Antoun Saadeh : Vita di un Socialista Nazionale Siriano

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Di Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi traduzione da http://www.ssnp.com

L’infanzia

Antoun Saadeh nacque il 1 marzo 1904 nella cittadina di Showeir nel distretto di Metn Monte Libano.

Egli ricevette la sua istruzione elementare nel villaggio di Showeir e successivamente continuò gli studi al Lycee de Freres al Cairo e alla scuola di Brummana.

Antoun Saadeh lasciò il Libano nel 1919 per recarsi negli USA e nel febbraio 1921 si trasferì nel Brasile dove prese parte assieme a suo padre Dottor Khalil Saadeh nel  dirigere il giornale Al Jarida e nella rivista Al  Majalla.

I primi inizi

Nel 1924 fondò una società segreta che aveva come obbiettivo l’unificazione della Siria Naturale, ma egli sciolse la società nel 1925. Mentre era in Brasile studiò il russo e il tedesco.

Antoun Saadeh tornò in Libano nel 1930.Nel 1931 scrisse “Una tragedia d’Amore” che fu successivamente pubblicata nel 1933 assieme alla sua “Storia della Festa di Nostra Signora di Sidnaya”.

Nel 1931 si recò a Damasco dove si unì alla redazione del quotidiano damasceno Al Ayamm ma ritornò a Beirut nel 1932 per insegnare tedesco agli studenti che avevano scelto lingue all’Università Americana di Beirut. A Beirut egli riprese la pubblicazione della rivista Al Majalla  del quale egli riportò 4 problemi.

La fondazione del Partito Socialista Nazionale Siriano

Egli fondò il Partito Socialista Nazionale Siriano il 16 novembre 1932. Il 16 settembre  1935 l’esistenza del Partito Socialista Nazionale Siriano divenne nota. Saadeh fu arrestato e condannato a sei mesi di carcere durante i quali scrisse “ L’ascesa delle Nazioni”. Saadeh fu liberato ma fu detenuto ancora una volta nel tardo giugno del 1936 durante i quali scrisse il pamphet “ La spiegazione dei Principi”. Nel primo novembre fu rilasciato di prigione  ma egli vi ritornò nel primo marzo 1937. Egli aveva scritto il libro “ L’Ascesa della Nazione Siriana” ma il suo libro fu sequestrato dalle autorità al momento del suo arresto e le autorità si rifiutarono di riconsegnarglielo.

Rilasciato nel tardo Maggio 1937 egli nel Novembre dello stesso anno fondò il giornale Al-Nahdhah.

Gli Anni all’Estero

Egli continuò a dirigere il Partito fino al 1938 quando lasciò il paese per organizzare per organizzare le branche estere del partito.

In Brasile egli fondò il giornale Nuova Siria ma fu detenuto per 2 mesi a seguito di accuse da parte di agenti coloniali rivelatesi poi  false . Successivamente si trasferì in Argentina dove seguì lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale nel 1939. Egli rimase in Argentina fino al 1947. In Argentina fondò il giornale Al-Zouba’a  e scrisse “ La Lotta dell’intelletto nella Letteratura Siriana “ che fu stampato a Buenos Aires. Nel 1943 egli sposò Juliette Al-Mir che gli diede 3 figlie. Durante la Seconda Guerra Mondiale mentre era all’estero fu condannato “In Absentia” a 20 anni di prigione e a 20 di esilio dalle autorità coloniali  francesi.

Il Ritorno in Patria

Egli ritornò in patria il 2 Marzo 1947 e presto fece un discorso rivoluzionario in seguito del quale le autorità emisero un mandato di arresto che rimase in vigore per 7 mesi ma fu successivamente ritirato.

Egli fondò il giornale Al-Jil Al-Jadid. Fu negli uffici e nelle stamperie che accadde l’incidente di Jemmayzeh nel corso di un piano condotto dalle autorità con le Falangi Libanesi che attaccarono e incendiarono gli edifici.

Il complotto e il Martirio

Durante quel periodo venne messa in atto una cospirazione internazionale e il 7 giugno 1949 riuscì a persuadere Husni Al-Za’im  a consegnare Antoun Saadeh alle autorità libanesi che interrogarono , processarono e lo giustiziarono nell’arco di 24 ore.

La data del suo martirio fu l’8 giugno 1949 alle 15 e 20 del pomeriggio.

Conclusioni

Antoun Saadeh resta una delle figure più influenti e importanti della storia recente del vicino oriente. Il SSNP da lui fondato è stato e rimane uno degli attori politici più importanti in Libano e Siria. Le sue milizie hanno avuto un ruolo cruciale nella guerra civile libanese del 13 aprile 1975 – 13 ottobre 1990 durante la quale combatterono attivamente le forze israeliane e dell’esercito del sud del Libano e nel corso dell’attuale guerra al terrorismo siriana che vede il SSNP combattere al fianco dell’esercito siriano combattere contro i terroristi supportati da Occidente, Israele e paesi arabi del Golfo.

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Uyoku Dantai L’estrema destra giapponese

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di Franz Camillo Beragnolli Ravazzi

Gli Uyoku dantai (右翼団体? lett. “gruppi di destra”) sono gruppi nazionalisti giapponesi di estrema destra.

Ideologia

L’ideologia varia da gruppo a gruppo ma ci sono alcuni punti che li accomunano tutti.

1 Il Kokutai Goji (la conservazione dei caratteri fondamentali della nazione)

2 L’anticomunismo e la conseguente ostilità nei confronti di Cina e Corea del Nord .

3 L’odio per coreani e cinesi specie quelli immigrati in Giappone.

4 Il revisionismo della Seconda Guerra Mondiale .La glorificazione dei “criminali di guerra” sepolti nel santuario di Yasukuni chiamati martiri dell’era Showa (Showa Junnansha).L’ostilità nei confronti dei libri di testo che parlano dei crimini giapponesi e il conseguente supporto del revisionismo scolastico della seconda guerra mondiale.

5 La  negazione o minimizzazione di crimini quali massacro di Nanchino, Unità 731 e le Comfort Woman.

6 L’irredentismo per territori quali le Curili e Sakhalin e la difesa delle isole Senkaku contro le rivendicazioni cinesi.

Attivismo

Gli Uyoku Dantai sono noti per il loro furgoncini di propaganda noti come Gaisensha.Solitamente questi furgoncini sono dotati di altoparlanti per la diffusione di messaggi patriottici e sono decorati con bandiere giapponesi di vario tipo tra cui la bandiera imperiale giapponese e scritte propagandistiche. Gli Uyoku  Dantai spesso inscenano proteste di fronte alle ambasciate di Cina,  Corea del Sud ,Russia e più raramente degli USA.

