Antoun Saadeh : Vita di un Socialista Nazionale Siriano

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Di Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi traduzione da http://www.ssnp.com

L’infanzia

Antoun Saadeh nacque il 1 marzo 1904 nella cittadina di Showeir nel distretto di Metn Monte Libano.

Egli ricevette la sua istruzione elementare nel villaggio di Showeir e successivamente continuò gli studi al Lycee de Freres al Cairo e alla scuola di Brummana.

Antoun Saadeh lasciò il Libano nel 1919 per recarsi negli USA e nel febbraio 1921 si trasferì nel Brasile dove prese parte assieme a suo padre Dottor Khalil Saadeh nel  dirigere il giornale Al Jarida e nella rivista Al  Majalla.

I primi inizi

Nel 1924 fondò una società segreta che aveva come obbiettivo l’unificazione della Siria Naturale, ma egli sciolse la società nel 1925. Mentre era in Brasile studiò il russo e il tedesco.

Antoun Saadeh tornò in Libano nel 1930.Nel 1931 scrisse “Una tragedia d’Amore” che fu successivamente pubblicata nel 1933 assieme alla sua “Storia della Festa di Nostra Signora di Sidnaya”.

Nel 1931 si recò a Damasco dove si unì alla redazione del quotidiano damasceno Al Ayamm ma ritornò a Beirut nel 1932 per insegnare tedesco agli studenti che avevano scelto lingue all’Università Americana di Beirut. A Beirut egli riprese la pubblicazione della rivista Al Majalla  del quale egli riportò 4 problemi.

La fondazione del Partito Socialista Nazionale Siriano

Egli fondò il Partito Socialista Nazionale Siriano il 16 novembre 1932. Il 16 settembre  1935 l’esistenza del Partito Socialista Nazionale Siriano divenne nota. Saadeh fu arrestato e condannato a sei mesi di carcere durante i quali scrisse “ L’ascesa delle Nazioni”. Saadeh fu liberato ma fu detenuto ancora una volta nel tardo giugno del 1936 durante i quali scrisse il pamphet “ La spiegazione dei Principi”. Nel primo novembre fu rilasciato di prigione  ma egli vi ritornò nel primo marzo 1937. Egli aveva scritto il libro “ L’Ascesa della Nazione Siriana” ma il suo libro fu sequestrato dalle autorità al momento del suo arresto e le autorità si rifiutarono di riconsegnarglielo.

Rilasciato nel tardo Maggio 1937 egli nel Novembre dello stesso anno fondò il giornale Al-Nahdhah.

Gli Anni all’Estero

Egli continuò a dirigere il Partito fino al 1938 quando lasciò il paese per organizzare per organizzare le branche estere del partito.

In Brasile egli fondò il giornale Nuova Siria ma fu detenuto per 2 mesi a seguito di accuse da parte di agenti coloniali rivelatesi poi  false . Successivamente si trasferì in Argentina dove seguì lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale nel 1939. Egli rimase in Argentina fino al 1947. In Argentina fondò il giornale Al-Zouba’a  e scrisse “ La Lotta dell’intelletto nella Letteratura Siriana “ che fu stampato a Buenos Aires. Nel 1943 egli sposò Juliette Al-Mir che gli diede 3 figlie. Durante la Seconda Guerra Mondiale mentre era all’estero fu condannato “In Absentia” a 20 anni di prigione e a 20 di esilio dalle autorità coloniali  francesi.

Il Ritorno in Patria

Egli ritornò in patria il 2 Marzo 1947 e presto fece un discorso rivoluzionario in seguito del quale le autorità emisero un mandato di arresto che rimase in vigore per 7 mesi ma fu successivamente ritirato.

Egli fondò il giornale Al-Jil Al-Jadid. Fu negli uffici e nelle stamperie che accadde l’incidente di Jemmayzeh nel corso di un piano condotto dalle autorità con le Falangi Libanesi che attaccarono e incendiarono gli edifici.

Il complotto e il Martirio

Durante quel periodo venne messa in atto una cospirazione internazionale e il 7 giugno 1949 riuscì a persuadere Husni Al-Za’im  a consegnare Antoun Saadeh alle autorità libanesi che interrogarono , processarono e lo giustiziarono nell’arco di 24 ore.

La data del suo martirio fu l’8 giugno 1949 alle 15 e 20 del pomeriggio.

Conclusioni

Antoun Saadeh resta una delle figure più influenti e importanti della storia recente del vicino oriente. Il SSNP da lui fondato è stato e rimane uno degli attori politici più importanti in Libano e Siria. Le sue milizie hanno avuto un ruolo cruciale nella guerra civile libanese del 13 aprile 1975 – 13 ottobre 1990 durante la quale combatterono attivamente le forze israeliane e dell’esercito del sud del Libano e nel corso dell’attuale guerra al terrorismo siriana che vede il SSNP combattere al fianco dell’esercito siriano combattere contro i terroristi supportati da Occidente, Israele e paesi arabi del Golfo.

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AfD la Riscossa Tedesca

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di Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi

Il partito di destra anti immigrazione AfD( alternativa per la Germania) si è piazzato con il 21.9% dei voti nel Bundesland del Meclemburgo-Pomerania Anteriore battendo la CDU di Angela Merkel che ha ottenuto il 19% dei voti perdendo tre punti rispetto alle elezioni del 2011 .

In Meclemburgo-Pomerania Anteriore i risultati delle elezioni hanno visto l’SPD piazzarsi primo con il 30% dei voti perdendo però 5 punti dal 2011,l’AfD con il 21.9 % dei voti e infine la CDU della cancelliera Merkel con il 19% dei voti.

Questi dati indicano che l’AfD è destinata a diventare il principale partito patriottico tedesco dalla fine del dopoguerra.

I neonazisti dell’NPD e quelli del nuovo partito neonazista del Der Dritter Weg sono destinati a rimanere una forza incapace di andare al governo e a ottenere consensi di massa e di conseguenza rimarranno attori di secondo piano nel mondo della politica tedesca.

Le Origini dell’AfD

L’AfD fu fondata nel febbraio del 2013 da Bernd Lucke, economista e professore di macroeconomia all’Università di Amburgo.

Alle elezioni federali del 2013 l’AfD ottenne 2 056 985 voti, pari al 4,7%, non riuscendo quindi per poco a superare la soglia di sbarramento del 5% per ottenere seggi al Bundestag.

Alle successive elezioni europee del 2014 ottiene il 7,04%, conquistando sette eurodeputati; a seguito del risultato, il partito ha scelto di affiliarsi al Gruppo dei conservatori e dei riformisti europei.

Il 4 luglio al congresso di Essen, Frauke Petry viene eletta a maggioranza assoluta leader del partito,l’8 luglio 2015 il fondatore Lucke lascia il partito dal momento che non condivide i toni populisti del nuovo segretario secondo lui troppo vicini al movimento anti islamico Pegida. Il 19 luglio Lucke fonderà il partito Alternativa per il Progresso e il Rinnovamento assieme a 5 europarlamentari dell’AfD.

Nelle elezioni regionali del 2016 AfD ottiene un ottimo risultato in termini elettorali: nel Land del Baden-Württemberg AfD diventa il terzo partito ottenendo il 15,1% dei consensi, nel Land della Renania-Palatinato ottiene l’12,6% mentre nella Sassonia-Anhalt si colloca al secondo posto ottenendo il 24,2% dei suffragi.

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Ideologia

L’AfD  si presenta come partito nazional conservatore , euroscettico e fortemente anti immigrazione in particolar modo contro gli immigrati islamici.

Immigrazione e Islam

 

Il partito si oppone alla costruzione di moschee dotate di minareti ,al richiamo alla preghiera da parte dei muezzim, al burqa , al niqab e comunque a ogni genere di velo integrale .L’AfD si oppone alla costruzione e alla gestione di Moschee da parte di soggetti poco affidabili dal punto di vista legale e da parte di stati islamici o donatori privati.

Coscrizione

Il partito vuole un ritorno alla leva per gli uomini dai 18 anni in su.

