IL MALE MAGGIORE

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di Claudio  Modola

In meno di 30 giorni l’Isis rivendica 40 attacchi esplosivi tra Iraq e Sirya mentre la campagna Europea sembra essere rallentata da imponenti misure preventive , ma anche , dalla intuibile necessita’ strategica di razionalizzare e fare evolvere la campagna stessa nella direzione gia’ indicata nel corso del 2016. La frammentazione e la elementarizzazione degli attacchi anche a scapito del numero di vittime , appare al momento , il corso tattico “Chiave”. Simultaneamente la radicalizzazione della immane massa di Islamici immigrati ,entra in un sonno apparente e si sviluppa “Sottotraccia” con l’abbandono della Madrasse e delle Moschee e con la creazione di migliaia di centri domestici e mobili di aggregazione o con impercettibili e difficilmente leggibili segnali i quali attivano veri e propri Flash Mob dove il contarsi si trasforma in necessita’ psicologica e militare . Il livello della Clandestinita’ di massa e’ stato ormai raggiunto , spingendo migliaia a scomparire dai quadranti delle autorita’ competenti. Migliaia che dormono per una notte su materassi nelle gia’ sovra affollate stanze di appartamenti periferici tra pentole di cous cous e bambini piangenti e che poi, si spostano attraverso frontiere ancora porose e incapaci di un filtraggio credibile. Quello che viene rigorosamente celato al pubblico Europeo e’ il problema da panico della mancanza di documenti di indentificazione nella maggiore parte di chi attraverso la rotta Greco/Turca o Siciliana , l’assenza totale di altri dati di identificazione e pertanto la incapacita’ di comprendere la differenza tra un Siryano e un Iraniano , tra un Afghano e un Indiano Settentrionale , tra un Nigeriano e un Cameroniano significa confondere un muratore Hindu con un combattente Talebano , un integralista Boko Haram delle Paludi Nigeriane con un venditore di accendini del Malawi. In termini operativi questo significa un buio terrorizzante perche’ in una Marsiglia , a Bruxelles come nelle citta’ Scandinave , alcune aree hanno perso integralmente l’elemento umano caucasico e in quella massa che in Europa e’ quantificabile in milioni non in centinaia di migliaia , scorre , come un cavo dell’alta tensione l’asse di una armata , di un esercito che quattro volte al giorno , ovunque , dal sottoscala al retro del Flash Shop invoca un Dio sanguinario di accettare l’individuale e supremo sacrificio di guerra. Largomentazione demenziale circa le origini Atlantiste dell’ISIS che e’ poi quanto di piu’ ozioso si possa discutere , e’ molto diffusa, anche se, e’ obbiettivamente difficile comprendere come l’origine del problema possa distogliere dall’effetto e l’effetto , e’ il massacro a campione di decine di Europei che lievita verso le centinaia. Se gli USA sono responsabili genetici dell’IS ? Quasi certamente , tuttavia la natura stessa di un Servizio Segreto , delle su attivita’ di Spionaggio e Controspionaggio , impone l’infiltrazione come metodo di esistenza e questo, al servizio di una Nazione e dei suoi interessi spesso Economici e non solo Geostrategici . Che il Nord America e il suo codazzo atlantico volessero impossessarsi aggressivamente a partire dal 1990 delle riserve petrolifere Medio Orientali non ancora acquisite , mantenere vivi gli accordi con i fornitori Sauditi , difendere i confini di uno scacchiere che terminava ai limiti dll’infarto Sovietico , compiacere il padrone Giudeo , non ci pare materia di discettazione . Sono fatti, puri e crudi. Ritenere il Daesh un Avatar allo stato attuale delle cose e’ una sciocchezza. Ritenerlo uno strumento fuori controllo e’ piu’ credibile, se non altro perche’ una pecentuale del 2% di una massa di Un miliardo e 700 milioni di Islamici e’ un calcolo convincente circa l’area dell’integralismo massacratore, il quale , ritiene l’ISIS lo strumento ideale di conversione coercitiva globale . Questi 70.000 soldati di Dio pronti a morire nei prossimi 30 secondi , contano su una massa presumibile del 10% di fiancheggiatori e futuri martiri su 4 continenti o in altri termini….un rinforzo di 170.000 fanatici sublimati , ai quali e’ affidato peraltro il compito di formare e quindi condizionare una comunita’ antro-religiosa la cui eta’ media non supera i 25 anni su una estensione territoriale che da Capo Verde all’Indo Kush nella realta’ piu’ prolifica di questo sistema solare. . E’ colpa della CIA ? E quindi? Cosa abbiamo intenzione di fare o dire ? “Decapitateci pure , tanto lo sappiamo chi siete !” Infine: Tutti pare gioiscano delle ritirate piu’ o meno strategiche del Daesh ma….immaginiamo un laboratorio dove e’ custodito il virus di una patologia mortale ed infettiva, al sicuro all’interno di una provetta e circoscritto quindi all’interno di un contesto relativamente controllabile. Cosa accade quando versiamo il contenuto della provetta fuori dalla finestra per liberarcene ? Come si comportera’ il Virus? Rimarra’ immobile o tentera’ attraverso tutti i mezzi concepibili di insidiarsi muovendosi a 360 gradi ? Non e’ forse il compito di ogni Virus la propria diffusione allo scopo supremo di perpetuarsi ? Non servono manipoli di analisti strategici per immaginare cosa accadra’ alle migliaia di miliziani privati di barba e di AK47 , capaci di operare da un RPG ad uno Shilka , di fabbricare ordigni con quasi tutto , di affrontare un corpo a corpo come un conflitto a fuoco multiplo ma sopratutto , di considerare la propria vita e quella altrui come qualcosa di integralmente irrilevante rispetto alle promesse di un paradiso sul quale l’ombra del dubbio non cade mai.

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IL FASCISMO E LA MAFIA

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di Maurizio Barozzi

«Inquadriamo la vicenda storica del Fascismo e della Mafia, in cui ci sono tante cose da precisare e correggere e tante leggende da sfatare.

La Storia non si legge, né tanto meno si scrive, con gli occhi dei fans o con quelli dei denigratori»

 

 

Su le vicende della Mafia e del Fascismo, si leggono spesso note e articoli di carattere pseudo storico, ove l’autore, a seconda della sua appartenenza ideologica, esalta ed enfatizza certi aspetti o ne denigra e misconosce altri.

Quindi si passa dal Fascismo che debella la Mafia estirpandola dalla Sicilia, al Fascismo che invece si fa complice della Mafia o la Mafia stessa che si nasconde dietro il fascismo.

Sono dei modi faziosi di scrivere la storia, piegando le vicende storiche ai propri ideali. Ma la verità storica, prescinde dalle preferenze ideali di chi la interpreta e va  invece descritta come esattamente si è svolta, nei limiti ovviamente della ricerca storica e delle sue  complicazioni interpretative.

Se da una parte ingenui neofascisti hanno enfatizzato al massimo l’opera di Mori in Sicilia, affermando tout court che il fascismo aveva debellato la Mafia e questo invece è vero solo entro certi limiti, gli antifascisti hanno fatto di peggio, disegnando addirittura un Fascismo complice della Mafia.

Si prendano, per esempio, certe vicende che si ebbero tra il fascismo e il mafioso Vito Genovese, citate spesso per dimostrare  inesistenti connivenze.

Ancora una volta è il contesto storico che ci  consente di leggere queste situazioni. Mussolini, nei primi anni ’30,  stroncate le attività mafiose in Sicilia e riportata l’Isola sotto la piena giurisdizione e autorità dello Stato, pur nei limiti che più avanti spiegheremo,  se ne poteva fregare di meno della Mafia americana, dei suoi traffici in un una immensa nazione dove, dalla politica alla finanza, alla economia, alle Power Èlites, tutto era svolto sotto un egida gangsterica di forma legale o illegale.

Si dà il caso, però, che a Mussolini premeva unicamente lo sviluppo delle industrie italiane e determinati commerci con gli Stati uniti dove vivevano molti italiani.

Egli sapeva benissimo che certi traffici economici, passavano anche dalle mani di mafiosi come Genovese, anzi non potevano prescindere da queste.

Era uno Stato, lo Stato italiano che faceva i suoi interessi. Accusare Mussolini di collusioni mafiose è da mentecatti, sarebbe come accusare Stalin di collusioni con Hitler, avendo egli concluso con Hitler un importante accordo, il famoso Ribentropp – Molotov con molte implicazioni internazionali (compreso l’invito nel 1940  ai partiti comunisti europei  di appoggiare la guerra tedesca, tanto che in Francia, per queste disposizioni, diversi comunisti subirono pene elevatissime per aver sabotato, di fatto a vantaggio della Germania, l’industria bellica francese).

Qualcuno che vuol scrivere storia, dovrebbe capire che ci sono anche le esigenze nazionali e la ragion di Stato, quando parliamo di Nazioni e di popoli.

Che la Mafia e lo stesso Genovese, quantunque in Italia si spacciava per sostenitore de fascismo, restassero fondamentalmente dei nemici del fascismo e dei manutengoli della plutocrazia americana è dimostrato dal fatto che nel luglio 1943 gli americani  utilizzarono proprio la Mafia per l’occupazione del nostro paese, e una volta sbarcati in Sicilia la reinstallarono in tutte le sue attribuzioni e funzioni che un tempo aveva avuto e che il fascismo gli aveva tolto.

Lo stesso Vito Genovese fu l’interprete ufficiale del comandante  degli affari civili dell’AMGOT (l’amministrazione militare americana) in Sicilia e a Napoli, il famigerato colonnello statunitense Charles Poletti che gli assegnò compiti particolari, per gli interessi strategici statunitensi e  vari traffici mafiosi.

Per venire al nostro argomento, quello di come il Fascismo affrontò il problema mafioso, e comprendere adeguatamente la situazione del tempo, occorre partire dalle parole di  Giovanni Gentile, che indicò  una “Sicilia sequestrata”, auspicandone la fine dall’isolamento e la confluenza della cultura regionale, pur viva e interessante,  nel grande crogiolo della cultura nazionale italiana.

La Trinacria,  ancor nei primi anni del ‘900,  soggetta ad un pervicace  sistema di cosche e latifondisti, chiusa a venti ideologici e culturali nuovi, siano essi l’illuminismo, il romanticismo, il liberalismo e altrettanto sarà per il fascismo. Arretratezza e immobilismo si perpetuavano di generazione in generazione.

Saltiamo a piè pari i periodi precedenti e portiamoci al  termine della Prima Guerra Mondiale, dove si può constatare  che la Mafia spadroneggiava in Sicilia.

Come scrive “In Storia” una rivista on line non di certo di tendenza fascista:

«Il mafioso, attraverso un’articolata rete gerarchica di personaggi che andavano dall’amministratore al gabellotto e al campiere, difendeva il proprietario dalle rivendicazioni contadine e gli assicurava il lavoro di braccianti male remunerati e il tranquillo godimento delle rendite del feudo».

