AfD la Riscossa Tedesca

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di Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi

Il partito di destra anti immigrazione AfD( alternativa per la Germania) si è piazzato con il 21.9% dei voti nel Bundesland del Meclemburgo-Pomerania Anteriore battendo la CDU di Angela Merkel che ha ottenuto il 19% dei voti perdendo tre punti rispetto alle elezioni del 2011 .

In Meclemburgo-Pomerania Anteriore i risultati delle elezioni hanno visto l’SPD piazzarsi primo con il 30% dei voti perdendo però 5 punti dal 2011,l’AfD con il 21.9 % dei voti e infine la CDU della cancelliera Merkel con il 19% dei voti.

Questi dati indicano che l’AfD è destinata a diventare il principale partito patriottico tedesco dalla fine del dopoguerra.

I neonazisti dell’NPD e quelli del nuovo partito neonazista del Der Dritter Weg sono destinati a rimanere una forza incapace di andare al governo e a ottenere consensi di massa e di conseguenza rimarranno attori di secondo piano nel mondo della politica tedesca.

Le Origini dell’AfD

L’AfD fu fondata nel febbraio del 2013 da Bernd Lucke, economista e professore di macroeconomia all’Università di Amburgo.

Alle elezioni federali del 2013 l’AfD ottenne 2 056 985 voti, pari al 4,7%, non riuscendo quindi per poco a superare la soglia di sbarramento del 5% per ottenere seggi al Bundestag.

Alle successive elezioni europee del 2014 ottiene il 7,04%, conquistando sette eurodeputati; a seguito del risultato, il partito ha scelto di affiliarsi al Gruppo dei conservatori e dei riformisti europei.

Il 4 luglio al congresso di Essen, Frauke Petry viene eletta a maggioranza assoluta leader del partito,l’8 luglio 2015 il fondatore Lucke lascia il partito dal momento che non condivide i toni populisti del nuovo segretario secondo lui troppo vicini al movimento anti islamico Pegida. Il 19 luglio Lucke fonderà il partito Alternativa per il Progresso e il Rinnovamento assieme a 5 europarlamentari dell’AfD.

Nelle elezioni regionali del 2016 AfD ottiene un ottimo risultato in termini elettorali: nel Land del Baden-Württemberg AfD diventa il terzo partito ottenendo il 15,1% dei consensi, nel Land della Renania-Palatinato ottiene l’12,6% mentre nella Sassonia-Anhalt si colloca al secondo posto ottenendo il 24,2% dei suffragi.

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Ideologia

L’AfD  si presenta come partito nazional conservatore , euroscettico e fortemente anti immigrazione in particolar modo contro gli immigrati islamici.

Immigrazione e Islam

 

Il partito si oppone alla costruzione di moschee dotate di minareti ,al richiamo alla preghiera da parte dei muezzim, al burqa , al niqab e comunque a ogni genere di velo integrale .L’AfD si oppone alla costruzione e alla gestione di Moschee da parte di soggetti poco affidabili dal punto di vista legale e da parte di stati islamici o donatori privati.

Coscrizione

Il partito vuole un ritorno alla leva per gli uomini dai 18 anni in su.

Euroscetticismo

Il programma europeo dell’AfD si può riassumere in 4 punti :

1 ” Nazione sovrana rispetto al superstato europeo ”

2   Sussidiarietà nei confronti del centralismo di Bruxelles

3  Cittadini contro le élite

4  Contribuenti tedeschi VS beneficiari stranieri

Politiche Familiari

L’AfD è fortemente a favore della Famiglia Tradizionale e si oppone alle teorie gender e in particolar modo contro la sessualizzazione dei bambini nelle scuole. L’AfD si oppone alle quote rosa.

Conclusioni

Il successo dell’AfD deriva da essenzialmente 3 fattori ;

1 La capacità di incanalare il dissenso delle classi medio-alte nei confronti della politica immigratoria di Angela Merkel.

2 L’essere un partito fortemente oppositore delle politiche UE .

3 La capacità di attrarre nazionalisti  moderati che in precedenza votavano NPD.

Brexit: Cara Generazione Erasmus, il mondo può essere cambiato.

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Federico Pulcinelli – Agenzia Stampa Italia

Chi se lo sarebbe aspettato? Chi con infrangibile sicurezza avrebbe mai detto di aspettarsi ciò che è successo questo 24 giugno? Invece è successo. La Gran Bretagna, il Regno di sua Maestà Elisabetta II, ha detto “leave”.
Molte erano state le “armi” utilizzate dalla propaganda pro-U.E. per contrastare questo inaspettato esito. Giornali, televisioni, intellettuali, studiosi, interi agglomerati politici dalla destra alla sinistra, si erano mobilitati per scongiurare la “Brexit”. I sempre presenti mercati e i loro uomini, a più riprese avevano giurato forti ripercussioni al Regno Unito se il popolo di sua Maestà non si fosse comportato “educatamente” votando il “remain”. Ma nessun accorato appello, nessuna descrizione di apocalittici disastri, nessuna – diciamolo chiaramente – minaccia è servita per fermare il popolo britannico.

Quando i dati, i grafici, gli studi, i numeri non bastavano, si è fatto ricorso all’emozioni, perché si sa i sentimenti, la psicologia, è l’unico e vero strumento per accaparrarsi le masse. “Possiedi i cuori e possiederai le menti”: questo è l’unico e vero verbo della politica. E quindi fiumi di lacrime, caustici anatemi di condanna, celebrazioni al pari di quelle di un martire, per l’omicidio della parlamentare inglese, laburista ed anti-Brexit, Jo Cox. Ma nemmeno queste – al di la dell’ovvia condanna per un simile gesto – non sono bastate.

A vincere sono stati non i numeri, non i grafici, ma i portafogli della classe media inglese resi più sottili nello loro spessore, dal matrimonio della Monarchia inglese con l’Unione Europea. A vincere è stato il desiderio di rivalsa dei lavoratori – la celebre “working class” – che si sono visti, anch’essi, diminuire le loro poche ricchezze dal matrimonio della Monarchia inglese con l’Unione Europea. A vincere è stato il risvegliarsi dell’antico patriottismo che rammenta – romanticamente – il tempo dell’Impero.

Un risultato talmente inatteso, che ha smentito qualsiasi sondaggio che dava avanti – seppur di misura – il si a rimanere. Tutti si sono dovuti ricredere e per primo il Premier inglese David Cameron, che fu lui ha concedere al popolo del Regno Unito il voto sulla delicata materia dell’uscita o meno dall’U.E.. Cameron, come è ormai risaputo, aveva indetto il referendum con ben altra intenzione rispetto all’esito finale: dare maggiore forza alla sua politica nel Parlamento inglese e poter conseguire una posizione ancora più elevata della Gran Bretagna in seno all’Unione Europea. Ma i fatti hanno preso una strada totalmente opposta. Il Premier inglese da quel anelito di corroboramento della propria posizione politica, è stato costretto a dichiarare le sue dimissioni da Primo ministro della Corona.

Certamente le motivazioni per l’uscita della Gran Bretagna non erano così “forti”, come poteva essere quelle dell’anno scorso per la Grecia. Nonostante tutto, la terra di sua Maestà ha sempre potuto vantare una posizione privilegiata all’interno del quadro U.E.. Aveva mantenuto la propria moneta nazionale – la sterlina – rispetto agli altri Stati membri, tutti con l’Euro. Tenendo sempre un decisivo e incisivo parere su tutta la politica europea. Insomma Londra ha preso più i vantaggi che i svantaggi dall’U.E.. Ma quel tanto di svantaggio è bastato per protendere all’uscita: il rischio di dover prendere una corposa quota di migranti provenienti dall’Africa come ha più volte proposto la Germania per ogni Stato membro; il crescente flusso nello Stato britannico di immigrati europei, che al netto della storia dei “lava piatti”, divenivano sempre più concorrenziali nel mercato del lavoro inglese anche e soprattutto nelle occupazioni di un certo rilievo, a scapito dei lavoratori britannici; un Unione Europea ormai incapace se non anche “nemica” nel difendere la produzione marchiata Regno Unito nel contesto europeo e nel più grande contesto internazionale. Questo ed altro, hanno permesso lo storico risultato di venerdì 24 giugno.

Niente sarà più come prima. Ora è tutto in fermento, si annunciano emulazioni del referendum inglese in tutta Europa. In Francia la Le Pen già parla di “Frexit”, in Olanda pure, e in Germania i movimenti anti-euro fanno la voce grossa. In tutta Europa il “terremoto referendario” agita e sconquassa gli ordini politici. I maggiori governi degli Stati membri rilasciano dichiarazioni quasi paradossali pur difendere l’U.E., strizzando una volta l’occhio agli europeisti e a Bruxelles dicendo “Il voto inglese è un disastro. L’Europa è in pericolo.”, e l’altra ai sentimenti euroscettici sempre più montanti nei popoli europei affermando “Ora l’Europa deve cambiare” o come dice Matteo Renzi “deve diventare più umana”.