Gruppi di Uyoku Dantai

Gruppi Storici

Aikokusha  ( Società di Patrioti) Fondata nel 1928 da Ainosuke Iwata.Le attività dell’Aikokusha consistevano in propaganda anticomunista e indottrinazione dei giovani nei villaggi rurali. Il 30 novembre 1930 uno dei loro membri sparò al primo ministro Hamaguchi Osachi con l’intenzione di assassinarlo .

Genyosha  (Società dell’Oceano Nero) era una società ultranazionalista originata da una società di ex samurai con l’obbiettivo di ripristinare il sistema feudale. Furono coinvolti in atti terroristici come il tentato assassinio di Okuma Shigenobu nel 1889.Crearono una vasta rete di spionaggio e di crimine organizzato in tutta l’Asia orientale e favorirono l’espansionismo giapponese. Fu costretta a sciogliersi dopo la sconfitta del Giappone nella seconda guerra mondiale.

Società del Drago Nero (kokuryukai)

Un influente gruppo paramilitare formatosi nel 1901 inizialmente con lo scopo di scacciare la presenza russa dall’Asia. Diressero reti spionistiche in Corea, Cina, Manciuria e Russia. Si espansero in tutto il mondo nei decenni successivi e diventarono una piccola ma molto influente formazione ultranazionalistica negli ambienti politici ufficiali.

Gruppi Uyoku Dantai Tradizionali

Daitōjuku ( Grande Scuola Orientale)

Un’accademia culturale fondata nel 1939. Dirige corsi correlati allo Shinto  e di arti tradizionali giapponesi quali il Karate e Waka (poesia). Ha condotto diverse battaglie quali la restaurazione del Giorno della Fondazione Nazionale a Giorno dell’Impero (kigensetsu) e il ripristino delle ere giapponesi come calendario giapponese ufficiale.

Grande Partito Patriottico Giapponese (Dai-nippon aikokuto)

Partito politico fondato nel 1951 da Satoshi Akao e incentrato su quest’ultimo un membro contrario alla guerra della precedente Dieta Giapponese(il parlamento giapponese). Il partito sosteneva la statalizzazione delle industrie e l’Imperatore come decisore principale.

Enfatizzavano il bisogno di un’alleanza tra Giappone, Corea del sud e USA in funzione anticomunista contro Cina Popolare e Corea del Nord. I loro furgoncini esponevano la bandiera a stelle e strisce americana accanto alla bandiera giapponese. Un ex membro del partito Otoya Yamaguchi fu il responsabile dell’assassinio del capo del partito socialista giapponese Inejiro Asanuma nel corso di una riunione televisiva nel 1960.

Issuikai

Formatasi nel 1972 come parte di un movimento di nuova destra che rigettava il filoamericanismo dell’estrema destra tradizionale. Considera il governo giapponese un fantoccio USA e vuole un’indipendenza completa. Auspica la creazione di un nuovo ONU basandosi sul fatto che quello esistente sia un relitto della seconda guerra mondiale. L’Issuikai è stata ferocemente contraria alle politiche di Bush in materia di guerra in Iraq e protocollo di Kyoto.

Uyoku Dantai e Yakuza

Molte organizzazioni Yakuza usano gli Uyoku Dantai come copertura per le loro attività illecite e di conseguenza diversi gruppi Uyoku Dantai sono paravento di clan Yakuza. Vediamone alcuni :

Nihon Seinensha ( Società Giovanile Giapponese)

Uno dei gruppi più grandi con circa 2000 affiliati. Fondata dalla Sumiyoshi-Ikka nel 1961. Dal 1978 i suoi membri hanno costruito due fari e un tempio Shinto sulle isole Senkaku un gruppo di isolette rivendicate da Cina, Giappone e Taiwan. Nel giugno 2000 due membri della società hanno attaccato gli uffici di una rivista che pare abbia pubblicato un articolo irrispettoso nei confronti della Principessa Masako.

Nihon Komintō (Partito Popolare Giapponese dell’Imperatore)

Affiliato al  clan yakuza della Inagawa Kai.Nell’Aprile 2004 un bus appartenente al gruppo speronò danneggiandoli i cancelli del consolato cinese a Osaka.

Taikōsha (Società della Grande Impresa)

Un’organizzazione basata a Tokyo con circa 700 membri. Affiliata ufficialmente all’Inagawa Kai.

Seikijuku (Società dei Sani Pensatori)

Un gruppo basato nella Prefettura di Nagasaki e fondato nel 1981.

Responsabile di diverse azioni violente tra cui il tentato omicidio nel 1991 del sindaco di Nagasaki colpevole di aver detto che la seconda guerra mondiale sia stata causata dall’imperatore Hirohito.

Yūkoku Dōshikai

Un partito ultranazionalista.Il gruppo fu responsabile dell’incendio della casa di Ichiro Kono nel 1963. I membri erano armati di katana e armi da fuoco, presero otto ostaggi e si barricarono nella Federazione Commerciale Giapponese nel 1977. Il loro leader Shūsuke Nomura era un ammiratore del patriota e panasiatista coreano An Jung-geun .

Altri gruppuscoli di Uyoku Dantai

Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Giapponese

(Kokka Shakaishugi Nippon Rōdōsha-Tō)

Pictures from Japanese neo-Nazi Kazunari Yamada's website show him posing with Shinzo Abe allies

Un piccolo partitello neonazista capeggiato da Kazunari Yamada. Il partito ha un sito inneggiante al nazionalsocialismo tedesco. Foto di Yamada assieme a esponenti politici di alto rango quali la ministra Sanae Takaichi e l’attuale ministro della Difesa Tomomi Inada hanno suscitato controversie anche se le chiamate in causa hanno negato ogni legame con Yamada e il suo partito.

Federazione Internazionale per la Vittoria sul Comunismo (Kokusai Shōkyō Rengō)

Fondato in Corea del Sud e in Giappone nel 1968 da  Sun Myung Moon fondatore della Chiesa Unificata. Il capitolo giapponese fu fondato a seguito dell’incontro tra Moon e  Ryōichi Sasakawa un uomo d’affari e ultranazionalista giapponese e Yoshio Kodama una figura importante del crimine organizzato giapponese. Questi due personaggi entrambi sospetti criminali di classe A ,a causa del loro coinvolgimento nei traffici di droga con la Cina durante la guerra ,diressero l’organizzazione. Nel 1969 si impegnarono per chiudere  la filo Pyongyang Università Coreana che era diretta dall’organizzazione filo nordcoreana Chongryon. Nel 1971 organizzò scioperi della fame per fermare il riconoscimento ufficiale della Repubblica Popolare Cinese. Il gruppo è a favore di un Giappone dotato di armi nucleari e solidarietà  nei confronti della Corea del Sud e degli USA.