La mafia, inoltre,  era efficace  per il mantenimento dell’ordine e dell’equilibrio sociale e alle autorità Istituzionali, al tempo formate in parte con il sistema partitocratico, questo andazzo stava bene, cosicché si veniva sempre a formare  un connubio tra potere mafioso e uomini politici del luogo.

Come sempre, con il passare del tempo e il succedersi dei periodi storici, qualunque fossero i fermenti rinnovativi e culturali o i cambiamenti politici che si determinavano nel paese, con riflessi nell’Isola, puntuale si riproduceva quel “gattopardesco” cambiare per non cambiare, che in definitiva lasciava le cose sostanzialmente come stavano.

Imperava quindi l’illegalità: l’abigeato, o il traffico del bestiame rubato, l’appalto dei feudi, la gabella sui poderi e la tassa che i contadini dovevano pagare per avere farina in cambio del grano appena raccolto se volevano portare in salvo il raccolto fino al mulino (la “ciancia”).

Negli anni ’20, con l’esplosione del movimento fascista, seppur frenato in certi luoghi dai suoi rapporti spuri con il mondo agrario, certi fermenti nuovi  arrivarono anche in Sicilia.

Si distinsero i circoli culturali dietro il Professore di Diritto Internazionale a Catania, Edoardo Cimbali, inoltre giovani intellettuali pervasi dal futurismo e desiderosi di rompere il conformismo siciliano. Tra questi  lo storico Francesco Ercole, Alfredo Cucco e Biagio Pace, del periodico “La Fiamma Nazionale”, e moltissimi giovani sebbene di alcuni poi si vennero ad adombrare collusioni con la Mafia.

Nel frattempo nell’isola, dietro queste ventate di rinnovamento, prenderanno vita anche manifestazioni popolari conto l’illegalità, di fatto contro la Mafia.

Tuttavia nel 1921 i fascisti non riusciranno a presentare una loro lista elettorale, mentre poi lo faranno con il famoso “listone” una colazione di partiti eterogenei sostanzialmente di centro o conservatori, sostenuto da varie correnti combattentistiche e applicando la tattica elettorale del “blocco nazionale”. Vinceranno ampiamente le elezioni del 1924 e le amministrative del 1925.

Ma anche con l’avvento del Fascismo (marcia su Roma), nell’isola, le cose non erano cambiate di molto.

I ceti dominanti, infatti, cercherono di concupire il fascismo tramite la tradizionale logica  “gattopardesca” e del resto il fascismo, in quella sua prima fase non si spingeva a colpire il latifondo, vera base di potere della Mafia stessa e non era  raro il caso che alcuni suoi esponenti fossero dei latifondisti o legati ai latifondisti..

Non potevano infine  mancare le infiltrazioni di personaggi legati alla Mafia nelle fila stesse del fascismo, che si aggiungono ai vari capi bastone, che fiutato il cambiamento generale, pensarono bene di indossare la camicia nera.

La stessa straripante vittoria elettorale del “listone” nel 1924 non poteva non aver avuto l’ “aiutino” trasversale della mafia (tra gli altri il neodeputato Alfredo Cucco, del 1893, luminare in oculistica, leader del fascismo siciliano e vessillifero “antimafia” era sospettato di essere colluso con la mafia).

Se la tesi  di Gramsci e Gobetti di un fascismo cooptato dalle vecchie consorterie siciliane è esagerata e non coglie tutti i cambiamenti in atto portatati dalla nuova ventata rinnovativa del fascismo (che questi intellettuali non percepiscono) è però anche vero che non è del tutto campata in aria.

Fatto sta che il fascismo, seppur frenato, impastoiato e concupito era un vero fenomeno di rinnovamento nazionale, mai visto in Italia, e l’operato di Mussolini era quello di modificare e migliorare la Nazione, procedendo gradualmente, anche attraverso accordi e mediazioni con il mondo conservatore.

Del resto il suo potere era limitato dalla presenza dinastica di Casa Savoia, dalla cultura borghese e cattolica del paese, dalla presenza della Chiesa in ogni sperduto angolo,  e da quello della Massoneria, quale retaggio storico  del Risorgimento, tutte forze con le quali il fascismo era giunto a compromessi. Solo con la massoneria il compromesso non fu possibile e questa lobby di potere  venne in qualche modo ridimensionata fortemente e costretta ad andare in “sonno”, ma anche qui non completamente debellata.

Mussolini, oltretutto, puntava alla crescita della Nazione onde elevarla al rango, almeno di media potenza, in Europa e soprattutto nel Mediterraneo; questo il suo obiettivo e progetto primario, di fronte al quale tutto passava in secondo piano.

A questo fine abbisognava del massimo della legalità e a non avere nel paese delle forze o poteri che si ponevano a lato, se non fuori, dello Stato.

Mussolini, qualsiasi percezione avesse della Mafia, intuiva la situazione siciliana come “separatismo”, il che contraddiceva il suo  “unitarismo”.

Avvenne quindi che il Duce fece visita  in Sicilia, a Palermo, il 6 maggio 1924.

Arrivò in auto, a Piana degli Albanesi, con il sindaco Francesco Cuccia, detto Don Ciccio, che portava al petto la Croce di Cavaliere del Regno, anche se aveva avuto otto processi  per omicidio a cui se la era sempre cavata per “insufficienza di prove”.

Don Ciccio, constatato che il suo ospite era seguito da agenti di polizia, ammiccando gli disse: «Perché vi portate dietro gli sbirri? Vossia è con me. Nulla deve temere!».
Mussolini non rispose, poco dopo fece fermare la macchina e chiese di ritornare a Palermo.

Di botto, anche epidermicamente, aveva realizzato in pieno la situazione di un “potere” fuori dello Stato.

Il giorno dopo ad Agrigento parlò ai siciliani:

«Voi avete dei bisogni di ordine materiale che conosco: si è parlato di strade, di bonifica, si è detto che biso­gna garantire la proprietà e l’incolumità dei cittadini che lavo­rano. Ebbene vi dichiaro che prenderò tutte le misure necessarie per tutelare i galantuomini dai delitti dei criminali. Non deve es­sere più oltre tollerato che poche centinaia di malviventi soverchino, immiseriscano, danneggino una popolazione magnifica co­me la vostra».

Come giustamente sottolineò lo storico Filippo Giannini, che ha ricordato l’episodio di “don Ciccio”, del resto noto, era quella una vera dichiarazione di guerra, seguita poi nei fatti,  di uno statista italiano contro la Mafia.

Tornato a Roma  il 13 maggio con­vocò i ministri De Bono e Federzoni e il capo della polizia Moncada e pretese da loro il nome di un uomo in grado di stroncare  quell’andazzo in Sicilia.

Venne proposto  Cesare Mori del 1871, che già era stato in Sicilia un paio di volte.

L’uomo, come Prefetto di Bologna, tra il 1921 e 1922, non aveva guardato in faccia nessuno: nè socialcomunisti, nè fascisti, facendo applicare la legge dello Stato.

Inviso a vari capi squadristi fascisti,  con l’avvento del fascismo si era ritirato a Firenze con la moglie.

Mus­solini lo fece convocare  immediatamente e gli conferì l’incarico di stroncare la mafia e l’illegalità in Sicilia, dicendogli espressamente: «Spero che sarete duro con i mafiosi come lo siete stato con i miei squadristi!».

Ancora una volta Mussolini dimostrò come il suo progetto di realizzare una grande Italia, era imprescindibile: pur sapendo che probabilmente il fascismo in Sicilia doveva la sua affermazione anche all’influenza della Mafia che aveva ritenuto più utile  appoggiarlo che contrastarlo, ritenne opportuno procedere allo smantellamento del suo potere.

Mori venne nominato prefetto di Palermo con ampi poteri (23 ottobre 1925) che utilizzo a pieno: retate militari, metodi spicci e violenti, interrogatori da “terzo grado”, coartando i mafiosi a collaborare e rompendo l’omertà, il vincolo di unione dell’onorata società.

Mori applicò una energica azione di carattere militare e psicologica con il fine di restituire la Sicilia allo Stato e i mafiosi, da sempre usi a praticare la più vile e bieca violenza, questa volta dovettero constatarla su sè stessi.

All’uopo non si fece scrupolo di utilizzare operazioni militari in grande stile.

Resterà famosa quella di Gangi, storica roccaforte mafiosa, messa sotto assedio, chiudendo persino le condotte dell’acqua. Poliziotti e militari rastrelleranno casa per casa e finiranno per arrestare tutti  i mafiosi ridotti allo stremo e oramai isolati.

Vennero quindi distrutte le cosche delle Madonie, di Bagheria, di Termini Imerese, di Mistretta e di Partinico e altre ancora.

Mori liberò le campagne, con i proprietari terrieri e i contadini, dall’oppressione mafiosa, stroncando  tutte quelle attività da cui la mafia traeva i suoi guadagni.

E che l’azione del fascismo fosse stata tanto più incisiva e aveva spezzato l’antico connubio tra la  mafia e la politica liberale, basta ricordare il lamento di Vittorio Emanuele Orlando, questa cariatide che pur aveva appoggiato  il fascismo e il “blocco nazionale”, ma che nel 1925 tuona con tutta la sua insolenza, accennando ad una “cultura mafiosa”  violentata e quale difesa della garanzie liberali minacciate dal fascismo:

«Or io dico signori, che se per mafia si intende il senso dell’onore portato fino alla esagerazione, l’insofferenza contro ogni prepotenza e sopraffazione portata fino al parossismo, la generosità che fronteggia il forte ma indulge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte, se per mafia si intendono tutti questi sentimenti, e questi atteggiamenti, sia pure con i loro eccessi, allora in tale senso si tratta di contrassegni individuali dell’anima siciliana e mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo».

E ovvio che così facendo, Mori  colpì più che altro la media e bassa mafia (scrisse nelle sue memorie  di aver stroncato semplici esecutori di ordini che potevano essere briganti, gabellotti e campieri).

Ma  egli mirava anche all’alta mafia che allignava nelle città, nei centri di potere e svolgeva, apparentemente, attività legali. Mori indirizzò le sue indagini anche sul deputato fascista Alfredo Cucco essendo convinto che Cucco aveva ottenuto dalla mafia voti e favori e i fondi con cui editare il giornale Sicilia Nuova, “vessillo” dell’antimafia.

Mussolini non guardà in faccia nessuno e con le prove  raccolte da Mori, Cucco venne espulso dal PNF e il Fascio di Palermo venne sciolto. Per la prima volta l’alta mafia e il nobilitato siciliano si spaventarono sul serio e con l’appoggio di qualche gerarca infingardo e interessato iniziarono  una campagna subdola: lettere anonime inviate al Duce, per screditare il Prefetto e i suoi collaboratori e i suoi modi troppo violenti.

I camerata Cucco così diventò un pretesto per condannare l’opera di Mori.

A questa  opera non furono estranei anche alcuni gerarchi o ras come i  Grandi, Farinacci e Balbo che avevano in astio il Prefetto Mori dai fatti di Bologna del 1921.

Mori quindi divenne un personaggio scomodo che, dopo essere stato nominato senatore del regno (22 dicembre 1928), venne sollevato dal suo incarico (16 giugno 1929) con un decreto regio che sanciva che i prefetti e i questori che avessero raggiunto il trentacinquesimo anno di servizio cessavano la loro attività, qualunque fosse la loro età anagrafica.

