Antoun Saadeh : Vita di un Socialista Nazionale Siriano

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Di Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi traduzione da http://www.ssnp.com

L’infanzia

Antoun Saadeh nacque il 1 marzo 1904 nella cittadina di Showeir nel distretto di Metn Monte Libano.

Egli ricevette la sua istruzione elementare nel villaggio di Showeir e successivamente continuò gli studi al Lycee de Freres al Cairo e alla scuola di Brummana.

Antoun Saadeh lasciò il Libano nel 1919 per recarsi negli USA e nel febbraio 1921 si trasferì nel Brasile dove prese parte assieme a suo padre Dottor Khalil Saadeh nel  dirigere il giornale Al Jarida e nella rivista Al  Majalla.

I primi inizi

Nel 1924 fondò una società segreta che aveva come obbiettivo l’unificazione della Siria Naturale, ma egli sciolse la società nel 1925. Mentre era in Brasile studiò il russo e il tedesco.

Antoun Saadeh tornò in Libano nel 1930.Nel 1931 scrisse “Una tragedia d’Amore” che fu successivamente pubblicata nel 1933 assieme alla sua “Storia della Festa di Nostra Signora di Sidnaya”.

Nel 1931 si recò a Damasco dove si unì alla redazione del quotidiano damasceno Al Ayamm ma ritornò a Beirut nel 1932 per insegnare tedesco agli studenti che avevano scelto lingue all’Università Americana di Beirut. A Beirut egli riprese la pubblicazione della rivista Al Majalla  del quale egli riportò 4 problemi.

La fondazione del Partito Socialista Nazionale Siriano

Egli fondò il Partito Socialista Nazionale Siriano il 16 novembre 1932. Il 16 settembre  1935 l’esistenza del Partito Socialista Nazionale Siriano divenne nota. Saadeh fu arrestato e condannato a sei mesi di carcere durante i quali scrisse “ L’ascesa delle Nazioni”. Saadeh fu liberato ma fu detenuto ancora una volta nel tardo giugno del 1936 durante i quali scrisse il pamphet “ La spiegazione dei Principi”. Nel primo novembre fu rilasciato di prigione  ma egli vi ritornò nel primo marzo 1937. Egli aveva scritto il libro “ L’Ascesa della Nazione Siriana” ma il suo libro fu sequestrato dalle autorità al momento del suo arresto e le autorità si rifiutarono di riconsegnarglielo.

Rilasciato nel tardo Maggio 1937 egli nel Novembre dello stesso anno fondò il giornale Al-Nahdhah.

Gli Anni all’Estero

Egli continuò a dirigere il Partito fino al 1938 quando lasciò il paese per organizzare per organizzare le branche estere del partito.

In Brasile egli fondò il giornale Nuova Siria ma fu detenuto per 2 mesi a seguito di accuse da parte di agenti coloniali rivelatesi poi  false . Successivamente si trasferì in Argentina dove seguì lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale nel 1939. Egli rimase in Argentina fino al 1947. In Argentina fondò il giornale Al-Zouba’a  e scrisse “ La Lotta dell’intelletto nella Letteratura Siriana “ che fu stampato a Buenos Aires. Nel 1943 egli sposò Juliette Al-Mir che gli diede 3 figlie. Durante la Seconda Guerra Mondiale mentre era all’estero fu condannato “In Absentia” a 20 anni di prigione e a 20 di esilio dalle autorità coloniali  francesi.

Il Ritorno in Patria

Egli ritornò in patria il 2 Marzo 1947 e presto fece un discorso rivoluzionario in seguito del quale le autorità emisero un mandato di arresto che rimase in vigore per 7 mesi ma fu successivamente ritirato.

Egli fondò il giornale Al-Jil Al-Jadid. Fu negli uffici e nelle stamperie che accadde l’incidente di Jemmayzeh nel corso di un piano condotto dalle autorità con le Falangi Libanesi che attaccarono e incendiarono gli edifici.