Euroscetticismo

Il programma europeo dell’AfD si può riassumere in 4 punti :

1 ” Nazione sovrana rispetto al superstato europeo ”

2   Sussidiarietà nei confronti del centralismo di Bruxelles

3  Cittadini contro le élite

4  Contribuenti tedeschi VS beneficiari stranieri

Politiche Familiari

L’AfD è fortemente a favore della Famiglia Tradizionale e si oppone alle teorie gender e in particolar modo contro la sessualizzazione dei bambini nelle scuole. L’AfD si oppone alle quote rosa.

Conclusioni

Il successo dell’AfD deriva da essenzialmente 3 fattori ;

1 La capacità di incanalare il dissenso delle classi medio-alte nei confronti della politica immigratoria di Angela Merkel.

2 L’essere un partito fortemente oppositore delle politiche UE .

3 La capacità di attrarre nazionalisti  moderati che in precedenza votavano NPD.

Il Movimento di Lapua

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di Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi

Il Movimento di Lapua fu un movimento ultra nazionalista e anticomunista finlandese fondato nella cittadina di Lapua e rinominato secondo la stessa.

Il movimento fu fondato nel 1929 e inizialmente era dominato da nazionalisti finlandesi anticomunisti i quali enfatizzavano il lascito dell’attivismo nazionalista, le Guardie Bianche finlandesi e la guerra civile finlandese. Il movimento vedeva se stesso come il male necessario re instauratore di ciò che fu conquistato dopo la guerra civile finlandese appoggiando il Luteranesimo ,il nazionalismo e l’anticomunismo.

Molti politici e molti militari finlandesi furono inizialmente simpatizzanti del movimento di Lapua dato che l’anticomunismo era la norma delle classi politiche formate dopo la guerra civile finlandese. Tuttavia l’eccessivo uso della violenza da parte dei militanti di Lapua rese il movimento meno popolare dopo un paio di mesi.

Attivismo del Movimento di Lapua

Il movimento organizzò marce e riunioni nell’intera Finlandia. Il 16 giugno 1930, più di 3.000 uomini arrivarono a Oulu al fine di distruggere la stampa e l’ufficio del giornale comunista Pohjan Voima. Tuttavia, l’ultimo numero di Pohjan Voima era apparso il 14 giugno .Lo stesso giorno fu distrutta una stamperia comunista a Vaasa. Una dimostrazione di forza fu la cosiddetta Marcia Contadina fino a Helsinki . Più di 12.000 uomini arrivarono a Helsinki il 7 luglio 1930. Il governo cedette sotto pressione e i movimenti comunisti furono messi fuori legge. Incontri comunisti furono interrotti anche con la violenza. Un trattamento comune era  il cosiddetto muilutus che consisteva in un rapimento a cui seguiva il pestaggio,  successivamente la vittima veniva caricata su una macchina e portata al confine sovietico.

L’Epilogo

Nel febbraio 1932 una riunione socialdemocratica a Mäntsälä fu violentemente interrotta da attivisti armati Lapua. L’evento portò a un’escalation che culminò nella cosiddetto colpo di stato   Mäntsälä capitanata dall’ex capo di stato maggiore dell’esercito finlandese Wallenius . Nonostante gli appelli di Wallenius l’esercito finlandese e le Guardie Bianche rimasero in larga parte fedele al governo . Molti storici ritengono che il motivo principale del fallimento fu scarsa pianificazione:

la rivolta fu scatenata inizialmente da eventi locali e solo successivamente divenne nazionale. La ribellione finì a seguito di un intervento alla radio indirizzato ai ribelli del presidente Svinhufvud. Dopo un processo che vide l’incarcerazione di Wallenius e di altri 50 capi della rivolta il partito di Lapua fu messo fuorilegge.

Ideologia

Il partito era visceralmente anticomunista e anti sovietico(per non dire antirusso). Sosteneva le Guardie Bianche Finlandesi che combatterono nella guerra di indipendenza Finlandese durante la Rivoluzione russa e nella successiva guerra civile finlandese che vide i Bianchi Finlandesi trionfare sui comunisti finlandesi appoggiati dall’Armata Rossa. Il partito era ultra nazionalista e supportava tra l’altro l’irredentismo finlandese mirato alla realizzazione della Grande Finlandia. Il partito supportava l’organizzazione dei Fennomanni(sostenitori della lingua finlandese) contro gli Svecomanni (sostenitori dell’uso della lingua svedese ).

Eredità

L’ideologia di Lapua fu ripresa dal Partito Popolare Patriottico Finlandese che sopravvisse fino alla sua messa al bando dopo la resa della Finlandia all’Urss a seguito della Seconda Guerra Mondiale.

 

La necessità della lotta di classe in America Latina

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di Andrea Virga http://andreavirga.blogspot.it/

Articolo scritto per Azione Culturale e pubblicato il 16 maggio 2016.

Nel corso dell’ultimo anno, abbiamo assistito a una vera e propria offensiva controrivoluzionaria in tutta l’America Latina. In quattro Paesi cruciali del Sudamerica: Argentina, Venezuela, Perù, Brasile, la destra filoamericana e liberale ha inflitto gravi sconfitte alla sinistra nazionalista e social-riformista, con l’appoggio degli Stati Uniti e dei media internazionali.

Il 22 novembre 2015, il candidato repubblicano Mauricio Macri ha vinto le elezioni presidenziali contro il giustizialista Daniel Scioli, erede dei Kirchner. Il 6 dicembre, l’opposizione venezuelana ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi (109 a 55) nell’Assemblea Nazionale.

Il 10 aprile 2016, le elezioni generali peruviane si sono svolte senza la partecipazione dell’uscente Partito Nazionalista e hanno visto andare al ballottaggio due candidati di centrodestra: l’economista neoliberista Pedro Pablo Kuczynski, già ministro in precedenti governi liberali, e la conservatrice Keiko Fujimori, figlia ed erede dell’ex-Presidente d’origine giapponese Alberto Fujimori, condannato per corruzione e crimini contro l’umanità.

Infine, il 12 maggio, la Presidente brasiliana Dilma Rousseff (Partito dei Lavoratori) è stata deposta attraverso un processo parlamentare di messa in stato d’accusa, in quanto “non poteva non essere al corrente” circa i casi di corruzione emersi nel suo partito e nell’azienda petrolifera statale Petrobras, nel corso della maxi-indagine Lava Jato. L’opposizione, appoggiata da manifestazioni popolari e dai principali media privati, come la rete d’informazione Globo, ha vinto grazie alla rottura con il governo del centrista Partito del Movimento Democratico Brasiliano (PMDB), i cui membri di rilievo, ossia il Presidente della Camera Eduardo Cunha, coinvolto a sua volta in Lava Jato, e il Vicepresidente Michel Temer, hanno giocato un ruolo cruciale nel rovesciamento della Presidente regolarmente eletta.

Temer, libanese maronita vicino alle sette evangeliche, accusato di satanismo, sotto indagine per corruzione, ex-informatore dei servizi statunitensi nonché massone e sionista, in quanto nuovo Presidente in carica, ha formato un nuovo esecutivo, molto rappresentativo della società brasiliana, rigorosamente formato da maschi bianchi, ricchi, di mezza età, con indagini per corruzione in corso. Menzione d’onore per il pastore pentecostale Marcos Pereira allo Sviluppo Industria e Commercio, per Blairo Maggi, il più grande produttore di soia al mondo, all’Agricoltura, e per il Ministro degli Esteri José Serra, che fino a qualche anno fa ignorava che il nome ufficiale del Paese fosse cambiato nel 1967. Del resto, è normale che un vampiro [come è stato definito Temer] abbia qualche problema a ricordarsi che il tempo passa.