Più di tanto Mussolini non potette fare, conscio come era che, soprattutto dopo il delitto Matteotti, aveva dovuto abbandonare molti suoi propositi di riforma, coinvolgendo anche i socialisti e i Confederali, che la Dittatura aveva portato al potere molti approfittatori in camicia nera (li ritroveremo tutti, gerarchi e gerarchetti, nel loro vero volto, il 25 luglio 1943) e ora non era possibile sbaraccarli tuti.

La storiografia di parte neofascista nega che si volle arrestare l’opera di Mori per non arrivare agli alti nomi della Mafia. Scrive a questo proposito Giuseppe Tricoli professore e storico siciliano, nel suo “Il fascismo e la lotta contro la mafia”:

«La missione di Mori fu, perciò, ritenuta compiuta da Mussolini, dopo ben cinque anni di permanenza in Sicilia, non perché il “prefetto di ferro” mirasse a colpire sempre più in alto, come affermato da certa storiografia antifascista (che nei frangenti più difficili il capo del governo non aveva mancato anche per vicende discutibili, di essere vicino e solidale con Mori con forza e convinzione) ma perché l’operazione, fin dall’inizio, era stata giustamente considerata straordinaria, onde pervenire ad una normalizzazione del quadro dell’ordine pubblico, anche nella accezione più vasta di risanamento morale e di bonifica sociale, dai fenomeni più inquinanti e devianti nella società siciliana.

Questa normalizzazione, grazie all’opera di Mori, era stata raggiunta con la clamorosa azione di polizia e con la definitiva sanzione giudiziaria data dagli organi della magistratura: adesso, come d’altronde affermava lo stesso Mori, bisognava provvedere “allo sviluppo delle sane e poderose energie donde l’isola è ricca”».

Come sempre la verità sta nel mezzo: giusti i rilievi di Tricoli, ma altrettanto vero che conseguita oramai la dissoluzione della Mafia sul territorio, Mussolini reputò non necessario scompaginare tutta l’Isola arrivando a incriminare molti pezzi grossi che tra l’altro, quelli più esposti e quelli che compresero che non si sarebbe più potuto trafficare e guadagnare come prima, stavano emigrando in America.

Questo “compromesso” però determinò anche che parte della Mafia, si era nuovamente istituzionalizzata. Se tanti briganti e piccoli delinquenti erano stati rinchiusi nelle carceri o mandati al confino, gli esponenti dell’alta mafia, se non emigrarono in America, aderirono al fascismo, sicuri di poter proseguire nei loro affari e nei loro traffici, magari senza una manifesta illegalità, soprattutto una volta che la Sicilia fosse stata liberata dall’incubo Mori.

Non a caso si cercò di fermare l’azione dello Stato in diversi modi.

Una petizione era stata inviata al Duce, firmata da 400 fascisti trapanesi, con la quale si chiedeva di allontanare «l’antipatriotti­co prefetto di Bologna amico dei bolscevichi» (il solito alibi dell’ “anticomunsimo”, sempre utile per ogni occasione).

Ma Mussolini reagì immediatamente: espulsione dal partito dei fir­matari della petizione! A febbraio 1927, come accennato, ven­ne sciolto d’autorità il fascio di Palermo, rinviando a giudizio, il segretario, On. Alfredo Cucco, che però fu poi processato e pienamente assolto.

Un ufficiale della Milizia, sotto accusa di collusione con  la criminalità, dovette scontare dieci anni di reclusione.

Sempre nel 1927 venne sciolto anche il fascio di Catania.

Venne inoltre a formarsi  una nuova normativa amministrativa in grado di combattere la criminalità nelle sue varie forme. Normativa che rimasta in vigore anche nel dopoguerra nella Repubblica democratica antifascista, ma ora priva di un vero sostegno da parte dello Stato, divenne del tutto inefficace.

Molti Prefetti e funzionari ritenuti collusi con la Mafia vennero rimossi.

Furono sottoposte a controllo prefettizio l’attività dei portieri, dei custodi di case private e alberghi, dei garagisti e dei tassisti, precedentemente gestite da mafiosi. Successivamente questi controlli vennero estesi  alle attività di curatelo, guardiano, vetturale, campiere, imponendo l’obbligo di domicilio nei luoghi dove tali attività venivano svolte.

L’abigeato e la gabella, punti di forza  di “mediazione” tra mafia e lavoratori, sono stroncate dalla legislazione fascista. La figura del gabellotto viene eliminata nello stesso 1927.

Scrive Tricoli,: «nel giro di pochi mesi, nella sola provincia di Palermo potevano essere liberati dai gabellati mafiosi ben 320 fondi, per una superficie complessiva di 280.000 ettari. La mafia veniva così vulnerata gravemente nel suo braccio armato economico più consistente».

Inoltre le famiglie dei latitanti sono obbligate a dimostrare la liceità del possesso del denaro, degli oggetti e dei beni di cui godono, pena l’immediata confisca.

La Mafia per non soccombere del tutto  dovette emigrare oltre Atlantico e si risvegliò in Sicilia soltanto nel 1943 con lo sbarco angloameri­cano e l’importazione di alcuni suoi capi. L’attendeva la pacchia della nuova era democratica.

Tirando le somme anche se si può rilevare che alcuni alti mafiosi si riciclarono nelle nuove Istituzioni fasciste, resta comunque vero che il loro retroterra, i gangli vitali, le procedure illegali che gli consentivano di spadroneggiare, erano state decisamente recise.

Se dobbiamo quindi constatare che una parte della Mafia di alto bordo, rimase  immune dalla repressione e si riciclò nello steso fascismo o a suo latere, in realtà vi era una altra prospettiva a cui tener conto e che  con il tempo avrebbe finito per distruggere completamente ogni manifestazione mafiosa.

Questa prospettiva era la conformazione dello Stato fascista, uno stato etico, nazional popolare che nel 1932  pose nella Dottrina stessa del fascismo, queste importanti capisaldi:

«PER IL FASCISMO TUTTO È NELLO STATO, E NULLA DI UMANO O SPIRITUALE ESISTE, E TANTO MENO HA VALORE, FUORI DELLO STATO».

Era la campana a morto per ogni potere al di fuori dello Stato.

Se non ci fosse stata la guerra e la sconfitta, nessuna Mafia, nessuna Massoneria, per quanto in “sonno”, avrebbero potuto sopravvivere in uno Stato fascista.

Questo fu il vero mezzo, più di quello di Mori, con cui il Fascismo stroncò la Mafia, e se la guerra fosse andata diversamente e la Repubblica Sociale Italiana avesse potuto portare avanti le sue riforme che oltre alla socializzazione, effettivamente varata nel 1944, prevedevano anche una totale riforma agraria e del latifondo, di Mafia non avremmo  mai più sentito parlare.

Come sappiamo, invece, nel dopoguerra, la Mafia, oramai completamente reinstallatasi nell’isola e non solo, tenne sotto scacco e terrore,  tutta la Trinacria.

Il regime democristiano, con la complicità della Chiesa, con il connubio delle cosche mafiose, ci fece diversi inciuci e traffici di ogni genere, stabilendo un modus vivendi a tutti utile.  Del resto la democrazia è il brodo di cultura del potere mafioso.

Ne fecero le spese valenti servitori dello stato, alcuni magistrati, integerrimi e come noto Falcone e Borsellino, tutti vilmente assassinati.

Anzi , quando il generale Dalla Chiesa, divenuto oltremodo scomodo per tutta una serie di segreti che custodiva, “chi di dovere”  decise di farlo fuori, si pensò bene di mandarlo a fare il prefetto a Palermo, dandogli solo un effimero, ma non sostanziale, supporto da parte dello Stato. Tutti sapevano che in quelle condizioni veniva mandato a morire.

E tutti i partiti parteciparono allo scempio di una Sicilia sotto scacco mafioso, sia pure con responsabilità  diversificate (ed ovviamente con “profitti” proporzionati alla loro consistenza).

Anche il PCI, dopo che molti comunisti e sindacalisti, tra la fine della guerra e i primi anni ’50, avevano pagato un alto prezzo di vite umane per aver ostacolato il potere mafioso,  trovò il modo per convivere con la Mafia,  tramite un tacito patto per cui, si sarebbe occupato solo di sterili manifestazioni, qualche comizio e volantino, tutto fumo negli occhi, ma guardandosi bene dal toccare veramente i centri di potere mafioso.

I neofascisti, del pari, a cominciare dai vecchi fascisti del ventennio riciclatesi nel MSI, nulla fecero politicamente contro la Mafia, se non delle retoriche discussioni ed edulcorate rievocazioni storiche, o al parlamento che lasciano il tempo che trovano, anzi, sarà per la similitudine nella adorazione gerarchica, nella simpatia verso chi detiene un potere, sia pure criminale,  ma il mondo neofascista in Sicilia non fu di certo dalla parte del popolo angheriato, tartassato e ammazzato, ma sempre e comunque, sia pure con discrezione, dalla parte dei capi bastone. Con buona pace di Mussolini.

Il cosiddetto golpe Borghese portò alla luce diverse convivenze con cosche mafiose e logge massoniche, e del resto ancora dobbiamo sapere bene come interpretare un documento dell’OSS americano di J. J. Angleton del 1946  in cui si indica che alcune migliaia di ex (ma veramente “ex”, aggiungiamo noi!) uomini della Decima Mas, sarebbero stati riaddestrati dagli americani  e inviati in Sicilia. A fare cosa? Preferiamo non pensarci.

 

Per Europa e Russia è ora di fare i conti con Assad

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di Lorenzo Centini http://ruberagmen.blogspot.it/2015/09/per-europa-e-russia-e-ora-di-fare-i.html

NOTE SUGLI SVILUPPI DELLA CRISI SIRIANA (10/09/2015)

La recente esposizione della cancelleria russa riguardo alla crisi siriana, nella quale Putin ha chiarito la sua disposizione a difendere militarmente la stabilità di Assad nella guerra civile, aggiorna la questione di una via di uscita dalla crisi siriana, che aggiunge alla lista di condizioni inderogabili anche la liquidazione dell’ISIS (scaricato diplomaticamente anche da gli USA)

Nella crisi si distinguono due linee strategiche americane e due linee diplomatiche interne al blocco filo-Assad.
Gli States hanno iniziato la destabilizzazione della Siria di Assad per indebolire il “crescente sciita”, staccare l’Iran dal Mediterraneo e porlo sotto scacco diplomatico al fine di piegarne la carica rivoluzionaria. I diplomatici americani contavano (e contano) che una sovraesposizione militare ad Est (con la frontiera Afghana direttamente presidiata dall’US Army) e ad ovest (galassia islamista) congiunta ad un regime di isolamento diplomatico-economico sarebbero state condizioni bastevoli per far ritirare l’Iran dal suo ruolo antimperialista.
Tuttavia l’avvicinamento tra Pechino e Mosca e tra quest’ultima e Teheran ha rinviato sine die il ritiro ideologico e politico dell’Iran, che ha potuto portarsi sotto le strutture diplomatiche ed economiche dello SCO (di cui è partner) e della Unione Eurasiatica (di cui è interlocutore).
Il contemporaneo aggravarsi del dinamismo turco e saudita e l’impossibilità di gestire i risultati dell’anarchia marchiata ISIS (emigrazione siriana – opinione pubblica scandalizzata) ha imposto agli States di pensare ad un’uscita dalla crisi siriana. Come per tutta la gestione del Medioriente, negli States si scontrano due linee strategiche:

A) Linea Kerry.