Il complotto e il Martirio

Durante quel periodo venne messa in atto una cospirazione internazionale e il 7 giugno 1949 riuscì a persuadere Husni Al-Za’im  a consegnare Antoun Saadeh alle autorità libanesi che interrogarono , processarono e lo giustiziarono nell’arco di 24 ore.

La data del suo martirio fu l’8 giugno 1949 alle 15 e 20 del pomeriggio.

Conclusioni

Antoun Saadeh resta una delle figure più influenti e importanti della storia recente del vicino oriente. Il SSNP da lui fondato è stato e rimane uno degli attori politici più importanti in Libano e Siria. Le sue milizie hanno avuto un ruolo cruciale nella guerra civile libanese del 13 aprile 1975 – 13 ottobre 1990 durante la quale combatterono attivamente le forze israeliane e dell’esercito del sud del Libano e nel corso dell’attuale guerra al terrorismo siriana che vede il SSNP combattere al fianco dell’esercito siriano combattere contro i terroristi supportati da Occidente, Israele e paesi arabi del Golfo.

Per Europa e Russia è ora di fare i conti con Assad

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di Lorenzo Centini http://ruberagmen.blogspot.it/2015/09/per-europa-e-russia-e-ora-di-fare-i.html

NOTE SUGLI SVILUPPI DELLA CRISI SIRIANA (10/09/2015)

La recente esposizione della cancelleria russa riguardo alla crisi siriana, nella quale Putin ha chiarito la sua disposizione a difendere militarmente la stabilità di Assad nella guerra civile, aggiorna la questione di una via di uscita dalla crisi siriana, che aggiunge alla lista di condizioni inderogabili anche la liquidazione dell’ISIS (scaricato diplomaticamente anche da gli USA)

Nella crisi si distinguono due linee strategiche americane e due linee diplomatiche interne al blocco filo-Assad.
Gli States hanno iniziato la destabilizzazione della Siria di Assad per indebolire il “crescente sciita”, staccare l’Iran dal Mediterraneo e porlo sotto scacco diplomatico al fine di piegarne la carica rivoluzionaria. I diplomatici americani contavano (e contano) che una sovraesposizione militare ad Est (con la frontiera Afghana direttamente presidiata dall’US Army) e ad ovest (galassia islamista) congiunta ad un regime di isolamento diplomatico-economico sarebbero state condizioni bastevoli per far ritirare l’Iran dal suo ruolo antimperialista.
Tuttavia l’avvicinamento tra Pechino e Mosca e tra quest’ultima e Teheran ha rinviato sine die il ritiro ideologico e politico dell’Iran, che ha potuto portarsi sotto le strutture diplomatiche ed economiche dello SCO (di cui è partner) e della Unione Eurasiatica (di cui è interlocutore).
Il contemporaneo aggravarsi del dinamismo turco e saudita e l’impossibilità di gestire i risultati dell’anarchia marchiata ISIS (emigrazione siriana – opinione pubblica scandalizzata) ha imposto agli States di pensare ad un’uscita dalla crisi siriana. Come per tutta la gestione del Medioriente, negli States si scontrano due linee strategiche:

A) Linea Kerry.

La linea Kerry, difesa e sostenuta dalla maggior parte dei democratici americani, dal governo e da alcuni settore repubblicani, prevede un utilizzo dell’ISIS come pungolo per velocizzare la fine della crisi siriana, che avrebbe dovuto concludersi con l’installazione in Siria di un governo de-magnetizzato. Attualmente la linea Kerry potrebbe essere quella di eliminare l’ISIS dal gioco ma contemporaneamente di porre la questione della successione di Assad (risultato perorato fino ad oggi con metodi militari) e legare strettamente i due temi. In questo senso gli Stati Uniti hanno fatto il primo passo vagheggiando della coalizione antiterrorismo e continuando i bombardamenti sull’ISIS (militarmente inefficaci e utili solo per prendere tempo).
Kerry e Obama potrebbero trovare accettabile una Siria non amica ma nemmeno baathista (addivendendo quindi all’obbiettivo minimo della Guerra per Procura in Siria). A ciò hanno aiutato anche gli altri due “successi” di Kerry: l’apertura all’Iran (che quindi può legittimamente essere interpellato nella gestione della crisi) e il congelamento della crisi ucraina (in cui l’asse di frizione si è spostato all’interno del governo ucraino e della resistenza del Donbass)