Giova inoltre ricordare che, nonostante le campagne elettorali abbiano fatto leva sugli errori e i limiti dei governi di sinistra, che stanno soffrendo le conseguenze della crisi globale e, nel caso venezuelano, del basso costo del petrolio, ad un anno di distanza non si vedono miglioramenti concreti. In Argentina, dopo la decisione di Macri di ripagare i “fondi avvoltoio” agli speculatori, l’inflazione galoppa più di prima. In Venezuela, nonostante la vittoria parlamentare, prosegue la guerra economica contro il governo, con la serrata delle fabbriche.

I cattolici conservatori saranno in compenso contenti di sapere che il Parlamento della Colombia, nettamente di destra, ha avallato il “matrimonio” omosessuale (28 aprile 2016) e che la governatrice repubblicana di Buenos Aires pensa alla legalizzazione dell’aborto. Ma, evidentemente, per questi farisei, fermare il “komunismo” è più importante che difendere la famiglia e la vita.

Cosa c’insegnano queste vicende? Che in America Latina un governo popolare che voglia, non dico costruire il socialismo, ma varare delle riforme sociali, non potrà che scontrarsi contro un blocco d’opposizione borghese, che, anche in minoranza di voti, gode comunque di risorse economiche, potere mediatico e appoggio internazionale superiori.

Può non essere immediato da capire per un europeo, ma in America Latina vige una divisione in classi molto più rigida rispetto alla nostra, con un classismo ripugnante (non privo di una base razzista) nutrito dall’élite verso il popolo. Noi siamo abituati agli Stati europei occidentali, caratterizzati da un capitalismo autoctono e una forte borghesia nazionale, dotata di spirito imprenditoriale e vocazione indipendentista (anche se in Italia non è più così). Là invece si tratta di Stati dipendenti, caratterizzati da un’economia neocoloniale, con una borghesia “compradora” che non innova né investe, ma campa di parassitismo, estraendo e vendendo prodotti agricoli e materie prime alle multinazionali occidentali, per poi accumulare le proprie ricchezze all’estero.

In questo contesto, si è mostrato evidente che non è possibile una composizione pacifica del conflitto sociale. Le oligarchie latinoamericane non hanno alcuna intenzione di cooperare col governo al bene comune del Paese, ma vogliono solo difendere i propri privilegi e interessi. Non ci sono dunque “terze vie” che tengano: o si è antimondialisti, e si appoggiano quindi (anche criticamente, beninteso) le forze nazionaliste, populiste, socialiste, o si è, di fatto, complici dell’imperialismo statunitense e dell’alta borghesia.

Soprattutto, occorre che le forze progressive si mettano in testa che non è possibile ristabilire la giustizia sociale con le buone, ma è necessario utilizzare tutti i mezzi repressivi necessari ad annientare la resistenza liberale, inclusi lo stato d’eccezione, il carcere, l’esilio e l’esproprio dei beni. Sarebbe bastato mettere a confronto la sorte di Allende e di Castro per arrivare a questa conclusione. C’era l’illusione che i tempi fossero oggi diversi. Ebbene, sicuramente le forze reazionarie sono più deboli rispetto a quarant’anni fa. Oggi, è possibile arrivare al potere senza bisogno della lotta armata, ma poi bisogna mantenerlo, e l’unico linguaggio che comprendono è tuttora quello della forza, e l’imperativo quello di sempre: Patria o muerte!

Fethullah Gulen: la spina nel fianco di Erdogan

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di Lorenzo Centini  http://ruberagmen.blogspot.it/

All’inizio degli anni 70′, quando in Unione Sovietica si stabiliva quasi concluso il “rafforzamento della Rivoluzione” e gli Stati Uniti s’incupivano per l’Indocina, in Turchia qualcosa si stava muovendo. Nell’unico paese islamico della NATO, ai piani alti dell’Esercito (depositario, in quel momento storico, della fiducia di Washington) qualcuno già pensava a come impedire che il paese cadesse in preda agli opposti estremismi. A margine del governo Demirel non passava giorno che militanti di estrema sinistra (Comunisti e Maoisti) e di estrema Destra (nostalgici non solo di Ataturk ma anche della cosmologia politica ottomana) si sparassero e si scontrassero in piazza. In un copione simile a quello messo in piedi dal governo tambroniano prima e pentapartitico poi per compattare la Repubblica borghese italiana.