Ganbare Nippon  (Resisti Giappone!Comitato d’Azione Nazionale)

Gruppo fondato il 2 febbraio 2010. Presieduto dall’ex capo delle Forze Aeree di Difesa Nazionale Toshio Tamogami che dirige il gruppo sin dalla fondazione. A seguito del tentativo effettuato da attivisti di Hong-Kong di sbarcare sulle isole contese delle Senkaku il gruppo è sbarcato sulle isole e ha issato la bandiera giapponese.

Conclusioni

Nonostante sia profondamente frammentata l’area di estrema destra giapponese è indirettamente influente sul governo giapponese che lentamente sta tentando un recupero della propria sovranità nazionale dopo 71 anni di occupazione militare americana .Tuttavia gli americani cercano di sfruttare le paure e l’odio secolare dei giapponesi verso la Cina per fare del Giappone un cane da guardia per i propri interessi nel Pacifico. Solo un Giappone cosciente del proprio valore potrà emanciparsi totalmente dal cancro americano e tornare a essere un attore di primo piano nell’Asia e nel Mondo.

AfD la Riscossa Tedesca

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di Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi

Il partito di destra anti immigrazione AfD( alternativa per la Germania) si è piazzato con il 21.9% dei voti nel Bundesland del Meclemburgo-Pomerania Anteriore battendo la CDU di Angela Merkel che ha ottenuto il 19% dei voti perdendo tre punti rispetto alle elezioni del 2011 .

In Meclemburgo-Pomerania Anteriore i risultati delle elezioni hanno visto l’SPD piazzarsi primo con il 30% dei voti perdendo però 5 punti dal 2011,l’AfD con il 21.9 % dei voti e infine la CDU della cancelliera Merkel con il 19% dei voti.

Questi dati indicano che l’AfD è destinata a diventare il principale partito patriottico tedesco dalla fine del dopoguerra.

I neonazisti dell’NPD e quelli del nuovo partito neonazista del Der Dritter Weg sono destinati a rimanere una forza incapace di andare al governo e a ottenere consensi di massa e di conseguenza rimarranno attori di secondo piano nel mondo della politica tedesca.

Le Origini dell’AfD

L’AfD fu fondata nel febbraio del 2013 da Bernd Lucke, economista e professore di macroeconomia all’Università di Amburgo.

Alle elezioni federali del 2013 l’AfD ottenne 2 056 985 voti, pari al 4,7%, non riuscendo quindi per poco a superare la soglia di sbarramento del 5% per ottenere seggi al Bundestag.

Alle successive elezioni europee del 2014 ottiene il 7,04%, conquistando sette eurodeputati; a seguito del risultato, il partito ha scelto di affiliarsi al Gruppo dei conservatori e dei riformisti europei.

Il 4 luglio al congresso di Essen, Frauke Petry viene eletta a maggioranza assoluta leader del partito,l’8 luglio 2015 il fondatore Lucke lascia il partito dal momento che non condivide i toni populisti del nuovo segretario secondo lui troppo vicini al movimento anti islamico Pegida. Il 19 luglio Lucke fonderà il partito Alternativa per il Progresso e il Rinnovamento assieme a 5 europarlamentari dell’AfD.

Nelle elezioni regionali del 2016 AfD ottiene un ottimo risultato in termini elettorali: nel Land del Baden-Württemberg AfD diventa il terzo partito ottenendo il 15,1% dei consensi, nel Land della Renania-Palatinato ottiene l’12,6% mentre nella Sassonia-Anhalt si colloca al secondo posto ottenendo il 24,2% dei suffragi.

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Ideologia

L’AfD  si presenta come partito nazional conservatore , euroscettico e fortemente anti immigrazione in particolar modo contro gli immigrati islamici.

Immigrazione e Islam

 

Il partito si oppone alla costruzione di moschee dotate di minareti ,al richiamo alla preghiera da parte dei muezzim, al burqa , al niqab e comunque a ogni genere di velo integrale .L’AfD si oppone alla costruzione e alla gestione di Moschee da parte di soggetti poco affidabili dal punto di vista legale e da parte di stati islamici o donatori privati.

Coscrizione

Il partito vuole un ritorno alla leva per gli uomini dai 18 anni in su.

Euroscetticismo

Il programma europeo dell’AfD si può riassumere in 4 punti :

1 ” Nazione sovrana rispetto al superstato europeo ”

2   Sussidiarietà nei confronti del centralismo di Bruxelles

3  Cittadini contro le élite

4  Contribuenti tedeschi VS beneficiari stranieri

Politiche Familiari

L’AfD è fortemente a favore della Famiglia Tradizionale e si oppone alle teorie gender e in particolar modo contro la sessualizzazione dei bambini nelle scuole. L’AfD si oppone alle quote rosa.

Conclusioni

Il successo dell’AfD deriva da essenzialmente 3 fattori ;

1 La capacità di incanalare il dissenso delle classi medio-alte nei confronti della politica immigratoria di Angela Merkel.

2 L’essere un partito fortemente oppositore delle politiche UE .

3 La capacità di attrarre nazionalisti  moderati che in precedenza votavano NPD.

Il Movimento di Lapua

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di Franz Camillo Bertagnolli Ravazzi

Il Movimento di Lapua fu un movimento ultra nazionalista e anticomunista finlandese fondato nella cittadina di Lapua e rinominato secondo la stessa.

Il movimento fu fondato nel 1929 e inizialmente era dominato da nazionalisti finlandesi anticomunisti i quali enfatizzavano il lascito dell’attivismo nazionalista, le Guardie Bianche finlandesi e la guerra civile finlandese. Il movimento vedeva se stesso come il male necessario re instauratore di ciò che fu conquistato dopo la guerra civile finlandese appoggiando il Luteranesimo ,il nazionalismo e l’anticomunismo.

Molti politici e molti militari finlandesi furono inizialmente simpatizzanti del movimento di Lapua dato che l’anticomunismo era la norma delle classi politiche formate dopo la guerra civile finlandese. Tuttavia l’eccessivo uso della violenza da parte dei militanti di Lapua rese il movimento meno popolare dopo un paio di mesi.

Attivismo del Movimento di Lapua

Il movimento organizzò marce e riunioni nell’intera Finlandia. Il 16 giugno 1930, più di 3.000 uomini arrivarono a Oulu al fine di distruggere la stampa e l’ufficio del giornale comunista Pohjan Voima. Tuttavia, l’ultimo numero di Pohjan Voima era apparso il 14 giugno .Lo stesso giorno fu distrutta una stamperia comunista a Vaasa. Una dimostrazione di forza fu la cosiddetta Marcia Contadina fino a Helsinki . Più di 12.000 uomini arrivarono a Helsinki il 7 luglio 1930. Il governo cedette sotto pressione e i movimenti comunisti furono messi fuori legge. Incontri comunisti furono interrotti anche con la violenza. Un trattamento comune era  il cosiddetto muilutus che consisteva in un rapimento a cui seguiva il pestaggio,  successivamente la vittima veniva caricata su una macchina e portata al confine sovietico.