B) Linea Neocon o AIPAC

La linea dei Necon si basa sull’obbiettivo di “americanizzare” il Medioriente. In questo senso nessun accordo è possibile con Assad su una posizione di forza, che dovrebbe essere invece occupata dagli Stati Uniti (nello stesso copione diplomatico esibito da Nixon nella crisi giordana del 1970 e della difesa della “linea Rogers”). In questo senso il finanziamento all’ISIS si prolunga fino a quando Assad non sarà militarmente tagliato fuori dal campo delle trattative, e il triangolo Damasco-Mosca-Teheran non sarà costretto ad accettare una Siria filoamericana pur di non avere una Siria apertamente takifirizzata. L’Isis è quindi il canto del cigno per piegare Damasco (marciandoci sopra) e Teheran (fiaccandola) e rimanere al tavolo solo con un Putin lasciato a se stesso a difendere cause altrui. La linea Neocon è sostenuta anche da Repubblicani spinti e da certi democratici interventisti (Hillary Clinton), collegati con i centri di potere sionista, che difatti agognano un Medioriente balcanizzato (come si sta realizzando in Iraq diviso in tre stati confessionali) innocuo per Tel Aviv (e terreno di caccia per l’imperialismo americano). In questo solco si spiega facilmente l’intransigenza israeliana e dei loro referenti negli States nel respingere l’accordo con nucleare (che toglie l’assedio a Teheran, facendola rifiatare).

Anche nel blocco che sostiene il legittimo presidente Bashar al-Assad ci sono due linee diverse:

A) Linea Putin-Lavrov

Mosca è scesa in campo a difesa della Siria di Assad per evitare che tutto l’arco mediorientale divenisse un ventre molle dell’islamismo (e dei piani di sovversione americani): in questo senso Putin considera la Siria l’unico ostacolo al flusso del caos prima del Caucaso. Putin non è legato ad Assad in quanto tale (se si eccettuano gli interessi militari a Tartous e Lattakia, che tuttavia Mosca può mettere sul piatto come contropartita ad un eventuale abbandono di Assad) ma solo alla sua funzione di alternativa ad una Siria filoamericana (o peggio) islamista. Se Obama, seguendo la linea Kerry, offrisse a Putin un’ alternativa tra Assad e il Califfo, Mosca non si impegnerebbe nella difesa di Damasco,a meno che non consideri la proposta americana poco fondata (o mendace). La dimostrazione muscolare serve da un lato per intimorire gli States (che non vorrebbero entrare in Siria) e dall’altra per cercare di salvare la superiorità militare di Assad, da cui trattare in una posizione di forza contro gli States. L’obbiettivo finale, per Mosca, rimane convincere gli americani ad aprire un tavolo in cui gli Stati Uniti porrebbero come condizione la deposizione di Assad, e che i russi accetterebbero, e in cui quest’ultimi mettano come condizioni di lavoro imprescindibile la difesa degli interessi russi e la neutralità/stabilità del governo siriano venturo (senza Assad).

