore, non essendoci alcuna ragione per farlo, altrimenti la Russia avrebbe reagito di conseguenza. Kennan non fu ascoltato e successivamente la NATO si allargò fino alla frontiera russa e nel 2008 si tentò di includere in essa Georgia e Ucraina. Tutto ciò, dal punto di vista della Russia, viene interpretato giustamente come un “tradimento” e come ostilità.
Nel 2000, con l’elezione di Putin, iniziò un cambiamento. Il Paese si stava disintegrando, intere classi sociali erano abbandonate e i russi provavano un grande senso di umiliazione. Per chiunque abbia un minimo di orgoglio nazionale la restituzione della dignità alla nazione è un dovere e furono fatte diverse riforme per ridare vigore all’economia e coesione al popolo. Nel 2002, con il famoso vertice di Pratica di Mare (3), sembrava fosse stata messa fine all’ostilità occidentale latente verso la Russia, ma fu un’illusione visto che prosegui’ l’allargamento della NATO ad est e da li’ in poi la percezione russa dell’Occidente mutò.
Il culmine di tutto questo adesso è palesato in Ucraina, che gli USA da tempo spingono per inglobarla nella NATO, si ricorda il summit del 2008 di Bucarest in cui “la NATO accoglie le aspirazioni euro-atlantiche dell’Ucraina e della Georgia di per l’adesione e concordato oggi che questi paesi diventeranno membri” (4), ma il tutto restò in stallo. Successivamente, dopo travagliate vicende elettorali, si è arrivati con un’elezione certificata dall’OSCE alla nomina a presidente di Yanucovich, che resta legittimo, a prescindere dalla poca trasparenza di quest’ultimo. L’Europa ha cominciato a negoziare un accordo di associazione con l’Ucraina, senza però tener conto del fatto che essa aveva dei precedenti accordi con la Russia e ciò ha innescato a Mosca un allarme, reagendo di conseguenza con un accordo alternativo. Nel 2013 Yanucovich ha rinviato la firma dell’accordo con la UE, per valutare la proposta russa, ma ciò ha comportato violente proteste di piazza (Maidan), con il coinvolgimento attivo degli occidentali e degli USA, testimoniato da intercettazioni telefoniche rese pubbliche (Victoria Nuland).
Il 21 Febbraio 2014 una delegazione UE ha stretto un accordo per mantenere Yanucovich come presidente di transizione fino a nuove elezioni , ma la piazza in tumulto ha rifiutato ed esautorato il presidente legittimo per insediare un governo gradito ai rivoltosi, subito riconosciuto dall’Occidente. Da ciò si evince la genesi della crisi Ucraina, con l’annessione della Crimea da parte di Mosca (contraria al diritto internazionale secondo il giornalista del Corriere) che è figlia di una preoccupazione legittima, vista la maggioranza russa presente nella penisola. La Crimea fu donata a Kiev da Kruschev nel 1954, ma è sempre stata russa e ricopre un ruolo strategico fondamentale e vanno tenute in conto le esigenze della Russia.
L’Ucraina per la Russia è più di una nazione sorella, è la sua culla, bisogna tener presente questo. Il primo atto del governo del dopo Maidan è stato quello di abolire dall’uso ufficiale la lingua russa (anch’esso contrario al diritto internazionale), seppur revocato questo dimostra un evidente retroterra russofobo di Maidan.
Gli USA impongono delle sanzioni con l’intento di far cambiare idea a Putin, ma non hanno ottenuto l’effetto sperato,anzi hanno radicalizzato il sentimento antioccidentale in Russia. Romano Prodi le ha definite un grande suicidio collettivo. Agli Stati Uniti non costano nulla, anzi hanno ampliato gli scambi con la Russia (5).
“I russi si sentono traditi dall’Europa e dall’Italia come ci si sente traditi da un amante”, frase dell’ambasciatore italiano a Mosca, riferita da Valentino a Putin in persona, che ha accolto con un sorriso, ma che descrive la realtà dei fatti. Il corrispondente del Corriere della Sera definisce come sciagurata l’assenza dei vertici europei e americani il 9 Maggio per la parata della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale a Mosca, che rappresenta per lui il momento più basso delle relazioni tra Mosca e il Vecchio Continente. La Russia appartiene alla nostra civilizzazione comune ed essa guarda prima all’Europa che altrove, anche se non del tutto europea, avendo una dimensione euroasiatica.
L’Italia soffre spesso di un eccesso di timidezza e di sottomissione ai diktat americani, come ad esempio con la vicenda iraniana, che colpevolmente Berlusconi snobbò per non irritare israeliani e americani, cosa che oggi ci avrebbe visto in prima linea, adesso per fortuna il ministro Gentiloni  sembra voler recuperare definitamente il ruolo di protagonista dell’Italia (6).
Al di là di tutto questo sembra che qualcosa stia cambiando, a Sochi Putin e John Kerry (Segretario di Stato USA) hanno avuto 4 ore di colloquio, che ha avuto riscontro poi nella soluzione della questione iraniana, in cui il ruolo russo è stato decisivo e riconosciuto da Obama stesso.
La dimostrazione che non si possa fare a meno della Russia per stabilizzare il mondo è lampante, l’auspicio è che si possa risolvere anche la questione ucraina.
Parlando di Russia non ci si poteva esimere dall’affrontare temi cari all’Occidente, come quello dei cosiddetti ”diritti civili” e della presunta repressione dei giornalisti. Valentino ha affermato che sicuramente c’è un forte controllo statale dei mezzi di comunicazione, ma ha ribadito che è fuorviante e irrealistico affermare che la Russia sia governata da un regime totalitario, visto che ci sono 600 stazioni televisive, di cui 300 tv disponibili a Mosca, comprese quelle occidentali (CNN, BBC ecc). Quelle controllate dallo stato sono solo 6, ma i russi tendenzialmente preferiscono seguire queste ultime. A differenza della Cina non esiste alcun filtro (firewall) su internet che schermi l’informazione occidentale, nonostante ciò Putin ha l’80% di consenso, non imputabile al presunto dominio dell’informazione. Non si è riusciti a dimostrare il coinvolgimento diretto del Cremlino sugli eventi nefasti capitati a giornalisti, anche se restano forti dubbi, secondo Valentino.
Sui “diritti civili”, è difficile fare la ramanzina alla Russia se si tace con Paesi come l’Arabia Saudita.
Alla domanda sui rapporti tra USA e Russia ha risposto : “Io sono convito che c’è una parte precisa dell’establishment americano, che non è Obama, che ha sempre considerato non risolto il problema con la Russia e che vuole la sua messa in ginocchio definitiva ”
In conclusione, per noi Occidentali la scelta è chiara, o continuiamo a perpetrare un atteggiamento ostile e ad avere pregiudizi, oppure teniamo conto degli interessi strategici della Russia in maniera adeguata, comprendendo che l’Ucraina non può far parte della NATO, come sostenuto da Henry Kissinger nel suo ultimo libro “Ordine Mondiale”. La seconda opzione è quella da seguire.