La linea Kerry, difesa e sostenuta dalla maggior parte dei democratici americani, dal governo e da alcuni settore repubblicani, prevede un utilizzo dell’ISIS come pungolo per velocizzare la fine della crisi siriana, che avrebbe dovuto concludersi con l’installazione in Siria di un governo de-magnetizzato. Attualmente la linea Kerry potrebbe essere quella di eliminare l’ISIS dal gioco ma contemporaneamente di porre la questione della successione di Assad (risultato perorato fino ad oggi con metodi militari) e legare strettamente i due temi. In questo senso gli Stati Uniti hanno fatto il primo passo vagheggiando della coalizione antiterrorismo e continuando i bombardamenti sull’ISIS (militarmente inefficaci e utili solo per prendere tempo).
Kerry e Obama potrebbero trovare accettabile una Siria non amica ma nemmeno baathista (addivendendo quindi all’obbiettivo minimo della Guerra per Procura in Siria). A ciò hanno aiutato anche gli altri due “successi” di Kerry: l’apertura all’Iran (che quindi può legittimamente essere interpellato nella gestione della crisi) e il congelamento della crisi ucraina (in cui l’asse di frizione si è spostato all’interno del governo ucraino e della resistenza del Donbass)

B) Linea Neocon o AIPAC

La linea dei Necon si basa sull’obbiettivo di “americanizzare” il Medioriente. In questo senso nessun accordo è possibile con Assad su una posizione di forza, che dovrebbe essere invece occupata dagli Stati Uniti (nello stesso copione diplomatico esibito da Nixon nella crisi giordana del 1970 e della difesa della “linea Rogers”). In questo senso il finanziamento all’ISIS si prolunga fino a quando Assad non sarà militarmente tagliato fuori dal campo delle trattative, e il triangolo Damasco-Mosca-Teheran non sarà costretto ad accettare una Siria filoamericana pur di non avere una Siria apertamente takifirizzata. L’Isis è quindi il canto del cigno per piegare Damasco (marciandoci sopra) e Teheran (fiaccandola) e rimanere al tavolo solo con un Putin lasciato a se stesso a difendere cause altrui. La linea Neocon è sostenuta anche da Repubblicani spinti e da certi democratici interventisti (Hillary Clinton), collegati con i centri di potere sionista, che difatti agognano un Medioriente balcanizzato (come si sta realizzando in Iraq diviso in tre stati confessionali) innocuo per Tel Aviv (e terreno di caccia per l’imperialismo americano). In questo solco si spiega facilmente l’intransigenza israeliana e dei loro referenti negli States nel respingere l’accordo con nucleare (che toglie l’assedio a Teheran, facendola rifiatare).

Anche nel blocco che sostiene il legittimo presidente Bashar al-Assad ci sono due linee diverse:

A) Linea Putin-Lavrov

Mosca è scesa in campo a difesa della Siria di Assad per evitare che tutto l’arco mediorientale divenisse un ventre molle dell’islamismo (e dei piani di sovversione americani): in questo senso Putin considera la Siria l’unico ostacolo al flusso del caos prima del Caucaso. Putin non è legato ad Assad in quanto tale (se si eccettuano gli interessi militari a Tartous e Lattakia, che tuttavia Mosca può mettere sul piatto come contropartita ad un eventuale abbandono di Assad) ma solo alla sua funzione di alternativa ad una Siria filoamericana (o peggio) islamista. Se Obama, seguendo la linea Kerry, offrisse a Putin un’ alternativa tra Assad e il Califfo, Mosca non si impegnerebbe nella difesa di Damasco,a meno che non consideri la proposta americana poco fondata (o mendace). La dimostrazione muscolare serve da un lato per intimorire gli States (che non vorrebbero entrare in Siria) e dall’altra per cercare di salvare la superiorità militare di Assad, da cui trattare in una posizione di forza contro gli States. L’obbiettivo finale, per Mosca, rimane convincere gli americani ad aprire un tavolo in cui gli Stati Uniti porrebbero come condizione la deposizione di Assad, e che i russi accetterebbero, e in cui quest’ultimi mettano come condizioni di lavoro imprescindibile la difesa degli interessi russi e la neutralità/stabilità del governo siriano venturo (senza Assad).

B) Linea Iran- Hezbollah

Per l’Iran la difesa di Damasco è una questione di “sicurezza interna” (come chiarito a più riprese dal Generale Soleimani e da Hassan Rohani). L’accordo con nucleare, per Teheran, non coincide con l’auspicata ritirata ideologica caldeggiata da Washington, ma piuttosto con un piedistallo diplomatico, da cui far sentire la propria voce sulla questione siriana. L’Iran non si accontenta di niente di meno che di una Siria filoiraniana, e quindi in fondo il ristabilimento della situazione anteriore al 2011 (un unico filone filoiraniano/sciita da Teheran al Mediterraneo). Purtroppo, sia demograficamente che sociologicamente, è impossibile pensare ad un cambio della guardia, giacchè già il governo di Assd si reggeva su un precario equilibrio confessionale. A Teheran sanno bene che qualsiasi ipotesi che non contempli il ristabilire la situazione ex ante sia, di fatto, avere una Siria sunnita e non filoiraniana, con la minoranza alawita ridotta all’asse Tartous-Lattakia e di fatto inesistente sul piano interno. E’ quindi conseguente che qualsivoglia accordo Lavrov-Kerry che contempli un governo per Damasco diverso da quello di Assad è un ipotesi non percorribile. Anche Hezbollah, peraltro, vicinissima all’Iran, non può accettare una Siria guidata da un “El-Sisi” damasceno:un governo “neutro” al confine al Libano e con Israele sarebbe un governo disposto a cedere su questioni vitali, annullando, di fatto, le vittorie diplomatiche di Hezbollah e dello sciismo politico degli ultimi dieci anni.
E’ quindi ovvio che si Teheran che Hezbollah spingano per una risoluzione militare del conflitto, e sperano che l’Europa si assume le proprie responsabilità iniziando un serio attacco all’ISIS (unico veto ostacolo al ristabilimento di una calma Assadista in Siria, stante l’assoluta inconsistenza della opposizione liberale.

PER L’EUROPA E’ ARRIVATO IL “LIBERA TUTTI”

In tutto questo, nella lotta mortale tra queste quattro linee, bisogna tener conto dello scenario europeo, che si è visto costretto a smetterla con i vagheggiamenti sui diritti del migrante e a porre fine allo scempio siriano.
Rimane infatti per i quattro grandi paesi europei, Italia, Germania, Francia e Inghilterra, l’impossibilità di sostenere oltre l’opera caotica dell’ISIS, e quindi, ipso facto, l’impossibilità di tenere ancora a lungo scisse la quaestio Assad e la Quaestio migranti.
I quattro paesi, nerbo politico europeo, si sono divisi i compiti e le personalità politiche. Mentre l’Italia e l’Inghilterra si sono rifugiate una  in un moderatismo interessante (con le parole di Renzi sulla non adesione di Roma al raid francese, che tengono aperta la possibilità di un canale diplomatico aperto con Russia e Cina) e l’altra in un isolazionismo lateralmente filoamericano.
Francia e Germania si stanno così muovendo:

La Francia, che più di tutti ha ragione di temere ogni minuti che passa il rafforzamento dell’ISIS (e quindi conseguente scintillio della guerra fredda sociale tra proletariato islamico delle periferie e padroni sionisti e “umpisti”) e desiderano distruggere il Califfo per assicurarsi di non internazionalizzare il proprio problema sociale e di politica interna. L’avventura francese è tuttavia destinata alla cosmesi militare, giacchè solo un colpo deciso,da terra, all’ISIS, sarebbe risolutivo. Nella foga di far qualcosa Hollande ha esacerbato lo scontro sociale precitato, accellerando la polarizzazione degli strati popolari emarginati verso l’Islam radicale, avvicinando quindi il momento in cui tale scontro sotterraneo diventerà evidente, mettendo la Francia nelle mani degli opposti estremismi sgretolatori (sottoproletariato allogeno guidato da una minoranza combattiva e islamizzata contro una reazione “di destra” da Sarkozy a la Le Pen).

La Germania ha accolto il flusso dei profughi siriani per poter mettere sul tavolo della futura trattativa  sul post-Assad il proprio peso. La Merkel continua la linea dei cancellieri tedeschi dopo a Yugoslavia, e boicotta le risoluzioni muscolari americane (nelle quali si troverebbe del tutto isolata), preferendo una gestione “tecnica” della crisi mediorientale. Il governo della CDU ha preferito seguire il suggerimento di Zarif e di Kerry, e ha infatto accolto con favore l’accordo con l’Iran, preferendo cooptare Teheran nella lotta alla destabilizzazione piuttosto che difendere a spada tratta le isterie israeliane. Berlino respinge sia la linea di Parigi, rifiutando di combattere una guerra inutile,sia l’isolazionismo inglese. Il rischio, per la Merkel, è che gli possa essere impossibile, in futuro, continuare a gestire i flussi migratori (contro i quali solo un attivismo nella crisi siriana potrebbe far qualcosa, nell’uno o nell’altro senso) e adottare una linea simile a quella della vicina Polonia o addirittura proseguire ad un indurimento simile a quello ungherese.
E’ evidente che la crisi siriana pone un problema all’unità imperialistica, mettendo di fronte al caos siriano sia paesi pronti a sfruttare una stabilità politico-sociale (Germania e Inghilterra), sia paesi fragili la cui instabilità politica e sociale ne lega le mani all’attendismo (Italia) o all’azione fulminea per ricacciare dentro gi argini dello sviluppo interno dinamiche di opposizione sociale (Francia).
Diventa probematico per l’Europa dei quattro stare in fila indiana dietro la testa del serpente, giacchè come abbiamo visto ci sono almeno due teste. Lo sviluppo di una contraddizione mortale all’interno di un imperialismo bicefalo è destinata a tracimare dai confini delle “corporation parlamentari” americane e ad allargare la frattura interimperialistica tra le due sponde dell’Atlantico.

Non è impossibile ipotizzare che tale frattura porti, per reazione, alcuni paesi europei ad accogliere l’altro grande piano borghese, vale a dire un ibridazione tra la linea Kerry e la linea Lavrov. Già Austria (vicina ai problemi tedeschi) e la Spagna (alleata dell’Italia nell’opposizione interna all’Europa al dominio tedesco) abbiano aperto ad una collaborazione con Assad nella lotta all’ISIS. Questo spostamento verso Assad è in realtà uno spostamento verso la “sinistra” dell’imperialismo americano, vale a dire al realismo politico di Kerry. Accettare l’esistenza di Assad nella equazione di risoluzione del caos siriano, anche solo in via teorica, è aver per metà accettato l’inutilità dell’Isis come strumento militare e della non possibilità di quest’ultimo di rovesciare Assad con la forza.