B) Linea Iran- Hezbollah

Per l’Iran la difesa di Damasco è una questione di “sicurezza interna” (come chiarito a più riprese dal Generale Soleimani e da Hassan Rohani). L’accordo con nucleare, per Teheran, non coincide con l’auspicata ritirata ideologica caldeggiata da Washington, ma piuttosto con un piedistallo diplomatico, da cui far sentire la propria voce sulla questione siriana. L’Iran non si accontenta di niente di meno che di una Siria filoiraniana, e quindi in fondo il ristabilimento della situazione anteriore al 2011 (un unico filone filoiraniano/sciita da Teheran al Mediterraneo). Purtroppo, sia demograficamente che sociologicamente, è impossibile pensare ad un cambio della guardia, giacchè già il governo di Assd si reggeva su un precario equilibrio confessionale. A Teheran sanno bene che qualsiasi ipotesi che non contempli il ristabilire la situazione ex ante sia, di fatto, avere una Siria sunnita e non filoiraniana, con la minoranza alawita ridotta all’asse Tartous-Lattakia e di fatto inesistente sul piano interno. E’ quindi conseguente che qualsivoglia accordo Lavrov-Kerry che contempli un governo per Damasco diverso da quello di Assad è un ipotesi non percorribile. Anche Hezbollah, peraltro, vicinissima all’Iran, non può accettare una Siria guidata da un “El-Sisi” damasceno:un governo “neutro” al confine al Libano e con Israele sarebbe un governo disposto a cedere su questioni vitali, annullando, di fatto, le vittorie diplomatiche di Hezbollah e dello sciismo politico degli ultimi dieci anni.
E’ quindi ovvio che si Teheran che Hezbollah spingano per una risoluzione militare del conflitto, e sperano che l’Europa si assume le proprie responsabilità iniziando un serio attacco all’ISIS (unico veto ostacolo al ristabilimento di una calma Assadista in Siria, stante l’assoluta inconsistenza della opposizione liberale.

PER L’EUROPA E’ ARRIVATO IL “LIBERA TUTTI”

In tutto questo, nella lotta mortale tra queste quattro linee, bisogna tener conto dello scenario europeo, che si è visto costretto a smetterla con i vagheggiamenti sui diritti del migrante e a porre fine allo scempio siriano.
Rimane infatti per i quattro grandi paesi europei, Italia, Germania, Francia e Inghilterra, l’impossibilità di sostenere oltre l’opera caotica dell’ISIS, e quindi, ipso facto, l’impossibilità di tenere ancora a lungo scisse la quaestio Assad e la Quaestio migranti.
I quattro paesi, nerbo politico europeo, si sono divisi i compiti e le personalità politiche. Mentre l’Italia e l’Inghilterra si sono rifugiate una  in un moderatismo interessante (con le parole di Renzi sulla non adesione di Roma al raid francese, che tengono aperta la possibilità di un canale diplomatico aperto con Russia e Cina) e l’altra in un isolazionismo lateralmente filoamericano.
Francia e Germania si stanno così muovendo:

La Francia, che più di tutti ha ragione di temere ogni minuti che passa il rafforzamento dell’ISIS (e quindi conseguente scintillio della guerra fredda sociale tra proletariato islamico delle periferie e padroni sionisti e “umpisti”) e desiderano distruggere il Califfo per assicurarsi di non internazionalizzare il proprio problema sociale e di politica interna. L’avventura francese è tuttavia destinata alla cosmesi militare, giacchè solo un colpo deciso,da terra, all’ISIS, sarebbe risolutivo. Nella foga di far qualcosa Hollande ha esacerbato lo scontro sociale precitato, accellerando la polarizzazione degli strati popolari emarginati verso l’Islam radicale, avvicinando quindi il momento in cui tale scontro sotterraneo diventerà evidente, mettendo la Francia nelle mani degli opposti estremismi sgretolatori (sottoproletariato allogeno guidato da una minoranza combattiva e islamizzata contro una reazione “di destra” da Sarkozy a la Le Pen).