Il governo ombra del paese, nella burocrazia dello Stato Maggiore e dei servizi segreti, varò allora due risposte di largo respiro. Una sarà spedire gli ultranazionalisti a popolare Cipro Nord, per far passare la voglia al Regime dei Colonnelli di intraprendere vie sovversive e riprendersi Cipro, di concerto con i rimasugli inglesi. L’altro sarà finanziare una “rinascita islamica” anche in Turchia, per allontanare i giovani da velleità rivoluzionarie e sovversive.
Questa abile mossa gattopardesca risulta tanto strana quanto machiavellica dove si sia a conoscenza delle precipue caratteristiche turche: al tempo la Turchia reggeva l’urto delle opposte pressioni (Da Ovest i greci, da Est i Curdi) imponendo il rigido culto della personalità e del complesso ideale kemalista. Su tutto, ovviamente, un leggendario intransigentismo laicale.
A capo di questa operazione politica viene messo Fethullah Gulen, nato ad Erzurum nel 1941. Egli segue da giovane gli insegnamenti di Said Nursi, teologo curdo sunnita che, a suo tempo, dopo aver rifiutato un posto come “consulente degli affari religiosi” offertogli da Kemal, diventa l’esponente più radicale dell’opposizione al nuovo sistema laico di Ataturk.
Gulen cresce nella convinzione, mutuata appunto da Nursi, che non solo ogni laicismo è una “maschera paffuta del Comunismo” (come scrive nel programma della sua “Associazione per lotta contro il Comunismo”), ma che solo l’Islam possa risolvere l’annoso problema dell’identità turca post-imperiale.
Negli anni viene influenzato anche da Al-Ghazali, Yunus Emre e Ibn’ Arabi, e ha l’opportunità anche di leggere gli scritti di Fadallah al-Nursi, teologo sciita fiero oppositore delle riforme costituzionali di inizio ‘900 in Iran.
Formatosi come Imam viene inviato ad Izmir, nella terza provincia Turca per abitanti. Qui ha l’opportunità di tessere la rete peculiare di fondazioni di credito popolare, società caritatevoli e organizzazioni politiche e civili. Tra queste spicca Hizmet (Servizio, in Turco), che si sostanzia in una rete di associazioni caritatevoli collegate a gruppi di studio ed opinione.
Da Hizmet è nata, negli anni, una fronda di intellettuali impegnati nella costruzione teorica di un Islam politico capace di competere con l’identità NATO della Turchia e a mettere insieme una critica “politically correct” al Kemalismo e a Mustafà Kemal. Lo stesso Erdogan ha dovuto ammettere che l’AKP deve molto al “lavoro intellettuale di Hizmet e dell’Imam Fethullah Gulen” (2010).
 Per capire l’esatta connessione tra Gulen, il passato e il presente turco, è necessario indagare il ruolo di Gulen e dei suoi adepti nel forgiarequella sinergia programmatica tra Turchia, USA ed Israele.
Dal 1975 al 1990 Hizmet e le scuole coraniche guleniste conoscono una diffusione capillare in tutta la Turchia. Il nuovo centro della compagnia viene spostato ad Ankara, per usufruire delle briciole che il potere politico lascia sul terreno.
Dal 1990 in poi Hizmet travalica i confini ex-sovietici e si spande in tutto il territorio turcofono. Nelle sue memoria l’ex capo del MIT (i servizi segreti turchi), Osmari Nuri Gundes afferma che nel quinquennio 1990-1995 nascono in Turkmenistan, Tagikistan, Uzbekistan, Khazakistan e Kirzighistan più di 200 madrase (scuole coraniche) legate a doppio filo ad Ankara. E che, in queste, almeno 130 agenti della CIA operavano sia come imam che come guardie o semplici militanti.
Nel frattanto Gulen, che, colpito dalle purghe neokemaliste dei militari ripara in USA, stringe rapporti anche con i think-tank ebraici del Medioriente e degli States. In un opuscolo in suo onore, l’autore ricorda che “Gulen intratteneva frequenti contatti di pace con le alte sfere dell’Anti-defamation League”. Inoltre mantiene rapporti stretti con il magnate delle costruzioni Ishak Alaton, ebreo turco, costruttore del 15 % delle infrastrutture stradali turkmene dopo la fine dell’URSS (nonchè primo finanziatore di Hizmet), azionista di Asya Foundation, network di banche guleniste.
Questo lato della attività politica di Gulen diventa importante nella sua ottica di costruzione di un nuovo modello islamico che possa rassomigliare all’Islam benevolo e paterno dei tempi Ottomani. Erdogan dovrà moltissimo a questa posizione quando, sulla cresta di un crescente islamizzazione, nel 2004 prometterà alla Knesset riunita che la Turchia “tornerà a voler bene ad Israele”.
 Fetullah Gulen dice, in un opuscolo di metà anni ’90:
Even though they have lived in exile here and there and have led an almost nomadic existence, Jews have been able to maintain their racial characteristics with almost no loss. Moreover, the Jewish tribe is very intelligent. This intelligent tribe has put forth many things throughout history in the name of science and thought. But these have always been offered in the form of poisoned honey and have been presented to the world as such. For instance, Karl Marx is a Jew; the communism he developed looks like a good alternative to capitalism at first sight, but in essence it is a deathly poison mixed in honey.”
Anche se hanno vissuto in esilio qua e laì a hanno condotto una vista soprattutto nomadica, gli ebrei sono stati capaci di mantenere le loro caratteristiche razziali perlopiù senza perderle. In più le tribù ebraiche sono molto intelligenti. Queste raffinate tribù hanno messo su molte cose attraverso la storia, con la scienza e il pensiero. Ma queste si sono tuttavia offerte anche nella forma di un miele velenoso e sono state al mondo in questo modo. Per esempio, Karl Marx era un ebreo: il comunismo che egli sviluppò appariva come una buona alternativa al capitalismo, ad una prima occhiata, ma nella sua essenza era un veleno mortale mischiato col miele
Non passerà molto che tale posizione, così entusiasta degli ebrei e nel contempo così sospettosa sul loro impatto sulla Storia, venga fatta proprio non solo da alcune frange moderate della galassia islamista del Magrheb (per esempio la Fratellanza Musulmana di Libia, che più o meno con queste parole criticava la posizione antisionista di Gheddafi), ma anche dall’establishment ebreo ashkenazita in Israele. In questa ottica di riavvicinamento tra Israele e Turchia, concepite dagli States come alleate “interrelate”, il Dipartimento di Stato Americano e la CIA si impegnano per utilizzare il peso culturale di Gulen.
Quando nel 2006 Hizmet in America e lo stesso Gulen rischiano di essere cacciati, Langley e Condoleeza Rice si muoveranno per tentare di trattenere l’Imam in America. La Rice fa valere il ruolo di informatore della rete dei Gulenisti per il sistema di intelligence americano, e decine di plenipotenziari, dall’ex ambasciatore americano in Turchia Morton Abramowtiz, il comandante CIA a Kabul Graham Fuller e persino il portavoce della conferenza episcopale turca, Goerges Marovitch, firmano un appello per considerare Gulen come “costruttore di pace”. Nel 2008 la corte di Philadelphia concede la cittadinanza permanente a Gulen per “indubbi meriti culturali”.
Tuttavia l’idillio tra Gulen ed Erdogan finisce presto. Progressivamente infatti Erdogan non solo mal sopporta la piovra di Hizmet, che controlla in Turchia cinque giornali e innumerevoli associazioni di industriali, ma si discosta dall’idillio gulenista e abbraccia una retorica anti-israeliana. La tensione tra Israele e Turchia sale fino ai fatti della Freedom Flottilla, a difesa della quale si schiera risolutamente Erdogan, in aiuto ai “fratelli palestinesi”.
Fethullah Gulen, bloccato in Pennysilvania anche per motivi di salute, critica aspramente la svolta autoritaria di Erdogan. E si spinge anche a criticare l’atteggiamento di Erdogan contro Assad, che considera “pernicioso ed inutile”. Nel 2012 quando, dopo un assalto ai servizi segreti compiuto da giudici sospettati d’esser parte di Hizmet, Erdogan minaccia di chiudere il movimento e di estradre Gulen, accusandolo di “sovversione contro lo Stato”.
Le proteste di Gezi Park permettono non solo ai Gulenisti di scatenarsi all’interno della protesta, ma anche al loro capo e gli Stati Uniti di convergere su una pressione comune ad Erdogan. Quando il primo ministro turco compie il suo viaggio negli States, mentre parla con Obama (che lo invita a fare qualcosa in Siria sena tirarlo in mezzo), il suo consigliere fidato, Bulenç Arinç si incontra con Gulen nella sua residenza di Saylorsburg.
In politica estera Gulen mantiene una posizione di stretta condanna all’ISIS, come testimonia il suo discorso contro il Califfato (““ISIS members are either completely ignorant of the spirit of Islam and its blessed messenger, or their actions are designed to serve their individual interests or those of their political masters.”), con particolare riferimento ad eventuali “maestri” (“Masters”) nascosti. Su questo si trova d’accordo con Erdogan, che, proprio in queste ore, si preparara ad assaltare la Siria e l’Iraq da Nord.
Su questa intesa a grandi linee, Gulen ha ritrovato un rapporto con Erdogan. Non solo: entrambi sono perfettamente d’accordo sull’opzione di non salvare i Curdi, presi dalla morsa dell’ISIS. Anche se in passato si divisero anche su questo (Gulen rifiuta qualsiasi discorso con i Curdi mentre Erdogan ha dovuto scendere a compromessi), attualmente Gulen trova soddisfacente l’ambiguità con cui la Turchia è scesa in campo.
Gulen rappresenta quindi l’eminenza grigia della re-islamizzazione del discorso politico turco. Commentando qualche anno fa la politica estera di Davotoglu, l’Imama ebbe a dire di condividere la voglia di rivalsa turca, ma non la sua parzialità. Per l’Imam l’unico modo per trasformare la Turchia in una potenza regionale è entrare nella cerniera NATO-EU. E condurre una crociata per conto terzi contro l’ISIS potrebbe sortire questo effetto.

Brexit: Cara Generazione Erasmus, il mondo può essere cambiato.

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Federico Pulcinelli – Agenzia Stampa Italia

Chi se lo sarebbe aspettato? Chi con infrangibile sicurezza avrebbe mai detto di aspettarsi ciò che è successo questo 24 giugno? Invece è successo. La Gran Bretagna, il Regno di sua Maestà Elisabetta II, ha detto “leave”.
Molte erano state le “armi” utilizzate dalla propaganda pro-U.E. per contrastare questo inaspettato esito. Giornali, televisioni, intellettuali, studiosi, interi agglomerati politici dalla destra alla sinistra, si erano mobilitati per scongiurare la “Brexit”. I sempre presenti mercati e i loro uomini, a più riprese avevano giurato forti ripercussioni al Regno Unito se il popolo di sua Maestà non si fosse comportato “educatamente” votando il “remain”. Ma nessun accorato appello, nessuna descrizione di apocalittici disastri, nessuna – diciamolo chiaramente – minaccia è servita per fermare il popolo britannico.

Quando i dati, i grafici, gli studi, i numeri non bastavano, si è fatto ricorso all’emozioni, perché si sa i sentimenti, la psicologia, è l’unico e vero strumento per accaparrarsi le masse. “Possiedi i cuori e possiederai le menti”: questo è l’unico e vero verbo della politica. E quindi fiumi di lacrime, caustici anatemi di condanna, celebrazioni al pari di quelle di un martire, per l’omicidio della parlamentare inglese, laburista ed anti-Brexit, Jo Cox. Ma nemmeno queste – al di la dell’ovvia condanna per un simile gesto – non sono bastate.