Le responsabilità in Iraq della “guerrafondaia” Hillary

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di Matteo Luca Andriola tratto da Linkiesta
 Accusare la famiglia Bush dell’intervento iracheno è contraddittorio: l’ex segretario di Stato, ai tempi, aveva votato a favore

L’infuocato dibattito in vista delle elezioni presidenziali dell’anno prossimo, previste per l’8 novembre 2016, che eleggeranno il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America non può non toccare il tema spinoso della politica estera. Cioè, quello degli interventi militari che hanno visto coinvolto il Paese. Di solito, quando si parla di una politica estera aggressiva e fondata sull’espansionismo militare, si pensa all’amministrazione repubblicana di Georges W. Bush. In particolare agli interventi in Afghanistan e in Iraq. Un conflitto, l’ultimo, che aveva dominato i dibattiti delle precedenti presidenziali e tornato alla ribalta nel dibattito elettorale.

Questa volta a lanciare il sasso, criticando pesantemente Hillary Clinton, principale candidata dei democratici è il repubblicano Jeb Bush, 43esimo governatore dello stato della Florida sino al 2007 e fra i candidati papabili alla Casa Bianca per il Gop. In un dibattito, tenutosi il 12 agosto presso la Biblioteca Presidenziale Ronald Reagan, ha attaccato l’ex Segretario di Stato: ai suoi occhi sarebbe corresponsabile della crescita dello Stato islamico (Daesh). Bacchettate anche per la sua gestione del dossier iracheno. La colpa del duo Obama-Clinton – ergo, di tutta l’amministrazione democratica – sarebbe di aver fatto uscire le truppe statunitensi dall’Iraq troppo presto. La mossa ha creato caos nella regione e creato un vuoto riempito, in poco tempo, dallo Stato Islamico.

La Clinton ha rinfacciato all’avversario la parentela con George W. Bush, responsabile della guerra all’Iraq baathista, definita da molti oppositori la “guerra del petrolio”. Una guerra costata ai contribuenti americani ben 1.700 miliardi di dollari, più altri 490 miliardi per l’assistenza ai reduci

«Dov’era il segretario di Stato Clinton quando avveniva tutto questo?», chiede sul New York Times. «L’Islam radicale è una minaccia che siamo assolutamente in grado di superare», ha detto Bush, «Io, se eletto presidente, sarò inflessibile sulla questione». Non sarà un intervento massiccio (come fece, invece, il fratello), perché potrebbe allarmare alcuni elettori. «Non ne abbiamo bisogno», ha detto. «Ma serve comunicare che siamo seri e determinati ad aiutare le forze locali riportano il loro paese». Critica condivisa da tutti i candidati repubblicani in corsa per le presidenziali, compresi il senatore della Florida Marco Rubio e il governatore Scott Walker del Wisconsin. Un errore il ritiro delle truppe americane dall’Iraq. La soluzione? L’invio di militari per riportare l’ordine contro l’Isis. Per il governatore dell’Ohio John R. Kasich, l’operazione dovrebbe coinvolgere pure gli alleati europei.

La Clinton, dal canto suo, si è difesa. Ha rinfacciato all’avversario la parentela con George W. Bush, responsabile della guerra all’Iraq baathista, definita da molti oppositori la “guerra del petrolio”. Una guerra costata ai contribuenti americani ben 1.700 miliardi di dollari, più altri 490 miliardi per l’assistenza ai reduci di guerra, senza contare i costi umani, cioè 134mila civili iracheni morti, come riporta l’Huffington Post in occasione del decennale del conflitto. Un “vizio” di famiglia, dato che il padre, l’anziano presidente George Bush sr., aveva ordinato l’attacco nel 1990, durante la prima guerra del Golfo.

Nel 2003 Hillary Clinton votò a favore dell’intervento militare in Iraq, gesto che non solo divise il suo partito, ma che le fece perdere la nomination democratica del 2008, che andò a Barack Obama

In realtà la critica dei repubblicani e di Jeb Bush – anche se l’attacco all’Iraq viene rivendicato – si concentra sulle responsabilità del disimpegno obamiano, cioè la nascita e lo sviluppo del Califfato, uno stato “malvagio”, un mostro geopolitico contro cui è necessario che si armino tutte le nazioni civilizzate. L’obiettivo è evidente: dipingere la Clinton come un segretario di Stato debole. Lo staff della candidata, come Brad Woodhouse, ha replicato attaccando George W. Bush e la sua politica estera “distruttiva”, e il consigliere politico di Hillary, Jake Sullivan, ha esposto le stesse tesi. Viene da porsi una domanda, allora: le frasi della Clinton, che dipingono la precedente amministrazione repubblicana come responsabile della situazione mediorientale, indicano quindi una sua discontinuità?

Innanzitutto, nel 2003 Hillary Clinton votò a favore dell’intervento militare in Iraq, gesto che non solo divise il suo partito, ma che le fece perdere la nomination democratica del 2008, che andò a Barack Obama soprattutto grazie al voto dell’opinione pubblica pacifista (Obama era stato infatti contrario fin dall’inizio all’invasione dell’Iraq). L’invasione non solo dimostrò che il regime baathista non aveva “armi di distruzione di massa”, ma “balcanizzò” l’Iraq favorendo la crescita di gruppi armati jihadisti. Le prigioni statunitensi in Iraq, in particolare Camp Bucca, furono la palestra nella quale molti jihadisti si incontrarono, si conobbero, fecero proseliti e si organizzarono per le lotte future per la nascita del califfato islamico, «concepito dal suo futuro leader, Abu Bakr al-Baghdadi, insieme ad altri capi jihadisti proprio sotto il naso degli americani», dando ai vari ribelli sunniti «la straordinaria opportunità di ritrovarsi tutti insieme […]. Altrove sarebbe stato terribilmente pericoloso; lì non solo eravamo al sicuro, ma ci trovavamo solo a pochi metri di distanza dall’intera leadership di al Qaeda», spiega Martin Chulov sul Guardian l’11 dicembre 2014.

In tempi più recenti, nel 2011, ancora la Clinton – con Obama presidente – loda, durante le “primavere arabe”, il linciaggio e la morte del dittatore libico Muammar Gheddafi. Celebre la sua frase: «We came, we saw, he died», in una fase in cui, nel mese di febbraio, i vari paesi occidentali e del Golfo avevano collaborato via aria (coi bombardamenti Nato) e da terra (intelligence e corpi speciali) contando sull’appoggio dei ribelli libici – che non erano semplici civili, ma una forza militare composta anche da forze apertamente qaediste, come spiega in un’intervista al Telegraph nel marzo 2011 Abdel-Hakim al-Hasidi, ex prigioniero di Guantanamo che, dopo la presa di Tripoli, ne diventerà comandante militare.

Sul pericolo di queste formazioni si parlava già nel dicembre 2007 in uno studio condotto a West Point (sede dell’accademia militare americana), intitolato Al Qaida’s Foreign Fighters in Iraq: A First Look at the Sinjar Records, si rivelava che il corridoio che da Bengasi va a Tobruk, passa attraverso la città di Derna, una delle principali aree ad alta densità di terroristi jihadisti al mondo. Gli autori dello studio – Joseph Felter e Brian Fishman – spiegano che, se l’Arabia Saudita è al primo posto per numero di jihadisti inviati a combattere gli Stati Uniti e altri membri della coalizione in Iraq o in altre zone, «il secondo paese d’origine dei combattenti, con il 18,8% dei combattenti [era la] Libia». Molti di questi ribelli saranno inquadrati nel Libyan Islamic Fighting Group, raggruppamento che dal novembre 2007 sarà affiliato ad Al-Qaeda.

L’invasione non solo dimostrò che il regime baathista non aveva “armi di distruzione di massa”, ma “balcanizzò” l’Iraq favorendo la crescita di gruppi armati jihadisti

Non va dimenticata, poi, la guerra in Siria. È dalla Libia, sempre nel 2011, che partiranno numerosi volontari jihadisti verso la Siria ba’thista e l’Africa sub sahariana per combattere il regime di Assad, espandendo lo Stato islamico. Secondo Hillary Clinton era necessario armare sin dall’inizio, e in modo massiccio, i «ribelli moderati siriani». Non averlo fatto – sostiene – ha dato modo ai jihadisti di riempire il vuoto e di “convertire” i ribelli in loro alleati. Questa visione dei fatti, però, viene smentita sull’Indipendent da Robert Fisk, nel giugno 2014: «Chi sono questi ribelli “moderati” che Obama vuole addestrare e armare? Non li nomina e non può, perché i “moderati” originali, ai quali gli Stati Uniti hanno promesso fondi – con l’aiuto della Cia, degli inglesi, dell’Arabia Saudita, del Qatar e della Turchia – sono membri del cosiddetto “Esercito siriano libero” composto principalmente da disertori delle forze armate siriane. Ebbene, l’Esl […] si è dissolto. I suoi uomini si sono ritirati, si sono arruolati con Al Nusra o nell’Isis o sono tornati nell’esercito governativo». E poi: «Si dice che i “combattenti per la libertà” non abbiano ricevuto abbastanza armi. Ora ne avranno di più. E non c’è dubbio che le venderanno, come hanno fatto prima. […] Date ad un uomo dell’Esl – nel caso lo incontraste – un missile antiaereo e ve lo venderà al miglior offerente».

Inoltre, un documento dell’Agenzia d’intelligence del Pentagono datato 12 agosto 2012, reso pubblico il 18 maggio 2015 per iniziativa dei conservatori del Judicial Watch, sembra confermare che l’amministrazione Obama è arrivata a sottovalutare il Daesh pur di contrastare Assad, favorendone così la crescita: il documento spiega che fin dal 2012 – con la Clinton Segretario di Stato – i vari paesi occidentali, assieme alla Turchia e agli Stati del Golfo, assieme alle forze siriane di opposizione, intendevano «stabilire un principato salafita nella Siria orientale, e ciò è esattamente ciò che vogliono le potenze che sostengono l’opposizione, per isolare il regime siriano, retrovia strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)».

Insomma, anche se la Clinton è nel giusto quando rinfaccia a Jeb Bush che il fratello e il padre condussero una politica estera tutt’altro che pacifica, basta poco per vedere che le sue posizioni fossero favorevoli. E che anche il marito Bill, quando fu presidente condusse contro la Serbia, senza il consenso dell’Onu, una guerra sotto le insegne della Nato. E fu sempre lui a dare il primo riconoscimento ufficiale della nozione giuridica di «Stato canaglia» (da colpire militarmente o con delle sanzioni), che risale al Missile Defense Act del 1999. Insomma, in fatto di parentele (anche acquisite) anche lei ha poco da vantarsi.