Il concetto fondamentale che deve essere focalizzato è che a dire via dall’U.E. è stata la Gran Bretagna. La Gran Bretagna, non la Grecia. Non un Paese che tutto sommato non ha un enorme peso sullo scenario europeo ed internazionale, ma la Gran Bretagna, la terra della “City” uno dei più importanti centri del commercio mondiale. La Gran Bretagna, una patria della cultura, con le università e i college più ambiti nella parte “ricca” del globo. Non uno Staterello, ma un colosso mondiale. E’ questo che fa drizzare – letteralmente – i capelli ai europeisti. Fino a quando era la Grecia, si poteva parlare di un Paese poco sviluppato, quasi “ignorante” tanto era il rispetto e l’importanza che si dava a questa plurimillenaria terra. Adesso è il Regno Unito ad aver detto “via”, uno di quei Paesi che, per quelli con la proverbiale “puzza sotto il naso”, conta. “Come poter far fronte a tutto questo?”, “Come poter far passare il messaggio che gli inglesi hanno sbagliato, se hanno la nomea di popolo colto e infallibile?”: queste sono le domande che fanno venire madide fronti ai governi filo-U.E..

Ora l’Unione Europea mostra i “muscoli”. Agli inglesi viene detto di fare presto ad andarsene. A Bruxelles si cerca in qualche modo di ridarsi un certo tono di fronte la pubblica opinione. Al contempo si tentano giustificazioni e allarmi – di poco valore – per l’uscita del Regno Unito: “alla fine gli inglesi se lo potevano permettere”; “l’Inghilterra verrà travolta da questa scelta”; “La Gran Bretagna è sempre stata quasi al di fuori del contesto Europeo”; “Nessun’altra Nazione U.E. si può permettere questo, perché sarebbe un disastro per chi scegliesse ciò e per l’Unione”: questi sono i concetti che vengo fatti passare in queste ore da tutto il mainstream.

E si fa ricorso anche ai tanto decantati giovani inglesi che scegliendo l’Europa si sono visti sfumare i loro sogni a causa dei padri, delle madri, dei nonni, che hanno appoggiato il leave. A questa massa, a questi fiumi su fiumi di giovani ormai europei, ormai internazionali, a questa “Generazione Erasmus” che si è vista ricrescere dalla terra i gretti muri dei confini.

Al netto di tutte le condanne, di tutti i moniti, va detto chiaramente una cosa: l’Europa non dirà mai addio all’Inghilterra, è l’inverso che spaventa veramente l’U.E.. Bruxelles non dirà mai addio all’Inghilterra perché ciò vorrebbe dire addio a enormi interessi economici e finanziari che hanno la loro patria nel Regno Unito. Bruxelles non dirà mai addio ad Albione perché rimane sempre un’entità troppo importante nello scacchiere internazionale. La Gran Bretagna, altresì, può dire essa addio all’U.E. e non solo come uscita dai Stati membri. Ma addio dallo spazio geopolitico U.E. e vari scenari su questo versante si stanno già ipotizzando. Come per esempio la cessazione da parte inglese delle sanzioni alla Russia, creando così un possibile partner economico (e forse anche politico) con Mosca all’interno dell’Europa che non pochi fastidi darebbe all’Unione Europea sul versante economico e – in particolare modo – su quello politico e geopolitico.

Adesso anche la Gran Bretagna dovrà fare i conti con degli spauracchi che all’indomani del voto si sono prontamente evocati. La Scozia vuole un nuovo voto per l’indipendenza da Londra, il partito nazionalista irlandese dello Sinn Féin richiede anch’esso un referendum per riunificare il nord dell’Irlanda con tutta la madre patria. E queste sono situazione che l’Unione Europea potrebbe usare a proprio vantaggio, proprio per frenare le grandi possibilità economiche e geopolitiche a cui può puntare un Inghilterra indipendente. Ma questo è ancora presto per dirlo. E sul piano dei lati positivi o negativi, al momento – anche se ciò si cerca continuamente di ometterlo – la bilancia pende in negativo per l’U.E.

Quello che conta adesso, è che si sta predisponendo un nuovo scontro, dei nuovi discrimini politici. E il referendum Brexit ha sancito questa tendenza che si sta aggirando in tutta Europa. Non più destra e sinistra, ma popoli contro élite. Campagne e province contro città. Nazione contro Internazionalizzazione. Generazioni adulte contro generazioni giovani.

E proprio su quest’ultimo punto di “Vecchi contro giovani” bisogna ristabilire un po’ di verità. Già molto è stato detto dello “strappo generazionale” che il Brexit ha sancito in Gran Bretagna. Del sogno di questa Generazione Erasmus tradita dai suoi genitori. Ma più passano le ore e più ci si rende conto che questa è un’incommensurabile menzogna usata a pretesto dalla propaganda europeista. E’ stato detto che la stragrande maggioranza dei giovani britannici ha votato per il remain e gli adulti per il leave. Premessa la dimostrazione con il voto di venerdì di quanto poco attendibili siano questi sondaggi o studi, tali affermazioni vanno nettamente ridimensionate. E a sfatare una distorsione esagerata della realtà, proprio da propaganda, è stato – tra i tanti – un fervente europeista quale è Enrico Letta. L’ex Presidente del Consiglio italiano sulla sua pagina di Twitter ha scritto dei dati molto significativi in relazione allo spacchettamento delle caratteristiche anagrafiche della popolazione britannica che ha votato: «Una chiave per capire voto per Brexit? Tra gli elettori nella fascia 18-24 ha votato solo il 36%, tra quelli sopra i 65 anni ha votato l’83!».

Questo è uno dei tanti esempi – che in queste ore come nelle prossime – stanno smentendo il fantomatico scontro generazionale che avrebbe provocato il Brexit. Dunque solo propaganda buona a ridare respiro alle tesi europeiste ormai in profonda discesa.

Analizzando questo voto però il dato che salta all’occhio, come è già stato scritto sopra, è che le campagne, le province si sono schierate contro le città. Che i lavoratori e i piccoli imprenditori si sono uniti – anche a dispetto dei loro partiti (infatti i laburisti e i conservatori erano per il remain) – contro le grandi industrie e le classi più agiate. E quei famigerati “giovani” proprio tra le grandi città e le classi più agiate si trovano. Sono giovani che vivono le realtà multietniche ed internazionalizzate di Londra, che vestono indumenti all’ultimo grido, che vogliono scoprire tutto il mondo, che non conoscono più le campagne e il sentimento comunitario che in esse ancora vive. Che non hanno più il contatto con la storia della propria terra, che della loro Patria più nulla gli interessa. E infatti questo “disinteresse” è lo stesso che Letta ha dimostrato con i dati. Una generazione in totale scollamento con ciò che le circonda ma che però pensa all’oltreconfine, una generazione che ora si lamenta del ritorno dei confini ma quando si tratta di far valere le proprie posizioni va alle feste, si inebria delle mille luci della società internazionalizzata, e alla fine diserta le urne.

A questa generazione non importa più niente, salvo che lamentarsi sul social network di turno. Di prendersela con i padri dei propri coetanei meno abbienti, perché hanno votato per l’uscita del Regno Unito. Di essere, oltretutto, interni e omologati al dominio culturale che dai suoi altoparlanti grida i messaggi di “Multiculturalismo”, “Multietnicismo”, “Globalizzazione”, “Morte delle patrie”, “Soppressione dei confini nazionali”.

Ai giovani, di tutta l’Europa, questo voto deve rappresentare un focale spunto di riflessione. Quando mai si è vista una gioventù così appiattita, così incline e compiacente del sistema in cui cresce e si trova a vivere. A questa gioventù è stato strappato dal cuore, ucciso nella culla, il fermento ribelle che ha da sempre contraddistinto la gioventù di qualsiasi epoca.

Questo voto è la dimostrazione che – contrariamente a quanto scriveva Francis Fukuyama – la storia non è finita. Che ancora tutto può cambiare, che si possono immaginare nuovi scenari, che al posto di questo mondo si possono creare ancora nuovi mondi: da costruire, in cui crederci, per cui lottare. Quello che abbiamo a vivere è un momento storico, un punto di non ritorno, di fronte al nostro tempo si aprono mille strade al cui termine ci sono mille bivi.

La gioventù è chiamata a partecipare, a portare il proprio contributo. E viva tutto ciò da giovane e non da vecchio. Da giovane andando, se sarà necessario, anche in senso “controcorrente” ai voleri dell’élite, e non schierandosi pedissequamente al fianco delle visioni dominanti. I giovani siano giovani e pensino a costruire un mondo diverso: il vacillare dell’Unione Europea, il sempre più caldo scenario internazionale, può essere una proficua possibilità per il ritorno di una gioventù attiva e originale.

Cara Generazione Erasmus, non farti etichettare. Cara Generazione Erasmus, non averne a male per i tuoi padri, non essere il bastone della vecchiaia di vecchi scenari, costruisci il mondo dei tuoi figli. Cara Generazione Erasmus, torna ad essere giovane. Cara Generazione Erasmus, il mondo può essere cambiato.