A vincere sono stati non i numeri, non i grafici, ma i portafogli della classe media inglese resi più sottili nello loro spessore, dal matrimonio della Monarchia inglese con l’Unione Europea. A vincere è stato il desiderio di rivalsa dei lavoratori – la celebre “working class” – che si sono visti, anch’essi, diminuire le loro poche ricchezze dal matrimonio della Monarchia inglese con l’Unione Europea. A vincere è stato il risvegliarsi dell’antico patriottismo che rammenta – romanticamente – il tempo dell’Impero.

Un risultato talmente inatteso, che ha smentito qualsiasi sondaggio che dava avanti – seppur di misura – il si a rimanere. Tutti si sono dovuti ricredere e per primo il Premier inglese David Cameron, che fu lui ha concedere al popolo del Regno Unito il voto sulla delicata materia dell’uscita o meno dall’U.E.. Cameron, come è ormai risaputo, aveva indetto il referendum con ben altra intenzione rispetto all’esito finale: dare maggiore forza alla sua politica nel Parlamento inglese e poter conseguire una posizione ancora più elevata della Gran Bretagna in seno all’Unione Europea. Ma i fatti hanno preso una strada totalmente opposta. Il Premier inglese da quel anelito di corroboramento della propria posizione politica, è stato costretto a dichiarare le sue dimissioni da Primo ministro della Corona.

Certamente le motivazioni per l’uscita della Gran Bretagna non erano così “forti”, come poteva essere quelle dell’anno scorso per la Grecia. Nonostante tutto, la terra di sua Maestà ha sempre potuto vantare una posizione privilegiata all’interno del quadro U.E.. Aveva mantenuto la propria moneta nazionale – la sterlina – rispetto agli altri Stati membri, tutti con l’Euro. Tenendo sempre un decisivo e incisivo parere su tutta la politica europea. Insomma Londra ha preso più i vantaggi che i svantaggi dall’U.E.. Ma quel tanto di svantaggio è bastato per protendere all’uscita: il rischio di dover prendere una corposa quota di migranti provenienti dall’Africa come ha più volte proposto la Germania per ogni Stato membro; il crescente flusso nello Stato britannico di immigrati europei, che al netto della storia dei “lava piatti”, divenivano sempre più concorrenziali nel mercato del lavoro inglese anche e soprattutto nelle occupazioni di un certo rilievo, a scapito dei lavoratori britannici; un Unione Europea ormai incapace se non anche “nemica” nel difendere la produzione marchiata Regno Unito nel contesto europeo e nel più grande contesto internazionale. Questo ed altro, hanno permesso lo storico risultato di venerdì 24 giugno.

Niente sarà più come prima. Ora è tutto in fermento, si annunciano emulazioni del referendum inglese in tutta Europa. In Francia la Le Pen già parla di “Frexit”, in Olanda pure, e in Germania i movimenti anti-euro fanno la voce grossa. In tutta Europa il “terremoto referendario” agita e sconquassa gli ordini politici. I maggiori governi degli Stati membri rilasciano dichiarazioni quasi paradossali pur difendere l’U.E., strizzando una volta l’occhio agli europeisti e a Bruxelles dicendo “Il voto inglese è un disastro. L’Europa è in pericolo.”, e l’altra ai sentimenti euroscettici sempre più montanti nei popoli europei affermando “Ora l’Europa deve cambiare” o come dice Matteo Renzi “deve diventare più umana”.

Il concetto fondamentale che deve essere focalizzato è che a dire via dall’U.E. è stata la Gran Bretagna. La Gran Bretagna, non la Grecia. Non un Paese che tutto sommato non ha un enorme peso sullo scenario europeo ed internazionale, ma la Gran Bretagna, la terra della “City” uno dei più importanti centri del commercio mondiale. La Gran Bretagna, una patria della cultura, con le università e i college più ambiti nella parte “ricca” del globo. Non uno Staterello, ma un colosso mondiale. E’ questo che fa drizzare – letteralmente – i capelli ai europeisti. Fino a quando era la Grecia, si poteva parlare di un Paese poco sviluppato, quasi “ignorante” tanto era il rispetto e l’importanza che si dava a questa plurimillenaria terra. Adesso è il Regno Unito ad aver detto “via”, uno di quei Paesi che, per quelli con la proverbiale “puzza sotto il naso”, conta. “Come poter far fronte a tutto questo?”, “Come poter far passare il messaggio che gli inglesi hanno sbagliato, se hanno la nomea di popolo colto e infallibile?”: queste sono le domande che fanno venire madide fronti ai governi filo-U.E..

Ora l’Unione Europea mostra i “muscoli”. Agli inglesi viene detto di fare presto ad andarsene. A Bruxelles si cerca in qualche modo di ridarsi un certo tono di fronte la pubblica opinione. Al contempo si tentano giustificazioni e allarmi – di poco valore – per l’uscita del Regno Unito: “alla fine gli inglesi se lo potevano permettere”; “l’Inghilterra verrà travolta da questa scelta”; “La Gran Bretagna è sempre stata quasi al di fuori del contesto Europeo”; “Nessun’altra Nazione U.E. si può permettere questo, perché sarebbe un disastro per chi scegliesse ciò e per l’Unione”: questi sono i concetti che vengo fatti passare in queste ore da tutto il mainstream.

E si fa ricorso anche ai tanto decantati giovani inglesi che scegliendo l’Europa si sono visti sfumare i loro sogni a causa dei padri, delle madri, dei nonni, che hanno appoggiato il leave. A questa massa, a questi fiumi su fiumi di giovani ormai europei, ormai internazionali, a questa “Generazione Erasmus” che si è vista ricrescere dalla terra i gretti muri dei confini.

Al netto di tutte le condanne, di tutti i moniti, va detto chiaramente una cosa: l’Europa non dirà mai addio all’Inghilterra, è l’inverso che spaventa veramente l’U.E.. Bruxelles non dirà mai addio all’Inghilterra perché ciò vorrebbe dire addio a enormi interessi economici e finanziari che hanno la loro patria nel Regno Unito. Bruxelles non dirà mai addio ad Albione perché rimane sempre un’entità troppo importante nello scacchiere internazionale. La Gran Bretagna, altresì, può dire essa addio all’U.E. e non solo come uscita dai Stati membri. Ma addio dallo spazio geopolitico U.E. e vari scenari su questo versante si stanno già ipotizzando. Come per esempio la cessazione da parte inglese delle sanzioni alla Russia, creando così un possibile partner economico (e forse anche politico) con Mosca all’interno dell’Europa che non pochi fastidi darebbe all’Unione Europea sul versante economico e – in particolare modo – su quello politico e geopolitico.

Adesso anche la Gran Bretagna dovrà fare i conti con degli spauracchi che all’indomani del voto si sono prontamente evocati. La Scozia vuole un nuovo voto per l’indipendenza da Londra, il partito nazionalista irlandese dello Sinn Féin richiede anch’esso un referendum per riunificare il nord dell’Irlanda con tutta la madre patria. E queste sono situazione che l’Unione Europea potrebbe usare a proprio vantaggio, proprio per frenare le grandi possibilità economiche e geopolitiche a cui può puntare un Inghilterra indipendente. Ma questo è ancora presto per dirlo. E sul piano dei lati positivi o negativi, al momento – anche se ciò si cerca continuamente di ometterlo – la bilancia pende in negativo per l’U.E.

Quello che conta adesso, è che si sta predisponendo un nuovo scontro, dei nuovi discrimini politici. E il referendum Brexit ha sancito questa tendenza che si sta aggirando in tutta Europa. Non più destra e sinistra, ma popoli contro élite. Campagne e province contro città. Nazione contro Internazionalizzazione. Generazioni adulte contro generazioni giovani.