La Germania ha accolto il flusso dei profughi siriani per poter mettere sul tavolo della futura trattativa  sul post-Assad il proprio peso. La Merkel continua la linea dei cancellieri tedeschi dopo a Yugoslavia, e boicotta le risoluzioni muscolari americane (nelle quali si troverebbe del tutto isolata), preferendo una gestione “tecnica” della crisi mediorientale. Il governo della CDU ha preferito seguire il suggerimento di Zarif e di Kerry, e ha infatto accolto con favore l’accordo con l’Iran, preferendo cooptare Teheran nella lotta alla destabilizzazione piuttosto che difendere a spada tratta le isterie israeliane. Berlino respinge sia la linea di Parigi, rifiutando di combattere una guerra inutile,sia l’isolazionismo inglese. Il rischio, per la Merkel, è che gli possa essere impossibile, in futuro, continuare a gestire i flussi migratori (contro i quali solo un attivismo nella crisi siriana potrebbe far qualcosa, nell’uno o nell’altro senso) e adottare una linea simile a quella della vicina Polonia o addirittura proseguire ad un indurimento simile a quello ungherese.
E’ evidente che la crisi siriana pone un problema all’unità imperialistica, mettendo di fronte al caos siriano sia paesi pronti a sfruttare una stabilità politico-sociale (Germania e Inghilterra), sia paesi fragili la cui instabilità politica e sociale ne lega le mani all’attendismo (Italia) o all’azione fulminea per ricacciare dentro gi argini dello sviluppo interno dinamiche di opposizione sociale (Francia).
Diventa probematico per l’Europa dei quattro stare in fila indiana dietro la testa del serpente, giacchè come abbiamo visto ci sono almeno due teste. Lo sviluppo di una contraddizione mortale all’interno di un imperialismo bicefalo è destinata a tracimare dai confini delle “corporation parlamentari” americane e ad allargare la frattura interimperialistica tra le due sponde dell’Atlantico.

Non è impossibile ipotizzare che tale frattura porti, per reazione, alcuni paesi europei ad accogliere l’altro grande piano borghese, vale a dire un ibridazione tra la linea Kerry e la linea Lavrov. Già Austria (vicina ai problemi tedeschi) e la Spagna (alleata dell’Italia nell’opposizione interna all’Europa al dominio tedesco) abbiano aperto ad una collaborazione con Assad nella lotta all’ISIS. Questo spostamento verso Assad è in realtà uno spostamento verso la “sinistra” dell’imperialismo americano, vale a dire al realismo politico di Kerry. Accettare l’esistenza di Assad nella equazione di risoluzione del caos siriano, anche solo in via teorica, è aver per metà accettato l’inutilità dell’Isis come strumento militare e della non possibilità di quest’ultimo di rovesciare Assad con la forza.

La Russia sul Mediterraneo: appunti sulla base navale russa sulle coste Siriane

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di Lorenzo Centini

Riflessioni strategiche sull’apertura di una base navale russa in Siria.

(La notizia di un apertura di una base navale russa in Siria è di Hispan Tv – http://www.hispantv.com/newsdetail/Siria/53881/Rusia-construira-una-nueva-base-militar-en-Siria – la fonte è il governo siriano di Damasco)

Che la Russia aiutasse la Siria anche per coronare l’austero e mitico sogno degli Zar di arrivare ai mari caldi (Stalin ce la fece per pochi mesi vedendo sorgere il governo di Tito a Belgrado, prima della pernacchia intrasocialista del Maresciallo) non è una novità.
Addirittura alcuni analisti, con una buona dose di disinvoltura ideologica, nei primi mesi di guerra civile preconizzava uno stato confessionale alauita, “Assadistan”, situato sulle coste mediterranee della Siria (Tartous-Baniyas-Tartous). Uno staterello di chiara matrice: un protettorato russo-iraniano.
Ovviamente solo un intuizione giocosa, ma rivelatrice sulla dimensione “paternalistica” di Mosca su Damasco.