L’Epilogo

Nel febbraio 1932 una riunione socialdemocratica a Mäntsälä fu violentemente interrotta da attivisti armati Lapua. L’evento portò a un’escalation che culminò nella cosiddetto colpo di stato   Mäntsälä capitanata dall’ex capo di stato maggiore dell’esercito finlandese Wallenius . Nonostante gli appelli di Wallenius l’esercito finlandese e le Guardie Bianche rimasero in larga parte fedele al governo . Molti storici ritengono che il motivo principale del fallimento fu scarsa pianificazione:

la rivolta fu scatenata inizialmente da eventi locali e solo successivamente divenne nazionale. La ribellione finì a seguito di un intervento alla radio indirizzato ai ribelli del presidente Svinhufvud. Dopo un processo che vide l’incarcerazione di Wallenius e di altri 50 capi della rivolta il partito di Lapua fu messo fuorilegge.

Ideologia

Il partito era visceralmente anticomunista e anti sovietico(per non dire antirusso). Sosteneva le Guardie Bianche Finlandesi che combatterono nella guerra di indipendenza Finlandese durante la Rivoluzione russa e nella successiva guerra civile finlandese che vide i Bianchi Finlandesi trionfare sui comunisti finlandesi appoggiati dall’Armata Rossa. Il partito era ultra nazionalista e supportava tra l’altro l’irredentismo finlandese mirato alla realizzazione della Grande Finlandia. Il partito supportava l’organizzazione dei Fennomanni(sostenitori della lingua finlandese) contro gli Svecomanni (sostenitori dell’uso della lingua svedese ).

Eredità

L’ideologia di Lapua fu ripresa dal Partito Popolare Patriottico Finlandese che sopravvisse fino alla sua messa al bando dopo la resa della Finlandia all’Urss a seguito della Seconda Guerra Mondiale.

 

La necessità della lotta di classe in America Latina

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di Andrea Virga http://andreavirga.blogspot.it/

Articolo scritto per Azione Culturale e pubblicato il 16 maggio 2016.

Nel corso dell’ultimo anno, abbiamo assistito a una vera e propria offensiva controrivoluzionaria in tutta l’America Latina. In quattro Paesi cruciali del Sudamerica: Argentina, Venezuela, Perù, Brasile, la destra filoamericana e liberale ha inflitto gravi sconfitte alla sinistra nazionalista e social-riformista, con l’appoggio degli Stati Uniti e dei media internazionali.

Il 22 novembre 2015, il candidato repubblicano Mauricio Macri ha vinto le elezioni presidenziali contro il giustizialista Daniel Scioli, erede dei Kirchner. Il 6 dicembre, l’opposizione venezuelana ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi (109 a 55) nell’Assemblea Nazionale.

Il 10 aprile 2016, le elezioni generali peruviane si sono svolte senza la partecipazione dell’uscente Partito Nazionalista e hanno visto andare al ballottaggio due candidati di centrodestra: l’economista neoliberista Pedro Pablo Kuczynski, già ministro in precedenti governi liberali, e la conservatrice Keiko Fujimori, figlia ed erede dell’ex-Presidente d’origine giapponese Alberto Fujimori, condannato per corruzione e crimini contro l’umanità.

Infine, il 12 maggio, la Presidente brasiliana Dilma Rousseff (Partito dei Lavoratori) è stata deposta attraverso un processo parlamentare di messa in stato d’accusa, in quanto “non poteva non essere al corrente” circa i casi di corruzione emersi nel suo partito e nell’azienda petrolifera statale Petrobras, nel corso della maxi-indagine Lava Jato. L’opposizione, appoggiata da manifestazioni popolari e dai principali media privati, come la rete d’informazione Globo, ha vinto grazie alla rottura con il governo del centrista Partito del Movimento Democratico Brasiliano (PMDB), i cui membri di rilievo, ossia il Presidente della Camera Eduardo Cunha, coinvolto a sua volta in Lava Jato, e il Vicepresidente Michel Temer, hanno giocato un ruolo cruciale nel rovesciamento della Presidente regolarmente eletta.

Temer, libanese maronita vicino alle sette evangeliche, accusato di satanismo, sotto indagine per corruzione, ex-informatore dei servizi statunitensi nonché massone e sionista, in quanto nuovo Presidente in carica, ha formato un nuovo esecutivo, molto rappresentativo della società brasiliana, rigorosamente formato da maschi bianchi, ricchi, di mezza età, con indagini per corruzione in corso. Menzione d’onore per il pastore pentecostale Marcos Pereira allo Sviluppo Industria e Commercio, per Blairo Maggi, il più grande produttore di soia al mondo, all’Agricoltura, e per il Ministro degli Esteri José Serra, che fino a qualche anno fa ignorava che il nome ufficiale del Paese fosse cambiato nel 1967. Del resto, è normale che un vampiro [come è stato definito Temer] abbia qualche problema a ricordarsi che il tempo passa.

Giova inoltre ricordare che, nonostante le campagne elettorali abbiano fatto leva sugli errori e i limiti dei governi di sinistra, che stanno soffrendo le conseguenze della crisi globale e, nel caso venezuelano, del basso costo del petrolio, ad un anno di distanza non si vedono miglioramenti concreti. In Argentina, dopo la decisione di Macri di ripagare i “fondi avvoltoio” agli speculatori, l’inflazione galoppa più di prima. In Venezuela, nonostante la vittoria parlamentare, prosegue la guerra economica contro il governo, con la serrata delle fabbriche.

I cattolici conservatori saranno in compenso contenti di sapere che il Parlamento della Colombia, nettamente di destra, ha avallato il “matrimonio” omosessuale (28 aprile 2016) e che la governatrice repubblicana di Buenos Aires pensa alla legalizzazione dell’aborto. Ma, evidentemente, per questi farisei, fermare il “komunismo” è più importante che difendere la famiglia e la vita.

Cosa c’insegnano queste vicende? Che in America Latina un governo popolare che voglia, non dico costruire il socialismo, ma varare delle riforme sociali, non potrà che scontrarsi contro un blocco d’opposizione borghese, che, anche in minoranza di voti, gode comunque di risorse economiche, potere mediatico e appoggio internazionale superiori.