Attacco a una base USA in Giappone? La polizia trova 2 dispositivi di lancio e un proiettile nei pressi di Camp Zama

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La polizia giapponese sta indagando su quello che sembra essere un attacco a una base militare vicino a Tokio secondo quanto riporta AP.
Gli inquirenti hanno trovato due dispositivi di lancio e un proiettile non lontano dalla base secondo in seguito a notizie di esplosioni nelle vicinanze.
La polizia riferisce di due tubi di ferro fissati nel terreno e puntati in direzione della base militare USA di Zama trovati martedì a 800 metri a sud ovest della base. L’infrastruttura si trova vicino a un quartiere residenziale e a una scuola elementare.
I tubi sono stati trovati dopo che un residente locale ha raccontato alla polizia di aver sentito 3 esplosioni nell’area la mattina presto . A seguito dell’ “incidente” non ci sono stati danni o feriti riferisce la polizia.
Più tardi la polizia ha riferito di aver trovato un altro proiettile in un campo vicino riporta AP. Questo sembra essere stato sparato contro la base militare USA da uno dei lanciatori.
“Non ci sono stati rapporti di esplosioni vicino a Camp Zama e nessuna prova di esplosioni o impatti”,hanno dichiarato i funzionari della base secondo quanto riportato da Stars and Stripes .
I funzionari hanno inoltre detto che la l’esercito USA sta cooperando con le autorità locali nelle investigazioni ma hanno altresì aggiunto che simili azioni mettono in pericolo i cittadini giapponesi indifferentemente dalle loro intenzioni.
L’incidente è avvenuto in un momento particolarmente delicato in quanto il primo ministro giapponese Shinzo Abe si trova negli USA per una visita della durata di una settimana . I due 2 “alleati ” sono in procinto di firmare un trattato difensivo aggiornato le cui linee guida sono già state approvate dai rispettivi ministri degli esteri il 27 aprile.
Questo accordo permetterebbe al Giappone di allargare le proprie forze armate e di espandere le proprie capacità militari e avere il diritto di usare la forza nel caso gli interessi USA fossero attaccati riporta Forbes
Nel Giappone stesso sono in corso forti proteste contro la costruzione di una nuova base militare ad Okinawa. Domenica centinaia di persone hanno protestato a Tokio contro il piano del governo di trasferire la base aerea di Futenma nel distretto di Henoko.
I dimostranti esibivano striscioni con le scritte “No alla Guerra , no alla base a Henoko,” Il governo dovrebbe ascoltare l’opinione pubblica di Okinawa” e ” No alla costruzione di una nuova base a Henoko ” secondo quanto riferisce Xinhua News Agency.
L’articolo qui tradotto è di Russia Today del 28 aprile 2015.
L’attacco alla base americana di Camp Zama non è stato degnato di attenzioni da parte della stampa Europea ed Occidentale.
Il fatto che nel Giappone di oggi inizi a riaffiorare sempre più un sentimento nazionalpatriottico di matrice sempre più violentemente antiamericana più che anticinese o anticoreana è un fatto da non trascurare per lo scacchiere geopolitico in Asia.
I tentativi americani di aizzare il Giappone contro la Cina per via della disputa sulle Senkaku e contro la Russia per via delle Curili potrebbero sfuggire di mano agli statunitensi che si ritroverebbero primo bersaglio del nazionalismo giapponese volto a liberare la propria Patria dopo 70 anni di occupazione americana. I Giapponesi nel profondo del loro cuore non hanno mai dimenticato le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki oltre ai tentativi di processare e presumibilmente di Giustiziare l’Imperatore Hirohito ( l’Imperatore è l’incarnazione dell’Anima Giapponese) e i piani alleati verso la fine della guerra di sterminare l’intero popolo giapponese.
Per ora gli americani stanno avendo un certo successo grazie al finto nazionalista Shinzo Abe che da servo fedele degli yankee sta trasformando il Giappone in un guardiano pesantemente armato degli interessi USA nell’area Asiatico Pacifica tuttavia è difficile pensare che i Giapponesi vogliano farne da carne da cannone per interessi altrui.

L’attacco di uno sconosciuto gruppo di Patrioti Giapponesi alla base americana di Camp Zama è un segnale da non sottovalutare.
Traduzione e commento di Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi

Il tradimento dell’Europa e dell’Occidente verso la Russia

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di Daniele Bernava
Lo scenario politico internazionale è stato il protagonista nell’ambito della rassegna culturale “Conversazioni in Sicilia”, svoltasi il 5 Luglio presso il castello di Castelmola, incantevole località siciliana nei pressi di Taormina , in provincia di Messina. Prendendo spunto da essa, si può fare un quadro della situazione della Russia e sul “nuovo corso” di Putin.
Ospite d’eccezione dell’evento è stato Paolo Valentino, originario del luogo, giornalista del Corriere della Sera, nonché corrispondente all’estero (a Washington, Mosca ecc..), noto per aver intervistato di persona Vladimir Putin (1) e Barack Obama.
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Il tema della conversazione con l’autorevole giornalista ha riguardato la Russia e ed il suo “nuovo corso” con Putin, che suscitano curiosità in chi si interessa di politica, con un ricco excursus storico sui temi più caldi, dall’Ucraina alla Crimea passando per la NATO, fino alla presunta censura dei giornali in Russia.
“Dobbiamo avere bene in mente che cosa è successo in dal 1991 ad oggi”, premessa indispensabile per comprendere la Russia odierna, superstite dell’URSS. Con la fine dell’Unione Sovietica ci si illuse con la “fine della storia” (chiaro riferimento a Francis Fukuyama) e si avviò una partnership con il Paese che non rappresentava più una minaccia per l’Occidente.
La Russia si spogliò di tutto, il Patto di Varsavia si dissolse e furono ritirate le truppe dall’Europa Orientale, si avviò l’apertura all’Occidente con una privatizzazione selvaggia, che impoveri’ il Paese e creò una nuova classe di oligarchi supermiliardari attorno alla nuova classe dirigente (Eltsin). A Mosca, a fronte di tutto ciò ci si aspettava qualcosa in cambio, non solo aiuti economici, ma l’Occidente ( soprattutto gli Stati Uniti), non smise mai di considerare la Russia come avversario.
Valentino considera un profeta George Kennan, storico diplomatico statunitense (2), che nel 1998 poco prima di morire, disse che espandere la NATO verso Est sarebbe stato un tragico errore, non essendoci alcuna ragione per farlo, altrimenti la Russia avrebbe reagito di conseguenza. Kennan non fu ascoltato e successivamente la NATO si allargò fino alla frontiera russa e nel 2008 si tentò di includere in essa Georgia e Ucraina. Tutto ciò, dal punto di vista della Russia, viene interpretato giustamente come un “tradimento” e come ostilità.
Nel 2000, con l’elezione di Putin, iniziò un cambiamento. Il Paese si stava disintegrando, intere classi sociali erano abbandonate e i russi provavano un grande senso di umiliazione. Per chiunque abbia un minimo di orgoglio nazionale la restituzione della dignità alla nazione è un dovere e furono fatte diverse riforme per ridare vigore all’economia e coesione al popolo. Nel 2002, con il famoso vertice di Pratica di Mare (3), sembrava fosse stata messa fine all’ostilità occidentale latente verso la Russia, ma fu un’illusione visto che prosegui’ l’allargamento della NATO ad est e da li’ in poi la percezione russa dell’Occidente mutò.
Il culmine di tutto questo adesso è palesato in Ucraina, che gli USA da tempo spingono per inglobarla nella NATO, si ricorda il summit del 2008 di Bucarest in cui “la NATO accoglie le aspirazioni euro-atlantiche dell’Ucraina e della Georgia di per l’adesione e concordato oggi che questi paesi diventeranno membri” (4), ma il tutto restò in stallo. Successivamente, dopo travagliate vicende elettorali, si è arrivati con un’elezione certificata dall’OSCE alla nomina a presidente di Yanucovich, che resta legittimo, a prescindere dalla poca trasparenza di quest’ultimo. L’Europa ha cominciato a negoziare un accordo di associazione con l’Ucraina, senza però tener conto del fatto che essa aveva dei precedenti accordi con la Russia e ciò ha innescato a Mosca un allarme, reagendo di conseguenza con un accordo alternativo. Nel 2013 Yanucovich ha rinviato la firma dell’accordo con la UE, per valutare la proposta russa, ma ciò ha comportato violente proteste di piazza (Maidan), con il coinvolgimento attivo degli occidentali e degli USA, testimoniato da intercettazioni telefoniche rese pubbliche (Victoria Nuland).
Il 21 Febbraio 2014 una delegazione UE ha stretto un accordo per mantenere Yanucovich come presidente di transizione fino a nuove elezioni , ma la piazza in tumulto ha rifiutato ed esautorato il presidente legittimo per insediare un governo gradito ai rivoltosi, subito riconosciuto dall’Occidente. Da ciò si evince la genesi della crisi Ucraina, con l’annessione della Crimea da parte di Mosca (contraria al diritto internazionale secondo il giornalista del Corriere) che è figlia di una preoccupazione legittima, vista la maggioranza russa presente nella penisola. La Crimea fu donata a Kiev da Kruschev nel 1954, ma è sempre stata russa e ricopre un ruolo strategico fondamentale e vanno tenute in conto le esigenze della Russia.
L’Ucraina per la Russia è più di una nazione sorella, è la sua culla, bisogna tener presente questo. Il primo atto del governo del dopo Maidan è stato quello di abolire dall’uso ufficiale la lingua russa (anch’esso contrario al diritto internazionale), seppur revocato questo dimostra un evidente retroterra russofobo di Maidan.
Gli USA impongono delle sanzioni con l’intento di far cambiare idea a Putin, ma non hanno ottenuto l’effetto sperato,anzi hanno radicalizzato il sentimento antioccidentale in Russia. Romano Prodi le ha definite un grande suicidio collettivo. Agli Stati Uniti non costano nulla, anzi hanno ampliato gli scambi con la Russia (5).
“I russi si sentono traditi dall’Europa e dall’Italia come ci si sente traditi da un amante”, frase dell’ambasciatore italiano a Mosca, riferita da Valentino a Putin in persona, che ha accolto con un sorriso, ma che descrive la realtà dei fatti. Il corrispondente del Corriere della Sera definisce come sciagurata l’assenza dei vertici europei e americani il 9 Maggio per la parata della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale a Mosca, che rappresenta per lui il momento più basso delle relazioni tra Mosca e il Vecchio Continente. La Russia appartiene alla nostra civilizzazione comune ed essa guarda prima all’Europa che altrove, anche se non del tutto europea, avendo una dimensione euroasiatica.
L’Italia soffre spesso di un eccesso di timidezza e di sottomissione ai diktat americani, come ad esempio con la vicenda iraniana, che colpevolmente Berlusconi snobbò per non irritare israeliani e americani, cosa che oggi ci avrebbe visto in prima linea, adesso per fortuna il ministro Gentiloni  sembra voler recuperare definitamente il ruolo di protagonista dell’Italia (6).
Al di là di tutto questo sembra che qualcosa stia cambiando, a Sochi Putin e John Kerry (Segretario di Stato USA) hanno avuto 4 ore di colloquio, che ha avuto riscontro poi nella soluzione della questione iraniana, in cui il ruolo russo è stato decisivo e riconosciuto da Obama stesso.
La dimostrazione che non si possa fare a meno della Russia per stabilizzare il mondo è lampante, l’auspicio è che si possa risolvere anche la questione ucraina.
Parlando di Russia non ci si poteva esimere dall’affrontare temi cari all’Occidente, come quello dei cosiddetti ”diritti civili” e della presunta repressione dei giornalisti. Valentino ha affermato che sicuramente c’è un forte controllo statale dei mezzi di comunicazione, ma ha ribadito che è fuorviante e irrealistico affermare che la Russia sia governata da un regime totalitario, visto che ci sono 600 stazioni televisive, di cui 300 tv disponibili a Mosca, comprese quelle occidentali (CNN, BBC ecc). Quelle controllate dallo stato sono solo 6, ma i russi tendenzialmente preferiscono seguire queste ultime. A differenza della Cina non esiste alcun filtro (firewall) su internet che schermi l’informazione occidentale, nonostante ciò Putin ha l’80% di consenso, non imputabile al presunto dominio dell’informazione. Non si è riusciti a dimostrare il coinvolgimento diretto del Cremlino sugli eventi nefasti capitati a giornalisti, anche se restano forti dubbi, secondo Valentino.
Sui “diritti civili”, è difficile fare la ramanzina alla Russia se si tace con Paesi come l’Arabia Saudita.
Alla domanda sui rapporti tra USA e Russia ha risposto : “Io sono convito che c’è una parte precisa dell’establishment americano, che non è Obama, che ha sempre considerato non risolto il problema con la Russia e che vuole la sua messa in ginocchio definitiva ”
In conclusione, per noi Occidentali la scelta è chiara, o continuiamo a perpetrare un atteggiamento ostile e ad avere pregiudizi, oppure teniamo conto degli interessi strategici della Russia in maniera adeguata, comprendendo che l’Ucraina non può far parte della NATO, come sostenuto da Henry Kissinger nel suo ultimo libro “Ordine Mondiale”. La seconda opzione è quella da seguire.