L’apertura di una base navale russa di una certa importanza nel Mediterraneo (dopo il “golpe geografico” della Crimea che ha restituito a Mosca il Mar Nero) apre tre questioni:

1) Una questione turca. La Turchia finora non si è molto preoccupata dell’ascesa militare russa, e a dispetto della posizione assunta sull’affare Crimea (supporto alla minoranza Tatara in funzione antirussa) la Turchia continua a sentirsi al riparo da rappresaglie moscovite. La cosa cambierebbe se la Turchia si sentisse minacciata dalla marina Russa, la qual cosa la spingerebbe o al salto di qualità militare (sganciamento della marina dai comandi NATO) oppure ad un potenziamento della marina turca all’interno delle logiche americane. In entrambi i casi la Turchia tornerebbe a tuonare nel Meditteraneo molto più di adesso, con danno e preoccupazione della Grecia (con la quale la tensione salirà per la questione di migranti), dell’Egitto (col quale l’alleanza è fragile) e di Israele (che nonostante le convergenze sulla quaestio siriana rimane un partner problematico per Ankara)

2) Una questione Israeliana. Anche se la marina israeliana è minoritaria, la sua funzione (riparare lo spazio marino davanti Gaza dalle ingerenze dei paesi arabi, come dimostrano i casi della Freedom Flottilla, difesa da Erdogan) è strettamente connessa con la posizione russa. Se infatti la Russia continuerà nella sua equidistanza, sulla questione palestinese, Israele sarà costretta a tenere di conto la possibilità di un intervento russo in un domani di guerra contro Gaza (o altro paese arabo), magari con un blocco navale improvvisato. Probabile che Israele si periti nel chiedere un chiarimento strategico a Mosca, puntando sui canali sionisti in Russia, Liebermann e qualche decano di Russia Unita. In cambio Mosca potrebbe chiedere di smettere l’attacco alla Siria da parte di Tel Aviv: assicurazioni sulla base navale in cambio del ritiro di Israele dalla Siria in guerra.

3)  Una questione Americana.Ovviamente la realizzazione del peggior incubo degli anni ’60 americani, l’approdo di Mosca sui mari mediterranei, non lascia indifferenti i vertici del Pentagono. Una base navale russa non solo velocizza i processi di polarizzazione filorussa di certi establishment militari (come Egitto o Libano) ma rende molto più difficoltoso per gli Stati Uniti, un domani, procedere alla destabilizzazione di paesi come Algeria o Marocco. Per affrontare la nuova minaccia gli Stati Uniti, probabilmente:

  •  Rafforzeranno il legame militare con Israele, che tuttavia sta vivendo momenti altalenanti. Tuttavia, essendo causa comune “sionizzare” il Mediterraneo (evitare cioè che potenze non integralmente sioniste, come appunto la Russia, abbiano profondità militare in questo quadrante) è possibile che la cricca militare israeliana sfrutti questo bisogno (delegare nuovamente ad Israele la difesa degli interessi americani, esattamente il contrario della normale amministrazione) per pungolare il Congresso sui dialoghi con gli iraniani.
  •  Rafforzeranno il legame con la Turchia. Per l’eterogenesi dei fini, la gestione del ritorno russo sul Mediterraneo dai tempi dell’URSS potrebbe costituire il test finale per capire se Ankara può essere il gendarme che gli Stati Uniti cercano da una decade. Se la Turchia dovesse accollarsi con successo questo peso, Erdogan potrebbe chiedere in cambio una maggiore libertà di manovra con i Curdi e con l’instabilità mediorientale.
  •   Rafforzeranno il legame con l’Unione Europea. Il peggiore scenario per gli States è un’ Europa che dialoga con la Russia, e invece di prestare la propria manovalanza navale comincia a pensare che la Rusia in Siria sia un fattore di stabilità. Per fare questo gli Stati Uniti probabilmente lanceranno una nuova collaborazione con l’UE sulle questioni militari (forse una nuova esercitazione NATO) e premeranno per un coinvolgimento più stretto di paesi come Francia e Inghilterra nella guerra per procura contro la Russia in Ucraina, al fine di scongiurare qualsiasi pacificazione.

Vi è poi una piccola postilla strategica: l’apertura di una base russa nel Mediterraneo porterà anche una collaborazione mediterranea con la Cina e l’Iran? Questo rimescolerebbe le carte in un mare che da molto tempo era ormai un lago americano.