Contro il terrorismo una nuova geopolitica e una nuova cultura per l’Europa

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(ASI) Ancora un altro attentato? Si, ancora un altro! E dove è andata in scena la follia omicida? Ancora a Parigi? A Roma? A Berlino?… No, a Bruxelles! Purtroppo questa è la tragica realtà. Martedì 22 marzo le mani della nera bandiera dell’I.S.I.S. hanno azionato l’esplosivo che i jihadisti portavano con essi. Falciando vite, straziando carni, disintegrando uomini e donne con l’unica colpa di trovarsi all’aeroporto di Bruxelles-National e alla stazione della metropolitana di Maelbeek, in quei orribili momenti.

Trentacinque le vittimi accertate, tra cui una donna italiana Patricia Rizzo, anche questa volta come nel novembre scorso era toccata uguale sorte alla giovane studentessa italiana Valeria Solesin, morta sotto i colpi delle armi degli attentatori islamisti a Parigi.

Ormai sembra quasi una “non novità”. Questa condizione di pericolo di attentato, sembra intraprendere un processo di normalizzazione con la quale l’unica soluzione appare essere il “saperci convivere”.

“Bisogna farsene una ragione…”: questo sembrano proferire gli atteggiamenti incerti della politica istituzionale dell’Unione Europea.

Si vive una fase di attesa continua. “Parigi, Bruxelles, domani a chi?” Per quanto l’establishment europea si sforzi di “rassicurare” i cittadini, la realtà è che nessuno sa cosa fare, o meglio, nessuno vuole realmente fare ciò che deve essere fatto!

Nonostante i nuovi morti c’è chi come il Presidente del Consiglio Matteo Renzi che afferma essere «…inutile erigere muri, i terroristi sono già dentro». Alludendo a quelli che lui giudica come esempi negativi, quali l’Ungheria di Viktor Orbán, e tuonando contro chi prova ad alzare la voce verso un’immigrazione incontrollata, bollandolo “sciacallo e speculatore”.

I terroristi sono già dentro? E chi li ha fatti entrare allora? Quello che è accaduto a Parigi a novembre, e quanto è accaduto questo 22 marzo a Bruxelles, dimostra incontrastabilmente il pericolo della società multiculturale.
Si è detto, giustamente, che gli attentatori in tutte le vicende, erano per la maggiore cittadini europei. Dunque da ciò si apre un’altra questione: il tema della cittadinanza. Anni di favorimento dell’immigrazione nei grandi centri europei, hanno portato alla creazione di zone che si potrebbe definire “Stato nello Stato”, dove il dato etnico allogeno fa da padrone, scacciando gli autoctoni e arrogandosi il diritto di gestire quelle porzioni di città con regole e leggi proprie. Zone queste in cui non è mistero che la polizia o comunque le forze dell’ordine non possano mettere piede, se non incombendo in rischi e pericoli.

Per dare un esempio pratico di questa dimensione esterna ed autonoma dallo Stato e pronta – soprattutto! – a difendersi da esso, si guardi l’arresto precedente all’attentato di martedì del famoso terrorista Salah Abdeslam, rimasto libero fin da quel 13 novembre. A Molenbeek quartiere di Bruxelles, in un Belgio ribattezzato da molti “Belgistan” per la sua più che smodata propensione all’immigrazione massiva peculiarmente “mussulmana”, lì si è eretto un vero e proprio “sistema” volto a proteggere soggetti come Abdeslam, coperto il tutto da un’aurea di omertà. Una “cosca mafiosa” potrebbe essere definita. Una cosca mafiosa su base etnica e religiosa, con i suoi uomini e “piccioti” che danno asilo e rifugio ai propri fuggiaschi dalla legge, spalleggiati dalla popolazione.

Multiculturalismo e cittadinanza: ecco i temi su cui bisogna porre una profonda analisi. Al di là della levata di scudi volti a frenare “sentimenti xenofobi”, la politica deve porsi necessariamente dei dubbi riguardanti l’immigrazione e la società delle pluri culture. Non possono esser più un tabù. Non possono più esserlo quando le stesse autorità ammettono per prime che nei grandi centri europei vi è il concreto pericolo che possano esistere più “cellule terroristiche” di quelle identificate. Non possono più esserlo, quando le bombe, gli assalti armati, portano tutti un chiaro marchio etnico.

Nei casi di necessità si afferma “fare di necessità virtù”. E oggi la necessità è ripensare il modello della società europea!
Per troppo tempo sull’onda della “libertà” – ripetuta al pari di un mantra – che costituisce l’Europa, si è concesso porzioni di territorio sempre maggiore a popolazioni extraeuropee. Per giungere poi alla cittadinanza fornita in base al mero fatto di nascere all’interno dello Stato, senza guardare se vi fosse una conformità culturale, chiamando il tutto “rispetto per le diversità e inclusione delle minoranze”.

In questo Europa prona sul tecnicismo, attenta al pareggio di bilancio, incurante della cultura oggi la cultura torna prepotentemente sullo sfondo della scena su cui essa si aggira. I popoli da cui fuoriescono anche questi sanguinari assassini – nonostante il “laicismo” di cui si ammanta il “Vecchio Continente” come un vanto – si ritrovano nella loro cultura, consolidano aggregazioni comunitarie grazie alla loro cultura e religione, e le utilizzano come forza per richiamare a se un numero sempre maggiore di loro confratelli, muoversi da quei malfamati quartieri in passato cacciati o chiusesi loro stessi ed estendersi come una macchia d’olio, che non stenta a fermarsi, in tutto il territorio europeo.

Come poter arginare tutto questo? Bisogna predisporre un preciso piano di “blocco dell’immigrazione”. Abbiamo visto che l’immigrazione di massa che l’intero continente africano sta riversando sull’Europa, crea problemi enormi alla vita sociale degli Stati europei. I fatti di Colonia (Germania) di questo Capodanno sono un esempio lampante. Il continuo flusso di immigrazione incontrollata sta portando a ripetute scene di criminalità che tengono in ostaggio i cittadini europei. Quindi il flusso immigratorio si sta trasformando in un incentivo “utile” all’aumento dell’illecito, e tutto questo riguarda il “breve periodo”. Nel “lungo periodo”, complice la crisi economica e l’ammassamento di persone in luoghi dove non possono trovare nessuna occupazione, si corre il rischio di alimentare queste realtà di “Stato nello Stato” con un enorme apporto numerico, rischiando ulteriormente che il crescendo del numero di popolazione interne a tali realtà, porti ad un possibile ingrossamento delle fila delle “cellule jihadiste”. Se questa situazione non muterà direzione, nei prossimi decenni si potrebbe concretizzare il rischio di un vero e proprio “scontro sociale – etnico” tra autoctoni e allogeni, dalla portata inimmaginabile. A tutto questo l’Europa corre il rischio di andare incontro. E seguendo questo ragionamento, per di più ciò sarà aggravato dal contesto della cittadinanza sul principio dello “ius soli”. La cittadinanza concessa per il mero fatto di nascere all’interno del territorio dello Stato ospitante o suoi derivati che alla fine producono lo stesso risultato, può seriamente divenire un manforte ad un possibile scontro etnico. Se si considera cittadino una persona solo per il fatto che ha avuto i natali all’interno della giurisdizione territoriale dello Stato, senza considerare minimamente il dato etnico e culturale, si arriva alla situazione di oggi dove nei quartieri francesi e belgi si trovano cittadini con nazionalità francese e belga ma che con la cultura di tali paesi non anno niente a che fare, rimanendo ancorati alla cultura dei Paesi di provenienza se non addirittura “fanatizzandola”, costruendo così “sacche etniche e religiose” che sfidano l’autorità e la regolamentazione dello Stato. Questo è quello che accade nei grandi centri europei e non solo, oppure si vuole negare la realtà?

Matteo Renzi e tutta l’establishment della politica U.E., tengono ad affermare che per combattere questa situazione d’insicurezza si necessità di una “rivoluzione culturale”. Si è vero, serve una rivoluzione culturale. Ma che porti a comprendere all’Europa che il multiculturalismo è fallito, e pericoloso. Che per ridare slancio e forza ai cittadini europei, non va ricordato semplicemente che l’Europa è la patria dei diritti, delle libertà e dei valori “universali”, no! La vera “rivoluzione culturale” è quella che ridà agli europei coscienza di se stessi, della loro storia, affermando che l’Europa ha visto molti nemici, ma che contro di essi è sempre riuscita a fare “muro”. Raccontando delle Termopili, della cacciata di Annibale, della difesa di Vienna e prima ancora della battaglia di Lepanto. Non serve a nulla scrivere con i gessetti colorati sulle strade, disegnare vignette di bandiere belghe e francesi che si abbracciano in preda al pianto, non serve a nulla tutto ciò e anzi questo mostra solamente l’incapacità a rianimarsi, a porsi virilmente contro il pericolo: tutto questo manifesta la sola grande ipocrisia che aleggia in tutta l’Europa. Non diritti, non libertà, si racconti agli europei della loro plurimillenaria forza. Cessi il timore di non esporre la propria cultura e i propri simboli e credi con il terrore di fare sgarbo alla cultura e ai credi degli altri. Nei momenti di tensione le persone cercano simboli che gli possano raffigurare una sicurezza, e i simboli dell’Europa sono le cattedrali e le antiche costruzioni del mondo classico romano – greco; non semplici diritti “universali”, o generali libertà di “espressione” o di “culto”.