Il Problema dell’Immigrazione visto da una ragazza Russa

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di Irina Osipova

Capisco la mafia, gli scafisti, i politici che con i clandestini si fanno degli affari, ma la gente che politicamente si impegna soltanto andando al voto come fa non capire che l’immigrazione va regolata per il bene del futuro dei loro stessi figli, e che il fenomeno clandestino comporta dei rischi per la pubblica sicurezza?

Secondo i calcoli dei ricercatori russi il tasso di natalità dei nativi europei è circa 8 volte minore rispetto alla nalalità degli immigrati extraeuropei, i quali spesso sono anche portatori della fede e cultura diversa rispetto a quella originaria del paese ospitante.

Mettendo insieme i pezzi e proiettando la situazione al futuro diventa chiaro che tutto ciò va a destabilizzare gli equilibri sociali. In particolare i rapporti tra nativi/migranti, cristiani/mussulmani, lavoratori/viventi di sussidi, extraeuropei portatori di culture diverse/europei sta mutando quotidianamente. E tra soli 10-20 anni?

Un conto è la Russia, che, ad esempio, ha una storia milenaria di convivenza tra popoli e culture diverse – ciascuna però legata al proprio territorio d’origine… Un’altro conto è quando l’Europa viene colpita a macchia di leopardo e in un breve periodo di tempo dalle ondate immigratorie – portatori di indentità culturali diverse che si vanno ad insediare nel nostro continente, pretendendo nuovi diritti, sussidi, alloggi e altro senza contribuire al benessere e allo sviluppo dell’Europa.

Questo fenomeno è lontano dal poter essere definito flusso di risorse. Si tratta di un flusso di problemi da risolvere quotidianamente. Gli immigrati/clandestini/profughi possono essere delle menti brillanti e dei bravi lavoratori, ma da quando non esistono le condizioni per fare lavorare neanche “le risorse indigene” europee, figuriamoci i clandestini, non è da realisti parlare di risorse umane, a meno che non tratti di risorse dei gestori di business dell’immigrazione.

Per gli equilibri sociali il fenomeno d’immigrazione incontrollata e sfrenata rischia di sfociare prima o poi veramente in una guerra civile o religiosa. Speriamo di no, e sopratutto speriamo che i buonisti si comincino a svegliare e ad essere semplicemente più razionali e realisti.

l problema vero non sono tanto i clandestini infatti, ma chi fa di tutto per creare le condizioni ottimali per attirare le ondate immigratorie in Europa a costo di far rischiare alla gente la propria vita.