Può non essere immediato da capire per un europeo, ma in America Latina vige una divisione in classi molto più rigida rispetto alla nostra, con un classismo ripugnante (non privo di una base razzista) nutrito dall’élite verso il popolo. Noi siamo abituati agli Stati europei occidentali, caratterizzati da un capitalismo autoctono e una forte borghesia nazionale, dotata di spirito imprenditoriale e vocazione indipendentista (anche se in Italia non è più così). Là invece si tratta di Stati dipendenti, caratterizzati da un’economia neocoloniale, con una borghesia “compradora” che non innova né investe, ma campa di parassitismo, estraendo e vendendo prodotti agricoli e materie prime alle multinazionali occidentali, per poi accumulare le proprie ricchezze all’estero.

In questo contesto, si è mostrato evidente che non è possibile una composizione pacifica del conflitto sociale. Le oligarchie latinoamericane non hanno alcuna intenzione di cooperare col governo al bene comune del Paese, ma vogliono solo difendere i propri privilegi e interessi. Non ci sono dunque “terze vie” che tengano: o si è antimondialisti, e si appoggiano quindi (anche criticamente, beninteso) le forze nazionaliste, populiste, socialiste, o si è, di fatto, complici dell’imperialismo statunitense e dell’alta borghesia.

Soprattutto, occorre che le forze progressive si mettano in testa che non è possibile ristabilire la giustizia sociale con le buone, ma è necessario utilizzare tutti i mezzi repressivi necessari ad annientare la resistenza liberale, inclusi lo stato d’eccezione, il carcere, l’esilio e l’esproprio dei beni. Sarebbe bastato mettere a confronto la sorte di Allende e di Castro per arrivare a questa conclusione. C’era l’illusione che i tempi fossero oggi diversi. Ebbene, sicuramente le forze reazionarie sono più deboli rispetto a quarant’anni fa. Oggi, è possibile arrivare al potere senza bisogno della lotta armata, ma poi bisogna mantenerlo, e l’unico linguaggio che comprendono è tuttora quello della forza, e l’imperativo quello di sempre: Patria o muerte!

Fethullah Gulen: la spina nel fianco di Erdogan

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di Lorenzo Centini  http://ruberagmen.blogspot.it/

All’inizio degli anni 70′, quando in Unione Sovietica si stabiliva quasi concluso il “rafforzamento della Rivoluzione” e gli Stati Uniti s’incupivano per l’Indocina, in Turchia qualcosa si stava muovendo. Nell’unico paese islamico della NATO, ai piani alti dell’Esercito (depositario, in quel momento storico, della fiducia di Washington) qualcuno già pensava a come impedire che il paese cadesse in preda agli opposti estremismi. A margine del governo Demirel non passava giorno che militanti di estrema sinistra (Comunisti e Maoisti) e di estrema Destra (nostalgici non solo di Ataturk ma anche della cosmologia politica ottomana) si sparassero e si scontrassero in piazza. In un copione simile a quello messo in piedi dal governo tambroniano prima e pentapartitico poi per compattare la Repubblica borghese italiana.