E questa ripresa di coscienza, questa “rivoluzione culturale”, si deve coadiuvare con intervento dell’Europa nei luoghi da cui partono i grandi flussi di migranti. Non serve a nulla rimpinguare di soldi la Turchia affinché ponga un argine alla inarrestabile marcia di uomini e donne proveniente dall’Africa o dal Medio Oriente. A breve arriverà l’estate e le rotte di transito dei migranti dal Mediterraneo saranno nuovamente “riaperte”. Anche quest’estate si vuole vedere i centri di accoglienza del sud Italia e della Grecia pieni ben oltre il limite? Anche quest’estate si vuole piangere i morti nel Mediterraneo che rischieranno di superare i decessi dello scorso anno? Bisogna che gli Stati europei coordinino una comune strategia militare, per andare a bloccare i flussi dal luogo di partenza. Attendere in vano che in Libia si costituisca un governo che richieda un intervento militare esterno sta solo tardando ciò che doveva essere fatto già da molto tempo. L’Europa deve tornare in Africa, non per conquistare, non per dominare. L’Europa deve tornare in Africa perché la vita di quel continente è indissolubilmente legata ad essa. Il lasciare il continente Africano e – soprattutto la sua parte a nord – in mano ai progetti geopolitici degli Stati Uniti d’America e all’egoismo di alcuni suoi alleati europei, ha prodotto la polveriera odierna. L’Europa deve tornare in Africa da se, con un progetto di riqualifica e investimento in quei luoghi. Coordinandosi con le nazioni che per prime lottano contro il terrorismo e i disastri politici prodotti dall’Occidente in Africa e in Medio Oriente, ovvero l’Egitto di Abd al-Fattah al-Sisi, la Sira di Bashar al-Assad, e soprattutto la Russia che è la nazione a cui spetta il merito di aver combattuto e vinto il pericolo dell’I.S.I.S..

Una nuova geopolitica e un’autentica “rivoluzione culturale”: ecco le ricette per l’Europa futura.

Federico Pulcinelli – Agenzia Stampa Italia

Per Europa e Russia è ora di fare i conti con Assad

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di Lorenzo Centini http://ruberagmen.blogspot.it/2015/09/per-europa-e-russia-e-ora-di-fare-i.html

NOTE SUGLI SVILUPPI DELLA CRISI SIRIANA (10/09/2015)

La recente esposizione della cancelleria russa riguardo alla crisi siriana, nella quale Putin ha chiarito la sua disposizione a difendere militarmente la stabilità di Assad nella guerra civile, aggiorna la questione di una via di uscita dalla crisi siriana, che aggiunge alla lista di condizioni inderogabili anche la liquidazione dell’ISIS (scaricato diplomaticamente anche da gli USA)

Nella crisi si distinguono due linee strategiche americane e due linee diplomatiche interne al blocco filo-Assad.
Gli States hanno iniziato la destabilizzazione della Siria di Assad per indebolire il “crescente sciita”, staccare l’Iran dal Mediterraneo e porlo sotto scacco diplomatico al fine di piegarne la carica rivoluzionaria. I diplomatici americani contavano (e contano) che una sovraesposizione militare ad Est (con la frontiera Afghana direttamente presidiata dall’US Army) e ad ovest (galassia islamista) congiunta ad un regime di isolamento diplomatico-economico sarebbero state condizioni bastevoli per far ritirare l’Iran dal suo ruolo antimperialista.
Tuttavia l’avvicinamento tra Pechino e Mosca e tra quest’ultima e Teheran ha rinviato sine die il ritiro ideologico e politico dell’Iran, che ha potuto portarsi sotto le strutture diplomatiche ed economiche dello SCO (di cui è partner) e della Unione Eurasiatica (di cui è interlocutore).
Il contemporaneo aggravarsi del dinamismo turco e saudita e l’impossibilità di gestire i risultati dell’anarchia marchiata ISIS (emigrazione siriana – opinione pubblica scandalizzata) ha imposto agli States di pensare ad un’uscita dalla crisi siriana. Come per tutta la gestione del Medioriente, negli States si scontrano due linee strategiche:

A) Linea Kerry.

La linea Kerry, difesa e sostenuta dalla maggior parte dei democratici americani, dal governo e da alcuni settore repubblicani, prevede un utilizzo dell’ISIS come pungolo per velocizzare la fine della crisi siriana, che avrebbe dovuto concludersi con l’installazione in Siria di un governo de-magnetizzato. Attualmente la linea Kerry potrebbe essere quella di eliminare l’ISIS dal gioco ma contemporaneamente di porre la questione della successione di Assad (risultato perorato fino ad oggi con metodi militari) e legare strettamente i due temi. In questo senso gli Stati Uniti hanno fatto il primo passo vagheggiando della coalizione antiterrorismo e continuando i bombardamenti sull’ISIS (militarmente inefficaci e utili solo per prendere tempo).
Kerry e Obama potrebbero trovare accettabile una Siria non amica ma nemmeno baathista (addivendendo quindi all’obbiettivo minimo della Guerra per Procura in Siria). A ciò hanno aiutato anche gli altri due “successi” di Kerry: l’apertura all’Iran (che quindi può legittimamente essere interpellato nella gestione della crisi) e il congelamento della crisi ucraina (in cui l’asse di frizione si è spostato all’interno del governo ucraino e della resistenza del Donbass)

B) Linea Neocon o AIPAC

La linea dei Necon si basa sull’obbiettivo di “americanizzare” il Medioriente. In questo senso nessun accordo è possibile con Assad su una posizione di forza, che dovrebbe essere invece occupata dagli Stati Uniti (nello stesso copione diplomatico esibito da Nixon nella crisi giordana del 1970 e della difesa della “linea Rogers”). In questo senso il finanziamento all’ISIS si prolunga fino a quando Assad non sarà militarmente tagliato fuori dal campo delle trattative, e il triangolo Damasco-Mosca-Teheran non sarà costretto ad accettare una Siria filoamericana pur di non avere una Siria apertamente takifirizzata. L’Isis è quindi il canto del cigno per piegare Damasco (marciandoci sopra) e Teheran (fiaccandola) e rimanere al tavolo solo con un Putin lasciato a se stesso a difendere cause altrui. La linea Neocon è sostenuta anche da Repubblicani spinti e da certi democratici interventisti (Hillary Clinton), collegati con i centri di potere sionista, che difatti agognano un Medioriente balcanizzato (come si sta realizzando in Iraq diviso in tre stati confessionali) innocuo per Tel Aviv (e terreno di caccia per l’imperialismo americano). In questo solco si spiega facilmente l’intransigenza israeliana e dei loro referenti negli States nel respingere l’accordo con nucleare (che toglie l’assedio a Teheran, facendola rifiatare).

Anche nel blocco che sostiene il legittimo presidente Bashar al-Assad ci sono due linee diverse:

A) Linea Putin-Lavrov

Mosca è scesa in campo a difesa della Siria di Assad per evitare che tutto l’arco mediorientale divenisse un ventre molle dell’islamismo (e dei piani di sovversione americani): in questo senso Putin considera la Siria l’unico ostacolo al flusso del caos prima del Caucaso. Putin non è legato ad Assad in quanto tale (se si eccettuano gli interessi militari a Tartous e Lattakia, che tuttavia Mosca può mettere sul piatto come contropartita ad un eventuale abbandono di Assad) ma solo alla sua funzione di alternativa ad una Siria filoamericana (o peggio) islamista. Se Obama, seguendo la linea Kerry, offrisse a Putin un’ alternativa tra Assad e il Califfo, Mosca non si impegnerebbe nella difesa di Damasco,a meno che non consideri la proposta americana poco fondata (o mendace). La dimostrazione muscolare serve da un lato per intimorire gli States (che non vorrebbero entrare in Siria) e dall’altra per cercare di salvare la superiorità militare di Assad, da cui trattare in una posizione di forza contro gli States. L’obbiettivo finale, per Mosca, rimane convincere gli americani ad aprire un tavolo in cui gli Stati Uniti porrebbero come condizione la deposizione di Assad, e che i russi accetterebbero, e in cui quest’ultimi mettano come condizioni di lavoro imprescindibile la difesa degli interessi russi e la neutralità/stabilità del governo siriano venturo (senza Assad).