Il battaglione Azov: la legione nera del neofascismo ucraino

Azov

di Matteo Luca Andriola

Milizie di volontari neofascisti riconosciute dal governo ucraino, nel silenzio dell’Europa

La guerra civile che sta insanguinando l’Ucraina orientale – dov’e in corso un’offensiva dopo il golpe atlantista a Kiev – ha fatto riscoprire all’Occidente la figura romantica del cosiddetto ‘volontario’, cittadini dell’Unione europea corsi ad arruolarsi in alcune formazioni dell’esercito ucraino in lotta contro i cittadini dell’Ucraina orientale, sprezzantemente definiti ‘separatisti’ (critici, invece, verso l’ingresso del Paese nella liberista Ue, un fronte trasversale composto da movimenti borghesi apertamente filoputiniani e altri, come il Partito comunista ucraino, bandito nella zona filoccidentale, gemellato con quello russo e storicamente legato all’unita dell’Ucraina con l’Urss, a cui vanno sommati battaglioni formati da lavoratori, alcuni di matrice trockijsta). La propaganda mediatica occidentale e caricaturale: si parla di combattenti ‘europeisti’ per la liberta in marcia per sconfiggere i separatisti filo-russi al soldo di Putin, usando vecchie comparse anticomuniste come Adam Michnik, ex sostenitore di Solidarnosc, che dalla prima pagina di Repubblica arriva addirittura a complimentarsi con il governo golpista di Kiev per la propria “ragionevole moderatezza” (1).

“Di fatto, come sostenuto dai comunisti – ricorda Evgenyj Tsarkov, parlamentare del Partito comunista d’Ucraina – cio che si e verificato nel Paese, la cosiddetta ‘rivoluzione’, e stato principalmente un colpo di stato oligarchico. […] L’essenza originaria della protesta degli ucraini scesi sul Majdan era combattere il dominio dell’oligarchia sul Paese. La lotta contro il fatto che il destino di un intero Paese e dei suoi milioni di cittadini fosse nelle mani di alcuni ricchi, ignorando completamente l’opinione della gente. Come risultato, purtroppo, la nostra diagnosi e stata confermata: nel Paese c’e stata una banale sostituzione di alcuni oligarchi con altri. La forza della protesta e stata sfruttata per rimuovere Yanukovich, che aveva cercato di diventare il proprietario esclusivo del Paese. Oggi, anche il nuovo presidente e il suo capo dell’Amministrazione sono i piu evidenti rappresentanti dell’oligarchia” (2).

Le risposte successive, appena giunto al potere determinando la secessione delle regioni orientali e lo scoppio della guerra civile, sono state la messa al bando del Pcu, stecca nel coro alle successive riforme neoliberiste, e le conseguenze di tali politiche, cioe il peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini e i vari rincari: i prezzi dei prodotti da forno sono aumentati del 46%, e il paniere alimentare del 97%; i medicinali del 127%; il gas del 52%, e dal primo luglio 2014 le tariffe per la fornitura dell’acqua dell’84%, del 105% quelle per le acque di scarico, del 93% quelle per il consumo dell’acqua. Allo stesso tempo, vi e stata una riduzione del 63% delle prestazioni sociali e la moneta nazionale, la grivna, si e svalutata del 53%, preludio a una privatizzazione della Banca nazionale sul modello occidentale (3).

In Ucraina inoltre, la situazione in questi mesi e alquanto confusa, dato che il Paese si presenta, per l’appunto, diviso, e il popolo e letteralmente ostaggio di rivalita interimperialiste, e di calcoli cinici di oligarchi corrotti ora allineati nel campo filo-occidentale, pronti a finanziare raggruppamenti neofascisti per conservare i privilegi economico-sociali che l’ingresso nella Ue gli permetterebbe di acquisire.

Ecco allora che il governo di Kiev usa gruppi paramilitari di ogni tipo, dando carta bianca ai servizi segreti (Sbu), alle compagnie mercenarie statunitensi (per esempio, Blackwater), mentre nell’aprile 2014 viene riformata la Guarda nazionale. Ed e questo quello che ci interessa: il corpo viene infatti integrato da battaglioni di volontari civili. E qui la questione diventa imbarazzante perche il fronte occidentalista filo-Ue, alfiere delle liberta individuali e dei diritti civili a scapito di quelli sociali, ha fatto si che in tali battaglioni – come gia visto nell’articolo precedente (4) – entrassero militanti di movimenti e partiti filonazisti che si ispirano al collaborazionismo ucraino degli anni ’40, movimenti che compongono l’esecutivo di governo.

A questi gruppi autoctoni si somma il battaglione Azov, “una formazione paramilitare nata nei giorni della Maidan e poi incorporata nella Guardia nazionale ucraina con decreto del ministro dell’Interno Avakov” (5), famosa per esser composta da volontari provenienti da tutto il continente e militanti nell’estrema destra; battaglione nato nei primi giorni della rivolta nel Donbass, e capace di raccogliere al suo interno componenti di Pravy Sektor e della formazione neonazista Patriot Ukraiyny. Il sito vicino al Pcf, Solidarité Internazionale, scrive che il battaglione “si compone di circa 500 combattenti, tutti civili dalle stesse convinzioni: quella di un ‘nuovo ordine’ basato sulla superiorita della razza bianca, una ‘rivoluzione nazionale’ antidemocratica, antisemita, anticomunista, ma dietro Stati Uniti e Unione europea. La spina dorsale del battaglione e composta da attivisti dell’Adunata nazionalsociale (Sna), tra cui il capo del battaglione Andrej Belitzkij, che non e altro che il capo del ramo paramilitare della Sna, Patrioti ucraini. Sna fu fondata nel 2008 e si dichiara apertamente nazista, e nata dalla fusione di alcuni gruppuscoli neonazisti.

Ha apertamente criticato il partito fascista Svoboda per la sua moderazione, la sua parte ‘liberale’, ma anche i neonazisti di Settore destro, accusati di debolezza, anche se il rapporto tra Sna e Settore destro e stretto. Sna ufficialmente, come si puo vedere sul loro sito, mira a «guidare la rivoluzione nazionale» e la «pulizia etnica dell’Ucraina», «guidando i popoli bianchi nella lotta mondiale per la sopravvivenza, contro il nemico subumano, i semiti». Sulla base del programma nazista, Andrej Belitzkij puo impostare obiettivi piu concreti: «La missione storica della nostra nazione in questo momento critico e guidare le razze bianche in una crociata finale per la sopravvivenza»“ (6).

L’ideologia politica che unisce tali ambienti e evidente non solo da quello che scrivono i blog e i siti non allineati o la stampa russa, ma dalle stesse simbologie utilizzate: sullo scudo del battaglione si erge il Wolfsangel (dente di lupo), simbolo araldico utilizzato dai nazionalsocialisti (ripreso dalla 2° divisione SS Panzer Das Reich, responsabile del massacro di Oradour-sur-Glane), sovrapposto allo Schwarze Sonne, il sole nero esoterico anch’esso legato al neopaganesimo nazista e utilizzato – con qualche variante grafica – dall’associazione identitarista germanica di matrice neodestrista Thule-Seminar, un tempo sezione tedesca del Grece di Alain de Benoist e oggi legata all’associazione etnoregionalista francese Terre et Peuple.

Il battaglione Azov e riconosciuto da un governo ucraino a sua volta legittimato dalle cancellerie occidentali, Italia compresa. L’offensiva ai danni dell’Ucraina, a suo tempo governata da una giunta filo-russa, mira a espandere i confini della Ue, ed e una reazione alla nascita dell’Unione doganale euro-asiatica creata dal governo Putin, come riconosce Matteo Cazzulani, responsabile per i rapporti del Pd milanese con i partiti democratici e progressisti nel mondo: “L’inglobamento dell’Ucraina nell’Unione doganale eurasiatica mette a serio repentaglio la sicurezza energetica ed economica della Ue, che vedrebbe naufragare la possibilita di rafforzare la propria economia tramite l’integrazione di un Paese dalle enormi potenzialita umane, agricole, industriali come l’Ucraina” (7).

Della cosa si e accorta anche l’eurodeputata della lista L’Altra Europa per Tsipras, Barbara Spinelli, che il 2 settembre scorso ha denunciato a Bruxelles non solo le sanzioni contro la Russia, ma l’utilizzo di tali milizie neonaziste. Il governo italiano e la Ue, spiega Spinelli, devono “prendere atto che il governo di Kiev ha attuato una strategia militare pericolosa avvalendosi di milizie di estrema destra. L’esempio piu lampante e il battaglione Azov, formazione paramilitare di ispirazione neonazista che risponde al ministero degli Interni. Contro questa strategia l’Europa tace, come tacciono gli Stati Uniti” (8).