Il governo ombra del paese, nella burocrazia dello Stato Maggiore e dei servizi segreti, varò allora due risposte di largo respiro. Una sarà spedire gli ultranazionalisti a popolare Cipro Nord, per far passare la voglia al Regime dei Colonnelli di intraprendere vie sovversive e riprendersi Cipro, di concerto con i rimasugli inglesi. L’altro sarà finanziare una “rinascita islamica” anche in Turchia, per allontanare i giovani da velleità rivoluzionarie e sovversive.
Questa abile mossa gattopardesca risulta tanto strana quanto machiavellica dove si sia a conoscenza delle precipue caratteristiche turche: al tempo la Turchia reggeva l’urto delle opposte pressioni (Da Ovest i greci, da Est i Curdi) imponendo il rigido culto della personalità e del complesso ideale kemalista. Su tutto, ovviamente, un leggendario intransigentismo laicale.
A capo di questa operazione politica viene messo Fethullah Gulen, nato ad Erzurum nel 1941. Egli segue da giovane gli insegnamenti di Said Nursi, teologo curdo sunnita che, a suo tempo, dopo aver rifiutato un posto come “consulente degli affari religiosi” offertogli da Kemal, diventa l’esponente più radicale dell’opposizione al nuovo sistema laico di Ataturk.
Gulen cresce nella convinzione, mutuata appunto da Nursi, che non solo ogni laicismo è una “maschera paffuta del Comunismo” (come scrive nel programma della sua “Associazione per lotta contro il Comunismo”), ma che solo l’Islam possa risolvere l’annoso problema dell’identità turca post-imperiale.
Negli anni viene influenzato anche da Al-Ghazali, Yunus Emre e Ibn’ Arabi, e ha l’opportunità anche di leggere gli scritti di Fadallah al-Nursi, teologo sciita fiero oppositore delle riforme costituzionali di inizio ‘900 in Iran.
Formatosi come Imam viene inviato ad Izmir, nella terza provincia Turca per abitanti. Qui ha l’opportunità di tessere la rete peculiare di fondazioni di credito popolare, società caritatevoli e organizzazioni politiche e civili. Tra queste spicca Hizmet (Servizio, in Turco), che si sostanzia in una rete di associazioni caritatevoli collegate a gruppi di studio ed opinione.
Da Hizmet è nata, negli anni, una fronda di intellettuali impegnati nella costruzione teorica di un Islam politico capace di competere con l’identità NATO della Turchia e a mettere insieme una critica “politically correct” al Kemalismo e a Mustafà Kemal. Lo stesso Erdogan ha dovuto ammettere che l’AKP deve molto al “lavoro intellettuale di Hizmet e dell’Imam Fethullah Gulen” (2010).
 Per capire l’esatta connessione tra Gulen, il passato e il presente turco, è necessario indagare il ruolo di Gulen e dei suoi adepti nel forgiarequella sinergia programmatica tra Turchia, USA ed Israele.
Dal 1975 al 1990 Hizmet e le scuole coraniche guleniste conoscono una diffusione capillare in tutta la Turchia. Il nuovo centro della compagnia viene spostato ad Ankara, per usufruire delle briciole che il potere politico lascia sul terreno.
Dal 1990 in poi Hizmet travalica i confini ex-sovietici e si spande in tutto il territorio turcofono. Nelle sue memoria l’ex capo del MIT (i servizi segreti turchi), Osmari Nuri Gundes afferma che nel quinquennio 1990-1995 nascono in Turkmenistan, Tagikistan, Uzbekistan, Khazakistan e Kirzighistan più di 200 madrase (scuole coraniche) legate a doppio filo ad Ankara. E che, in queste, almeno 130 agenti della CIA operavano sia come imam che come guardie o semplici militanti.
Nel frattanto Gulen, che, colpito dalle purghe neokemaliste dei militari ripara in USA, stringe rapporti anche con i think-tank ebraici del Medioriente e degli States. In un opuscolo in suo onore, l’autore ricorda che “Gulen intratteneva frequenti contatti di pace con le alte sfere dell’Anti-defamation League”. Inoltre mantiene rapporti stretti con il magnate delle costruzioni Ishak Alaton, ebreo turco, costruttore del 15 % delle infrastrutture stradali turkmene dopo la fine dell’URSS (nonchè primo finanziatore di Hizmet), azionista di Asya Foundation, network di banche guleniste.
Questo lato della attività politica di Gulen diventa importante nella sua ottica di costruzione di un nuovo modello islamico che possa rassomigliare all’Islam benevolo e paterno dei tempi Ottomani. Erdogan dovrà moltissimo a questa posizione quando, sulla cresta di un crescente islamizzazione, nel 2004 prometterà alla Knesset riunita che la Turchia “tornerà a voler bene ad Israele”.
 Fetullah Gulen dice, in un opuscolo di metà anni ’90:
Even though they have lived in exile here and there and have led an almost nomadic existence, Jews have been able to maintain their racial characteristics with almost no loss. Moreover, the Jewish tribe is very intelligent. This intelligent tribe has put forth many things throughout history in the name of science and thought. But these have always been offered in the form of poisoned honey and have been presented to the world as such. For instance, Karl Marx is a Jew; the communism he developed looks like a good alternative to capitalism at first sight, but in essence it is a deathly poison mixed in honey.”
Anche se hanno vissuto in esilio qua e laì a hanno condotto una vista soprattutto nomadica, gli ebrei sono stati capaci di mantenere le loro caratteristiche razziali perlopiù senza perderle. In più le tribù ebraiche sono molto intelligenti. Queste raffinate tribù hanno messo su molte cose attraverso la storia, con la scienza e il pensiero. Ma queste si sono tuttavia offerte anche nella forma di un miele velenoso e sono state al mondo in questo modo. Per esempio, Karl Marx era un ebreo: il comunismo che egli sviluppò appariva come una buona alternativa al capitalismo, ad una prima occhiata, ma nella sua essenza era un veleno mortale mischiato col miele
Non passerà molto che tale posizione, così entusiasta degli ebrei e nel contempo così sospettosa sul loro impatto sulla Storia, venga fatta proprio non solo da alcune frange moderate della galassia islamista del Magrheb (per esempio la Fratellanza Musulmana di Libia, che più o meno con queste parole criticava la posizione antisionista di Gheddafi), ma anche dall’establishment ebreo ashkenazita in Israele. In questa ottica di riavvicinamento tra Israele e Turchia, concepite dagli States come alleate “interrelate”, il Dipartimento di Stato Americano e la CIA si impegnano per utilizzare il peso culturale di Gulen.
Quando nel 2006 Hizmet in America e lo stesso Gulen rischiano di essere cacciati, Langley e Condoleeza Rice si muoveranno per tentare di trattenere l’Imam in America. La Rice fa valere il ruolo di informatore della rete dei Gulenisti per il sistema di intelligence americano, e decine di plenipotenziari, dall’ex ambasciatore americano in Turchia Morton Abramowtiz, il comandante CIA a Kabul Graham Fuller e persino il portavoce della conferenza episcopale turca, Goerges Marovitch, firmano un appello per considerare Gulen come “costruttore di pace”. Nel 2008 la corte di Philadelphia concede la cittadinanza permanente a Gulen per “indubbi meriti culturali”.
Tuttavia l’idillio tra Gulen ed Erdogan finisce presto. Progressivamente infatti Erdogan non solo mal sopporta la piovra di Hizmet, che controlla in Turchia cinque giornali e innumerevoli associazioni di industriali, ma si discosta dall’idillio gulenista e abbraccia una retorica anti-israeliana. La tensione tra Israele e Turchia sale fino ai fatti della Freedom Flottilla, a difesa della quale si schiera risolutamente Erdogan, in aiuto ai “fratelli palestinesi”.
Fethullah Gulen, bloccato in Pennysilvania anche per motivi di salute, critica aspramente la svolta autoritaria di Erdogan. E si spinge anche a criticare l’atteggiamento di Erdogan contro Assad, che considera “pernicioso ed inutile”. Nel 2012 quando, dopo un assalto ai servizi segreti compiuto da giudici sospettati d’esser parte di Hizmet, Erdogan minaccia di chiudere il movimento e di estradre Gulen, accusandolo di “sovversione contro lo Stato”.
Le proteste di Gezi Park permettono non solo ai Gulenisti di scatenarsi all’interno della protesta, ma anche al loro capo e gli Stati Uniti di convergere su una pressione comune ad Erdogan. Quando il primo ministro turco compie il suo viaggio negli States, mentre parla con Obama (che lo invita a fare qualcosa in Siria sena tirarlo in mezzo), il suo consigliere fidato, Bulenç Arinç si incontra con Gulen nella sua residenza di Saylorsburg.
In politica estera Gulen mantiene una posizione di stretta condanna all’ISIS, come testimonia il suo discorso contro il Califfato (““ISIS members are either completely ignorant of the spirit of Islam and its blessed messenger, or their actions are designed to serve their individual interests or those of their political masters.”), con particolare riferimento ad eventuali “maestri” (“Masters”) nascosti. Su questo si trova d’accordo con Erdogan, che, proprio in queste ore, si preparara ad assaltare la Siria e l’Iraq da Nord.
Su questa intesa a grandi linee, Gulen ha ritrovato un rapporto con Erdogan. Non solo: entrambi sono perfettamente d’accordo sull’opzione di non salvare i Curdi, presi dalla morsa dell’ISIS. Anche se in passato si divisero anche su questo (Gulen rifiuta qualsiasi discorso con i Curdi mentre Erdogan ha dovuto scendere a compromessi), attualmente Gulen trova soddisfacente l’ambiguità con cui la Turchia è scesa in campo.
Gulen rappresenta quindi l’eminenza grigia della re-islamizzazione del discorso politico turco. Commentando qualche anno fa la politica estera di Davotoglu, l’Imama ebbe a dire di condividere la voglia di rivalsa turca, ma non la sua parzialità. Per l’Imam l’unico modo per trasformare la Turchia in una potenza regionale è entrare nella cerniera NATO-EU. E condurre una crociata per conto terzi contro l’ISIS potrebbe sortire questo effetto.

Brexit: Cara Generazione Erasmus, il mondo può essere cambiato.

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Federico Pulcinelli – Agenzia Stampa Italia

Chi se lo sarebbe aspettato? Chi con infrangibile sicurezza avrebbe mai detto di aspettarsi ciò che è successo questo 24 giugno? Invece è successo. La Gran Bretagna, il Regno di sua Maestà Elisabetta II, ha detto “leave”.
Molte erano state le “armi” utilizzate dalla propaganda pro-U.E. per contrastare questo inaspettato esito. Giornali, televisioni, intellettuali, studiosi, interi agglomerati politici dalla destra alla sinistra, si erano mobilitati per scongiurare la “Brexit”. I sempre presenti mercati e i loro uomini, a più riprese avevano giurato forti ripercussioni al Regno Unito se il popolo di sua Maestà non si fosse comportato “educatamente” votando il “remain”. Ma nessun accorato appello, nessuna descrizione di apocalittici disastri, nessuna – diciamolo chiaramente – minaccia è servita per fermare il popolo britannico.