B) Linea Iran- Hezbollah

Per l’Iran la difesa di Damasco è una questione di “sicurezza interna” (come chiarito a più riprese dal Generale Soleimani e da Hassan Rohani). L’accordo con nucleare, per Teheran, non coincide con l’auspicata ritirata ideologica caldeggiata da Washington, ma piuttosto con un piedistallo diplomatico, da cui far sentire la propria voce sulla questione siriana. L’Iran non si accontenta di niente di meno che di una Siria filoiraniana, e quindi in fondo il ristabilimento della situazione anteriore al 2011 (un unico filone filoiraniano/sciita da Teheran al Mediterraneo). Purtroppo, sia demograficamente che sociologicamente, è impossibile pensare ad un cambio della guardia, giacchè già il governo di Assd si reggeva su un precario equilibrio confessionale. A Teheran sanno bene che qualsiasi ipotesi che non contempli il ristabilire la situazione ex ante sia, di fatto, avere una Siria sunnita e non filoiraniana, con la minoranza alawita ridotta all’asse Tartous-Lattakia e di fatto inesistente sul piano interno. E’ quindi conseguente che qualsivoglia accordo Lavrov-Kerry che contempli un governo per Damasco diverso da quello di Assad è un ipotesi non percorribile. Anche Hezbollah, peraltro, vicinissima all’Iran, non può accettare una Siria guidata da un “El-Sisi” damasceno:un governo “neutro” al confine al Libano e con Israele sarebbe un governo disposto a cedere su questioni vitali, annullando, di fatto, le vittorie diplomatiche di Hezbollah e dello sciismo politico degli ultimi dieci anni.
E’ quindi ovvio che si Teheran che Hezbollah spingano per una risoluzione militare del conflitto, e sperano che l’Europa si assume le proprie responsabilità iniziando un serio attacco all’ISIS (unico veto ostacolo al ristabilimento di una calma Assadista in Siria, stante l’assoluta inconsistenza della opposizione liberale.

PER L’EUROPA E’ ARRIVATO IL “LIBERA TUTTI”

In tutto questo, nella lotta mortale tra queste quattro linee, bisogna tener conto dello scenario europeo, che si è visto costretto a smetterla con i vagheggiamenti sui diritti del migrante e a porre fine allo scempio siriano.
Rimane infatti per i quattro grandi paesi europei, Italia, Germania, Francia e Inghilterra, l’impossibilità di sostenere oltre l’opera caotica dell’ISIS, e quindi, ipso facto, l’impossibilità di tenere ancora a lungo scisse la quaestio Assad e la Quaestio migranti.
I quattro paesi, nerbo politico europeo, si sono divisi i compiti e le personalità politiche. Mentre l’Italia e l’Inghilterra si sono rifugiate una  in un moderatismo interessante (con le parole di Renzi sulla non adesione di Roma al raid francese, che tengono aperta la possibilità di un canale diplomatico aperto con Russia e Cina) e l’altra in un isolazionismo lateralmente filoamericano.
Francia e Germania si stanno così muovendo:

La Francia, che più di tutti ha ragione di temere ogni minuti che passa il rafforzamento dell’ISIS (e quindi conseguente scintillio della guerra fredda sociale tra proletariato islamico delle periferie e padroni sionisti e “umpisti”) e desiderano distruggere il Califfo per assicurarsi di non internazionalizzare il proprio problema sociale e di politica interna. L’avventura francese è tuttavia destinata alla cosmesi militare, giacchè solo un colpo deciso,da terra, all’ISIS, sarebbe risolutivo. Nella foga di far qualcosa Hollande ha esacerbato lo scontro sociale precitato, accellerando la polarizzazione degli strati popolari emarginati verso l’Islam radicale, avvicinando quindi il momento in cui tale scontro sotterraneo diventerà evidente, mettendo la Francia nelle mani degli opposti estremismi sgretolatori (sottoproletariato allogeno guidato da una minoranza combattiva e islamizzata contro una reazione “di destra” da Sarkozy a la Le Pen).

La Germania ha accolto il flusso dei profughi siriani per poter mettere sul tavolo della futura trattativa  sul post-Assad il proprio peso. La Merkel continua la linea dei cancellieri tedeschi dopo a Yugoslavia, e boicotta le risoluzioni muscolari americane (nelle quali si troverebbe del tutto isolata), preferendo una gestione “tecnica” della crisi mediorientale. Il governo della CDU ha preferito seguire il suggerimento di Zarif e di Kerry, e ha infatto accolto con favore l’accordo con l’Iran, preferendo cooptare Teheran nella lotta alla destabilizzazione piuttosto che difendere a spada tratta le isterie israeliane. Berlino respinge sia la linea di Parigi, rifiutando di combattere una guerra inutile,sia l’isolazionismo inglese. Il rischio, per la Merkel, è che gli possa essere impossibile, in futuro, continuare a gestire i flussi migratori (contro i quali solo un attivismo nella crisi siriana potrebbe far qualcosa, nell’uno o nell’altro senso) e adottare una linea simile a quella della vicina Polonia o addirittura proseguire ad un indurimento simile a quello ungherese.
E’ evidente che la crisi siriana pone un problema all’unità imperialistica, mettendo di fronte al caos siriano sia paesi pronti a sfruttare una stabilità politico-sociale (Germania e Inghilterra), sia paesi fragili la cui instabilità politica e sociale ne lega le mani all’attendismo (Italia) o all’azione fulminea per ricacciare dentro gi argini dello sviluppo interno dinamiche di opposizione sociale (Francia).
Diventa probematico per l’Europa dei quattro stare in fila indiana dietro la testa del serpente, giacchè come abbiamo visto ci sono almeno due teste. Lo sviluppo di una contraddizione mortale all’interno di un imperialismo bicefalo è destinata a tracimare dai confini delle “corporation parlamentari” americane e ad allargare la frattura interimperialistica tra le due sponde dell’Atlantico.

Non è impossibile ipotizzare che tale frattura porti, per reazione, alcuni paesi europei ad accogliere l’altro grande piano borghese, vale a dire un ibridazione tra la linea Kerry e la linea Lavrov. Già Austria (vicina ai problemi tedeschi) e la Spagna (alleata dell’Italia nell’opposizione interna all’Europa al dominio tedesco) abbiano aperto ad una collaborazione con Assad nella lotta all’ISIS. Questo spostamento verso Assad è in realtà uno spostamento verso la “sinistra” dell’imperialismo americano, vale a dire al realismo politico di Kerry. Accettare l’esistenza di Assad nella equazione di risoluzione del caos siriano, anche solo in via teorica, è aver per metà accettato l’inutilità dell’Isis come strumento militare e della non possibilità di quest’ultimo di rovesciare Assad con la forza.