E proprio su quest’ultimo punto di “Vecchi contro giovani” bisogna ristabilire un po’ di verità. Già molto è stato detto dello “strappo generazionale” che il Brexit ha sancito in Gran Bretagna. Del sogno di questa Generazione Erasmus tradita dai suoi genitori. Ma più passano le ore e più ci si rende conto che questa è un’incommensurabile menzogna usata a pretesto dalla propaganda europeista. E’ stato detto che la stragrande maggioranza dei giovani britannici ha votato per il remain e gli adulti per il leave. Premessa la dimostrazione con il voto di venerdì di quanto poco attendibili siano questi sondaggi o studi, tali affermazioni vanno nettamente ridimensionate. E a sfatare una distorsione esagerata della realtà, proprio da propaganda, è stato – tra i tanti – un fervente europeista quale è Enrico Letta. L’ex Presidente del Consiglio italiano sulla sua pagina di Twitter ha scritto dei dati molto significativi in relazione allo spacchettamento delle caratteristiche anagrafiche della popolazione britannica che ha votato: «Una chiave per capire voto per Brexit? Tra gli elettori nella fascia 18-24 ha votato solo il 36%, tra quelli sopra i 65 anni ha votato l’83!».

Questo è uno dei tanti esempi – che in queste ore come nelle prossime – stanno smentendo il fantomatico scontro generazionale che avrebbe provocato il Brexit. Dunque solo propaganda buona a ridare respiro alle tesi europeiste ormai in profonda discesa.

Analizzando questo voto però il dato che salta all’occhio, come è già stato scritto sopra, è che le campagne, le province si sono schierate contro le città. Che i lavoratori e i piccoli imprenditori si sono uniti – anche a dispetto dei loro partiti (infatti i laburisti e i conservatori erano per il remain) – contro le grandi industrie e le classi più agiate. E quei famigerati “giovani” proprio tra le grandi città e le classi più agiate si trovano. Sono giovani che vivono le realtà multietniche ed internazionalizzate di Londra, che vestono indumenti all’ultimo grido, che vogliono scoprire tutto il mondo, che non conoscono più le campagne e il sentimento comunitario che in esse ancora vive. Che non hanno più il contatto con la storia della propria terra, che della loro Patria più nulla gli interessa. E infatti questo “disinteresse” è lo stesso che Letta ha dimostrato con i dati. Una generazione in totale scollamento con ciò che le circonda ma che però pensa all’oltreconfine, una generazione che ora si lamenta del ritorno dei confini ma quando si tratta di far valere le proprie posizioni va alle feste, si inebria delle mille luci della società internazionalizzata, e alla fine diserta le urne.

A questa generazione non importa più niente, salvo che lamentarsi sul social network di turno. Di prendersela con i padri dei propri coetanei meno abbienti, perché hanno votato per l’uscita del Regno Unito. Di essere, oltretutto, interni e omologati al dominio culturale che dai suoi altoparlanti grida i messaggi di “Multiculturalismo”, “Multietnicismo”, “Globalizzazione”, “Morte delle patrie”, “Soppressione dei confini nazionali”.

Ai giovani, di tutta l’Europa, questo voto deve rappresentare un focale spunto di riflessione. Quando mai si è vista una gioventù così appiattita, così incline e compiacente del sistema in cui cresce e si trova a vivere. A questa gioventù è stato strappato dal cuore, ucciso nella culla, il fermento ribelle che ha da sempre contraddistinto la gioventù di qualsiasi epoca.

Questo voto è la dimostrazione che – contrariamente a quanto scriveva Francis Fukuyama – la storia non è finita. Che ancora tutto può cambiare, che si possono immaginare nuovi scenari, che al posto di questo mondo si possono creare ancora nuovi mondi: da costruire, in cui crederci, per cui lottare. Quello che abbiamo a vivere è un momento storico, un punto di non ritorno, di fronte al nostro tempo si aprono mille strade al cui termine ci sono mille bivi.

La gioventù è chiamata a partecipare, a portare il proprio contributo. E viva tutto ciò da giovane e non da vecchio. Da giovane andando, se sarà necessario, anche in senso “controcorrente” ai voleri dell’élite, e non schierandosi pedissequamente al fianco delle visioni dominanti. I giovani siano giovani e pensino a costruire un mondo diverso: il vacillare dell’Unione Europea, il sempre più caldo scenario internazionale, può essere una proficua possibilità per il ritorno di una gioventù attiva e originale.

Cara Generazione Erasmus, non farti etichettare. Cara Generazione Erasmus, non averne a male per i tuoi padri, non essere il bastone della vecchiaia di vecchi scenari, costruisci il mondo dei tuoi figli. Cara Generazione Erasmus, torna ad essere giovane. Cara Generazione Erasmus, il mondo può essere cambiato.

La base militare turca in Qatar e le speranze di Erdogan

di Lorenzo Centini

La base militare turca in Qatar e le speranze di Erdogan

La Turchia nel nuovo contesto

Il nuovo contesto mediorientale, segnatamente diverso dalla trincea fattuale di solo pochi mesi addietro, ha costretto tutte le potenze regionali ed internazionali a ricalibrare le loro strategie inerenti ai due nodi da sciogliere: il governo del presidente Bashar Al-Assad e la ritirata dell’ISIS sotto i bombardamenti russi.
Molti parametri sono cambiati: l’alleanza tra Putin ed Assad non si è spezzata, gli Stati Uniti non hanno retto il gioco della Turchia contro la Russia e almeno due paesi, Iran e Arabia Saudita, o hanno potenziato i propri dispositivi militari nella guerra civile siriana (Iran) o hanno paventato, con diverso grado di credibilità, un impegno corposo in tal senso (Arabia Saudita).
Questi fatti hanno indubbiamente rafforzato il fronte legittimista, che prima dell’invio russo di truppe e mezzi russi sembrava in serio pericolo. La liberazione di Palmira, così simbolica nella battaglia metaculturale contro l’islamismo, rappresenta il frutto di questo cambio di rotta.
Da questa nuova  posizione di superiorità strategica l’asse legittimista ha potuto allargare la sfida frontale anche ad un altro “padrino” della rivolta siriana: la Turchia. La quale, sfruttando la schermatura offerta da un comportamento ambiguo e da molti crediti da spendere in sede NATO, ha potuto giocare di sponda nel conflitto siriano, diventando in breve tempo il vero punto di riferimento dei ribelli anti-assadisti.
Questo passaggio, vale a dire dal patrocinio statunitense e saudita a quello turco, ha rappresentato il primo snodo attraverso il quale gli equilibri in campo sono cambiati. La Turchia, nel conflitto siriano, è difatti interessata a 3 risultati, non sempre in linea con l’asse Ryadh-Washington:

  1.  La distruzione militare e politica della Resistenza Curda. Non è un caso che all’intervento cripto-militare in appoggio ai ribelli si sia accompagnata ua vigorosa offensiva selettiva delle basi curde dentro la Turchia. Questo comportamento è frutto di frizione con gli Stati Uniti, i quali invece hanno sempre “coccolato” (insieme agli israeliani) i curdi[1], considerandoli un ottimo grimaldello contro l’unità del mondo arabo. In questo e’ possibile anche ravvisare un “contentino” di Erdogan alle proprie gerarchie militari, macellate dalle sue presidenze ma armate contro un nemico (interno) comune.
  2.  La creazione di un “sangiaccato” filoturco nella zona a ridosso del confine con la Turchia. La frammentazione della Siria, opzione considerata dai maggiori commentatori di politica internazionale fin dal 2012, è un terno al lotto, nonchè un vecchio pallino dei neocon americani e degli israeliani. Lo scontro in atto tra le elites americane (Obama/Kerry contro Neocon/Clinton) ricalca quello interno alle gerarchie reali dei Sa’ud, i quali membri “progressisti” vorrebbero un uscita di scena unitaria[2], magari con un accordo al ribasso, contro i membri oltranzisti, che definiscono la linea ufficiale, che invece vorrebbero una “emiratizzazione” dello Sham. In entrambi i casi Ryadh non otterrebbe molto da una Siria frammentata, se non una (forse) maggior sicurezza in relazione alla debolezza degli stati balcanizzati.
  3. La deviazione dello Stato Islamico verso l’Iraq. Concepito fin da subito come un “marchio” che potesse contagiare anche le popolazione sunnite del vicino Iraq, il primo ciclo di patrocinio (Arabia Saudita-Stati Uniti) lo aveva adoperato come pistola alla tempia del regime di Assad e come casus belli sempreverde per un futuribile intervento in loco. Seppur “spinto” verso Est per la volontà di mettere fiato sul collo all’Iran (necessità eminentemente saudita), il nucleo operativo ed “ideologico” del Califfato (nonchè il suo quartier generale, Raqqa) rimane in Siria. La spinta turca verso l’Iraq[3] è un favore a chi è interessato invece alla suddetta messa in pericolo delle frontiere iraniane, e trasforma l’interesse turco da antiassadista in antiraniano, regionalizzando definitivamente la nuova Turchia attaccabrighe di Erdogan. Come vedremo in questo il governo turco si fa “manovrare” dai centri di potere in Qatar, in parte nella stessa Arabia Saudita e a Tel Aviv, entrando in contrasto con Obama, che invece vorrebbe mantenere l’ISIS un affare “siriano”.