Ovviamente queste riflessioni subiranno la revisione della realtà, soprattutto nella misura in cui la base sarà operativa, in che tempi, con che profondità (base di rifornimento o base “totale”?) e con che limitazioni da parte del governo di Damasco. Rimane il fatto che una Mosca sul Mediterraneo costringe l’algidità di certi governi a venir meno.
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Al-Zabadani: l’Esercito Siriano ed Hezbollah ai margini del centro città.

Di Jurgen Wagner

Le ore scorrono per i ‘ratti’ ad Al-Zabadani: l’offerta di Hezbollah e della 63a Brigata dell’Esercito Siriano è ‘arrendersi o morire’.
E mentre non è ancora giunta la risposta dei terroristi (i gruppi Jabhat Al-Nusra, Harakat Ahrar Al-Sham e Al-Zabadani Hawks), i nostri non hanno sprecato il tempo per decidere il destino della città di villeggiatura del Governatorato di Rif Dimashq. Infatti, fin da quando è stato dato l’ultimatum ai ‘ratti’, questi hanno concesso gran quantità di terreno e sono ormai completamente circondati.
Martedì scorso le cose non sono andate particolarmente bene per i ‘ratti’ di Jabhat Al-Nusra e compagnia: l’Esercito Siriano ed Hezbollah hanno fatto saltare in aria un tunnel lungo 350 metri che da Al-Zabadani andava verso Madaya. Molti terroristi sono volati in cielo.
La situazione è diventata ancora più brutta per loro perché hanno perduto un gran numero di ville lungo la strada Jamal ‘Abdel-Nasser e i nostri hanno preso il controllo della vasta area residenziale al crepuscolo di martedì.

L’Esercito Siriano riprende un villaggio strategico nei pressi di Palmyra

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di Jurgen Wagner

Mentre i ‘ratti’ assaltano i posti di blocco intorno alla stazione di pompaggio T-4 ed alla Base aerea Tiyas, le Forze Armate Siriane hanno lanciato l’attacco contro il villaggio di Al-Bayarat nella campagna orientale del Governatorato di Homs, uccidendo 19 ‘ratti’ prima che riuscissero a prendere il controllo completo del villaggio che si trova subito ad occidente dell’antica città di Palmira, a soli 10 km da quest’ultima ed é attualmente disabitato, in quanto i residenti sono fuggiti dopo che i ‘ratti’ presero Palmyra l’aprile scorso.
Oltre all’attacco contro Al-Bayarat, le Forze Aramate Siriane si stanno dirigendo contro un grosso contingente di ‘ratti’ ai due posti di blocco fuori dalla stazione di pompaggio T-4 e della Base aerea Tiyas che i ‘topacci neri’ hanno preso ieri. Insieme alle ‘Unità Tigre’ del colonnello Suheil Al-Hassan, attualmente impegnate nei combattimenti a Jazal, l’Esercito Siriano si sta facendo strada per tornare a Palmyra dal fianco nord.