Il tradimento dell’Europa e dell’Occidente verso la Russia

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di Daniele Bernava
Lo scenario politico internazionale è stato il protagonista nell’ambito della rassegna culturale “Conversazioni in Sicilia”, svoltasi il 5 Luglio presso il castello di Castelmola, incantevole località siciliana nei pressi di Taormina , in provincia di Messina. Prendendo spunto da essa, si può fare un quadro della situazione della Russia e sul “nuovo corso” di Putin.
Ospite d’eccezione dell’evento è stato Paolo Valentino, originario del luogo, giornalista del Corriere della Sera, nonché corrispondente all’estero (a Washington, Mosca ecc..), noto per aver intervistato di persona Vladimir Putin (1) e Barack Obama.
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Il tema della conversazione con l’autorevole giornalista ha riguardato la Russia e ed il suo “nuovo corso” con Putin, che suscitano curiosità in chi si interessa di politica, con un ricco excursus storico sui temi più caldi, dall’Ucraina alla Crimea passando per la NATO, fino alla presunta censura dei giornali in Russia.
“Dobbiamo avere bene in mente che cosa è successo in dal 1991 ad oggi”, premessa indispensabile per comprendere la Russia odierna, superstite dell’URSS. Con la fine dell’Unione Sovietica ci si illuse con la “fine della storia” (chiaro riferimento a Francis Fukuyama) e si avviò una partnership con il Paese che non rappresentava più una minaccia per l’Occidente.
La Russia si spogliò di tutto, il Patto di Varsavia si dissolse e furono ritirate le truppe dall’Europa Orientale, si avviò l’apertura all’Occidente con una privatizzazione selvaggia, che impoveri’ il Paese e creò una nuova classe di oligarchi supermiliardari attorno alla nuova classe dirigente (Eltsin). A Mosca, a fronte di tutto ciò ci si aspettava qualcosa in cambio, non solo aiuti economici, ma l’Occidente ( soprattutto gli Stati Uniti), non smise mai di considerare la Russia come avversario.
Valentino considera un profeta George Kennan, storico diplomatico statunitense (2), che nel 1998 poco prima di morire, disse che espandere la NATO verso Est sarebbe stato un tragico errore, non essendoci alcuna ragione per farlo, altrimenti la Russia avrebbe reagito di conseguenza. Kennan non fu ascoltato e successivamente la NATO si allargò fino alla frontiera russa e nel 2008 si tentò di includere in essa Georgia e Ucraina. Tutto ciò, dal punto di vista della Russia, viene interpretato giustamente come un “tradimento” e come ostilità.
Nel 2000, con l’elezione di Putin, iniziò un cambiamento. Il Paese si stava disintegrando, intere classi sociali erano abbandonate e i russi provavano un grande senso di umiliazione. Per chiunque abbia un minimo di orgoglio nazionale la restituzione della dignità alla nazione è un dovere e furono fatte diverse riforme per ridare vigore all’economia e coesione al popolo. Nel 2002, con il famoso vertice di Pratica di Mare (3), sembrava fosse stata messa fine all’ostilità occidentale latente verso la Russia, ma fu un’illusione visto che prosegui’ l’allargamento della NATO ad est e da li’ in poi la percezione russa dell’Occidente mutò.
Il culmine di tutto questo adesso è palesato in Ucraina, che gli USA da tempo spingono per inglobarla nella NATO, si ricorda il summit del 2008 di Bucarest in cui “la NATO accoglie le aspirazioni euro-atlantiche dell’Ucraina e della Georgia di per l’adesione e concordato oggi che questi paesi diventeranno membri” (4), ma il tutto restò in stallo. Successivamente, dopo travagliate vicende elettorali, si è arrivati con un’elezione certificata dall’OSCE alla nomina a presidente di Yanucovich, che resta legittimo, a prescindere dalla poca trasparenza di quest’ultimo. L’Europa ha cominciato a negoziare un accordo di associazione con l’Ucraina, senza però tener conto del fatto che essa aveva dei precedenti accordi con la Russia e ciò ha innescato a Mosca un allarme, reagendo di conseguenza con un accordo alternativo. Nel 2013 Yanucovich ha rinviato la firma dell’accordo con la UE, per valutare la proposta russa, ma ciò ha comportato violente proteste di piazza (Maidan), con il coinvolgimento attivo degli occidentali e degli USA, testimoniato da intercettazioni telefoniche rese pubbliche (Victoria Nuland).
Il 21 Febbraio 2014 una delegazione UE ha stretto un accordo per mantenere Yanucovich come presidente di transizione fino a nuove elezioni , ma la piazza in tumulto ha rifiutato ed esautorato il presidente legittimo per insediare un governo gradito ai rivoltosi, subito riconosciuto dall’Occidente. Da ciò si evince la genesi della crisi Ucraina, con l’annessione della Crimea da parte di Mosca (contraria al diritto internazionale secondo il giornalista del Corriere) che è figlia di una preoccupazione legittima, vista la maggioranza russa presente nella penisola. La Crimea fu donata a Kiev da Kruschev nel 1954, ma è sempre stata russa e ricopre un ruolo strategico fondamentale e vanno tenute in conto le esigenze della Russia.
L’Ucraina per la Russia è più di una nazione sorella, è la sua culla, bisogna tener presente questo. Il primo atto del governo del dopo Maidan è stato quello di abolire dall’uso ufficiale la lingua russa (anch’esso contrario al diritto internazionale), seppur revocato questo dimostra un evidente retroterra russofobo di Maidan.
Gli USA impongono delle sanzioni con l’intento di far cambiare idea a Putin, ma non hanno ottenuto l’effetto sperato,anzi hanno radicalizzato il sentimento antioccidentale in Russia. Romano Prodi le ha definite un grande suicidio collettivo. Agli Stati Uniti non costano nulla, anzi hanno ampliato gli scambi con la Russia (5).
“I russi si sentono traditi dall’Europa e dall’Italia come ci si sente traditi da un amante”, frase dell’ambasciatore italiano a Mosca, riferita da Valentino a Putin in persona, che ha accolto con un sorriso, ma che descrive la realtà dei fatti. Il corrispondente del Corriere della Sera definisce come sciagurata l’assenza dei vertici europei e americani il 9 Maggio per la parata della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale a Mosca, che rappresenta per lui il momento più basso delle relazioni tra Mosca e il Vecchio Continente. La Russia appartiene alla nostra civilizzazione comune ed essa guarda prima all’Europa che altrove, anche se non del tutto europea, avendo una dimensione euroasiatica.
L’Italia soffre spesso di un eccesso di timidezza e di sottomissione ai diktat americani, come ad esempio con la vicenda iraniana, che colpevolmente Berlusconi snobbò per non irritare israeliani e americani, cosa che oggi ci avrebbe visto in prima linea, adesso per fortuna il ministro Gentiloni  sembra voler recuperare definitamente il ruolo di protagonista dell’Italia (6).
Al di là di tutto questo sembra che qualcosa stia cambiando, a Sochi Putin e John Kerry (Segretario di Stato USA) hanno avuto 4 ore di colloquio, che ha avuto riscontro poi nella soluzione della questione iraniana, in cui il ruolo russo è stato decisivo e riconosciuto da Obama stesso.
La dimostrazione che non si possa fare a meno della Russia per stabilizzare il mondo è lampante, l’auspicio è che si possa risolvere anche la questione ucraina.
Parlando di Russia non ci si poteva esimere dall’affrontare temi cari all’Occidente, come quello dei cosiddetti ”diritti civili” e della presunta repressione dei giornalisti. Valentino ha affermato che sicuramente c’è un forte controllo statale dei mezzi di comunicazione, ma ha ribadito che è fuorviante e irrealistico affermare che la Russia sia governata da un regime totalitario, visto che ci sono 600 stazioni televisive, di cui 300 tv disponibili a Mosca, comprese quelle occidentali (CNN, BBC ecc). Quelle controllate dallo stato sono solo 6, ma i russi tendenzialmente preferiscono seguire queste ultime. A differenza della Cina non esiste alcun filtro (firewall) su internet che schermi l’informazione occidentale, nonostante ciò Putin ha l’80% di consenso, non imputabile al presunto dominio dell’informazione. Non si è riusciti a dimostrare il coinvolgimento diretto del Cremlino sugli eventi nefasti capitati a giornalisti, anche se restano forti dubbi, secondo Valentino.
Sui “diritti civili”, è difficile fare la ramanzina alla Russia se si tace con Paesi come l’Arabia Saudita.
Alla domanda sui rapporti tra USA e Russia ha risposto : “Io sono convito che c’è una parte precisa dell’establishment americano, che non è Obama, che ha sempre considerato non risolto il problema con la Russia e che vuole la sua messa in ginocchio definitiva ”
In conclusione, per noi Occidentali la scelta è chiara, o continuiamo a perpetrare un atteggiamento ostile e ad avere pregiudizi, oppure teniamo conto degli interessi strategici della Russia in maniera adeguata, comprendendo che l’Ucraina non può far parte della NATO, come sostenuto da Henry Kissinger nel suo ultimo libro “Ordine Mondiale”. La seconda opzione è quella da seguire.

Il battaglione Azov: la legione nera del neofascismo ucraino

Azov

di Matteo Luca Andriola

Milizie di volontari neofascisti riconosciute dal governo ucraino, nel silenzio dell’Europa

La guerra civile che sta insanguinando l’Ucraina orientale – dov’e in corso un’offensiva dopo il golpe atlantista a Kiev – ha fatto riscoprire all’Occidente la figura romantica del cosiddetto ‘volontario’, cittadini dell’Unione europea corsi ad arruolarsi in alcune formazioni dell’esercito ucraino in lotta contro i cittadini dell’Ucraina orientale, sprezzantemente definiti ‘separatisti’ (critici, invece, verso l’ingresso del Paese nella liberista Ue, un fronte trasversale composto da movimenti borghesi apertamente filoputiniani e altri, come il Partito comunista ucraino, bandito nella zona filoccidentale, gemellato con quello russo e storicamente legato all’unita dell’Ucraina con l’Urss, a cui vanno sommati battaglioni formati da lavoratori, alcuni di matrice trockijsta). La propaganda mediatica occidentale e caricaturale: si parla di combattenti ‘europeisti’ per la liberta in marcia per sconfiggere i separatisti filo-russi al soldo di Putin, usando vecchie comparse anticomuniste come Adam Michnik, ex sostenitore di Solidarnosc, che dalla prima pagina di Repubblica arriva addirittura a complimentarsi con il governo golpista di Kiev per la propria “ragionevole moderatezza” (1).

“Di fatto, come sostenuto dai comunisti – ricorda Evgenyj Tsarkov, parlamentare del Partito comunista d’Ucraina – cio che si e verificato nel Paese, la cosiddetta ‘rivoluzione’, e stato principalmente un colpo di stato oligarchico. […] L’essenza originaria della protesta degli ucraini scesi sul Majdan era combattere il dominio dell’oligarchia sul Paese. La lotta contro il fatto che il destino di un intero Paese e dei suoi milioni di cittadini fosse nelle mani di alcuni ricchi, ignorando completamente l’opinione della gente. Come risultato, purtroppo, la nostra diagnosi e stata confermata: nel Paese c’e stata una banale sostituzione di alcuni oligarchi con altri. La forza della protesta e stata sfruttata per rimuovere Yanukovich, che aveva cercato di diventare il proprietario esclusivo del Paese. Oggi, anche il nuovo presidente e il suo capo dell’Amministrazione sono i piu evidenti rappresentanti dell’oligarchia” (2).

Le risposte successive, appena giunto al potere determinando la secessione delle regioni orientali e lo scoppio della guerra civile, sono state la messa al bando del Pcu, stecca nel coro alle successive riforme neoliberiste, e le conseguenze di tali politiche, cioe il peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini e i vari rincari: i prezzi dei prodotti da forno sono aumentati del 46%, e il paniere alimentare del 97%; i medicinali del 127%; il gas del 52%, e dal primo luglio 2014 le tariffe per la fornitura dell’acqua dell’84%, del 105% quelle per le acque di scarico, del 93% quelle per il consumo dell’acqua. Allo stesso tempo, vi e stata una riduzione del 63% delle prestazioni sociali e la moneta nazionale, la grivna, si e svalutata del 53%, preludio a una privatizzazione della Banca nazionale sul modello occidentale (3).