Quando i dati, i grafici, gli studi, i numeri non bastavano, si è fatto ricorso all’emozioni, perché si sa i sentimenti, la psicologia, è l’unico e vero strumento per accaparrarsi le masse. “Possiedi i cuori e possiederai le menti”: questo è l’unico e vero verbo della politica. E quindi fiumi di lacrime, caustici anatemi di condanna, celebrazioni al pari di quelle di un martire, per l’omicidio della parlamentare inglese, laburista ed anti-Brexit, Jo Cox. Ma nemmeno queste – al di la dell’ovvia condanna per un simile gesto – non sono bastate.

A vincere sono stati non i numeri, non i grafici, ma i portafogli della classe media inglese resi più sottili nello loro spessore, dal matrimonio della Monarchia inglese con l’Unione Europea. A vincere è stato il desiderio di rivalsa dei lavoratori – la celebre “working class” – che si sono visti, anch’essi, diminuire le loro poche ricchezze dal matrimonio della Monarchia inglese con l’Unione Europea. A vincere è stato il risvegliarsi dell’antico patriottismo che rammenta – romanticamente – il tempo dell’Impero.

Un risultato talmente inatteso, che ha smentito qualsiasi sondaggio che dava avanti – seppur di misura – il si a rimanere. Tutti si sono dovuti ricredere e per primo il Premier inglese David Cameron, che fu lui ha concedere al popolo del Regno Unito il voto sulla delicata materia dell’uscita o meno dall’U.E.. Cameron, come è ormai risaputo, aveva indetto il referendum con ben altra intenzione rispetto all’esito finale: dare maggiore forza alla sua politica nel Parlamento inglese e poter conseguire una posizione ancora più elevata della Gran Bretagna in seno all’Unione Europea. Ma i fatti hanno preso una strada totalmente opposta. Il Premier inglese da quel anelito di corroboramento della propria posizione politica, è stato costretto a dichiarare le sue dimissioni da Primo ministro della Corona.

Certamente le motivazioni per l’uscita della Gran Bretagna non erano così “forti”, come poteva essere quelle dell’anno scorso per la Grecia. Nonostante tutto, la terra di sua Maestà ha sempre potuto vantare una posizione privilegiata all’interno del quadro U.E.. Aveva mantenuto la propria moneta nazionale – la sterlina – rispetto agli altri Stati membri, tutti con l’Euro. Tenendo sempre un decisivo e incisivo parere su tutta la politica europea. Insomma Londra ha preso più i vantaggi che i svantaggi dall’U.E.. Ma quel tanto di svantaggio è bastato per protendere all’uscita: il rischio di dover prendere una corposa quota di migranti provenienti dall’Africa come ha più volte proposto la Germania per ogni Stato membro; il crescente flusso nello Stato britannico di immigrati europei, che al netto della storia dei “lava piatti”, divenivano sempre più concorrenziali nel mercato del lavoro inglese anche e soprattutto nelle occupazioni di un certo rilievo, a scapito dei lavoratori britannici; un Unione Europea ormai incapace se non anche “nemica” nel difendere la produzione marchiata Regno Unito nel contesto europeo e nel più grande contesto internazionale. Questo ed altro, hanno permesso lo storico risultato di venerdì 24 giugno.

Niente sarà più come prima. Ora è tutto in fermento, si annunciano emulazioni del referendum inglese in tutta Europa. In Francia la Le Pen già parla di “Frexit”, in Olanda pure, e in Germania i movimenti anti-euro fanno la voce grossa. In tutta Europa il “terremoto referendario” agita e sconquassa gli ordini politici. I maggiori governi degli Stati membri rilasciano dichiarazioni quasi paradossali pur difendere l’U.E., strizzando una volta l’occhio agli europeisti e a Bruxelles dicendo “Il voto inglese è un disastro. L’Europa è in pericolo.”, e l’altra ai sentimenti euroscettici sempre più montanti nei popoli europei affermando “Ora l’Europa deve cambiare” o come dice Matteo Renzi “deve diventare più umana”.

Il concetto fondamentale che deve essere focalizzato è che a dire via dall’U.E. è stata la Gran Bretagna. La Gran Bretagna, non la Grecia. Non un Paese che tutto sommato non ha un enorme peso sullo scenario europeo ed internazionale, ma la Gran Bretagna, la terra della “City” uno dei più importanti centri del commercio mondiale. La Gran Bretagna, una patria della cultura, con le università e i college più ambiti nella parte “ricca” del globo. Non uno Staterello, ma un colosso mondiale. E’ questo che fa drizzare – letteralmente – i capelli ai europeisti. Fino a quando era la Grecia, si poteva parlare di un Paese poco sviluppato, quasi “ignorante” tanto era il rispetto e l’importanza che si dava a questa plurimillenaria terra. Adesso è il Regno Unito ad aver detto “via”, uno di quei Paesi che, per quelli con la proverbiale “puzza sotto il naso”, conta. “Come poter far fronte a tutto questo?”, “Come poter far passare il messaggio che gli inglesi hanno sbagliato, se hanno la nomea di popolo colto e infallibile?”: queste sono le domande che fanno venire madide fronti ai governi filo-U.E..

Ora l’Unione Europea mostra i “muscoli”. Agli inglesi viene detto di fare presto ad andarsene. A Bruxelles si cerca in qualche modo di ridarsi un certo tono di fronte la pubblica opinione. Al contempo si tentano giustificazioni e allarmi – di poco valore – per l’uscita del Regno Unito: “alla fine gli inglesi se lo potevano permettere”; “l’Inghilterra verrà travolta da questa scelta”; “La Gran Bretagna è sempre stata quasi al di fuori del contesto Europeo”; “Nessun’altra Nazione U.E. si può permettere questo, perché sarebbe un disastro per chi scegliesse ciò e per l’Unione”: questi sono i concetti che vengo fatti passare in queste ore da tutto il mainstream.

E si fa ricorso anche ai tanto decantati giovani inglesi che scegliendo l’Europa si sono visti sfumare i loro sogni a causa dei padri, delle madri, dei nonni, che hanno appoggiato il leave. A questa massa, a questi fiumi su fiumi di giovani ormai europei, ormai internazionali, a questa “Generazione Erasmus” che si è vista ricrescere dalla terra i gretti muri dei confini.