Non dimentichiamo, inoltre, lo stanziamento nel mese di settembre di novanta paracadutisti della Brigata Folgore, che compongono i 4 mila uomini che la Nato vuole inviare nelle regioni orientali dell’Europa in vista di esercitazioni (tuttora in corso di svolgimento: dal 13 al 20 settembre a Lviv, in Ucraina, dal 15 al 27 in Germania e Norvegia dal 15 settembre al 2 ottobre in Polonia, mentre dal 3 al 13 dicembre e programmato il Trident Lance, “il piu grande e sofisticato esercizio per la catena di comando dalla fine della guerra fredda”) tra la Germania, l’Estonia, la Polonia, la Lettonia e la Lituania, per aumentare la visibilita in tali zone al fine di fungere da deterrente contro “il timore di Stati Uniti e Unione Europea […] che il presidente russo Vladimir Putin dopo l’Ucraina punti ai Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania)”; anche se, precisano le autorita della Nato, tali esercitazioni “erano previste da tempo, ben prima che scattasse l’invasione della Crimea” (9).

Ovviamente l’Italia, che fin dal dopoguerra ha avuto una delle ‘fascisterie’ fra le piu attive sul continente, alcune delle quali coinvolte in fatti di destabilizzazione atlantista (la strategia della tensione su tutti, basti pensare al coinvolgimento di Ordine nuovo, Avanguardia nazionale ecc. negli eventi, nonostante non si sia fatta ancora chiarezza ne sulle precise dinamiche ne sugli effettivi attori coinvolti), non si e lasciata sfuggire l’evento ucraino: infatti la fascinazione del battaglione per l’ideologia fascista – una sorta di legione straniera neonazista o di Waffen-SS 2.0 – ha attratto anche qualche volontario dall’Italia gravitante attorno agli ambienti di CasaPound. Fra i giovani ucraini del reparto, ci sono ultras della Dynamo Kiev, con il mito dell’impero romano e dell’Europa cristiana delle crociate. Sui pettorali e sui bicipiti hanno tatuate rune e celtiche (sicche gli antifascisti italiani e i comunitaristi patriottici filoputiniani hanno coniato
a riguardo il termine dispregiativo camerati runomuniti, oltre a Casa-Gladio, CasaNato ecc.).

“Si”, dice Jaroslav Jakimcuk, un combattente di 24 anni intervistato dal giornalista Danilo Elia quest’estate, “l’ho conosciuto Francesco Saverio Fontana, ha combattuto con noi. E gia tornato in Italia, pero” (10). Il giovane, volontario ricoverato in un ospedale da campo a Dnipropetrovsk e gravemente ferito da schegge di una fugass, un ordigno artigianale comandato a distanza, mentre con il suo gruppo stava entrando a Mariinka, un sobborgo di Donetsk, nel momento piu cruciale dell’offensiva, rifiuta l’accusa di estremismo. Anche Ljoša, diciottenne, nell’intervista si definisce semplicemente ‘patriota’: “Cos’e estremismo? Il nazionalismo e estremismo? Noi siamo patrioti, combattiamo per la patria. Se e cosi, allora siamo estremisti, ma in un senso buono […] Non mi piace neanche che ci chiamino eroi, pero. Amo il mio Paese, non ci ho pensato due volte ad arruolarmi. Non ho fatto niente di straordinario” (11). Ma nelle regioni di Donetsk e Lugansk, il battaglione Azov non e affatto visto come patriota ma come aggressore. E chi e Francesco Saverio Fontana?

Fontana e Besson
Fontana, alias Francois Xavier Fontaine, nome di battaglia ‘Stan’, e un noto militante della destra radicale apparso su vari quotidiani e periodici per la sua presenza in Ucraina nei giorni dell’Euromaidan, “definito ‘ufficiale’ di collegamento con gli squadristi italiani in diversi siti e blog. E ad addestrare le truppe di Kiev ci sarebbero contractor della Blackwater, e anche istruttori Cia”, come racconta Il Fatto Quotidiano (12). Fontana – vicino a Gabriele Adinolfi (tra di fondatori di Terza posizione e oggi uno degli intellettuali di riferimento di CasaPound) e a Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia nazionale – negando una filiazione con i ‘fascisti del III millennio’, descrive a Fausto Biloslavo, inviato de Il Giornale con un passato nel Fronte della gioventu (l’organizzazione giovanile del Msi), la sua ‘romantica’ presenza in Ucraina nel reportage Gli uomini neri.

L’ex missino ed ex avanguardista cinquantatreenne, chiamato ‘zio’ o ‘don’ dai camerati piu giovani, si presenta al giornalista triestino in giubbotto antiproiettile, passamontagna nero sul volto, occhiali scuri e kalashnikov – confermando quello che molti sui camerati negavano mesi fa: non era li solo come inviato di Adinolfi per Noreporter.org, sito d’informazione ‘non conforme’, ma anche come combattente – spiegando: “Sulle barricate di piazza Maidan mi sono ritrovato per caso affascinato da una rivoluzione di popolo [cosi, nella propaganda neofascista, e descritto il golpe atlantista, n.d.a.] […] E dalle giovani centurie di Pravi Sektor […] con gli scudi medievali assieme alle babucke che portavano il te a 17 sotto zero o le ragazze indaffarate a riempire di benzina le bottiglie vuote per trasformarle in molotov”. “Nel momento del pericolo e scattata una molla. […] Come diciamo in Italia era finita la commedia. Non era piu un gioco. Cosa dovevo fare tornarmene a casa e abbandonare i camerati delle barricate di Maidan?” (13). E cosi, dopo aver partecipato alla ‘rivoluzione colorata’ finanziata da George Soros (14), Fontana passa all’azione e il 13 giugno 2014 partecipa alla battaglia di Mariupol, la citta costiera sul mare di Azov conquistata dai miliziani filorussi, dove il battaglione nero ha ucciso una ventina di civili: “Siamo andati avanti noi. Abbiamo preso una contraerea piazzandola ad alzo zero e polverizzato le barricate dei filo russi”.

Ma non e solo. Con lui un altro camerata dalla Francia, Gaston Besson, avventuriero, ex cercatore d’oro in Colombia, ex paracadutista e fascista ‘rivoluzionario’ dai lontani anni Settanta, un uomo che, in epoche recenti, e sempre stato in prima linea li dove si spara. A Biloslavo infatti dice: “Non sono un mercenario e nemmeno un agente segreto. Non mi nascondo. Mi definisco un rivoluzionario, idealista, che ha attraversato due guerre e tre insurrezioni in Croazia, Bosnia, Birmania, Laos, Suriname”.

Le idee sono sempre quelle di quando era giovane: “Non dimentichiamo che siamo il braccio armato del Sna, e che siamo vicini a Settore destro”. E li come reclutatore dei volontari europei che combattono per annettere il Donbass, molti dei quali “arrivano dai Paesi del nord Europa come Svezia, Finlandia, Norvegia. Le richieste giungono anche dall’Italia. I figli dei croati che hanno combattuto negli anni Novanta [assieme a molti fascisti europei, n.d.a.] vogliono venire a fare la loro parte” (15).

Biloslavo firma anche un altro reportage su Panorama, protagonisti ancora Fontana e Besson: “«Siamo ultra` nazionalisti, non nazisti» spiega Francesco. «Certo non rimpiangiamo la Russia stalinista». Aggiunge il francese: «Siamo anticomunisti, ma lo spirito e lo stesso delle brigate internazionali che combattevano in Spagna negli anni Trenta. Tatuaggi e simbologia sono da ‘cattivi ragazzi’, ma la vera battaglia e per l’Ucraina unita e indipendente»” (16).

Questo il battaglione Azov che sta dalla parte dell’Unione europea. E chiaro che nel Paese si sta combattendo molto piu che una guerra civile: sul piatto ci sono ben altri interessi economici e geopolitici, e ogni alleato va bene a Europa e Stati Uniti.

1) “Ammiriamo la ragionevole moderatezza, la determinazione e il senso di responsabilità della società civile e delle autorità ucraine, mentre ci fa rabbia vedere l’aggressione nei confronti dell’Ucraina da parte della politica imperiale della grande Russia”. A. Michnik, La Repubblica, 6 marzo 2014
2) E. Tsarkov (parlamentare del Pc d’Ucraina e segretario regionale di Odessa del Pcu, ufficio stampa del Pcu), Chi ha effettivamente guadagnato dalla vittoria del Majdan, Marx21, 13 giugno 2014
3) Ibidem
4) Cfr. Matteo Luca Andriola, L’Euromaidan e i camerati nazifascisti di Kiev, Paginauno n. 39/2014
5) D. Elia, Ucraina, tra i feriti del battaglione Azov, Osservatorio Balcani e Caucaso, 29 agosto 2014
6) I. Kolomoisky, Il battaglione Azov, una milizia neonazista, delle Brigate internazionali fasciste finanziata dall’oligarca israelo-ucraina, Solidarité Internazionale Pcf, 17 settembre 2014
7) A. Lattanzio, I veri rosso-bruni: il PD e i nazisti del battaglione Azov, Aurora, 17 settembre 2014
8) B. Spinelli, Interrogazione parlamentare, audizione del ministro degli Esteri Federica Mogherini davanti agli eurodeputati italiani, Bruxelles, 2 settembre 2014, ora al sito web http://www.altraeuroparoma.it/blog/guerra-ucraina-interrogazione-di-barbaraspinelli/
9) Ucraina, i parà della Folgore nei 4mila di pronto intervento Nato, in Blitz Quotidiano, 3 settembre 2014
10) D. Elia, art. cit.
11) Ibidem
12) S. Citati, Italiani in Ucraina: Casa Pound e Brigata Garibaldi sulla nuova Cortina di Ferro, Il Fatto Quotidiano, 11 giugno 2014
13) F. Biloslavo, Gli uomini neri, Il Giornale, luglio 2014
14) Noto miliardario e speculatore, che con l’Open Society Institute ha finanziato le diverse ‘rivoluzioni colorate’ nell’Est, movimenti come le Femen e le Pussy Riot e, negli anni ’70-80, gruppi dissidenti anticomunisti come i cecoslovacchi di Charta 77 e i polacchi di Solidarnosc. Coinvolto anche in speculazioni ai danni dell’economia italiana: “George Soros ha fatto incetta di bond italiani comprandoli da Mf Global, la società di brokeraggio finita di recente in bancarotta. Due miliardi in buoni del Tesoro europei, soprattutto italiani, sono finiti nelle mani del finanziere americano dopo che quest’ultimo li ha comprati sulla piazza londinese da Kpmg Llp, l’amministratore che gestisce la bancarotta di Mf Global. È quanto rivela il Wall Street Journal, secondo cui l’ottantunenne uomo d’affari, col suo team d’investimento del Soros Fund Menagement, ha comprato 2 miliardi di dollari in bond (sui 6,3 mld in mano alla società prima del fallimento) a un prezzo inferiore ai valori di mercato in una transazione che ha coinvolto anche Jp Morgan, ammontare ragguardevole, se si pensa che il Soros Fund Management gestisce, a quel che si sa, 5,8 miliardi di dollari”. M. Zola, Economia: George Soros, filantropo e speculatore, compra bond italiani, East journal, 25 dicembre 2011
15) F. Biloslavo, art. cit.
16) F. Biloslavo, Il camerata italiano sul fronte dell’Est, Panorama, 1 luglio 2014