In Ucraina inoltre, la situazione in questi mesi e alquanto confusa, dato che il Paese si presenta, per l’appunto, diviso, e il popolo e letteralmente ostaggio di rivalita interimperialiste, e di calcoli cinici di oligarchi corrotti ora allineati nel campo filo-occidentale, pronti a finanziare raggruppamenti neofascisti per conservare i privilegi economico-sociali che l’ingresso nella Ue gli permetterebbe di acquisire.

Ecco allora che il governo di Kiev usa gruppi paramilitari di ogni tipo, dando carta bianca ai servizi segreti (Sbu), alle compagnie mercenarie statunitensi (per esempio, Blackwater), mentre nell’aprile 2014 viene riformata la Guarda nazionale. Ed e questo quello che ci interessa: il corpo viene infatti integrato da battaglioni di volontari civili. E qui la questione diventa imbarazzante perche il fronte occidentalista filo-Ue, alfiere delle liberta individuali e dei diritti civili a scapito di quelli sociali, ha fatto si che in tali battaglioni – come gia visto nell’articolo precedente (4) – entrassero militanti di movimenti e partiti filonazisti che si ispirano al collaborazionismo ucraino degli anni ’40, movimenti che compongono l’esecutivo di governo.

A questi gruppi autoctoni si somma il battaglione Azov, “una formazione paramilitare nata nei giorni della Maidan e poi incorporata nella Guardia nazionale ucraina con decreto del ministro dell’Interno Avakov” (5), famosa per esser composta da volontari provenienti da tutto il continente e militanti nell’estrema destra; battaglione nato nei primi giorni della rivolta nel Donbass, e capace di raccogliere al suo interno componenti di Pravy Sektor e della formazione neonazista Patriot Ukraiyny. Il sito vicino al Pcf, Solidarité Internazionale, scrive che il battaglione “si compone di circa 500 combattenti, tutti civili dalle stesse convinzioni: quella di un ‘nuovo ordine’ basato sulla superiorita della razza bianca, una ‘rivoluzione nazionale’ antidemocratica, antisemita, anticomunista, ma dietro Stati Uniti e Unione europea. La spina dorsale del battaglione e composta da attivisti dell’Adunata nazionalsociale (Sna), tra cui il capo del battaglione Andrej Belitzkij, che non e altro che il capo del ramo paramilitare della Sna, Patrioti ucraini. Sna fu fondata nel 2008 e si dichiara apertamente nazista, e nata dalla fusione di alcuni gruppuscoli neonazisti.

Ha apertamente criticato il partito fascista Svoboda per la sua moderazione, la sua parte ‘liberale’, ma anche i neonazisti di Settore destro, accusati di debolezza, anche se il rapporto tra Sna e Settore destro e stretto. Sna ufficialmente, come si puo vedere sul loro sito, mira a «guidare la rivoluzione nazionale» e la «pulizia etnica dell’Ucraina», «guidando i popoli bianchi nella lotta mondiale per la sopravvivenza, contro il nemico subumano, i semiti». Sulla base del programma nazista, Andrej Belitzkij puo impostare obiettivi piu concreti: «La missione storica della nostra nazione in questo momento critico e guidare le razze bianche in una crociata finale per la sopravvivenza»“ (6).

L’ideologia politica che unisce tali ambienti e evidente non solo da quello che scrivono i blog e i siti non allineati o la stampa russa, ma dalle stesse simbologie utilizzate: sullo scudo del battaglione si erge il Wolfsangel (dente di lupo), simbolo araldico utilizzato dai nazionalsocialisti (ripreso dalla 2° divisione SS Panzer Das Reich, responsabile del massacro di Oradour-sur-Glane), sovrapposto allo Schwarze Sonne, il sole nero esoterico anch’esso legato al neopaganesimo nazista e utilizzato – con qualche variante grafica – dall’associazione identitarista germanica di matrice neodestrista Thule-Seminar, un tempo sezione tedesca del Grece di Alain de Benoist e oggi legata all’associazione etnoregionalista francese Terre et Peuple.

Il battaglione Azov e riconosciuto da un governo ucraino a sua volta legittimato dalle cancellerie occidentali, Italia compresa. L’offensiva ai danni dell’Ucraina, a suo tempo governata da una giunta filo-russa, mira a espandere i confini della Ue, ed e una reazione alla nascita dell’Unione doganale euro-asiatica creata dal governo Putin, come riconosce Matteo Cazzulani, responsabile per i rapporti del Pd milanese con i partiti democratici e progressisti nel mondo: “L’inglobamento dell’Ucraina nell’Unione doganale eurasiatica mette a serio repentaglio la sicurezza energetica ed economica della Ue, che vedrebbe naufragare la possibilita di rafforzare la propria economia tramite l’integrazione di un Paese dalle enormi potenzialita umane, agricole, industriali come l’Ucraina” (7).

Della cosa si e accorta anche l’eurodeputata della lista L’Altra Europa per Tsipras, Barbara Spinelli, che il 2 settembre scorso ha denunciato a Bruxelles non solo le sanzioni contro la Russia, ma l’utilizzo di tali milizie neonaziste. Il governo italiano e la Ue, spiega Spinelli, devono “prendere atto che il governo di Kiev ha attuato una strategia militare pericolosa avvalendosi di milizie di estrema destra. L’esempio piu lampante e il battaglione Azov, formazione paramilitare di ispirazione neonazista che risponde al ministero degli Interni. Contro questa strategia l’Europa tace, come tacciono gli Stati Uniti” (8).

Non dimentichiamo, inoltre, lo stanziamento nel mese di settembre di novanta paracadutisti della Brigata Folgore, che compongono i 4 mila uomini che la Nato vuole inviare nelle regioni orientali dell’Europa in vista di esercitazioni (tuttora in corso di svolgimento: dal 13 al 20 settembre a Lviv, in Ucraina, dal 15 al 27 in Germania e Norvegia dal 15 settembre al 2 ottobre in Polonia, mentre dal 3 al 13 dicembre e programmato il Trident Lance, “il piu grande e sofisticato esercizio per la catena di comando dalla fine della guerra fredda”) tra la Germania, l’Estonia, la Polonia, la Lettonia e la Lituania, per aumentare la visibilita in tali zone al fine di fungere da deterrente contro “il timore di Stati Uniti e Unione Europea […] che il presidente russo Vladimir Putin dopo l’Ucraina punti ai Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania)”; anche se, precisano le autorita della Nato, tali esercitazioni “erano previste da tempo, ben prima che scattasse l’invasione della Crimea” (9).

Ovviamente l’Italia, che fin dal dopoguerra ha avuto una delle ‘fascisterie’ fra le piu attive sul continente, alcune delle quali coinvolte in fatti di destabilizzazione atlantista (la strategia della tensione su tutti, basti pensare al coinvolgimento di Ordine nuovo, Avanguardia nazionale ecc. negli eventi, nonostante non si sia fatta ancora chiarezza ne sulle precise dinamiche ne sugli effettivi attori coinvolti), non si e lasciata sfuggire l’evento ucraino: infatti la fascinazione del battaglione per l’ideologia fascista – una sorta di legione straniera neonazista o di Waffen-SS 2.0 – ha attratto anche qualche volontario dall’Italia gravitante attorno agli ambienti di CasaPound. Fra i giovani ucraini del reparto, ci sono ultras della Dynamo Kiev, con il mito dell’impero romano e dell’Europa cristiana delle crociate. Sui pettorali e sui bicipiti hanno tatuate rune e celtiche (sicche gli antifascisti italiani e i comunitaristi patriottici filoputiniani hanno coniato
a riguardo il termine dispregiativo camerati runomuniti, oltre a Casa-Gladio, CasaNato ecc.).

“Si”, dice Jaroslav Jakimcuk, un combattente di 24 anni intervistato dal giornalista Danilo Elia quest’estate, “l’ho conosciuto Francesco Saverio Fontana, ha combattuto con noi. E gia tornato in Italia, pero” (10). Il giovane, volontario ricoverato in un ospedale da campo a Dnipropetrovsk e gravemente ferito da schegge di una fugass, un ordigno artigianale comandato a distanza, mentre con il suo gruppo stava entrando a Mariinka, un sobborgo di Donetsk, nel momento piu cruciale dell’offensiva, rifiuta l’accusa di estremismo. Anche Ljoša, diciottenne, nell’intervista si definisce semplicemente ‘patriota’: “Cos’e estremismo? Il nazionalismo e estremismo? Noi siamo patrioti, combattiamo per la patria. Se e cosi, allora siamo estremisti, ma in un senso buono […] Non mi piace neanche che ci chiamino eroi, pero. Amo il mio Paese, non ci ho pensato due volte ad arruolarmi. Non ho fatto niente di straordinario” (11). Ma nelle regioni di Donetsk e Lugansk, il battaglione Azov non e affatto visto come patriota ma come aggressore. E chi e Francesco Saverio Fontana?