Al netto di tutte le condanne, di tutti i moniti, va detto chiaramente una cosa: l’Europa non dirà mai addio all’Inghilterra, è l’inverso che spaventa veramente l’U.E.. Bruxelles non dirà mai addio all’Inghilterra perché ciò vorrebbe dire addio a enormi interessi economici e finanziari che hanno la loro patria nel Regno Unito. Bruxelles non dirà mai addio ad Albione perché rimane sempre un’entità troppo importante nello scacchiere internazionale. La Gran Bretagna, altresì, può dire essa addio all’U.E. e non solo come uscita dai Stati membri. Ma addio dallo spazio geopolitico U.E. e vari scenari su questo versante si stanno già ipotizzando. Come per esempio la cessazione da parte inglese delle sanzioni alla Russia, creando così un possibile partner economico (e forse anche politico) con Mosca all’interno dell’Europa che non pochi fastidi darebbe all’Unione Europea sul versante economico e – in particolare modo – su quello politico e geopolitico.

Adesso anche la Gran Bretagna dovrà fare i conti con degli spauracchi che all’indomani del voto si sono prontamente evocati. La Scozia vuole un nuovo voto per l’indipendenza da Londra, il partito nazionalista irlandese dello Sinn Féin richiede anch’esso un referendum per riunificare il nord dell’Irlanda con tutta la madre patria. E queste sono situazione che l’Unione Europea potrebbe usare a proprio vantaggio, proprio per frenare le grandi possibilità economiche e geopolitiche a cui può puntare un Inghilterra indipendente. Ma questo è ancora presto per dirlo. E sul piano dei lati positivi o negativi, al momento – anche se ciò si cerca continuamente di ometterlo – la bilancia pende in negativo per l’U.E.

Quello che conta adesso, è che si sta predisponendo un nuovo scontro, dei nuovi discrimini politici. E il referendum Brexit ha sancito questa tendenza che si sta aggirando in tutta Europa. Non più destra e sinistra, ma popoli contro élite. Campagne e province contro città. Nazione contro Internazionalizzazione. Generazioni adulte contro generazioni giovani.

E proprio su quest’ultimo punto di “Vecchi contro giovani” bisogna ristabilire un po’ di verità. Già molto è stato detto dello “strappo generazionale” che il Brexit ha sancito in Gran Bretagna. Del sogno di questa Generazione Erasmus tradita dai suoi genitori. Ma più passano le ore e più ci si rende conto che questa è un’incommensurabile menzogna usata a pretesto dalla propaganda europeista. E’ stato detto che la stragrande maggioranza dei giovani britannici ha votato per il remain e gli adulti per il leave. Premessa la dimostrazione con il voto di venerdì di quanto poco attendibili siano questi sondaggi o studi, tali affermazioni vanno nettamente ridimensionate. E a sfatare una distorsione esagerata della realtà, proprio da propaganda, è stato – tra i tanti – un fervente europeista quale è Enrico Letta. L’ex Presidente del Consiglio italiano sulla sua pagina di Twitter ha scritto dei dati molto significativi in relazione allo spacchettamento delle caratteristiche anagrafiche della popolazione britannica che ha votato: «Una chiave per capire voto per Brexit? Tra gli elettori nella fascia 18-24 ha votato solo il 36%, tra quelli sopra i 65 anni ha votato l’83!».

Questo è uno dei tanti esempi – che in queste ore come nelle prossime – stanno smentendo il fantomatico scontro generazionale che avrebbe provocato il Brexit. Dunque solo propaganda buona a ridare respiro alle tesi europeiste ormai in profonda discesa.

Analizzando questo voto però il dato che salta all’occhio, come è già stato scritto sopra, è che le campagne, le province si sono schierate contro le città. Che i lavoratori e i piccoli imprenditori si sono uniti – anche a dispetto dei loro partiti (infatti i laburisti e i conservatori erano per il remain) – contro le grandi industrie e le classi più agiate. E quei famigerati “giovani” proprio tra le grandi città e le classi più agiate si trovano. Sono giovani che vivono le realtà multietniche ed internazionalizzate di Londra, che vestono indumenti all’ultimo grido, che vogliono scoprire tutto il mondo, che non conoscono più le campagne e il sentimento comunitario che in esse ancora vive. Che non hanno più il contatto con la storia della propria terra, che della loro Patria più nulla gli interessa. E infatti questo “disinteresse” è lo stesso che Letta ha dimostrato con i dati. Una generazione in totale scollamento con ciò che le circonda ma che però pensa all’oltreconfine, una generazione che ora si lamenta del ritorno dei confini ma quando si tratta di far valere le proprie posizioni va alle feste, si inebria delle mille luci della società internazionalizzata, e alla fine diserta le urne.

A questa generazione non importa più niente, salvo che lamentarsi sul social network di turno. Di prendersela con i padri dei propri coetanei meno abbienti, perché hanno votato per l’uscita del Regno Unito. Di essere, oltretutto, interni e omologati al dominio culturale che dai suoi altoparlanti grida i messaggi di “Multiculturalismo”, “Multietnicismo”, “Globalizzazione”, “Morte delle patrie”, “Soppressione dei confini nazionali”.

Ai giovani, di tutta l’Europa, questo voto deve rappresentare un focale spunto di riflessione. Quando mai si è vista una gioventù così appiattita, così incline e compiacente del sistema in cui cresce e si trova a vivere. A questa gioventù è stato strappato dal cuore, ucciso nella culla, il fermento ribelle che ha da sempre contraddistinto la gioventù di qualsiasi epoca.

Questo voto è la dimostrazione che – contrariamente a quanto scriveva Francis Fukuyama – la storia non è finita. Che ancora tutto può cambiare, che si possono immaginare nuovi scenari, che al posto di questo mondo si possono creare ancora nuovi mondi: da costruire, in cui crederci, per cui lottare. Quello che abbiamo a vivere è un momento storico, un punto di non ritorno, di fronte al nostro tempo si aprono mille strade al cui termine ci sono mille bivi.

La gioventù è chiamata a partecipare, a portare il proprio contributo. E viva tutto ciò da giovane e non da vecchio. Da giovane andando, se sarà necessario, anche in senso “controcorrente” ai voleri dell’élite, e non schierandosi pedissequamente al fianco delle visioni dominanti. I giovani siano giovani e pensino a costruire un mondo diverso: il vacillare dell’Unione Europea, il sempre più caldo scenario internazionale, può essere una proficua possibilità per il ritorno di una gioventù attiva e originale.

Cara Generazione Erasmus, non farti etichettare. Cara Generazione Erasmus, non averne a male per i tuoi padri, non essere il bastone della vecchiaia di vecchi scenari, costruisci il mondo dei tuoi figli. Cara Generazione Erasmus, torna ad essere giovane. Cara Generazione Erasmus, il mondo può essere cambiato.