C’ERA UNA VOLTA LA SIRIA

di Ouday Ramadan

allah souria bashar wa bas

La Siria è quel paese dove una volta potevi scendere a giocare a pallone in mezzo alla strada, insieme agli altri bambini, con dei risultati sbalorditivi in ogni partita. Il pallone era di plastica ed il risultato era 130 a 129. Sbucciamenti delle ginocchia e dei gomiti, e il dopo partita era la doccia fatta dalla mamma con tante mazzate sulla testa.
In Siria ti bussa alla porta il figlio bambino del vicino di casa, portando in mano un piatto con una pietanza e dicendoti: “ve lo manda mamma, lo ha appena cucinato”. E scopri di avere pure un’altra madre.
In Siria quando arrivi nell’androne del tuo condominio non puoi esimerti dal salutare il vicino di casa, dicendogli “Sabah Alklhair (Buongiorno), o Masaa Alkhair (Buonasera), Ammu (Zio)!!!” Inserendo un perfetto estraneo nel tuo stato di famiglia, all’insaputa di tuo padre!
In Siria ti fermi con la macchina chiedendo informazioni per raggiungere un determinato luogo, magari lontano quattro kilometri, e per tutta risposta il perfetto estraneo ti indica gesticolando le indicazioni e siccome se ne accorge che non hai capito come arrivare, ti sale in macchina, ti indica la strada, e quando hai raggiunto l’indirizzo il perfetto estraneo scende dalla tua vettura e da dove l’hai portato se ne torna a piedi. Pensi subito che tu stia vivendo sul pianeta Marte.
In Siria senti il Cristiano durante la festa di Eid Al Fatar (la festa di fine Ramadan) dire al Musulmano “Kulla am waanta bikhair” (Ogni anno che tu stia bene) e senti il Musulmano nel giorno di Natale dire al Cristiano : “Milaad Magid” (Glorioso Natale).
In Siria quando ti ammali di una banale febbre ti viene una noia, due palle, non tanto per la malattia, ma per il numero di persone che ti viene a trovare e consolare facendo di te un perfetto ragazzo di vetrina.
In Siria durante gli esami di Maturità o delle Scuole Medie guardi i tetti dei palazzi e vedi che pullulano di ragazzi che con un libro in mano camminano avanti e indietro leggendo.
In Siria al tramonto senti echeggiare i minareti richiamando alla preghiera con l'”Allahu Akbar” (Dio è grande) e un istante dopo l’eco delle campane cristiane abbraccia eternamente l’Allahu Akbar.
In Siria se sei come me un tossico della nafta sovietica, nelle campagne contadine puoi ancora estasiarti con la sua fragranza, accompagnando il trattore e l’aratro, che strappano la vita a quella terra arida, irrigata dal sudore dignitoso dei suoi contadini.
In Siria sento ancora mia madre che mi culla per farmi addormentare, e che mi recita la poesia “Aljumjumé” (il Teschio), che narra dell’Imam Ali Ibn Abi Taleb (AS) di Fatima Azzahraa (AS), di Mariam Al Batul (L’Immacolata Maria) (AS).
In Siria quando perdi la speranza nel domani migliore, te ne accorgi che solo lì l’impero sta per scrivere la sua sonora sconfitta infrangendosi sulla cocciutaggine di ogni Siriano.
Auguro a tutti una Patria così.
Aiutateci a combattere la miseria umana.

L’esercito siriano respinge l’attacco ad Al-Hasakah

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di Jurgen Wagner

Giovedì mattina i ‘ratti’ dell’ISIS hanno colpito le forze armate siriane con un attacco a sorpresa nel settore occidentale della città di Al-Hasakah, capoluogo dell’omonimo governatorato. In seguito si sonoo infiltrati nelle linee difensive siriane nei quartieri di Al-Nashwa e Al-Liliyah fino a prendere il controllo totale di queste aree. Quando gli scontri hanno iniziato ad aumentare d’intensità nei pressi dello stadio, a prestare aiuto agli uomini del 123° Reggimento della Terza Divisione Corazzata e della 154a Brigata delle Forze Speciali sono giunti i rinforzi delle Forze di Difesa Nazionale (Quwat ad-Difāʿ al-Watanī) e della Liwaa Suqour Al-Sahra (Brigata dei Falchi del Deserto) per respingere il nugolo di ‘ratti’ dai quartieri appena occupati.
Con l’arrivo dei rinforzi le forze siriane hanno potuto contrattaccare e riprendere l’area di Al-Liliyah e metà del quartiere di Al-Nishwa già al crepuscolo di giovedì.
Le forze siriane hanno poi fronteggiato un assalto su larga scala dei ‘ratti’ nei pressi del carcere minorile di Al-Ahdath. Gli scontri qui sono durati oltre cinque ore ma alla fine l’attacco è stato respinto.