Fontana e Besson
Fontana, alias Francois Xavier Fontaine, nome di battaglia ‘Stan’, e un noto militante della destra radicale apparso su vari quotidiani e periodici per la sua presenza in Ucraina nei giorni dell’Euromaidan, “definito ‘ufficiale’ di collegamento con gli squadristi italiani in diversi siti e blog. E ad addestrare le truppe di Kiev ci sarebbero contractor della Blackwater, e anche istruttori Cia”, come racconta Il Fatto Quotidiano (12). Fontana – vicino a Gabriele Adinolfi (tra di fondatori di Terza posizione e oggi uno degli intellettuali di riferimento di CasaPound) e a Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia nazionale – negando una filiazione con i ‘fascisti del III millennio’, descrive a Fausto Biloslavo, inviato de Il Giornale con un passato nel Fronte della gioventu (l’organizzazione giovanile del Msi), la sua ‘romantica’ presenza in Ucraina nel reportage Gli uomini neri.

L’ex missino ed ex avanguardista cinquantatreenne, chiamato ‘zio’ o ‘don’ dai camerati piu giovani, si presenta al giornalista triestino in giubbotto antiproiettile, passamontagna nero sul volto, occhiali scuri e kalashnikov – confermando quello che molti sui camerati negavano mesi fa: non era li solo come inviato di Adinolfi per Noreporter.org, sito d’informazione ‘non conforme’, ma anche come combattente – spiegando: “Sulle barricate di piazza Maidan mi sono ritrovato per caso affascinato da una rivoluzione di popolo [cosi, nella propaganda neofascista, e descritto il golpe atlantista, n.d.a.] […] E dalle giovani centurie di Pravi Sektor […] con gli scudi medievali assieme alle babucke che portavano il te a 17 sotto zero o le ragazze indaffarate a riempire di benzina le bottiglie vuote per trasformarle in molotov”. “Nel momento del pericolo e scattata una molla. […] Come diciamo in Italia era finita la commedia. Non era piu un gioco. Cosa dovevo fare tornarmene a casa e abbandonare i camerati delle barricate di Maidan?” (13). E cosi, dopo aver partecipato alla ‘rivoluzione colorata’ finanziata da George Soros (14), Fontana passa all’azione e il 13 giugno 2014 partecipa alla battaglia di Mariupol, la citta costiera sul mare di Azov conquistata dai miliziani filorussi, dove il battaglione nero ha ucciso una ventina di civili: “Siamo andati avanti noi. Abbiamo preso una contraerea piazzandola ad alzo zero e polverizzato le barricate dei filo russi”.

Ma non e solo. Con lui un altro camerata dalla Francia, Gaston Besson, avventuriero, ex cercatore d’oro in Colombia, ex paracadutista e fascista ‘rivoluzionario’ dai lontani anni Settanta, un uomo che, in epoche recenti, e sempre stato in prima linea li dove si spara. A Biloslavo infatti dice: “Non sono un mercenario e nemmeno un agente segreto. Non mi nascondo. Mi definisco un rivoluzionario, idealista, che ha attraversato due guerre e tre insurrezioni in Croazia, Bosnia, Birmania, Laos, Suriname”.

Le idee sono sempre quelle di quando era giovane: “Non dimentichiamo che siamo il braccio armato del Sna, e che siamo vicini a Settore destro”. E li come reclutatore dei volontari europei che combattono per annettere il Donbass, molti dei quali “arrivano dai Paesi del nord Europa come Svezia, Finlandia, Norvegia. Le richieste giungono anche dall’Italia. I figli dei croati che hanno combattuto negli anni Novanta [assieme a molti fascisti europei, n.d.a.] vogliono venire a fare la loro parte” (15).

Biloslavo firma anche un altro reportage su Panorama, protagonisti ancora Fontana e Besson: “«Siamo ultra` nazionalisti, non nazisti» spiega Francesco. «Certo non rimpiangiamo la Russia stalinista». Aggiunge il francese: «Siamo anticomunisti, ma lo spirito e lo stesso delle brigate internazionali che combattevano in Spagna negli anni Trenta. Tatuaggi e simbologia sono da ‘cattivi ragazzi’, ma la vera battaglia e per l’Ucraina unita e indipendente»” (16).

Questo il battaglione Azov che sta dalla parte dell’Unione europea. E chiaro che nel Paese si sta combattendo molto piu che una guerra civile: sul piatto ci sono ben altri interessi economici e geopolitici, e ogni alleato va bene a Europa e Stati Uniti.

1) “Ammiriamo la ragionevole moderatezza, la determinazione e il senso di responsabilità della società civile e delle autorità ucraine, mentre ci fa rabbia vedere l’aggressione nei confronti dell’Ucraina da parte della politica imperiale della grande Russia”. A. Michnik, La Repubblica, 6 marzo 2014
2) E. Tsarkov (parlamentare del Pc d’Ucraina e segretario regionale di Odessa del Pcu, ufficio stampa del Pcu), Chi ha effettivamente guadagnato dalla vittoria del Majdan, Marx21, 13 giugno 2014
3) Ibidem
4) Cfr. Matteo Luca Andriola, L’Euromaidan e i camerati nazifascisti di Kiev, Paginauno n. 39/2014
5) D. Elia, Ucraina, tra i feriti del battaglione Azov, Osservatorio Balcani e Caucaso, 29 agosto 2014
6) I. Kolomoisky, Il battaglione Azov, una milizia neonazista, delle Brigate internazionali fasciste finanziata dall’oligarca israelo-ucraina, Solidarité Internazionale Pcf, 17 settembre 2014
7) A. Lattanzio, I veri rosso-bruni: il PD e i nazisti del battaglione Azov, Aurora, 17 settembre 2014
8) B. Spinelli, Interrogazione parlamentare, audizione del ministro degli Esteri Federica Mogherini davanti agli eurodeputati italiani, Bruxelles, 2 settembre 2014, ora al sito web http://www.altraeuroparoma.it/blog/guerra-ucraina-interrogazione-di-barbaraspinelli/
9) Ucraina, i parà della Folgore nei 4mila di pronto intervento Nato, in Blitz Quotidiano, 3 settembre 2014
10) D. Elia, art. cit.
11) Ibidem
12) S. Citati, Italiani in Ucraina: Casa Pound e Brigata Garibaldi sulla nuova Cortina di Ferro, Il Fatto Quotidiano, 11 giugno 2014
13) F. Biloslavo, Gli uomini neri, Il Giornale, luglio 2014
14) Noto miliardario e speculatore, che con l’Open Society Institute ha finanziato le diverse ‘rivoluzioni colorate’ nell’Est, movimenti come le Femen e le Pussy Riot e, negli anni ’70-80, gruppi dissidenti anticomunisti come i cecoslovacchi di Charta 77 e i polacchi di Solidarnosc. Coinvolto anche in speculazioni ai danni dell’economia italiana: “George Soros ha fatto incetta di bond italiani comprandoli da Mf Global, la società di brokeraggio finita di recente in bancarotta. Due miliardi in buoni del Tesoro europei, soprattutto italiani, sono finiti nelle mani del finanziere americano dopo che quest’ultimo li ha comprati sulla piazza londinese da Kpmg Llp, l’amministratore che gestisce la bancarotta di Mf Global. È quanto rivela il Wall Street Journal, secondo cui l’ottantunenne uomo d’affari, col suo team d’investimento del Soros Fund Menagement, ha comprato 2 miliardi di dollari in bond (sui 6,3 mld in mano alla società prima del fallimento) a un prezzo inferiore ai valori di mercato in una transazione che ha coinvolto anche Jp Morgan, ammontare ragguardevole, se si pensa che il Soros Fund Management gestisce, a quel che si sa, 5,8 miliardi di dollari”. M. Zola, Economia: George Soros, filantropo e speculatore, compra bond italiani, East journal, 25 dicembre 2011
15) F. Biloslavo, art. cit.
16) F. Biloslavo, Il camerata italiano sul fronte dell’Est, Panorama, 1 luglio 2014

NUOVE SANZIONI? NUOVO EMBARGO

orso russo

di Irina Osipova

L’Occidente pare non aver imparato la formula: sanzioni > embargo.

Le sanzioni UE contro la Russia sono state prolungate per altri sei mesi. Ora in Russia pensa di confermare l’elenco antisanzionatorio e di estende l’embargo ai fiori, cioccolata, pesce in scatola e forse addirittura anche al vino, ma in un prossimo futuro.

Si tratta della situazioni in cui i produttori interni stanno facendo pressioni sull’agenzia statale Rosselkhoznadzor facendo intendere di essere pronti ad occupare questi settori produttivi.

In pratica, l’embargo sull’import dei fiori colpirebbe l’Olanda (43% di tutto il mercato complessivo dei fiori), intanto alcuni paesi dell’America Latina e Africa (Ecuador, Costa Rica, Kenya) si mostrano disposti ad esportare la loro produzione. Allo stesso momento si sta anche riprendendo la produzione nazionale dei fiori.

L’embargo della cioccolata (elitaria) colpirebbe principalmente la Germania, Belgio, Sviezzera e la Francia. (Ogni quinta tavoletta della cioccolata in Russia è importata).

Per quanto riguarda il vino sembra essere un’ipotesi meno plausibile, L’agenzia di stato Miselkoznadzor sostiene che la Russia sarà capace di sostituire la produzione estera con quella nazionale non prima del 2020, e al momento non produce abbastanza vino avendo bisogno almeno di 2-5 anni per raggiungere l’autosufficienza.

Rosrybolovstvo (agenzia per le questioni della pesca) ha invece proposto di introdurre l’embargo sul pesce in scatola.