Si capisce bene quindi come la Turchia sia adesso, nell’architettura imperialista, un “cane pazzo”. Tale condizione, molto simile a quella israeliana (con i quali infatti i turchi intrattengono proficui rapporti), la porta a ricercare sponde ed alleanze esterne, che nel momento dell’abbandono da parte dei centri di potere, possano garantirgli una certa sopravvivenza se non altro diplomatica.

Turchia e Qatar: Fratellanza Musulmana connection

Una di queste sponde la Turchia, abbandonate la dottrina “Zero problemi coi vicini” di Davotoglu, l’ha trovata nel Qatar della famiglia Al-Thani.

Erdogan con Haniyeh e Meshaal, entrambi referenti della Fratellanza in Palestina

Il Qatar, emirato assoluto molto vicino (ma anche in contrapposizione) ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ha avuto con la Turchia un rapporto di amicizia stretto soprattutto dopo la rislamizzazione dello spazio politico turco da metà anni ’90. Tale rapporto vive sul binario della Fratellanza Musulmana, che molto peso ha avuto nella fondazione dell’AKP di Erdogan e che tutt’ora lo supporta, più o meno apertamente[4]. La stessa Fratellanza Musulmana che nel Qatar ha trovato un ottimo rifugio dopo le persecuzioni ad opera dei regimi laici panarabisti nel secondo dopoguerra, e che dagli stessi qatarini è utilizzata come cinghia di trasmissione della propria influenza negli ambienti religiosi e politici mediorientali[5].
Qatar e Turchia sono spalla a spalla nel supporto ai Fratelli Musulmani i quali, seppur sconfitti in Egitto (con la destituzione di Morsi e la messa al bando del movimento da parte di El-Sisi) e in Libia (dove il rampante Mahmoud Jibril, dopo un inizio travolgente, e’ stato spodestato a capo del suo partito),hanno ancora molti capitali politici da spendere in Tunisia (dove il movimento di riferimento, al-Nahḍa, è al governo) e Palestina (dove Khaled Meshaal rappresenta esattamente l’uomo del Qatar dentro la Resistenza Palestinese).
Purtuttavia, se, come ricordavamo prima, la Turchia si è conquistata sul campo il patrocinio militare e politico dei ribelli siriani e del terrorismo a loro direttamente (ed indirettamente) connesso, secondo Thierry Meyssan la Turchia ha polarizzato su se stessa anche il ruolo di riferimento statuale della Fratellanza:

“Quando, nel settembre 2014, il Qatar evita una guerra con l’Arabia Saudita con l’invitare i Fratelli Musulmani a lasciare l’Emirato, Erdoğan coglie di nuovo la palla al balzo, tanto da ritrovarsi in veste di unico sponsor della Confraternita a livello internazionale”[6]

La controversa crisi in questione ebbe inizio quando l’Arabia Saudita e Qatar, dove Ryadh guidò il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti alla chiusura delle relazioni con Doah al fine di spingerla a dismettere il suo appoggio alla Fratellanza rea, a dire di Ryadh, di interferire con gli affari interni degli altri paesi del Golfo. Ryadh si riferiva ovviamente alla grande copertura culturale e giornalistica offerta da Al-Jaazera (il cui ex direttore generale era un certo Wadah Khanfar, decano della Fratellanza in Giordania), ma anche alle posizioni divergenti di Doha riguardo l’Egitto (dove essa sosteneva il destituito Morsi) e la concorrenza dentro l’estremismo islamico nelle milizie anti Assad in Siria.
A seguito della crisila Turchia accolse in gran stile i membri della Fratellanza che, cacciati dal Qatar, proprio in Turchia trovarono una nuova casa. Ebbe a dire lo stesso Erdogan:

If there are any reasons that would prevent them from coming to Turkey, they would be assessed. And if there aren’t any obstacles, they would be granted the ease that is granted to everyone”[7] 

 Sarebbe quindi da almeno tre anni che la Turchia muove i fili della Fratellanza nel complesso scacchiere del Medioriente. Egida che parrebbe confermata dal fatto che le due potenze maggiormente interessate alla destituzione di Assad, Turchia ed Arabia Saudita, abbiano condotto nel 2015 incontri segreti per quello che doveva essere il rendez vous militare, nel quale la fanteria turca e l’aviazione saudita avrebbero dovuto supportare una nuova offensiva da parte delle milizie anti-Assad, senza interpellare il Qatar[8]. La sicurezza con cui Ankara gestisce (o ritiene di gestire) la fedeltà dei singoli gruppi combattenti in Siria la dice lunga su quale nuovo padrone abbiano i Fratelli Musulmani e loro estroflessioni militari.

3’000 soldati contro tutti

Lo sviluppo di una base militare turca in Qatar è un progetto accarezzato dai due stati fin dal 2015, quando un protocollo di intesa in materia di difesa e di sicurezza era stato proposto dall’emiro Tamim bin Hamad Al-Thani e successivamente accettato dal presidente Erdogan e ratificato dal parlamento turco.
Il Qatar non è nuovo nell’offrire il proprio territorio a basi estere: esso accoglie già la base americana di Al-Udeid, la più grande nella regione, aperta nel 2003 e fortemente voluta dallo stesso emiro di

Recep Erdogan con l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al-Thani

allora, Hamad bin Khalifa Al-Thani. Allora la base fu la normale conclusione di un certo rapporto di collaborazione militare tra Stati Uniti e Qatar, il quale aveva appoggiato la grande coalizione contro Saddam Hussein.
Con la concessione di basi a forze estere il Qatar vuole risolvere il grande problema della propria difesa, messa a repentaglio dal differenziale tra il suo gnomismo militare e il suo dinamismo in termini di politica estera. La vicinanza col vicino saudita, che si è in passato arrogato il diritto di fare da gendarme della penisola arabica, spaventa da sempre il piccolo Qatar.
L’unica occasione per il Qatar di difendersi in maniera perpetua dalle due grandi minacce che lo attanagliano (quella saudita e quella, percepita, iraniana) è quella di costituirsi come linchpin state mediorientale: uno stato che valga strategicamente per la sua posizione geografica e la mallealbilità multilaterale delle sue elites.
In questo senso la politica delle basi costituisce la reificazione in ambito militare di questa situazione. Costituendosi come snodo di molte alleanze multilaterali il Qatar diventa “zona franca” degli appetiti degli opposti imperialismi esso vuole evitare che un espansione di una forza subregionale (in questo caso l’Arabia Saudita) lo possa travolgere.
La costruzione di questa nuova “verginità” strategica qatarina dopo il dinamismo degli anni passati si innalza sulla architrave della diversificazione. Il linchpin state è tanto più al riparo da appetiti contrapposti quanto più costituisce una “bandierina” per un’altra potenza. Se la base di El-Udeid è la garanzia americana di avere un bastione contro l’Iran nel Golfo Persico, la base turca potrebbe diventare il viatico per una difesa turca da eventuali atacchi sauditi.
Questo, per il Qatar, è tanto più urgente quanto più diventa evidente la volontà americana di lasciare la gestione del caos mediorientale alle potenze regionali. Costituirsi quindi come una pedina della aspirate forza regionale turca è per Doha necessario al fine di non rimanere col cerino in mano di fronte al ritiro delle forze statunitensi in un domani nel quale i dialoghi di apertura con l’Iran dovessero proseguire.
Continuando a riflettere su questo intreccio, è lecito pervenire alle conclusioni di Olivier Decottignies e Soner Cagaptay su un articolo del Gennaio 2016:

“The same applies to the 3,000-strong Turkish deployment envisaged in Qatar. Although the North Atlantic Treaty does not extend collective defense to allied forces deployed in the Gulf, the United States has its own military headquarters in Qatar, as well as its largest air base in the Middle East, al-Udeid. Washington is thus in the same boat as Ankara and could become the Turkish base’s de facto guarantor”[9]

A queste condizioni quindi la politica del “ricatto strategico” sarebbe a tre, con la Turchia interessata a mantenere gli Stati Uniti in Medioriente allargando informalmente il legame di mutua difesa che lega Turchia e USA mediante la NATO anche al Qatar.

