La necessità della lotta di classe in America Latina

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di Andrea Virga http://andreavirga.blogspot.it/

Articolo scritto per Azione Culturale e pubblicato il 16 maggio 2016.

Nel corso dell’ultimo anno, abbiamo assistito a una vera e propria offensiva controrivoluzionaria in tutta l’America Latina. In quattro Paesi cruciali del Sudamerica: Argentina, Venezuela, Perù, Brasile, la destra filoamericana e liberale ha inflitto gravi sconfitte alla sinistra nazionalista e social-riformista, con l’appoggio degli Stati Uniti e dei media internazionali.

Il 22 novembre 2015, il candidato repubblicano Mauricio Macri ha vinto le elezioni presidenziali contro il giustizialista Daniel Scioli, erede dei Kirchner. Il 6 dicembre, l’opposizione venezuelana ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi (109 a 55) nell’Assemblea Nazionale.

Il 10 aprile 2016, le elezioni generali peruviane si sono svolte senza la partecipazione dell’uscente Partito Nazionalista e hanno visto andare al ballottaggio due candidati di centrodestra: l’economista neoliberista Pedro Pablo Kuczynski, già ministro in precedenti governi liberali, e la conservatrice Keiko Fujimori, figlia ed erede dell’ex-Presidente d’origine giapponese Alberto Fujimori, condannato per corruzione e crimini contro l’umanità.

Infine, il 12 maggio, la Presidente brasiliana Dilma Rousseff (Partito dei Lavoratori) è stata deposta attraverso un processo parlamentare di messa in stato d’accusa, in quanto “non poteva non essere al corrente” circa i casi di corruzione emersi nel suo partito e nell’azienda petrolifera statale Petrobras, nel corso della maxi-indagine Lava Jato. L’opposizione, appoggiata da manifestazioni popolari e dai principali media privati, come la rete d’informazione Globo, ha vinto grazie alla rottura con il governo del centrista Partito del Movimento Democratico Brasiliano (PMDB), i cui membri di rilievo, ossia il Presidente della Camera Eduardo Cunha, coinvolto a sua volta in Lava Jato, e il Vicepresidente Michel Temer, hanno giocato un ruolo cruciale nel rovesciamento della Presidente regolarmente eletta.

Temer, libanese maronita vicino alle sette evangeliche, accusato di satanismo, sotto indagine per corruzione, ex-informatore dei servizi statunitensi nonché massone e sionista, in quanto nuovo Presidente in carica, ha formato un nuovo esecutivo, molto rappresentativo della società brasiliana, rigorosamente formato da maschi bianchi, ricchi, di mezza età, con indagini per corruzione in corso. Menzione d’onore per il pastore pentecostale Marcos Pereira allo Sviluppo Industria e Commercio, per Blairo Maggi, il più grande produttore di soia al mondo, all’Agricoltura, e per il Ministro degli Esteri José Serra, che fino a qualche anno fa ignorava che il nome ufficiale del Paese fosse cambiato nel 1967. Del resto, è normale che un vampiro [come è stato definito Temer] abbia qualche problema a ricordarsi che il tempo passa.

Giova inoltre ricordare che, nonostante le campagne elettorali abbiano fatto leva sugli errori e i limiti dei governi di sinistra, che stanno soffrendo le conseguenze della crisi globale e, nel caso venezuelano, del basso costo del petrolio, ad un anno di distanza non si vedono miglioramenti concreti. In Argentina, dopo la decisione di Macri di ripagare i “fondi avvoltoio” agli speculatori, l’inflazione galoppa più di prima. In Venezuela, nonostante la vittoria parlamentare, prosegue la guerra economica contro il governo, con la serrata delle fabbriche.

I cattolici conservatori saranno in compenso contenti di sapere che il Parlamento della Colombia, nettamente di destra, ha avallato il “matrimonio” omosessuale (28 aprile 2016) e che la governatrice repubblicana di Buenos Aires pensa alla legalizzazione dell’aborto. Ma, evidentemente, per questi farisei, fermare il “komunismo” è più importante che difendere la famiglia e la vita.

Cosa c’insegnano queste vicende? Che in America Latina un governo popolare che voglia, non dico costruire il socialismo, ma varare delle riforme sociali, non potrà che scontrarsi contro un blocco d’opposizione borghese, che, anche in minoranza di voti, gode comunque di risorse economiche, potere mediatico e appoggio internazionale superiori.

Può non essere immediato da capire per un europeo, ma in America Latina vige una divisione in classi molto più rigida rispetto alla nostra, con un classismo ripugnante (non privo di una base razzista) nutrito dall’élite verso il popolo. Noi siamo abituati agli Stati europei occidentali, caratterizzati da un capitalismo autoctono e una forte borghesia nazionale, dotata di spirito imprenditoriale e vocazione indipendentista (anche se in Italia non è più così). Là invece si tratta di Stati dipendenti, caratterizzati da un’economia neocoloniale, con una borghesia “compradora” che non innova né investe, ma campa di parassitismo, estraendo e vendendo prodotti agricoli e materie prime alle multinazionali occidentali, per poi accumulare le proprie ricchezze all’estero.

In questo contesto, si è mostrato evidente che non è possibile una composizione pacifica del conflitto sociale. Le oligarchie latinoamericane non hanno alcuna intenzione di cooperare col governo al bene comune del Paese, ma vogliono solo difendere i propri privilegi e interessi. Non ci sono dunque “terze vie” che tengano: o si è antimondialisti, e si appoggiano quindi (anche criticamente, beninteso) le forze nazionaliste, populiste, socialiste, o si è, di fatto, complici dell’imperialismo statunitense e dell’alta borghesia.

Soprattutto, occorre che le forze progressive si mettano in testa che non è possibile ristabilire la giustizia sociale con le buone, ma è necessario utilizzare tutti i mezzi repressivi necessari ad annientare la resistenza liberale, inclusi lo stato d’eccezione, il carcere, l’esilio e l’esproprio dei beni. Sarebbe bastato mettere a confronto la sorte di Allende e di Castro per arrivare a questa conclusione. C’era l’illusione che i tempi fossero oggi diversi. Ebbene, sicuramente le forze reazionarie sono più deboli rispetto a quarant’anni fa. Oggi, è possibile arrivare al potere senza bisogno della lotta armata, ma poi bisogna mantenerlo, e l’unico linguaggio che comprendono è tuttora quello della forza, e l’imperativo quello di sempre: Patria o muerte!

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