In tutto questo la Turchia cosa può ottenere da questa base militare? Fondamentalmente questi benefici:

  1.  Accreditarsi come partner militare per tutte le petromonarchie del Golfo, le quali costituiscono un giacimento di denaro e di risorse energetiche pressochè infinito. La smania Turca di aggiudicarsi un posto a tavola nel banchetto energetico mediorientale, sia comprando il petrolio contrabbandato illegalmente dall’ISIS, sia stipulando contratti di reciproco aiuto con Israele nella estrazione di gas naturale nel Mediterraneo orientale, è evidente. D’altronde, come ricorda correttamente Mahdi Darius Nazemroaya[10] le liason dangereux israelo-turche, di molto precedenti alla collaborazione militare aperta delle due mediopotenze in Siria.
  2. Con una base militare praticamente in bocca alle coste iraniane la Turchia potrebbe di fatto costruire una seconda cintura di sbarramento all’Iran, questa volta di fattura israelo-turca e non direttamente statunitense. Sempre al fine di non lasciarsi trovare impreparati dal ritiro americano (totale) o da un’intesa di comodo con i governi riformistici iraniani, Turchia Israele (ed in parte Arabia Saudita) starebbero lavorando ad un “cordone sanitario” antiraniano che possa camminare sulle proprie gambe anche dopo un ritiro americano dalla regione. Tale prospettiva, preparata da almeno tre anni di riavvicinamento tra MIT e MOSSAD, sarebbe completata dalla futura visita del ministro degli esteri saudita Adel al-Jubeir in Israele, programmata per il prossimo Luglio.
  3. La base militare in Qatar potrebbe essere un ottimo incentivo a sviluppare ancora di più il cappello militare turco sul Qatar, che è da alcuni anni un ottimo mercato per l’industria militre turca. Tra il 2010 ed il 2014 la spesa militare dei paesi del golfo è salita del 66 %, passando da 74,7 Miliardi di dollari a 124,1 miliardi di dollari. Questo eldorado è a disposizione dell’industria militare turca, che, sospinta dal progetto “Vision 2023”, ha di molto incrementato la sua produttività, forgiando prodotti da piazzare anche sul mercato internazionale. La Koç Holding produce già da qualche anno nello stabilimento di Sakarya il Cobra, adottato dalle Nazioni Unite come mezzo corazzato nei teatri di guerra. La FNSS (conglomerato della BAE Systems e Nurol) già fornisce mezzi corazzati terrestri agli eserciti della Malaysia, Emirati Arabi Uniti e ovviamente a quello turco, e ha collaborazioni con quello indonesiano per lo sviluppo congiunto di un carrarmato leggero. Fa giustamente notare Bruno Ferroglio[11] dalle colonne di “Lotta Comunista” che con questa volontà di diventare una potenza industrial-militare, la Turchia segue la retta generica di ogni mediopotenza regionale che si voglia accreditare come “pseudomondiale”. In questo la creazione in Qatar di un feudo di smercio della propria industria bellica rientra pienamente nel suddetto progetto.

In definitiva, possiamo dire che la creazione di una base navale in Qatar da parte della Turchia (insieme alla ventilata ipotesi di una simile inglese in Bahrein) sia il tentivo di Erdogan di riclassificare Ankara come una potenza regionale imprescindibile, accollandosi il difficilissimo rimland degli emirati del Golfo Persico. Ovviamente Ankara ritiene di poter contare sulle spalle coperte dei sauditi e degli israeliani, senza la quale copertura diplomatica riuscirebbe difficile alla Turchia costituirsi come arbitro internazionale in Medio Oriente senza suscitare legittimi mal di pancia.
Ovviamente il rovescio della medaglia è la sovraesposizione della forza turca, che ha almeno tre linee di faglia: quella in Europa, dove, seppur fustigato, il sogno di un posto a Bruxelles dura ancora, la guerra in Siria, che pare non volgere molto bene per le forze ribelli, e lo scontro diretto con la Russia, che rischia di bloccare alla Turchia la via al Caucaso, proprio quando Armenia e Azerbaijian (feudo turco) sono di nuovo ai ferri corti per il Nagorno Karabakh.
Non sono in pochi a pensare che Erdogan si sia impegnato in troppi tavoli come protagonista, ma le sirene decliniste che avevano fissato alle recenti elezioni la sua debacle sono rimaste deluse, anche se l’AKP ha perso la maggioranza assoluta.
In questi giorni si sta tenendo ad Istanbul il tredicesimo incontro dell’OIC, occasione nel quale i maggiori capi di stato delle nazioni interessate dal caos mediorientale (Arabia Saudita,Qatar,Turchia,Iran,Egitto ecc) potranno confrontarsi fuori dalle logiche dei negoziati di Ginevra.
Voci di corridoio sostengono che, proprio dentro questa cornice, avverrà un incontro molto importante tra il capo del Mossad Yossi Cohen, il ministro degli Affari Esteri saudita Adel al-Jubeir, il capo della diplomazia turca Mevlüt Çavuşoğlu e il ministro degli Esteri qatarino Abdel Rahman Al Thani. Che sia questa l’ennesima dimostrazione della connessione Ryadh-Ankara-Tel Aviv-Doha per lanciare una nuova sfida, motu proprio, all’Iran?

 

[1] Stefano Zecchinelli, “Erdogan e Netanyahu per la Balcanizzazione della Turchia”,uscito su L’Interferenza il 4/03/2016
[2] http://www.veteranstoday.com/2016/04/03/former-saudi-crown-prince-criticized-saudis-position-against-syria/
[3] Alcune testate specialistiche italiane hanno riportato la testimonianza di un “anonimo attivista dell’ISIS” secondo il quale il Califfato sarebbe pronto ad abbandonare Raqqa: http://www.analisidifesa.it/2016/04/il-califfo-si-prepara-ad-abbandonare-raqqa/
[4]  Lucie Drechselova, “AKP’s hidden agenda or a different vision of secularism?”uscito su Nuovelle  Europe il 7/04/2013
[5] Layla Al-Shoumary, “Le des Frères Musulmans pave la route pour le Qatar”, uscito su Al-Akhbar il 12/04/2013
[6] Thierry Meyssan, “Verso la fine del sistema Erdogan” uscito su Rete Voltaire il 15/06/2015
[7] http://www.copts-united.com/English/Details.php?I=1205&A=15779
[8] Chiara Cruciati, “Damasco val bene un avvicinamento ai Fratelli Musulmani” uscito su Nena news il 14/04/2015
[9] Olivier Decottignes e Soner Cagaptay, “Turkey’s new base in Qatar” uscito sul Washington Institute il 11/01/2016
[10] Mahdi Darius Nazemroaya, “La guerra per l’energia si accende: Turchia,Israele,Qatar” uscito su Strategic Culture Foundation il 30/12/2015
[11] Bruno Ferroglio, “I cannoni di Ankara”, uscito su Lotta Comunista nel numero 547 del Marzo 2016